Digital bodies: il doppio virtuale all’insegna dell’etica post-umanistica

Digital bodies: il doppio virtuale all’insegna dell’etica post-umanistica

VirtualeReale, il percorso di analisi e ricerca sulle integrazioni di tecnologia, arte e nuove forme di narrazione, oggi vi porta a esplorare le nuove entusiasmanti prospettive dei Digital Bodies. Ma cosa sono questi corpi digitali?

All’interno dell’universo digitale, il corpo diventa qualcosa che non possiamo più toccare o sentire. Esso si distacca dalle nostre azioni, costringendoci a nuovi modi di associare, osservare e pensare alla sua relazione con lo spazio. Nonostante il corpo umano abbia dominato per secoli le visioni artistiche in ogni espressione, con l’emergere di nuovi strumenti digitali, arrivano nuovi modi di esplorare quale ruolo gioca il corpo negli ambienti sia fisici sia virtuali. I confini fluidi in cui ci alterniamo tra la nostra vita reale e quella virtuale implicano che la nostra comprensione del corpo sia distaccata e superata. Inspiriamo profondamente e gettiamoci in questo mondo misterioso e ancora tutto da costruire:


DANZA

Forse il cambiamento più vivido sta arrivando nell’arte più vicina al corpo umano: la danza. Se la danza è l’arte più incarnata, intimamente dipendente dallo stato del corpo… e ogni forma d’arte va verso il suo opposto, allora il futuro della danza deve essere trovato nella disincarnazione.

– Marcos Novak

L’acclamata compagnia di danza digitale britannica di Wayne McGregor, Random Dance Company, celebra la trasformazione corporea nel virtuale, esplorando la complementarietà tra i corpi dal vivo e virtuali in una memorabile trilogia multimediale ispirata agli elementi naturali: acqua (The Millenarium, 1998), fuoco (Sulphur 16, 1999) e terra/aria (Aeon, 2000). The Millenarium crea un ambiente futuristico di corpi digitali, uno spazio virtuale con straordinaria computer grafica per l’epoca, in un mondo simile a un acquario, dove il “dal vivo” presente incontra il “dal vivo” non presente in un dialogo vulcanico, mentre Sulphur 16 offre momenti ancor più straordinari e mozzafiato unendo danzatori live e proiettati. 

La performance si apre con una scintillante immagine gigante di una danzatrice proiettata su una fine tela di garza al centro del palco. Le luci gradualmente la illuminano per rivelare la sua controparte reale retrostante a centro palco. Due danzatori virtuali performano un duetto sensuale e fluido muovendosi all’interno e attraverso l’uno con l’altro. Mentre si spostano diventano interconnessi e sembra che avanzino uno nel corpo dell’altro. In una routine esuberante l’intera compagnia di danzatori viene raggiunta da loro doppi virtuali: il palco è riempito con danzatori reali e digitali, le immagini si dividono e si doppiano sulle varie superfici presenti in una sequenza al cardiopalma. Nonostante sia stata creata alla fine del 1999 è uno dei primi esempi di congiunzione sublime e mesmerica teatrale di performer live e virtuali all’interno di un palcoscenico. La ricerca della compagnia enfatizza come la tecnologia, stimolata attraverso ogni aspetto del palco, imprima la sua estetica futuristica sulla coreografia e sul design. Le coreografie rapide e inusuali di McGregor creano un vocabolario fisico “alieno” che mischia il personale, l’organico e la macchina. Egli lo descrive come un tentativo di “collocare il concetto del corpo, del tempo e dello spazio all’interno di nuove dimensioni” e “spingere i danzatori verso incredibili nuovi limiti di articolazione, esplorazione e dubbio nelle idee circa la tecnologia e il corpo umano”. Il coreografo approfondisce maggiormente questa idea in Nemesis (2002) dove i danzatori in tempo reale vestono ampie braccia prostetico-meccaniche propulsive. 

VIDEO: https://www.numeridanse.tv/videotheque-danse/chrysalis

VIRTUAL/MIXED REALITY

E lungi dallo svanire nell’immaterialità del nulla, il corpo sta complicando, replicando, sfuggendo alla sua orfanizzazione formale, gli organi organizzati che la modernità ha preso per normalità. Questa nuova malleabilità è ovunque: nei cambiamenti del transessualismo, nelle perforazioni di tatuaggi e piercing, nei segni indelebili di marchi e cicatrici, nell’emergere di reti neurali e virali, vita batterica, protesi, inserti neurali, un gran numero di matrici vaganti.

– Sadie Plant

In un famoso articolo del 1994, Creare uno spazio: esperienze di un corpo virtuale, una delle artiste britanniche più rinomate di danza e tecnologia, Susan Kozel, riflette a lungo sul corpo digitale e la telepresenza, a seguito della sua performance di quattro settimane nell’installazione di Paul Sermon dal nome Telematic Dreaming (1992). Lavorando per svariate ore al giorno in un periodo conciso di tempo, simultaneamente come corpo reale (nel proprio letto) e come corpo virtuale (la sua immagine proiettata poteva interagire con la presenza telematica degli altri), Kozel ha esplorato in profondità la relazione tra il proprio corpo carnale e la sua controparte virtuale. Videocamere, monitor e proiettori interconnessi collegavano due letti in camere separate utilizzando una videoconferenza ISDN. Ogni silhouette di persona appoggiatasi sul letto blu veniva separata dal proprio background, utilizzando ChromaKey e tecniche di Blue Screen, e veniva trasmessa e proiettata all’interno dell’altro letto, e l’immagine composita veniva mostrata all’interno dei monitor. I due corpi, uno reale e uno virtuale, quindi, si incontravano su entrambi i letti con l’integrazione di alcune immagini preregistrate ricche di colori e texture per creare un’atmosfera onirica e immaginifica. Kozel descrive un’iniziale stranezza di relazione attraverso le proprie azioni, come ad esempio muovendo braccia e corpo da sola nel letto, come se si trovasse all’interno di qualche rituale ipnotico di danza; contemporaneamente instaurando un’intensa e intima improvvisazione con altri corpi sconosciuti proiettati sul letto. La performer testimonia di sentire piccole scosse elettriche in risposta alle carezze virtuali, rendendo evidente l’impatto delle connessioni telematiche. L’esperienza del suo corpo diviso diventa come un rito di passaggio mitico mentre ripercorre i suoi ricordi di tenere esperienze sessuali che la eccitano o la fanno sentire colpevole, andando ad esplorare anche possibili incidenti di violenza e contaminazione: “Posso essere desensibilizzata dell’attrito di una relazione con le persone che amo davvero?”. 

La sua esplorazione si basa sulle nozioni di McLuhan così come sulla ricerca di Frederik Brooks nell’ambito della Intellingence Amplification, per sollecitare il corpo elettronico come amplificatore ed estensore del corpo carnale, al quale è estremamente connesso. Piuttosto che rendere il corpo materiale obsoleto, la telematica offre una una quarta dimensione che rende possibili cose che il corpo fisico non può fare, come mappare se stessi all’interno di qualcun altro, o sparire, e quindi sfidare le idee di che cosa due corpi possano o meno fare: possiamo passare attraverso l’altro e renderci infinitamente mutevoli, ma non cessando mai di appartenere ai nostri corpi.  La telepresenza è considerata un’esperienza Out-of-Body: ciò che intriga non è solo il cambio radicale della percezione umana, ma l’inevitabile ritorno del corpo a cui si appartiene. Questo movimento extracorporeo e la sensazione che lascia una volta che si è tornati in se stessi, è la dimensione politica che risiede nella Virtual Reality. 

VIDEO: Telematic Dreaming v 2

TEXTURING/MOTION CAPTURE 

Nel bestiario culturale, il corpo è polverizzato e divaricato, come una “dissolvenza”; un viaggiatore del tempo, dove dal punto di vista delle avanzate tecnologie cibernetiche del panorama mediatico, è sempre un grande fallimento nel disperato bisogno di protesi tecniche supplementari.

– Arthur Kroker

Il motion capture è una tecnica di animazione avanzata molto frequente e richiesta sia nelle grandi produzioni cinematografiche che in quelle videoludiche. Spesso viene utilizzata per agevolare il compito degli animatori di rendere in maniera iperrealistica i personaggi digitali. La tecnica del Motion Capture (MoCap), fortunatamente, sta diventando sempre più accessibile grazie a progetti di crowdfunding e startup anche nell’ambito dell’industria indipendente: un esempio tra tutti è la Smartsuit Pro di Rokoko, che grazie al suo prezzo conveniente, costituisce una sezione fondamentale di questa ricerca. La tecnologia del MoCap nasce per soddisfare l’esigenza di voler campionare e rappresentare numericamente i movimenti di soggetti umani, animali o inanimati. Non a caso le prime aree di utilizzo di questo processo sono state nel settore clinico e militare, dove la registrazione dei movimenti del soggetto in esame permettevano di valutarne eventuali problemi di postura o di analizzare la prestazione fisica. 

La nascita di veri e propri sistemi di motion capture avviene dall’inizio degli anni Ottanta, negli ambienti universitari e di ricerca, dove lo studio del movimento favorì lo sviluppo di sistemi utili allo scopo. 

Nel 1982 al MIT viene presentata la Graphical Marionette, un sistema ottico che prevedeva l’uso di una serie di led posizionati su una tuta in corrispondenza dei giunti delle articolazioni, e quello di un paio di camere in grado di registrare le informazioni di movimento e visualizzarle real-time su una marionetta digitale. Pochi anni dopo, nel 1988, Silicon Graphics e Pacific Data Images (PDI) presentarono al pubblico Waldo, un sistema che permetteva di gestire in tempo reale i movimenti della bocca di un personaggio a bassa risoluzione: in un video della rubrica Jim Henson Hour, viene spiegato che “per una scena di due minuti di Waldo, al computer servono 120 ore per creare l’immagine finale ad alta risoluzione”. La metodologia più seguita e più affidabile rimane ad oggi quella dei sistemi marker based, spesso oggetti sferici di piccole dimensioni fissati in posizioni strategiche delle articolazioni su una tuta indossata dall’attore, che possono emettere o riflettere la luce per l’acquisizione del movimento. I dati vengono processati dal calcolatore che fornisce una curva continua del movimento. 

Storicamente il motion capture nell’industria dell’animazione è associato alla tecnica del rotoscoping, sviluppata nel 1914 da Max Fleischer, ovvero un processo che permetteva agli animatori di ricalcare le pose a partire da immagini registrate di attori reali che venivano proiettate su un pannello di vetro traslucido: il prodotto più celebre di Fleischer a dimostrazione di questa tecnica è la serie animata Out of the Inkwell dove i suoi personaggi apparivano molto fluidi nei movimenti. Nel 1921 fondò insieme a suo fratello i Fleischer Studios, che diedero vita a un personaggio importante per i cartoni animati di quegli anni, Betty Boop (1931), tanto da diventare i diretti concorrenti di Disney. 

Disney d’altra parte, si mostrò subito interessata al rotoscoping e produsse come primo film d’animazione con questa tecnica Biancaneve e i Sette Nani, che debuttò sul grande schermo nel 1937. 

Ma non fu una sperimentazione priva di problematiche. Traducibile come “la zona perturbante”, l’Uncanny Valley è uno studio degli anni ‘70 nell’ambito della robotica, secondo cui la visione di replicanti e automi antropomorfi, generi un senso di familiarità e agio tanto più questi sono somiglianti alla figura umana. La ricerca nell’ambito del texturing, quindi, punta alla “vestizione” del corpo del performer di un altro doppio digitale, che possiede caratteristiche anche completamente innaturali: è la capacità del performer che, conoscendo il risultato e la qualità del movimento che dovrebbe avere, adegua il proprio corpo al proprio doppio. Il MoCap si è sviluppato drasticamente nell’industria cinematografica, riscuotendo forse ancora più successo: si pensi nell’ambito delle storie di J.R.R. Tolkien alle performance del pioniere della performance capture Andy Serkis e le successive dell’attore britannico Benedict Cumberbatch nei panni del drago Smaug.


VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=sXN9IHrnVVU

Altri corpi / nuove danze, il linguaggio della Non-Convenzione

Altri corpi / nuove danze, il linguaggio della Non-Convenzione

Articolo a cura di Carla Andolina

Altri corpi / nuove danze, edito da Cue Press nel 2019, «[…] si compone di tante voci e tanti sguardi» come preannuncia nei ringraziamenti Andrea Porcheddu, autore del volume, critico e studioso teatrale, realizzando una perfetta sintesi tra forma e contenuto di un testo avente la prerogativa di raccontare la diversità. Si tratta di un’antologia di saggi critici e interviste ad artisti, un percorso dal generale al particolare che approfondisce le ricerche in ambito di danza contemporanea portate avanti da e con performer con disabilità. Partendo dallo sguardo dello spettatore, per poi occuparsi delle testimonianze di danzatori normodotati che hanno ricercato nel campo, fino alle parole di performer con disabilità, si indaga la funzione del corpo nella danza contemporanea, cosa possa ancora comunicare e che coscienza abbia di sé. Per parlare di ciò, si parte per l’appunto dai corpi considerati diversi, non categorizzabili, anomali rispetto a una norma accademica, e dalla danza nuova che hanno sviluppato dagli anni novanta ad oggi. 

Ph Francesco Pierantoni

Roberto Giambrone, critico di teatro e danza, nel saggio intitolato Il disagio di essere sani. Perché la danza ci aiuta a vivere meglio racconta della tendenza del nuovo secolo a riportare la danza a una realtà più quotidiana, non più appannaggio dei soli artisti, ma di corpi non convenzionali che hanno una forte necessità di portare nella scena le loro esperienze di vita. Nella sua testimonianza in conversazione con Flavia Dalila D’Amico, per esempio, Tanja Erhart danzatrice disabile già membro della Candoco Dance Company spiega quanto sia per lei catartico e autodeterminante concedere al pubblico di poterla fissare sul palco, permettendole di emanciparsi dai preconcetti che circondano la disabilità e la danza.

È il fondatore della stessa Candoco Dance Company, Adam Benjamin,  ad affrontare il problema del pregiudizio nell’intervista di Doralice Pezzola. Nel 1991 crea insieme alla danzatrice Celeste Dandeker la prima compagnia di professionisti abili e non. In un panorama dove a essere applaudita era sempre l’intenzione e mai il lavoro coreografico, Benjamin esplora le possibilità di incontro tra corpi diversi che danzano insieme e sovvertono i ruoli convenzionali: dar voce a un performer disabile non significa scendere a compromessi con la qualità del lavoro.

Il punto di vista di Michela Lucenti, fondatrice della compagnia Balletto Civile intervistata da Porcheddu, è in questo senso trasversale. Partendo dal presupposto che ogni corpo sia in possesso di un certo numero di segni e problematiche, il lavoro con performer disabili è diverso solo in tempistica da quello dei performer normodotati. Per i primi, evidenziare la propria unicità è il solo modo di comunicare qualcosa, mentre i secondi devono combattere contro la tendenza a nascondere le peculiarità per rispettare un canone istituzionalizzato. 

Flavia Dalila D’Amico, studiosa nel campo delle arti visive e performative, videomaker e redattrice, nelle sue interviste pone sempre la domanda: «Può la pratica artistica essere uno strumento di autodeterminazione per l’individuo in termini artistici e sociali?». La risposta è quasi sempre un sicuro sì. Come spiega la coreografa Yasmeen Godder, lavorare con il corpo fa emergere attitudini ed emozioni che influenzano la propria prospettiva sulla vita. O come risponde la performer Chiara Bersani, Premio Ubu 2018 come migliore attrice under 35, la pratica artistica presuppone un richiamo a confrontarsi con il mondo.

Un’altra tematica affrontata dal testo è il problema legato alle carenze di accessibilità per performer disabili. Oltre alle immaginabili barriere architettoniche che rendono inaccessibili ancora molti edifici, anche lo spazio scenico avrebbe bisogno di essere incluso nel piano di accessibilità, immaginando un palco, una platea e un dietro le quinte adatti a diverse circostanze.

Altri corpi / nuove danze è un’analisi di quello che la scena contemporanea ci offre, affiancata anche da un ricco compendio di titoli utili ad approfondire il tema a fine libro e una folta galleria di immagini. Un ottimo modo per avvicinarsi alle realtà italiane ed estere che da anni ricercano la materia della danza in quanto comunicazione tra corpi diversi, intrattenimento e condivisione.

Pezzola: Abbiamo bisogno di parole nuove per confrontarci con la diversità?
Benjamin: Non so. Penso però che abbiamo bisogno di una nuova educazione e di un modo nuovo di insegnare. Ci sono molti buoni esempi in questo senso, ma viviamo in un momento in cui l’educazione sta diventando sempre più conservatrice. Non so cosa succeda in Italia, ma nel Regno Unito gli insegnanti subiscono sempre più pressioni perché seguano un determinato programma di studi, e hanno sempre meno tempo a disposizione per incoraggiare nuove modalità di pensiero. Invece, abbiamo bisogno di trovare modi nuovi per insegnare l’empatia. Non attraverso i libri, né attraverso i computer: possiamo insegnare l’empatia solo condividendo lo stesso spazio in tempo reale con persone reali. E le scuole dovrebbero riconoscere questa necessità, rendendola centrale nel percorso educativo. Ma è molto difficile sostenere questa causa, sia nelle scuole che nelle università.

Pezzola: Quale potrebbe essere la specificità della danza in questo processo? Benjamin: Quando pensiamo alla danza, di solito ci riferiamo alla danza contemporanea o al balletto. Ossia, alla danza come tecnica. È affascinante, invece, notare quanto la danza contemporanea più recente sia incentrata su come comunichiamo o non comunichiamo. L’allenamento di questi danzatori è spesso molto prescrittivo, hanno studiato duramente la tecnica, e alla fine vogliono lavorare su come «essere differenti». Per nove anni ho dialogato con il sistema universitario ma, appena un anno dopo che me ne sono andato, ho incontrato i miei studenti e mi hanno detto che non facevano più improvvisazione. Certo, l’improvvisazione, così com’è concepita, spesso non insegna molto: insegna invece quando abbiamo a che fare con differenze reali. Ed è qui la bellezza dei lavori inclusivi. Quel che succede, infatti, è che le persone sono costrette a ripensare, a riconsiderare, a guardare alle loro azioni in  relazione a qualcosa di reale, piuttosto che, per esempio, fare cose strane, guardare strani edifici per elaborare forme strane, o tentare del floorwork con un oggetto. Anche se ci sono poche persone in grado di praticarla veramente, l’improvvisazione è per me uno strumento di insegnamento straordinario: può dare indicazioni meravigliose non soltanto ai danzatori, ma a chiunque.

TESI DI LAUREA: La distorsione. L’arte intermedia per un viaggio introspettivo

TESI DI LAUREA: La distorsione. L’arte intermedia per un viaggio introspettivo

TITOLO TESI > La distorsione. L’arte intermedia per un viaggio introspettivo
ISTITUTO >  Accademia Nazionale di Danza – Istituto Superiore di Studi Coreutici
AUTRICE > Martina Ferrante

INTRODUZIONE DELL’AUTRICE

Dopo un’attenta analisi in tutte le sue varie accezioni del termine distorsione, fulcro della sperimentazione, questo lavoro propone, attraverso un elaborato scritto e una ricerca pratica, un viaggio interessante alla scoperta dell’importanza del volume e della forma, scomposti, analizzati, deformati, rispetto al valore del colore, che viene eliminato quasi completamente. Gli elementi chiaroscurali sono dati dalla luce e dall’ombra, dalla prevalenza della gamma cromatica che va dal bianco al nero, a sostituzione degli altri colori, fattore di disturbo per l’artista e per lo spettatore, causa di distoglimento dalla necessità di analisi ed indagine della realtà e della perfezione.

La fase di sviluppo pratica del progetto presenta una disposizione, secondo un ordine voluto, di elementi di diversa natura e materia riuniti in un unico luogo con l’unica funzione di costruire un fatto plastico indipendente da qualsiasi intenzione imitativa della realtà e della natura, ma col solo intento di ricercare una personale sintesi nello smontare e rimontare la realtà stessa. Non vi è un metodo unico e comune a tutti per giungere alla comprensione di un concetto o alla realizzazione pratica della propria visione di esso, ognuno procede secondo un proprio iter e le proprie capacità esprimendo cosi se stesso, come di seguito verrà esposto analizzando le correnti artistiche contemporanee.

Lo scopo di questa ricerca, tramite lo studio sul corpo, passando attraverso la conoscenza e la consapevolezza di ciò che si è e di ciò che si è diventati nel tempo, è arrivare a ritrovare quel Sé incontaminato, purificato dalla distorsione, ma allo stesso tempo, arricchito di nuove forme e di nuovi contenuti che presentano la traccia storica del vissuto.

LEGGI LA TESI DI LAUREA > LA DISTORSIONE. L'ARTE INTERMEDIA PER UN VIAGGIO INTROSPETTIVO

Martina Ferrante nata ad Avellino nel 1992. Si forma come danzatrice classica, moderna e contemporanea, dall’età di 4 anni, in varie scuole di danza di Avellino, e dal 2010 inizia un percorso di insegnamento. Perfeziona i suoi studi a Modena nel Corso di Formazione con la Compagnia di Alex Atzewi. Si diploma al Triennio Tecnico-Compositivo, Scuola di Coreografia, dell’Accademia Nazionale di Danza di Roma, con sede presso il teatro Carlo Gesualdo di Avellino, con la votazione 110/110 con lode. Durante il terzo anno di studi accademici aderisce al programma di mobilità studentesca, Erasmus, intraprendendo gli studi presso l’Escola Superior de Dança di Lisbona. Dopo l’incontro con la coreografa Adriana Borriello, durante i suoi studi accademici, e le varie produzioni con e per lei messe in scena, “Beltà, poi che t’assenti”, “Rito urbano in forma di processione” e un intervento come performer durante il Festival Internazionale del Film Laceno D’oro in “80 kg. In mortem Johann Fatzer”, si avvicina alla ricerca, all’esperienza pratica e alla conoscenza del corpo che suona. Partecipa al Festival di Danza Urbana e d’Autore come artista di Nuove Traiettorie nel 2014 a Ravenna, realizza un progetto nel 2015, “Only a note”, per la Rassegna Coreografica On Stage con la Direzione Artistica di Adriana Borriello. Attualmente studessa del corso di Laurea Magistrale in Scienze dello Spettacolo e della Produzione Multimediale, all’Università degli studi di Salerno, a Fisciano.

Premio Twain_direzioniAltre.  Sostegno alla produzione, residenza artistica e circuitazione per artisti under 35

Premio Twain_direzioniAltre. Sostegno alla produzione, residenza artistica e circuitazione per artisti under 35

TWAIN Centro di Produzione Danza Regione Lazio e struttura capofila di PERIFERIE ARTISTICHE Centro di Residenza Multidisciplinare del Lazio indice, sotto la direzione di Loredana Parrella, il bando per la V edizione del Premio Twain_direzioniAltre, con  sostegno alla produzione, residenza artistica e circuitazione per artisti under 35.

I Progetti vincitori delle precedenti edizioni sono: ReRality di Anna Giustina, Non Ricordo di Simone Zambelli (Menzione Speciale), Beast Without Beauty di Carlo Massari, Wallpaper di Sara AngiusManbhusa di Pablo  GirolamiFermo Immagine di Manolo Perazzi, Alessandria Eschate di Mattia Cason

“Una missione che portiamo avanti da molto tempo e in cui crediamo fermamente. Oggi, più che mai, siamo consapevoli del grande compito di responsabilità che abbiamo nei confronti dei nostri giovani artisti per i quali questo tempo sospeso è vitale come l’aria che respirano”. L.P. 

A chi è rivolto 

Sono invitati a partecipare tutti gli autori italiani ed europei, che non abbiano compiuto 36 anni al 31 dicembre 2021; nel caso di più autori i 2/3 di essi devono essere under 35. 

Progetti ammissibili 

Sono ammessi progetti legati alla danza contemporanea, in fase di studio o allestimento e  che non abbiano debuttato in forma completa, ma solo in forma di studio.  Verranno selezionati fino a 6 progetti che saranno presentati nella loro forma scenica (non  inferiore a 5 minuti e non superiore a 15 minuti), ad una commissione di esperti ed  operatori presso il Supercinema di Tuscania (VT) il 21 Agosto 2021 (a porte chiuse per la  sola Commissione) e il 22 Agosto 2021 (serata aperta al pubblico e premiazione del  Vincitore). I Finalisti riceveranno un rimborso spese, ospitalità nelle foresterie del Centro,  scheda tecnica di base con assistenza tecnica. 

Il Premio 

Il progetto vincitore riceverà un sostegno alla produzione per la Stagione 2021/2022 così definito: 

  • Residenza Artistica all’interno di PERIFERIE ARTISTICHE Centro di Residenza Multidisciplinare del Lazio presso il Supercinema di Tuscania per un totale di 15 giorni da svolgersi nel periodo Gennaio-Agosto 2022; 
  • Contributo economico da un minimo di € 1.200 ad un massimo di € 7.000 lordi (a seconda del numero di artisti coinvolti nel progetto con obbligo di presentazione di certificato di agibilità per le 15 giornate di Residenza); 
  • Affiancamento di un “Tutor” scelto dalla Direzione Artistica (drammatugo, coreografo, operatore teatrale ecc.) durante le fasi della residenza; 
  • Programmazione di una replica nella stagioni di Twain Centro Produzione Danza 2021 con un cachet fino ad un massimo di € 1.000,00 lordi. 
  • Programmazione di una replica Festival Tendance 2021 con cachet massimo di 1000,00€ da concordare con la Direzione Artistica del Festival. 
  • INOLTRE uno o più progetti Finalisti potranno essere inseriti (con la versione presentata per il Premio Twain) nella programmazione di Dominio Pubblico – La Città agli Under 25 che si svolgerà a Roma a Giugno 2021, con le medesime condizioni economiche che verranno riconosciute agli autori per le finali del Premio_direzioniAltre. 
  • Possibilità di inserimento in Residenza in Tuscania Danza/Progetti per la Scena organizzato da Vera Stasi.
  • Possibilità di inserimento in Residenza presso il Teatro di Bucine/Diesis Teatrango con modalità e tempistiche concordate con la Direzione Artistica del Teatro. 
  • Possibilità di inserimento nella Programmazione 2022 del Festival Quartieri dell’Arte con modalità e tempistiche concordate con la Direzione Artistica del Festival.

Crediti d’obbligo

I progetti finalisti dovranno riportare nei crediti: “Finalista Premio Twain_direzioniAltre”. Il progetto vincitore dovrà riportare nei crediti: “Vincitore Premio Twain_direzioniAltre” e “Con il Sostegno alla produzione Twain_Centro di Produzione Danza e PERIFERIE  ARTISTICHE_Centro di Residenza del Lazio ”. 

Modalità di partecipazione 

I candidati dovranno inviare all’indirizzo mail direzionialtre.twain@gmail.com: 

– Domanda d’iscrizione compilata in ogni suo punto (vedi form in calce al Bando) e firmata. 

E in allegato i seguenti documenti: 

  • Scheda Artistica progetto (max 2 cartelle)
  • Cv autore/i (max 2 cartelle)
  • Cv interpreti (max 2 cartelle)
  • Credits produzione ed eventuali altri sostenitori
  • Link video (youtube o vimeo) minimo 5 minuti max 15 minuti del lavoro proposto (sono accettati anche video di prove in sala) 
  • eventuali link video a precedenti lavori svolti

Le domande incomplete o non firmate saranno automaticamente escluse. 

Termine ultimo di presentazione delle domande 

Tutte le proposte dovranno pervenire via e-mail all’indirizzo direzionialtre.twain@gmail.com, entro e non oltre il 10 Maggio 2021. Le candidature ricevute oltre tale data non verranno accolte. Entro il 31 Maggio 2021verrà data comunicazione  alle compagnie selezionate per la finale. 

Modalità di selezione 

I progetti verranno valutati, a giudizio insindacabile, dalla Direzione Artistica di Twain.  Verranno selezionati un massimo di 6 progetti che verranno invitati a presentare in forma  scenica il loro progetto il 21 e 22 Agosto 2021 presso il Supercinema di Tuscania (VT). I  candidati si esibiranno il 21 in presenza della sola giuria di esperti che decreterà il vincitore e il 22 in presenza del pubblico al termine della quale verrà annunciato il vincitore). Le  compagnie avranno a disposizione una scheda tecnica standard e assistenza. Per le finali alle compagnie prescelte verrà riconosciuto – previa presentazione di agibilità  Ex-Enpals e regolare fattura – un cachet di € 200 per i soli, € 300 per i duetti, € 400 per  trio e quartetti, ai finalisti verrà inoltre garantita l’ospitalità nelle foresterie del Teatro. I finalisti saranno ospitati per tutta la durata del festival a partire dal 18 Agosto. Qualora  non sia possibile è richiesto l’arrivo entro e non oltre la serata del 20 Agosto. Le prove  tecniche della Finale avranno inizio alle 9.00 del giorno 21. 

Per info: 338.2051200 // direzionialtre.twain@gmail.com

SCARICA IL FORM DI ISCRIZIONE AL PREMIO TWAIN_DIREZIONIALTRE 2021

ON.LIFE – progetto di residenza per linguaggi multimediali

ON.LIFE – progetto di residenza per linguaggi multimediali

ArtGarage offreun periodo di residenza ad artisti che, attraverso il linguaggio della danza e con il supporto delle nuove tecnologie, vogliano impeganrsi nella realizzazione di perfomance, installazioni, video creazioni.

ON.LIFE sarà seguito in tutte le sue tappe da Manuela Barbato ed Emma Cianchi, curatrici di festival e rassegne oltre che della sezione danza al Teatro Bellini di Napoli. ON.LIFE dà l’occasione di sperimentare la dimensione del multimediale e dell’interazione digitale, e può essere un’opportunità per realizzare il proprio progetto…

La call è rivolta a singoli artisti di qualsiasi nazionalità ed età purché maggiorenni, a gruppi, collettivi e compagnie. I candidati potranno presentare l’idea progettuale per uno spettacolo, una performance, un lavoro di video-danza, un’installazione multimediale o un format multidisciplinare.

    ON.LIFE metterà a disposizione

  • spazio per residenza di 2 settimane entro settembre 2021
  • possibilità di collaborazione con Gilles Dubroca e Dario Casillo per supporto artistico e tecnico per il digitale applicato alle arti performative e per sviluppo di ambienti visivi e sonori.
  • ospitalità – intesa come alloggio – per i soggetti al di fuori della città di Napoli o della regione Campania
  • sostegno di 1000 euro per progetto per un totale di 3 progetti selezionati.
  • possibilità di inserire il progetto nella stagione del Teatro Bellini di Napoli

  Fasi del progetto

  • ricezione candidature: descrizione del progetto, link ai lavori precedenti, curriculum soggetto proponente, da inviare a artgarage.produzione@gmail.com con oggetto ON.LIFE 2021 entro il 02 aprile 2021
  • valutazione dei progetti proposti
  • colloqui con i candidati ritenuti idonei (via skype, zoom, in presenza dove possibile)
  • pubblicazione progetti vincitori entro due settimane dalla scadenza del bando
  • residenza di 2 settimane
  • sharing finale da concordare nei modi e nei tempi direttamente con gli artisti individuati

ArtGarage è centro coreografico e di arti performative contemporanee che da sempre ospita e assiste creativi di ogni provenienza che sperimentano nuovi linguaggi attraverso la multimedialità. ArtGarage è anche sede della compagnia di danza ArtgarageDanceCo tra le prime in Italia – già dal 2009 – ad usare interazioni digitali per performance live, installazioni sonore e ambiente visivo.