Simone Bruscia

Riccione Teatro e il TTV Festival. Intervista al direttore artistico Simone Bruscia

La storia  di Riccione è un’ascesa luminosa tra il buio delle due guerre verso un futuro radioso che attraversa il secolo breve arrivando fino ai nostri giorni. Un folle volo alimentato dalla volontà di un popolo operoso che, grazie all’amore per il mare e i suoi arenili, ha reso Riccione immortale: uno spettacolo di colori e suoni che si rinnova col passare delle stagioni.

Riccione TTV

Non solo di spiagge affollate da turisti e di passerelle mondane dei grandi personaggi dello spettacolo, la città romagnola si è nutrita. La cultura e l’arte teatrale, infatti, dal 1947 hanno trovato una casa nella sede di Riccione Teatro, associazione che indice il più importante e longevo premio italiano di drammaturgia, oltre al Premio Tondelli, istituito successivamente e dedicato all’autorialità under 30. Inoltre, nel 1985, sotto l’egida di Franco Quadri, Riccione Teatro ha ideato anche il TTV Festival, dal 2000 divenuto appuntamento biennale: una rassegna internazionale di eventi multidisciplinari con approfondimenti trasversali su spettacolo dal vivo, televisione, cinema, performing arts e arti visive.

Giunto oggi alla sua 25esima edizione, il TTV Festival, che verrà inaugurato il 12 settembre, rappresenta un tentativo di tornare a domandarsi insieme «Come vi immaginate l’amore?», interrogativo che dà il titolo a quest’edizione e che non vuole solo rappresentare un omaggio a Pina Bausch, ma un chiaro manifesto poetico, un antidoto per combattere la paura di una pandemia che ha gettato smarrimento su una comunità intera. Un’edizione che, in continuità con il proprio retaggio, pone al centro l’innovazione e la multidisciplinarietà, grazie a una riflessione sui linguaggi del contemporaneo, a partire dall’ibridazione di nuove forme esperienziali tra l’opera d’arte e i suoi destinatari, anche in relazione alla rivoluzione digitale.

Il Riccione TTV Festival di quest’anno sarà un’edizione diffusa con numerosi ospiti tra cui Elio Germano, Alessandro Sciarroni, Deflorian/Tagliarini, Fausto Paravidino, Lucia Calamaro e Isabella Ragonese ed eventi straordinari come l’importante focus dedicato a Pina Bausch, con Julie Shanahan, dal 1988 al Tanztheater Wuppertal, che eseguirà, in esclusiva per l’Italia, assoli tratti dal repertorio originale di Pina Bausch e Marigia Maggipinto, ex danzatrice del Tanztheater, chiamata a ricreare sulle spiagge di Riccione, il passaggio più noto delle opere di Pina, la linea primavera, estate, autunno, inverno dallo spettacolo Nelken.

Artefice e motore propulsore di Riccione Teatro è Simone Bruscia, direttore artistico dell’associazione, per cui ha curato negli ultimi dieci anni le edizioni del Riccione TTV Festival e del Premio Riccione per il Teatro. La capacità visionaria di Bruscia ha permesso in questi anni di amplificare la risonanza dei nuovi talenti della drammaturgia italiana, riuscendo altresì a immaginare nuove modalità di produzione e di programmazione presso lo Spazio Tondelli di Riccione.

I risultati di una nuova sensibilità culturale verso i processi artistici e la contaminazione tra i generi non sono passati inosservati, permettendo a Riccione Teatro di guadagnare ulteriore consenso da parte di pubblico e operatori tanto da ottenere alcuni riconoscimenti, tra cui il Premio Ubu nel 2019. Con Simone Bruscia, raggiunto telefonicamente per un’intervista, esploriamo gli orizzonti di Riccione Teatro e della 25esima edizione del TTV Festival.

Simone Bruscia – Ph Daniele Casalboni
In continuità col proprio percorso, questa 25ª edizione del TTV Festival tenterà di connettere in un unico dispositivo fotografia, teatro, danza, video e drammaturgia. In che modo la direzione artistica ha tentato di far dialogare i diversi frammenti di un’opera polifonica qual è l’arte attraverso multidisciplinarietà e innovazione?

Essendo il TTV un progetto biennale si alterna, nell’attività di Riccione Teatro – insignito del Premio Ubu 2019 – che è il soggetto promotore, al Premio Riccione di drammaturgia. Il TTV è nato nel 1985 da un’idea di Franco Quadri per indagare la relazione che intercorre tra le arti sceniche e il video. Il TTV è infatti acronimo di “teatro, televisione, video”. Con le rivoluzioni tecnologiche, il progresso delle arti sceniche e del video, il TTV, che in origine era anche un premio rivolto a film-maker, si è trasformato in un festival che dirigo dal 2010.

Dalla prima edizione che ho curato ho deciso di dargli una vocazione di festival, dedicato non solo al video, ma all’immagine in rapporto con le arti sceniche e visive. L’interazione delle arti nel segno della multidisciplinarietà ha rappresentato da sempre uno degli indirizzi di ricerca del progetto. Questo corto circuito tra i diversi linguaggi innesca la programmazione del TTV che, scaturendo dal Premio Riccione, presuppone sempre una forte riflessione legata alla drammaturgia, alla scrittura, alla partitura, alla coreografia.

L’innovazione è un’altra parola chiave perché il Premio Riccione è un riconoscimento maieutico, fa sbocciare testi nuovi e mette a fuoco la sperimentazione dei linguaggi. Questa 25ª edizione del TTV è nata, proprio per la cadenza biennale dell’evento, prima del lockdown, ed è stata pensata per il mese di settembre, un periodo particolare per il territorio che questo festival abita: la Riviera Romagnola ha una sua chiara vocazione legata al turismo e quest’anno, a maggior ragione, ci siamo confrontati sul tema e abbiamo deciso di festeggiare la fine di una stagione così particolare e per certi versi straordinaria con una manifestazione culturale di respiro internazionale.

Con la Pina Bausch Foundation faremo un esperimento di comunità, Join! The Nelken Line Project, che racconta il susseguirsi delle stagioni, derivante dallo storico spettacolo della Bausch e trasformato in una sorta di sfilata. In moltissime parti del mondo, insieme alle danzatrici storiche di Pina, viene chiamato a raccolta il pubblico di un certo territorio e insieme si celebra questo inno alla vita. Insieme a Lorenzo Conti, giovane curatore della sezione danza del TTV, abbiamo pensato di organizzare la Nelken Line a Riccione, partendo dalla spiaggia di Viale Ceccarini con Marigia Maggipinto, che ha lavorato a lungo con Pina Bausch, e che guiderà un workshop introduttivo alla performance insegnando ai partecipanti la partitura coreografica, fatta di semplicissimi gesti, facilmente ripetibili. La camminata danzante si svolgerà sulla battigia e sarà accompagnata dal respiro del mare e avvolta dalla musica di Louis Armstrong che verrà trasmessa dalla Publiphono, grandi altoparlanti disseminati sulla spiaggia che da oltre cinquant’anni sono la voce estiva in filodiffusione della Riviera.

In questo TTV la spiaggia sarà di fatto il nostro teatro, la nostra arena che verrà inaugurata il 18 settembre da Alessandro Sciarroni, al tramonto, con lo spettacolo Don’t be frightened of turning the page. L’indomani, il 19 settembre, sempre sulla spiaggia, Julie Shanahan del Tanztheater Wuppertal, in esclusiva per il Riccione TTV Festival, eseguirà due assoli in un’unica serata. Il primo è un estratto di Agua, spettacolo firmato da Pina Bausch nel 2001 e nato da un lungo soggiorno-residenza del Tanztheater in Brasile.

Il secondo viene montato appositamente per Riccione dalla stessa Julie, che per farlo ha tratto ispirazione dal titolo che quest’anno si è dato il festival: “Come vi immaginate l’amore?”. Si tratta di una delle moltissime domande che Bausch poneva ai suoi danzatori per provocarne le “improvvisazioni” dalle quali, di volta in volta, germogliavano i suoi capolavori di teatrodanza. È una domanda bellissima che abbiamo deciso di rivolgere anche a noi che abbiamo concepito il progetto e agli artisti ospiti del festival.

Il 2020 segna anche il compimento dei dieci anni di ricerca avviati da Riccione Teatro su Pina Bausch. Il TTV sarà teatro di una grande mostra fotografica dal titolo Liebe Pina, che inaugureremo il 19 settembre a Villa Mussolini, con Julie Shanahan e Leonetta Bentivoglio, in cui “metteremo in scena” immagini degli spettacoli del Tanztheater e fotografie inedite di Pina scattate da Ninni Romeo. L’omaggio a Pina si conclude con Deflorian/Tagliarini che verranno a proporre il loro omaggio a Café Müller. Lo scorso anno, Deflorian/Tagliarini sono stati insigniti, a Riccione, del Premio all’innovazione drammaturgica. In occasione di questo riconoscimento, i due artisti terranno una lectio magistralis.

Come vi immaginate l’amore? è il titolo di questa 25ª edizione: una domanda poetica a cui dare una risposta attraverso l’arte. Come immagini tu l’amore?

Lo immagino nel modo in cui ho immaginato questo festival, cercando di metterci dentro un portato di vissuto che mi riguarda da vicino e che concerne l’amore per la ricerca sulle arti performative e sui linguaggi, accompagnando non solo l’aspetto professionale della mia esistenza, ma anche la mia vita. Una mia grande “ossessione” è quella di far vivere progetti culturali così ambiziosi in un luogo come Riccione, un posto magico, il posto in cui ho scelto di vivere.

È straordinario che in un luogo come questo si riesca a portare avanti, dal 1947, un progetto virtuoso come il Premio di drammaturgia che non solo resiste, ma che si è trasformato nel tempo come si è trasformata Riccione. “Come mi immagino l’amore” è anche il coinvolgimento attivo nei processi culturali di tante anime e realtà di questo territorio. Mi piace rivolgermi, anche in festival così specifici sul piano dei contenuti, a un pubblico eterogeneo che partecipa in maniera importante, proprio perché coinvolto, scoprendo la progettualità culturale.

Anche quest’anno verrà dato grande spazio alla riflessione sulle arti performative attraverso incontri e dibattiti con critici e ricercatori. Ne è un esempio il convegno Il teatro che racconta. Dedica a Fausto Paravidino, dove il drammaturgo genovese racconterà la sua idea di teatro in un incontro che riunisce collaboratori storici e critici, coordinato da Graziano Graziani e Rossella Menna. Che valore ha per Riccione Teatro e per il TTV questo tentativo di tessere un dialogo tra la storiografia, la scena contemporanea e gli spettatori?

Mi interessa e trovo fondante il tema della ricerca portato in un dialogo aperto con un pubblico ampio. Credo sia un atto doveroso e ho sempre cercato di farlo creando dei contesti che contemplassero anche la fruizione libera e la tranquillità di chi partecipa in veste di relatore. In questo caso è un convegno che mette a corto circuito la storia anche recente del Premio, un omaggio a Fausto Paravidino che ha creato un nuovo canone di scrittura per il teatro, ha innescato un nuovo immaginario, una generazione di autori di cui è diventato un simbolo.

È stato il più giovane presidente del Premio Riccione e con la sua presidenza abbiamo voluto dare un segnale forte. Questo convegno è stato inserito nell’ultimo week-end del festival, quello più prettamente teatrale, il 26 e il 27 settembre a Santarcangelo di Romagna debutterà uno spettacolo che Lucia Calamaro ha scritto per Isabella Ragonese che è anche una componente della giuria del Premio Riccione.

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Deflorian/Tagliarini

Deflorian/Tagliarini, ritratto d’artista alla Triennale Milano Teatro. Intervista a Daria Deflorian

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Deflorian_Tagliarini

Ritornare al passato per orientarsi nel presente è il filo rosso che Triennale Milano Teatro propone per la stagione 2019/2020, in cui la multidisciplinarità artistica apre visioni e sguardi obliqui sulla scena contemporanea. La programmazione, costellata da classici senza tempo, rivisitati e rivitalizzati da uno sguardo nuovo, e da spettacoli contemporanei divenuti ormai classici, vede in scena, tra gli altri: il duo Deflorian/Tagliarini, ai quali il Teatro dedica un ritratto d’artista, proponendo tre spettacoli della compagnia: Rewind (8-9 ottobre 2019), Reality (10-11 ottobre), Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni (12-13 ottobre). Per l’occasione abbiamo intervistato Daria Deflorian.

Rewind è un omaggio a Café müllerQuasi niente prende spunto da Deserto rossoRealityparte da un reportage di Mariusz Szczygiel, Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazionidalle pagine iniziali del romanzo L’esattore di Petros Markaris: perché sentite il bisogno di partire da opere esistenti? 

La prima volta è stato un caso. Volevamo dedicare qualcosa a una nostra maestra comune, Pina Bausch e avendo a casa la registrazione video di Cafè Mülller abbiamo cominciato a guardarlo insieme e questa gesto è diventata la base del lavoro. Ma in realtà sia io che Antonio venivamo già – individualmente – da dei lavori che erano sempre dedicati o a partire da qualcos’altro. Debiti alla letteratura, al teatro stesso, ad artisti. Certo erano lavori più frammentari, non avevamo trovato ancora una nostra lingua. Ma ad entrambi non era mai successo nemmeno prima di partire da un testo teatrale compiuto. Nello stesso tempo non siamo nemmeno quel tipo di autore che sa immaginare un mondo e lo scrive, quel tipo di autore che inventa dei personaggi, una trama. Veniamo entrambi dalla performance, dove il reenactment è una pratica diffusa. 

C’è un filo conduttore che le lega? 

Siamo attratti da figure più spesso femminili, comunque fragili, a volte decisamente marginali, indubbiamente gente comune, che non ha nulla di eroico e a cui non è successo nulla di glorioso, ma nemmeno di troppo tragico.

Che rapporto avete con le opere d’arte contemporanee e del passato?

Siamo entrambi appassionati di arte contemporanea, sicuramente il ‘900 è il nostro secolo, e ogni volta c’è almeno un artista le cui opere ci sembra parlino di quello che stiamo progettando. Il rapporto è sempre di estrema libertà, l’influenza poi non è così leggibile nei lavori, ma sono sempre punti di partenza molto importanti.

Nel 2014 avete pubblicato Rewindrzeczy/cose e Reality e Ce ne andiamo per non darvi altre preoccupazioni nella Trilogia dell’invisibile per Titivillus, nel 2017 Il cielo non è un fondale per Cue Press, nel 2019 Quasi niente per Luca Sossella Editore. Come affidate la studiata e apparente provvisorietà dei vostri spettacoli alla permanenza del testo edito?

È stato grazie a Ce ne andiamo per mandarvi altre preoccupazioni, terzo lavoro (che non a caso ci ha fatto vincere il premio Ubu come miglior nuova drammaturgia nel 2014) che, nonostante la nostra timidezza nel considerarci autori, abbiamo cominciato a guardare a quello che avevamo scritto fino a quel momento come a una traccia significativa dello spettacolo. Come sempre non è una traccia esauriente, ma questo vale per tutti i testi teatrali o quasi. Ma nemmeno la ripresa video di uno spettacolo rispetta la verità della scena. Nè i totali tristi e noiosi, nè i video dal montaggio sincopato che rincorrono il cinema. Alla fine il libro rimane l’oggetto più bello, a nostro parere.

E qual è per voi oggi la funzione della drammaturgia?

È una parola molto ampia. Ognuno oggi la usa in modo diverso. Volendo essere semplici (rispetto ad una questione che semplice non è) potremmo dire che la drammaturgia è una colla. Tu hai tanti materiali diversi, eterogenei, che di fatto tali rimangono, ma che grazie alla colla, alla drammaturgia, vengono poi percepiti e di fatto sono un oggetto unico, diventano qualcosa che non sarebbe esistito senza quell’opera compositiva. Oppure potremmo dire che la drammaturgia è una visione che permette di re-immaginare tutti i materiali che hai accumulato durante i mesi di prova. Finché non arriva quella visione non riesci a capire cosa buttare, cosa tenere, cosa mettere prima, cosa mettere dopo.

Ne La società della stanchezza Byung-Chul Han scrive: «In quanto società dell’azione, la società della prestazione si evolve lentamente in una società del doping (…). L’eccessivo aumento delle prestazioni porta all’infarto dell’anima». Credete che questa dinamica riguardi anche, in un certo senso, i meccanismi di produzione del teatro contemporaneo?

Assolutamente sì. Ne parliamo spesso, ne siamo inevitabilmente vittime. Viviamo dentro questa società. Cerchiamo di proteggerci grazie al repertorio, portiamo in giro tutti i nostri spettacoli contemporaneamente, senza rincorrere una novità all’anno. Abbiamo la fortuna di lavorare anche all’estero: a ottobre porteremo Reality a Cracovia, come diciamo noi portiamo Janina Turek, la protagonista polacca del lavoro, a casa. Eravamo lì a provarlo nel 2010. A novembre portiamo Il cielo non è un fondale a Madrid, dopo averlo fatto a Lisbona la scorsa stagione. E così via. Altra protezione è cercare di allungare il più possibile il tempo di preparazione di un lavoro. È fondamentale dimenticarsi per il più a lungo possibile che stai preparando un prodotto, qualcosa che va venduto. Certo, nessuna protezione è sufficiente. Viviamo tutti dentro un vasto, assoluto mercato. 

In un’intervista rilasciata ad Anna Bandettini dichiarate che Quasi niente non intende esprimere nichilismo, ma «una sia pur piccola resistenza attiva di chi è preoccupato dei fili che si sono spezzati e di un mondo che ci vuole più soli, cinici ed egoisti». Quale processo vorreste innescare nel pubblico che viene a vedervi?

Qualunque risposta rischia di essere retorica. Ma rischiando allora la retorica fino in fondo diciamo che ci piacerebbe cambiare la vita delle persone che vengono a teatro. Ci sono spettacoli che hanno cambiato la nostra, quindi questa cosa è possibile. Lo sappiamo. Sono cose che riguardano l’individuo e non il pubblico nel suo insieme. E certo non c’è nessuna ricetta che ti garantisca di riuscirci, però è chiaro che quello è il desiderio.

A febbraio 2020 per il Festival Vie di Modena debutterà il vostro nuovo progetto, Chi ha ucciso mio padre, basato sul libro di Edouard Louis. Cosa, di questo testo, vi ha colpito e sotto quali aspetti il lavoro che ne è scaturito vi sembra diverso rispetto ai vostri spettacoli precedenti? 

Il racconto teatrale di Edouard Louis (pubblicato in Italia da Bompiani) è arrivato al momento giusto, dopo che Mark Fisher era entrato letteralmente in scena attraverso la lettura di un suo saggio (Buono a nulla) dentro Quasi niente. Ragionamento e racconto. Dimensione collettiva e storia personale. Edouard nonostante la giovane età è un maestro in questo. Inoltre in Quasi niente scrittura di scena e scrittura a tavolino si sono alternate più del solito. Siamo pronti a provare un testo “dato”. Siamo ancora in prova. Capiremo col tempo qual è lo spostamento. Partiamo da due grosse novità per noi: per la prima volta non saremo in scena io e Antonio e come dicevo, le parole saranno quelle di Edouard Louis. In scena ci starà Francesco Alberici, attore (ma anche regista e autore dei suoi lavori) che lavora con noi dal 2016. La storia è quella di un figlio che parla ad un padre che non è in grado di ascoltare. Una rabbiosa dichiarazione d’amore a un padre difficile, scontroso, violento. Il figlio che lo ha negato per anni riapre il dialogo e lo “riguarda”. Un’azione intima e storica allo stesso tempo. Toccante e urticante. Il debutto sarà a Modena al Festival Vie a fine febbraio. Ed Edouard sarà con noi. 

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