#News: La Drammaturgia di Franco Scaldati a Roma 29 e 30 Novembre

Il teatro è un giardino incantato dove non si muore mai
La drammaturgia di Franco Scaldati 

Un mondo meridiano e notturno, lirico e carnale vive nei testi teatrali di Franco Scaldati. Una Palermo fatta di voci di venditori, di serenate all’amata, di richiami di bambini all’imbrunire, di violenze improvvise e apparentemente immotivate, di giochi, dialoghi fra figure erranti che sognano piatti di tennerumi, creature eteree o al contrario estremamente radicate ai bisogni terreni. Alla sua morte avvenuta nel 2013, Franco Scaldati, drammaturgo, poeta, attore e regista, lascia un ampio fondo di opere teatrali, la maggior parte delle quali inedite, e una consistente mole di varianti redatte anche a distanza di anni: tredici testi pubblicati e trentasei inediti, e a questi sono da aggiungere undici riscritture tratte dalla letteratura teatrale nazionale e internazionale. Il progetto ha come obiettivo quello di far conoscere la produzione per il teatro di un grande scrittore che, in quarant’anni di attività, ha operato essenzialmente a Palermo, una città che né in vita né dopo, ha saputo valorizzare la sua figura di artista, il suo magistero di formazione nei confronti dei giovani che hanno partecipato alle attività che lo scrittore-attore ha portato avanti, per lo più in sedi precarie e disagiate.

Il 29 e 30 novembre 2017 presso la Biblioteca nazionale centrale di Roma, due giornate di studio dedicate alla drammaturgia di Franco Scaldati con storici del teatro e della letteratura, linguisti e critici, per analizzare il mondo, la scrittura e il linguaggio dell’autore-attore nel contesto della storia del teatro e della letteratura del Novecento, italiana (Pirandello, De Filippo, Testori, Pasolini) ed europea. Gli interventi di studiosi  (Lucia Amara, Stefano Casi, Valeria Merola, Cristina Grazioli, Matteo Martelli, Donatella Orecchia, Antonella Ottai, Marco Palladini, Viviana Raciti, Stefania Rimini, Andrea Scappa, don Cosimo Scordato, Carlo Serafini, Valentina Valentini) e  di artisti di teatro (Antonella Di Salvo, Melino Imparato, Carlo Quartucci, Stefano Randisi, Carla Tatò, Enzo Vetrano), indagano la dimensione orale, raccontano le figure femminili, i tonti che popolano il suo mondo, le tenebre e la luce in cui sono immersi. Insieme alle analisi e alle discussioni che ne scaturiranno, si inseriscono proiezioni e ascolti di Franco Scaldati e di Mimmo Cuticchio, entrambi sulla figura di Lucio, di Edoardo De Filippo, Roberto Latini e Melino Imparato su tre diverse versioni linguistiche de La Tempesta shakespeariana. Di Federico Tiezzi si proietta il finale de I Giganti della Montagna di Pirandello riscritto su sua richiesta da Scaldati, Enzo Vetrano e Stefano Randisi danno vita alla coppia di Totò e Vicé erranti nelle vie di Palermo in un recentissimo film di Marco Battaglia e Umberto De Paola. L’ipotesi che sottende la composizione delle due giornate di studi è quella di far circolare la produzione di questo scrittore insulare, soave e violento, nella trama dei testi per il teatro degli scrittori italiani ed europei del Novecento, cosa che fino a oggi non è avvenuta.

 

 

PROGRAMMA:

29 novembre | ore 14:30
Biblioteca nazionale centrale di Roma (via Casto Pretorio, 105)
Saluti dal direttore Andrea De Pasquale
Presiede: Valentina Valentini

30 novembre | ore 9:30
Biblioteca nazionale centrale di Roma (via Casto Pretorio, 105)
Presiede: Donatella Orecchia (Università di Roma Tor Vergata)

30 novembre | ore 14:30
Biblioteca nazionale centrale di Roma (via Casto Pretorio, 105)
Presiede: Vito di Bernardi (Sapienza, Università di Roma)

Notturno Scaldati | ore 21:00 
Teatro Argentina (Largo di Torre Argentina, 52)
ingresso libero

coordinamento di Antonio Calbi e Roberto Giambrone
letture e intermezzi coreografici di Aldes, Marco Cavalcoli, Elio De Capitani, Marion D’Amburgo, Antonella Di Salvo, Melino Imparato, Roberto Latini, Saverio La Ruina, Luigi Lo Cascio, Opera, Carlo Quartucci, Stefano Randisi, Carla Tatò, Enzo Vetrano

È possibile parlare la lingua di Scaldati? È possibile comprenderla? In effetti è come se fosse una lingua straniera, anche per chi è nato a Palermo trenta/quaranta anni fa. L’attore Scaldati comunicava con la sua voce, con il ritmo dei suoi gesti e con i movimenti del suo corpo a platee che non conoscevano il teatro né comprendevano la sua lingua. Cosa succede, ci chiediamo, quando un suo testo viene restituito da un attore che non conosce la sua lingua, destinata a diventare come un geroglifico quando non ci saranno più quei pochi attori che la parlano e la comprendono? L’esperimento messo in opera con Notturno Scaldati è quello di testare come si manifesta il mondo-teatro scaldatiano attraverso figure di attori e attrici differenti per generazione, per pratiche vocali, linguistiche, sonore e performative, per esperienza diretta di lavoro con Scaldati o completa ignoranza del suo mondo. Ovvero verificare se e come sia possibile far vivere il teatro di Scaldati senza Scaldati, sulla scena, sulla pagina e per radio.

Progetto di Valentina Valentini con la collaborazione di Viviana Raciti

Con il sostegno di: Sapienza Università di Roma, Università di Roma Tor Vergata, Teatro di Roma, Biblioteca nazionale centrale di Roma (MIBACT), Associazione Ubu per Franco Quadri, Dipartimento Cultura Roma Capitale, Rai Radio3, Move in Sicily, Associazione Lumpen e ILa Palma, PAV, Sciami.com

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#AnticipAzione: Giacominazza in scena al Cometa Off – Intervista a Luana Rondinelli

Il 27 e il 28 ottobre alle ore 21 e il 29 alle ore 18, al Cometa Off di Roma, andrà in scena Giacominazza, una drammaturgia di Luana Rondinelli. Giacominazza nasce nel 2013 come corto teatrale e debutta al Festival di corti teatrali “Teatri Riflessi” vincendo come miglior drammaturgia originale e menzione della stampa come miglior attrice. Intervistiamo Luana Rondinelli, attrice insieme a Giovanna Mangiù e regista dello spettacolo al cui centro vi sono le vite di due donne Mariannina, la cartomante, e Giacomina, fiera ragazzina che vuole rompere gli schemi, accomunate dalla volontà di combattere contro gli inutili pregiudizi della gente.

In un paesino della Sicilia che assomiglia incredibilmente a qualsiasi parte del mondo racconti le storie di Mariannina e Giacomina legate dal desiderio di rivendicare le proprie identità: quali sono le ragioni che ti hanno spinto a narrare questa storia?

Giacominazza è un mio personale grido di Libertà, ciò che mi ha spinto a narrare questa storia è la voglia di scuotere chi pur di piacere e di farsi accettare dagli altri cerca di omologarsi reprimendo il proprio essere. “Essere uguali agli altri? Ma uguali a chi?” dice sul finale Giacomina, la “diversità” è un valore aggiunto dell’individuo, “ma tu t’immagini un mondo di gente tutta uguale?” sottolinea Mariannina la cartomante riferendosi al piattume di un creato che non troverebbe bellezza se non nella complessità di ogni persona.
Giacomina non è uguale agli altri e non vuole esserlo, in un paesino che assomiglia a qualsiasi parte del mondo dove “ la gente ti punta il dito da un braccio attaccato ad un corpo che si nasconde”, dove il chiacchiericcio maligno ti perseguita senza nessun motivo preciso. Io quel chiacchiriccio l’ho sentito e l’ho messo su carta raccontando una storia che parla di donne che non devono arrendersi e non devono subire in un mondo in cui ad “essere femmina ci si rimette sempre.” Uno scontro/ incontro fra due donne, due modi opposti di affrontare la vita Giacomina e Mariannina legate dalla stessa ribellione interiore, un duello di parole che rende le mie protagoniste vere, in una scena dove entrambe sono lo specchio riflesso dell’altra, sullo sfondo un incontro d’amore che rompe i piani di Giacomina pronta a scappare per essere se stessa, un amore “diverso” che sconquassa e fa prendere coscienza del sé.
Ciò che voglio regalare al pubblico è un motivo in più per crederci, per amare, per non dubitare mai di se stessi, per esserci…senza maschere.

Come si è sviluppato il lavoro nel corso del tempo ?

Giacominazza è stato un percorso drammaturgico turbolento, la “figlia ribelle” come amo definirla.
Ho iniziato a scrivere Giacominazza nel 2013 in un percorso di vita e artistico pieno di alti e bassi che hanno portato alla costruzione di un testo in continuo fermento emotivo.
Nel giugno dello stesso anno partecipiamo, con la mia compagnia Accura Teatro, al Festival di Corti Teatrali Teatri Riflessi di Catania, Giacominazza esplode, vince miglior scrittura originale e la menzione della stampa come miglior attrice, inizia un lavoro sul testo più accurato. Il debutto come primo studio al teatro Tor Bella Monaca, inserito nella rassegna “Ma che cos’è questa drammaturgia contemporanea” dà vigore allo spettacolo e mi permette di crederci ancora di più, un percorso che fino ad oggi cresce e matura rendendo il lavoro sempre più piacevole ed interessante.
Giacominazza è un regalo che inconsciamente mi sono fatta, un riflesso emotivo in cui mi piace rispecchiarmi e che mi emoziona… e forse oggi riesco a guardarla negli occhi questa figlia ribelle.

In che modo hai utilizzato la carica espressiva del dialetto siciliano e su quali aspetti hai lavorato per renderlo scenicamente più efficace?

Giacominazza è un turbinio di emozioni, un gioco di parole che ammalia, i ritmi dettati dal siciliano rendono tutto più musicale. Il personaggio di Mariannina è l’espressione più concentrata del lavoro sul dialetto, la passionalità che sprigiona ogni sua battuta coinvolge, seduce e rende la cartomante una vera e propria maga di parole. Giacominazza è stata definita un piccolo gioiello di Sicilianità, un “cunto” che vuole arrivare dritto al cuore. Scenicamente io e l’attrice Giovanna Mangiù (Giacominazza) abbiamo lavorato sui gesti, sulla mimica, sulla forza emotiva in un connubio efficace tra ironia e intensità interpretativa vera e necessaria come è stata la scrittura in dialetto. E la mia terra parla al cuore di tutti.

Sia in Taddrarite sia in A Testa sutta così come in Giacominazza poni molta attenzione verso importanti tematiche sociali quali la violenza e l’emarginazione: possiamo definire il tuo un teatro di denuncia?

Sicuramente è un teatro che vuole farsi ascoltare, che non vuole passare inosservato, che getta un seme nella coscienza. Un teatro che vuole attenzionare alle tematiche sociali ma lo fa in punta di piedi, con ironia senza strafare e con quella verità di cui il pubblico oggi ha bisogno, per crederci veramente.

Giacominazza
di Luana Rondinelli

In scena: Luana Rondinelli, Giovanna Mangiù
Regia: Luana Rondinelli
Aiuto regia: Silvia Bello
Musiche originali: Adriano Dragotta
Luci: Amedeo Abate
Produttore esecutivo: Cynthia Storari
Una produzione SYCAMORE T COMPANY E ACCURATEATRO

Teatro La Cometa Off
Via Luca della Robbia, 47

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Intervista a Pier Lorenzo Pisano, vincitore del Premio Riccione “Pier Vittorio Tondelli”

Intervistiamo il drammaturgo Pier Lorenzo Pisano: nato a Napoli, studia a Venezia, laureandosi in Conservazione dei Beni Culturali. Intraprende un percorso attoriale specializzandosi presso la Guildhall School Of Music and Drama (Londra). Comincia a lavorare come attore e assistente alla regia per cinema e teatro, e come montatore in vari progetti tra cui il documentario Torn – Strappati, vincitore di un Nastro d’Argento e presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Completa la sua formazione diplomandosi come regista cinematografico presso il Centro Sperimentale di Roma (scuola nazionale di cinema). Il suo cortometraggio di esordio Così in terra, è stato selezionato in concorso al Festival di Cannes 2018. Parallelamente si dedica alla scrittura ottenendo riscontri nei maggiori premi italiani di drammaturgia e sceneggiatura, tra cui il Premio Hystrio 2016 con Fratelli, il Premio Riccione-Tondelli nel 2017 con Per il tuo bene e il Premio Solinas 2018.

Per il tuo bene ha debuttato in Italia a gennaio presso il teatro delle Passioni di Modena e presso l’Arena del sole di Bologna con la regia dell’autore. È stato rappresentato, in traduzione francese, presso il Théâtre Ouvert (Parigi). La versione francese è stata inoltre presentata in apertura del Festival di Avignone 2018, nel programma “Forum des Nouvelles Écritures Dramatiques Européennes”.

Qual è stato il primo incontro con il teatro?

Da piccolo non stavo mai fermo, i miei mi spedivano ai corsi di teatro per stancarmi. Ricordo la prima volta che sono stato dietro le quinte: ho scoperto tutto quel mondo nascosto, enorme e polveroso che sono i camerini, i corridoi…un labirinto da esplorare. Più che per il corso in sé, andavo lì per il fascino di quel posto. Ho fatto anche qualche laboratorio al liceo, cose ignobili, ma molto divertenti. L’incontro con il vero teatro però è stato a Venezia. C’è questo teatrino minuscolo, l’Avogaria, che da fuori non sembra nemmeno un teatro; è un palazzo normale con una piccola porta che dà su un campo. Poi quando entri scopri un palco con file di sedie, tutto in miniatura. Ho iniziato lì, come attore.
L’incontro con la drammaturgia è stato successivo. Ho sempre scritto molto, anche se non per il teatro. La prima volta forse avevo buttato giù un piccolo testo per un bando, non ricordo bene, e poi ho continuato. Sceglievo dei bandi e scrivevo. Non inviavo i testi; mi servivo delle scadenze per portare a termine la scrittura, come una sorta di allenamento.

Quali sono state le esperienze più proficue e importanti per la tua formazione di attore?

L’esperienza attoriale più significativa l’ho avuta a Firenze. Ho seguito un seminario di un mese con Anatolij Vasiliev, sperimentando il suo metodo degli étude. Semplificando tantissimo: si lavora sulle situazioni emotive e sulle strutture di potere, sostituendo le immagini del testo con immagini personali. Il risultato è che quando provi la scena rivivi davvero il percorso del personaggio, ed ogni volta che la ripeti, succede di nuovo. Non c’è recitazione. Alla fine, quando ritorni al testo vero e proprio, la scena funziona perchè ormai la dinamica si è sedimentata.

Per quanto riguarda l’ambito drammaturgico ?

Ho un bellissimo ricordo dell’incontro con Michele Santeramo, a San Miniato. Ha un metodo creativo molto personale, ed è generoso. Ti dice: io faccio così, tu prendi quello che vuoi. Ricordo una frase che sintetizza molte cose, forse è sua o è rubata a sua volta: “Tutte le battute sono Scusa o Vaffanculo. Il resto è chiacchiericcio”. Ho scritto un dialogo di Fratelli che prende questo suggerimento alla lettera. Anche l’incontro con Mark Ravenhill è stato importante, perché mi ha spostato il fuoco ancora di più sulla famiglia, che era il tema di cui lui si interessava in quel periodo. C’è stato uno scambio molto forte con gli altri ragazzi del laboratorio, che venivano da ogni parte del mondo. Ogni famiglia ha delle regole diverse, eppure si dà per scontato che le proprie regole valgano per tutti. Ma una famiglia di Taiwan non funziona come una famiglia napoletana, anche se saltano fuori punti di contatto incredibili.

Perché hai scelto la famiglia come tema d’indagine sia in “Fratelli” sia in “Per il tuo bene”?

Mi ha sempre affascinato. Ogni grande narrazione è una storia di famiglia. Prendi tutta la mitologia greca, egiziana, indiana…Anche il cristianesimo: la storia di un figlio e di un padre lontano. Persino Star Wars non è nient’altro che questo: tre generazioni, di padre in figlio. È qualcosa da cui siamo irresistibilmente attratti. Ti racconto questa cosa: tempo fa ho avuto una discussione con mio padre e abbiamo litigato. Sul momento non mi era importato molto, ma quando sono tornato a casa mi sono accorto che mi tremavano le mani. È questa la forza della famiglia. Sono rapporti che ti spostano, che hanno un potere enorme su di te, che tu lo voglia o meno.

In questo senso come si pone la tua esperienza di vita rispetto all’ideazione drammaturgica di “Fratelli” e “Per il tuo bene” ?

Quando scrivo, scrivo di cose che mi bruciano. Butto giù la prima stesura in pochissimo tempo, come un flusso, perché sono temi, contesti e personaggi che mi toccano molto. Non è una scrittura autobiografica, non c’è la mia vita dentro, in nessuno dei testi ci sono cose che mi sono successe davvero. Ma sono dinamiche che conosco. E c’è sicuramente il mio punto di vista. Poi, comunque, rileggendomi capisco molte cose su di me. Capisco perché i personaggi dicono certe cose. Il testo mi fa un po’ da specchio.

Quale sono le affinità e quali le divergenze fra questi che possiamo considerare finora i tuoi testi più importanti?

Diciamo così: Fratelli è un testo drammatico e un tentativo di capire come sopravvivere al dolore – se si può. Per il tuo bene è un testo drammatico e un tentativo di capire come sopravvivere alla famiglia – se si può uscirne. Sono due angolazioni diverse, a partire dal tipo di scrittura. Fratelli si costituisce quasi interamente di monologhi, flussi di coscienza molto dilatati. Ogni monologo ha moltissime immagini con le quali i personaggi costruiscono il mondo della storia. Per il tuo bene è più tradizionale, ci sono luoghi definiti e la scrittura alterna i dialoghi a un tipo particolare di monologhi brevi, quasi delle dichiarazioni.
Poi, in Fratelli c’è un tempo diverso: il racconto si riavvolge all’indietro attraverso salti temporali, con un meccanismo di disvelamento sia della trama sia emotivo, anche se il flusso resta nel complesso abbastanza chiaro. E c’è un tipo di rapporto tra i fratelli molto stretto, in un certo senso involuto, post-apocalittico: sono chiusi nel loro microcosmo, e sentono il peso infinito di un’assenza.
In Per il tuo bene il tempo è lineare, ci sono più personaggi, e c’è un discorso che oltre a parlare di famiglia, approfondisce come la famiglia vede gli estranei e come ci si rapporta. Fratelli è più specifico; Per il tuo bene è più esaustivo. Fratelli è già esploso. Per il tuo bene è in punta di piedi, è tutto in bilico, potrebbe succedere qualunque cosa da un momento all’altro, ma non ancora.

Oltre a scrivere di teatro, ti occupi anche di cinema: come cambia il tuo modus operandi quando scrivi una sceneggiatura?

Banalmente, la differenza più grande è che la sceneggiatura racconta per immagini, mentre il teatro è scrittura di scena pura, con le dovute eccezioni. Poi, la sceneggiatura non è un prodotto finito, è uno strumento di lavoro concreto, che per questo richiede un’impaginazione molto precisa, ad esempio per effettuare lo spoglio. C’è anche una questione culturale: il testo teatrale può diventare qualcosa di sacro e intoccabile, e sono tutti gli altri a doverci girare intorno. La sceneggiatura invece continua a cambiare -per le mani del regista cinematografico o degli attori stessi- fino al giorno in cui non si gira la scena. Il vantaggio di scrivere per entrambi i media è che puoi provare ad unire il meglio dei due mondi. La forte scrittura di scena del teatro, dialoghi in cui anche se non si dice nulla emergono i rapporti e il conflitto, e il rigore descrittivo della sceneggiatura, che ti impedisce di essere troppo didascalico. Scrivere una bella sceneggiatura, comunque, in quanto testo da lavoro, non è sempre indicativo del risultato finale, richiede un regista bravo. Invece, nel caso della trasposizione cinematografica di un testo teatrale, ci sono mille esempi positivi: mi vengono in mente Killer Joe, o Carnage. Se la regia è buona, il testo fa un ulteriore salto, altrimenti mantiene comunque la sua efficace scrittura di scena.

Quali sono le sensazioni dopo aver ricevuto un premio prestigioso come il Premio Tondelli? Che ricordi hai della serata di premiazione e dell’incontro con alcuni fra i più importanti nomi del teatro italiano contemporaneo?

Pensare di essere nella stessa, ristretta lista, con gli altri autori che hanno ricevuto questo premio è incredibile. Sul palco Fausto Paravidino ed Emma Dante hanno letto l’inizio del testo. Dopo ho avuto occasione di parlare e confrontarmi con i giurati, tutte persone che stimo molto e di cui seguo il lavoro nei vari ambiti. È stato emozionante, e un bellissimo regalo.

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