Scritto durante la formazione drammaturgica “Locus Solus” nel 2017 ad Albinea da febbraio a luglio 2017 seguito dalla regia, “Se un albero cade” è stato presentato per “Albinea in scena” all’interno del Festival del Jazz. La costruzione del testo e la realizzazione della regia – scrive l’autrice Sonia di Guida – ha attraversato tre fasi di studio, lavoro e soprattutto ricerca, quindi un procedimento a me consanguineo. La fase dell’ispirazione ossia di apprendimento, osservazione, esercizio, bozzetto, progettazione mi ha lasciato parecchio materiale per poter lavorare e che nei tempi di scrittura, è stato naturalmente falciato e delineato nella sua forma e sostanza più prossima. Tutto questo succedeva negli incontri presso la struttura, in cucina, in giardino, sulle scale, sul letto, in bagno, sul treno in un continuum fino a casa propria, poi di nuovo sul treno.
La fase della messiscena è stata la più interessante, ho cercato un’attrice e insieme abbiamo sublimato definitivamente il testo e con due musicisti che hanno suonato live con più strumenti. Tutto il lavoro si è compiuto anche grazie allo scambio continuo con altri compagni di viaggio che avevano provenienze diverse dalla mia e anche grazie al docente e all’assistente.
Questo testo mi ha sottoposto triliardi di domande e quadriliardi di dubbi, senza lasciarmi mai una sola risposta. La protagonista vive questo, involontaria di quello che sta sta per accaderle, si fa una semplice domanda, poi ne arriva un’altra, un’altra ancora, e ancora…e quel punto si mette in moto l’inconscio portandola direttamente di fronte a tutte le porte chiuse dei suoi dimenticati ricordi addentrandosi totalmente nella sua – ricerca del tempo perduto. Durante la messinscena mi accorgevo che la struttura letteraria assumeva man mano una forma sempre più frammentata rispetto a come l’avevo immaginata inizialmente, così oggi ho preferito non inserire nessuna nota di regia, per non ostacolare la fantasia del lettore.
Nasco a Bologna e cresco a Casalecchio di Reno. Da quando ho 16 anni scrivo parole più o meno conosciute una di fila all’altra per sfogarmi della bruta società e delle persone che ignorano in generale. Ascolto musica, dipingo, guardo film, vado a mostre, faccio foto, vado in bici, prendo foglie, sassi, fiori, conchiglie, scontrini, so che devo ricordare, leggo, studio poesia, teatro. Oggi ho smesso di fare alcune di queste cose forse perché le persone che ignorano le cose fondamentali e non necessarie le prendo e le de – scrivo in scene teatrali. Poi sono decisamente attratta da quella bruta società che un tempo mi ha fatto penare moltissimo, ammetto che anche oggi mi fa soffrire, però almeno provo a scovarne gli altarini, le bugie, i manini così la derido, la rivolto, la paleso, la trasfiguro ma non le mento mai anche perché quello che mi circonda sembra tutto vero e poi alla fine la realtà supera la fantasia.
Roma, 6 maggio 1938. È giorno della storica visita nella capitale dell’Italia Fascista del grande alleato tedesco, il fuhrer Adolf Hitler, venuto in visita da Mussolini e accolto da decine di migliaia di uomini, donne e bambini pronti a far sentire tutto il proprio calore al capo di stato tedesco.
In un caseggiato popolare, Luciana, moglie disfatta da sei maternità e da un marito che la trascura, pur essendo fascista convinta e grande ammiratrice del duce, è costretta a rimanere in casa per occuparsi delle faccende domestiche. Quando la sua pappagalletta esce dalla gabbia e si adagia sulla finestra della casa di fronte, Luciana è costretta a bussare alla porta del solitario proprietario che, diversamente da tutti gli altri nel palazzo, non è accorso a salutare l’avvento di Hitler.
Antonio è un affascinante annunciatore radiofonico verso cui Luciana prova da subito un’attrazione fortissima. I due si inseguiranno per tutto il tempo cercando di consolare le loro pene. Quando Luciana però scoprirà le vere tendenze politiche dell’uomo, non riuscirà a placare il suo desiderio verso una persona così “insolitamente” gentile, fino a scoprire che il vero segreto che egli cela.
Note dell’autore
Il testo messo in scena va analizzato strutturandolo su una linea verticale dove spazio e tempo sono ridotte all’osso e tutto è basato sulla profondità emotiva ed intima dei personaggi, due infelicità incomprese, due sconfitti. Su questa linea vanno poste una macrostoria (costituita al suo interno da tutte le informazioni riguardanti l’epoca, il contesto storico in cui è ambientata, lo sfondo politico relativo, e lo status sociale della donna di quegli anni), e una microstoria, situata al suo interno, costituita invece dall’incontro di due solitudini incomprese che soffrono la loro condizione esistenziale.
È una messa in scena che lavora sulla sottrazione: di colori (smunti, slavati), di ambienti (siamo all’interno di una casa), di titolo (si svolge in un arco temporale di appena poche ore) e di dialoghi (giocati sul non detto). Il nostro compito è quello di scandagliare l’animo umano e di contestualizzarlo nel sentire dell’epoca, fornendo una potente riflessione sul tempo e su come due punti di vista inizialmente inconciliabili, finiscano entrambi per avvicinarsi e coincidere, soli, come entrambi vittime del regime mussoliniano.
La domanda che ci poniamo, citando la messa in scena, è: “La vita, qualunque che sia, vale la pena di essere vissuta?”
L’estratto che segue va da subito dopo quello che viene narrativamente chiamato “incidente scatenante”, l’evento che prende all’amo la storia trascinandola verso una direzione, quella del nucleo dei conflitti dei nostri eroi, sino a poco prima del climax finale, evento che ci porta verso la conclusione.
In questo caso l’incidente è appunto la fuga della pappagalletta di Luciana e il conseguente incontro con il solitario vicino Antonio, momento che farà scattare una scintilla nelle due persone, non solo verso la conoscenza dell’altro ma soprattutto verso quella di se stessi, una scintilla di una vita ormai sopita da tempo.
L’estratto dunque mette a nudo quello che è l’intero secondo Atto della storia, quello più intimo, quello ricco di conflitti e ostacoli da superare, dove i momenti di difficoltà crescenti porteranno allo sviluppo dei personaggi e ad una nuova consapevolezza di essi, che sia positiva o negativa.
Amante, sperimentatore e praticante delle arti teatrali e cinematografiche sin da adolescente, attraverso la frequenza a diversi laboratori di formazione arriva ad esibirsi a soli 16 anni al XIV° Festival Internazionale del Teatro Classico dei Giovani, nella spettacolare cornice del Teatro Greco di Siracusa. Dal 2015, compie il passo decisivo verso il mondo della produzione audiovisiva attraverso il “Director’s Prep”, presso la “London Film School” di Londra e parallelamente al conseguimento della Laurea in Giurisprudenza, e il diploma come Filmmaker presso la scuola di Cinema e Fotografia Pigrecoemme di Napoli, fa esperienza come assistente di regia e operatore su diversi set di lungometraggi e cortometraggi nei quali è tutt’ora attivo anche come montatore. Lavora anche come freelance per la realizzazione di commercial e videoclip musicali, attività nella quale cresce ed è ad oggi attivissimo.
È tra i fondatori di Skratch Fab, una factory produttiva di contenuti per il web e resta sempre operativo con il teatro, con il quale giunge con diverse produzioni sui palcoscenici delle città di Napoli, Roma e Milano e in diverse rassegne nazionali, arrivando a vincere il Miglior spettacolo nella categoria Professionisti al PanTeatro Festival 2018 con un originale adattamento di “Venere in Pelliccia”.
Nel 2019 viene selezionato ufficialmente dalla Biennale College Teatro Venezia U30 per un progetto di spettacolo teatrale inedito e collabora come operatore sugli appunti di un prossimo documentario di Mario Martone. Nel 2020 Collabora come screenwriter con CiaoPeople (gruppo editoriale di Fanpage, The Jackal e Cookist) per la scrittura alcuni concept per campagne speciali di noti brand internazionali. È attualmente in distribuzione il suo cortometraggio “Non è solo un gioco” (2020), mockumentary con Rosaria De Cicco e Antonella Stefanucci, che sta ottenendo numerosi riconoscimenti nei maggiori festival nazionali, non ultima la selezione in concorso presso l’Accademia del Cinema Italiano Premi David di Donatello.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.
In Falsità il quesito “realtà o verità?” echeggia tanto nell’aria di uno spazio claustrofobico quanto nelle dinamiche dei personaggi, tra disperazione e bisogni. Ciò che nella realtà è sbagliato, nella verità può essere totalmente esatto.
In Falsità si snoda il perché della manipolazione dell’informazione, nata per creare le notizie che la gente vuole leggere: epoca, questa, in cui l’umanità non vuole sapere ma avere ragione, in cui i social sono una manifestazione continua su pubblica piazza, dove tutti possono dire tutto.
In un contesto così poco trasparente i rapporti personali non sono sinceri, neppure tra i protagonisti di questa storia, impiegati e manager di F.I.A.Y.N. Company: un fittizio (?) colosso multinazionale, creatore e distributore di fake news.
Tutto si chiuderà dove tutto ebbe inizio: nel passato che ha influenzato il presente, e non di meno il futuro.
Roberto Maria Napoletano nasce a Napoli il 23 Agosto 1984. Si diploma in recitazione presso il Teatro Stabile del Veneto studiando con Anna Maria Guarnieri, Luca Lazzareschi, Pier Luigi Pizzi, Alberto Terrani. Prosegue la sua formazione attoriale presso il C.U.T. – Centro Universitario Teatrale di Perugia e il Teatro Stabile dell’Umbria ma, a seguito di un infortunio e la scoperta di una malattia, interrompe gli studi e decide di ridurre drasticamente le sue apparizioni sceniche. Inizia così ad appassionarsi alla drammaturgia, frequentando corsi e seminari con autori di fama nazionale e internazionale (Fratelli Dalla Via, Yasmina Reza, Tiziano Scarpa, Simon Stephens, Vitaliano Trevisan). È co-fondatore, insieme a Lahire Tortora, del Collettivo Artistico Teatro Safarà, per il quale allestisce le sue opere teatrali: “Camorra sonora” (2016), “Atto unico” (2017), “Sognando la Mèrica in pausa caffè” (2018), “Il Maestro e Margherita” (2018). Nel 2018, il suo testo “La nave dei folli” è terzo classificato al Premio Letterario La Clessidra di Terni. Sempre nel 2018, il suo progetto drammaturgico “Falsità” risulta fra i 14 finalisti del Festival di nuova drammaturgia Il mondo è ben fatto di Torino, kermesse con più di 200 drammaturghi partecipanti da tutta Italia. Il testo che ne scaturisce riceve nel corso degli anni diversi riconoscimenti [(2019, menzione d’onore al Rive Gauche Festival; 2020, Premio Internazionale Città Cultura di Castrovillari (CS); 2020, menzione speciale dell’Università Federico II di Napoli – Dipartimento di Studi Umanistici – Master in Drammaturgia e Cinematografia, in occasione del Premio Massimo Troisi di San Giorgio a Cremano (NA)].
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.
Un uomo, una donna, una panchina, due bicchieri… L’uomo e la donna si amano, si sono sempre amati e, forse, si ameranno per sempre. Si incontrano per caso in un cimitero e in questo luogo di profonda oscurità si rivelano il loro grande bisogno l’uno dell’altra. L’abitudine, le promesse di giovani innamorati, la casa e tutto quello che comporta una convivenza metteranno a dura prova questo legame. Tutto è buio, tutto è indecifrabile, tutto è… FOSSE.
Fosse è uno spettacolo scritto da Enrico Maria Carraro Moda nel 2011. Vuole essere in parte un omaggio, sia nel titolo che nell’ambientazione, allo scrittore e drammaturgo norvegese Jon Fosse e in parte un cantico dell’uomo inetto ed indeciso. Niente è reale nel cimitero dove si incontrano i due innamorati: ripetizioni innaturali si susseguono spezzando il flusso logico degli eventi di cui una famiglia rimane vittima.
Note dell’autore
In Fosse la scenografia identifica ogni personaggio.
Panchina arancione: i due amanti
Collocata al centro della scena è il luogo del ritrovo dei due amanti, Odessa e Jilbert. Essa è testimone sia del loro incontro sia del successivo evolversi del loro amore.
Due bicchieri di vetro: i due coniugi
Sono posizionati dall’inizio nella parte sinistra del proscenio. Loro sono il legame che Jilbert ha con sua moglie Aily, un filo diretto che è abbondantemente presente anche nella vita dei nuovi amanti, ma solo i due coniugi sono autorizzati a toccarli, a berci e ad imprimere le loro labbra al loro interno.
Asta a giraffa per microfono: la moglie
Al posto del canonico microfono quest’asta sorregge una lampadina a basso consumo. L’illuminazione caratterizza il personaggio di Aily, moglie di Jilbert, ed è accesa esclusivamente da lei e solo in sua presenza resta accesa.
Un leggio con sopra un libro di favole aperto: la madre
Sistemato a fondo scena ha un ruolo importante nel legame madre/figlio. Jilbert è attaccato al ricordo di sua madre, una madre molto brava a raccontare storie per bambini. La lettura di questo libro suggerisce ad Aily il nome della sua primogenita.
Busta di plastica trasparente, rotolo di scotch e un paio di forbici: la fine
Questi tre oggetti sono vicini, a terra, nella parte sinistra del proscenio, davanti ai bicchieri di plastica. Vengono utilizzati insieme nella parte finale della messa in scena da Odessa che, eseguendo la volontà del suo amante, lo soffoca con la busta fissandola con lo scotch.
In questa cornice i personaggi si comportano attraverso gesti reattivi e risposte fisiologiche. La ricerca della verità, dell’autenticità, sopravvive sotto la scorza di un duro nichilismo che si mostra nella violenza e crudezza del linguaggio, nelle cesure della comunicazione, negli scarti delle passioni. Nel mondo di “Fosse” diventa impossibile toccare l’altro, sentire ciò che sente, comunicare. Domina il minimalismo e con esso, l’iconicità di sentenze che risuonano come voci del destino nell’aria cupa delle nostre solitudini.
Enrico Maria Carraro Moda (1986) è regista, drammaturgo e attore, fondatore della compagnia “I Nani Inani”. Il suo primo lavoro Giardino, liberamente ispirato a L’amore di Fedra di Sarah Kane, è stato presentato al Roma Fringe Festival nel 2015. L’anno seguente lo spettacolo Fosse delinea la sua poetica, esposizione del nonsense e della violenza insiti nella vita della classe borghese, a cui appartengono cinismo e legami familiari aridi. Pasolini diventa poi il riferimento per i lavori Orgia e Accattone. Nel 2019 Il Vampa, ispirato alle vicende del mostro di Firenze Pacciani, viene premiato al festival inDivenire. Il 2020 vede il ritorno al Roma Fringe Festival con Il solito dramma familiare.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.
«Tutti i finali dei miei pensieri sono finiti in un luogo che non conosco», dice Silvio, lo stesso luogo dove forse si annidano i finali dei libri che Lucia non riesce più a scrivere. Entrambi hanno suggestioni, creazioni o piuttosto frammenti di sé che «non reggono i metri», sbotta la scrittrice, pensieri «fragili come bambole di porcellana, gonfi di morte». È una eco potente quella che risuona tra i protagonisti degli ultimi due lavori di Lucia Calamaro, dramaturg e regista formata in Francia, da anni tra le penne più interessanti e amate del teatro italiano. Calamaro ha portato nuovamente in scena, alla fine del 2019, due testi che permettono di tracciare un breve, inevitabilmente parziale, quadro della parabola di un talento sorprendente del teatro contemporaneo, che ha scelto una strada di creazione molto personale, che passa per testi scritti e poi portati in scena come abiti cuciti addosso ai suoi protagonisti, per i quali – soli – sono stati intessuti. Un metodo che pretende, innanzitutto, una scelta accurata degli interpreti, tra attori di straordinaria forza espressiva ed emotiva. A cui lascia i propri nomi e che accompagna alla ricerca del proprio sé.
Silvio, ad esempio, protagonista di Si nota all’imbrunire, solitudine di un paese spopolato, è Silvio Orlando nei panni di un uomo che, dopo la vedovanza, sceglie di ritirarsi in un luogo isolato in cui qualsiasi intrusione, in particolare quella dei famigliari, è un’insopportabile violenza. Lucia, la scrittrice diSmarrimento che non riesce più a scrivere e per questo viene forzata dagli editori a una serie di conferenze-incontri col pubblico è invece una Lucia Mascino al suo primo, fortunato monologo teatrale, la cui genesi per lei è dichiarata fin dalla locandina. Come si diceva, la scrittura per Calamaro autrice è il precipitato dell’incontro, una sintesi quasi alchemica in cui l’autrice si specchia e si muove negli occhi dell’interprete, in una mimesi di reciproca possessione che passa attraverso una lingua adamantina, esatta e intimamente poetica, costruita per dire l’indicibile delle pieghe di pensieri che trovano le parole anche quasi oltre la coscienza di chi le pronuncia. Pensieri come lava o magma sotterraneo che emerge dalla crepa di una mente troppo piena che pensa di dire mentre tace, nel caso di Silvio, o zampilli d’esplosione appassionate pur senza perdere la misura di un cammino sempre in sottrazione, nella ricerca spasmodica di Lucia di tendere una mano a chi l’ascolta.
La spicciolaggine antinarrativa del quotidiano
Di queste parole che sgorgano naturali lasciando nel fondo la sensazione del controllo quasi irreale con cui sono scritti, Calamaro fa i compassi utili a tracciare quella che potrebbe apparire una geografia di fallimenti, che danno forma a quella che in Smarrimento chiama la «spicciolaggine antinarrativa del quotidiano», la vena (dorata) di tutti i suoi testi. A fallire, nei due testi, sono però soprattutto le persone che li circondano, gli altri. I figli di Silvio nel primo caso, che fanno lavori che il padre non capisce o vivono di sogni sbagliati e aspirazioni fallimentari, il marito di Lucia nel secondo, che nel suo mondo fatto di padelle e di confronto costante con una moglie vincente e proiettata all’esterno, sente il peso di un’esistenza in cui è inessenziale al mondo. Le personificazioni di chi, sembra suggerire l’autrice, non può, non vuole, non riesce a confrontarsi con se stesso. I due protagonisti, al contrario, scontano la solitudine di chi sa. Convinti o consapevoli di dire, attraverso le mani di Calamaro trovano nella parola un ponte verso l’altro, pur vestendosi entrambi del «fascino delle persone che non si dedicano». Una frase che, non a caso, torna in entrambi i testi. Come dichiarazione di intenti quasi incipitaria, nel caso della scrittrice Lucia, come postura di tutta la pièce nel caso di Silvio, padre burbero che scaccia con fastidio freddo e burrascoso i figli arrivati per passare del tempo con un padre eremita del mondo. Anche in questi due lavori della drammaturga si esalta così la parola, quella parola che, direbbe Testori «si fa vita, si inossa, si fa realtà» , e così, diceva l’autore novatese, si redime dopo decenni in cui anche e soprattutto in teatro è stata vilipesa e calpestata. Una parola che è anche, sempre, rimando letterario, indigesto a entrambi i protagonisti – e di nuovo, nel filo che lega i due testi, lo dicono entrambi in maniera quasi speculare. Tutti e due detestano le citazioni eppure il loro parlare ne è intessuto, costituito con costanza quasi ossessiva. E non può essere altrimenti, nella spasmodica ricerca (che è dell’autrice) del mezzo esatto per l’affidamento di un testimone di una spaventosa sincerità.
Lo sforzo e il coraggio, cioè, nell’ammissione della propria fragilità davanti a uno sconosciuto, che abbia il volto di un lettore incontrato per caso (ma chi legge non è forse il più intimo conoscitore di uno scrittore?) per Lucia o di un famigliare (il più vicino e misterioso degli estranei?). Così i due protagonisti svettano e simboleggiano tutte le «umanità mal sintonizzate» , si dice in Si nota all’imbrunire, che finora raramente avevano trovato un racconto di tale precisione. Figure che per marcare la propria differenza devono essere totalmente comuni e totalmente “altro”: entrambi hanno tracciato un altrove, uno spazio sacro: sia esso una villa isolata o siano le pagine di un libro. Una immagine che, quando Lucia Calamaro passa dalla penna alla regia scenica traduce in scenografie immediatamente riconoscibili. La sua quotidiana sacralità si colloca e trasforma in spazi abitati dal monocolore sugli sfondi e da tanto bianco nelle scenografie minimaliste o per linee pulite, dando all’insieme una esplosione di luce e di vuoti da riempire dove il colore. Così, l’apparente quiete, il procedere sul filo senza mai spingere all’eccesso dell’emotività spicciola i suoi personaggi, non è che la raffigurazione della capacità di fronteggiare se stessi. In un altro eloquente parallelo, entrambi riconoscono e stigmatizzano con parole sovrapponibili la propria consuetudine a «evitare la vita», eppure si dibattono come animali in gabbia in consapevolezze dolenti che hanno la forza della sincerità che spesso ognuno cerca di evitare.
«Vivo da convalescente. Campo difendendomi, ma non so da che»
Ammette Lucia, mentre Silvio «lotta contro qualcosa, non so come si chiama, ma so che è difficile». Due rappresentazioni della stessa vita, che nel primo spettacolo esplodono e prendono la forma di un dialogo tra più personaggi, mentre nel secondo implodono moltiplicando la stessa interprete in molte voci senza che – alla chiusura del sipario – esista tra l’uno e l’altra una reale differenza. Due interpreti maiuscoli, simboli di genio degli aspetti più veri del reale proprio perché lo incarnano. Come le messe in scena, restando al contempo sospesi nel tempo e nello spazio, in spettacoli che parlano di quanto di più concreto esiste lasciando però un’impressione eterea. Trucchi di radianza attraverso cui Lucia Calamaro ripete (legandosi a se stessa senza essere tautologica) i propri topoi –, dichiarandolo senza nascondersi. Del resto, fa dire a Lucia, sempre in bilico tra omonimia, sorellanza e alter ego: «Basta avere una qualche ossessione per essere migliore». Lo fa per riconoscere e provare a dire la cosa più semplice e difficile: l’esistenza. Lo smarrimento e la luce della consapevolezza che «esserci è tutto. Il resto si riduce a poco» .
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