Quando corpo e cultura diventano una cosa sola, la miseria umana cessa di esistere. Incontro con Carlo Massari

Beast without Beauty – C&C company

L’indagine sul corpo, sul peso specifico di diversi corpi che interagiscono tra di loro fino a costituire una società, in una una città con i suoi spazi urbani, è ciò che è emerso nel lavoro Lui Lei e L’Altro presentato da Carlo Massari al Festival Attraversamenti multipli, a Roma, e di recente a Brescia, al Festival Wonderland. Carlo Massari è anche il direttore artistico del progetto formativo Anfibia, inaugurato lo scorso 21 ottobre e che propone un percorso di approfondimento multidisciplinare per artisti e creatori contemporanei.

Il nostro incontro-intervista è avvenuto a Bologna in un intervallo “spazio-temporale” tra A peso morto e Les Miserable, l’ultima creazione di C&C Company, presentata alla NID Platform di Reggio Emilia e che con grande attesa debutterà nella Capitale il prossimo 21 dicembre nell’ambito del Festival Teatri di Vetro presso il Teatro India di Roma

Per iniziare: un approfondimento su Lui Lei e L’Altro e su A peso morto. 

Il trittico Lui Lei e L’Altro prende vita all’interno del macro progetto chiamato A peso morto.  Tre sono i caratteri principali, ma immagino che possano aumentare, come una serie di “Attraversamenti multipli”. Ci sono una figura maschile, l’anziano, una femminile e la terza, un super partes che guarda, non dall’alto ma dal basso, gli altri due. In qualche modo è una sorta di dio della periferia. Lì dove nasce, nel 2016 con l’intento di raccontare quei luoghi in maniera semplice.

Un tema che è molto presente e forte a livello internazionale, non solo in Italia, in questo momento. Il tentativo è quello di collegare gli spazi periferici, tutti quei luoghi che sono una sorta di dilatazione del centro di ogni città. Ogni periferia urbana ha di fatto una propria identità. Se guardiamo Roma, ad esempio, i suoi quartieri, le borgate, non avranno né pregi né difetti rispetto al centro di Roma. Avranno le loro peculiarità e una vita rappresentata e vissuta quotidianamente dalle persone che li abitano. Il problema è che l’espansione dei centri urbani tende ad annullare le identità periferiche. Vengono assorbiti, in un contesto di uniformità, sia il vecchietto che ascolta tutto il giorno la mazurka con la radiolina, sia la badante che parla una lingua diversa dalla sua.

Il mio vuole essere un tentativo di rendere partecipi le persone del fatto che ognuno conserva e consegna esperienze e memorie ad altri suoi simili. Lo descrivo come se fosse l’ultimo battito o fiato di queste persone. L’ultima loro possibilità per esprimersi, prima di sparire e di cadere nell’oblio come personaggi. In questa sorta di mescolanza in cui non sappiamo neanche noi che forma abbiamo. Il mio, il nostro, vuole essere un tentativo di rianimare degli eroi, dei guerrieri caduti in rovina.

Questo è un lavoro sulla miseria e fa parte di quello che è il percorso di ricerca della compagnia C&C. Nell’arco di un triennio, stiamo indagando, con il nostro lavoro, sula bestialità umana. Un esempio concreto di ciò è il dimenticarsi degli altri, di fatti. Di Forme di storia, per citare il titolo del libro di Hayden Whyte, ovvero forme di racconto in equilibrio tra la ricostruzione della storia e la rappresentazione della realtà.

Hai accennato alle fasi di anzianità e di oblio, nella conclusione di un ciclo biologico. Qual è il tuo pensiero sul tema della vecchiaia? Da giovanissimo ti sei mai sentito mentalmente più “anziano” rispetto ai tuoi coetanei? 

Ho iniziato a 14 anni il mio percorso professionale, il mio primo contratto è ancora incorniciato nella mia camera. Sicuramente mi sono dovuto relazionare molto presto con il mondo degli adulti, con qualcosa di più grande di me: entrare e muovermi all’interno di un sistema che non era quello adolescenziale, un sistema molto più complesso.

Questo tema mi ha sempre interessato e tuttora mi incuriosisce fortemente. Non a caso ci sono caratteri che contagiano i miei lavori in Beast without Beauty come nel prossimo Les Miserable. Nel 2021 ci sarà un nuovo progetto che proporremo come una miscellanea sull’anzianità. Mi affascina molto il corpo e la figura dell’anziano perché racchiude, è un accumulo di movimento, di gesto in implosione. C’è un meraviglioso spettacolo di Maguy Marin, May b, che racconta tutto questo. Lei è una coreografia francese che per me è maestra tanto quanto Pina Bausch. Un mito nella danza internazionale e mondiale che ha segnato e ha contribuito a contraddistinguere il mio stile. 

Lei usa la figura degli anziani in May b come cardini del suo lavoro proprio perché nonostante i loro limiti, portano dentro una vita di movimenti che hanno interiorizzato e vissuto. Io credo che ogni corpo è eternamente in dispersione e accumulo di informazioni. Trovo maggiormente interessante la senilità di un danzatore veterano che fa meno cose rispetto a un giovane ventenne che non ha ancora il carico di un bagaglio esperienziale su di sé. Non a caso questo fa parte del percorso di ricerca della nostra compagnia C&C, che vuol dire Corpo e Cultura, il principio a cui si ispira è la trasformazione. Di come l’uno può modificare l’altra e viceversa.

Beast without Beauty – C&C company

Il teatro, nella sua concezione più ampia, è legato all’idea della morte? Così come avviene per il corpo di una persona, nello stesso modo anche le emozioni, i ricordi di uno spettacolo si decompongono?        

In generale credo che l’atto performativo sia un rito, fin dai tempi degli antichi Greci, gli inventori di quelli che sono i principi, le basi del teatro. La morte è una parte molto forte e molto presente di questa ritualità. Per come la intendiamo noi occidentali, ma anche per gli orientali, è un processo naturale a cui nessun uomo si può sottrarre e, allo stesso tempo, comporta un meccanismo di cerimoniale codificato. Nel momento dopo la morte c’è la commemorazione, l’esaltazione, attraverso il funerale, della persona ma soprattutto della sua perdita. Il Teatro, in quanto rito la comprende pienamente. La sagra della Primavera di Pina Bausch è più che mai un esempio eclatante di tutto questo. Stravinskij compose Le sacre du printemps, quello che noi conosciamo e identifichiamo con il termine “sagra”. In realtà la traduzione più corretta e aderente con le sue origini sarebbe “Il rito della Primavera”.

Una celebrazione che è benaugurale ma che comprende anche il macabro in sé, ovvero il sacrificio di una vergine, la quale veniva uccisa. Quest’opera ha allargato i miei orizzonti, ho avuto la fortuna di farlo con Michela Lucenti del Balletto Civile e devo dire che è stato un incipit che ha cambiato non solo la prospettiva fisica ma anche la riflessione sul rapporto tra arte, ritualità e morte.    

Quale è stata è qual è la tua esperienza artistica nell’alternare spazi grandi e piccoli, urbani e non?  

In generale a me piace alternare i linguaggi che uso. Credo fortemente nell’arte che non a caso viene definita “anfibia” e che attraversa o viene attraversata da diversi codici. Costantemente contagiata, per giungere a una comunicazione più alta e altra. Detto questo, è necessario conoscere i paesaggi e i linguaggi artistici tanto quanto quelli fisici. La creazione in sala e al chiuso è qualcosa di molto grande, forte, complesso. Credo però che ci siano dei panorami e delle situazioni tipo Attraversamenti multipli che contengono una scenografia e delle luci naturali. Una complessità che io definirei cinematografica.

Qualcosa che in qualche modo sarebbe irriproducibile in teatro. Bisogna buttarcisi dentro come artisti, se piace come modalità. Mi ritorna in mente il ricordo di un momento, di quando provavo con i tacchi all’aperto, nell’isola pedonale di Largo Spartaco. Alcuni bambini mi guardavano stupefatti.

Quando me li sono tolti mi hanno chiesto: « Ma adesso non danzi più? Pensavamo che il tuo modo di muoverti e di danzare fosse provocato dai tacchi ». In qualche modo avevano ragione. C’erano anche delle signore anziane che mi hanno fatto i complimenti per come portavo quelle scarpe. Questi sono due chiari esempi di come nella realtà di un contesto specifico, si possa essere influenzati reciprocamente. Ho restituito a quelle persone una forma d’arte che ha contagiato me, in tutta la sua complessità. Essere integrati all’interno della società per me è alla base del mio lavoro artistico.

Andare a teatro è una scelta, ad Attraversamenti multipli è il teatro che va verso le persone. Questo vuol dire che per l’artista è una scelta quella di mettersi in gioco, è uno stare nudo, lì dove viene a mancare una quarta parete. La meraviglia consiste proprio nel vedere le persone e loro possono in contemporanea vedere te che sei in azione.Questa creazione teatrale credo che sia bistrattata non solo a Roma, ma in tutta Italia. Un Paese che vive di tante periferie che non sono considerate abbastanza, perché la cultura da noi è ancora qualcosa d’elite.

Alessandra Ferraro e Pako Graziani (direttori artistici del festival, ndr) sono ormai quasi venti anni che portano alla periferia una rassegna come Attraversamenti multipli, l’opportunità di una elevazione culturale. Questa è una gran cosa e non a caso ci conosciamo e collaboro con loro da quasi dieci anni. Proprio perché c’è una sintonia, una corrispondenza a livello di linguaggio e di pensiero. È diventato quasi un legame di idee, è come se guardandomi intorno, in quella piazza di Roma, ci fosse il mio necessario nutrimento, tanto quanto io posso esserlo per loro.

Les Miserable – C&C company

Il nutrimento di cui parli tu, la sfida che rappresenta, conduce all’unione delle singole unità di cui è composta una comunità civile o artistica?

Alla base c’è sempre l’idea del crollo, la caduta. Nel cadere a terra ci sono mille similitudini tra l’uno e l’altro. Per poter creare una cartina geografica, un mappamondo, in qualche modo prima bisogna perdersi in quello spazio. In questo caso, lavorare nel sociale e con la gente, a stretto contatto con le persone, fa sì che ci si possa perdere in una sorta di mare magnum, in un orizzonte fatto di elementi, di persone, di differenze. Quello che mi interessa realmente, qualunque sia il progetto che affronto, è che io lo stia trattando con le persone. Credo fortemente che, per quanto riguarda l’arte, la creazione consista nel perdersi, nella ricerca e nei pensieri, per poi affinarli, raffinarli e disegnarli per e con gli altri.

Noi partiamo sempre, come esseri umani, dal punto di vista soggettivo, personale per andare a trasformarlo e a renderlo oggettivo. Un mio pensiero, una mia visione, un mio obiettivo personale diventano qualcosa di condivisibile, di aperto, nel quale le persone si possono riconoscere. Se non avviene questo passaggio, per me non avrebbe nemmeno senso fare quello che faccio. Il giorno in cui non riuscirò più a rendere oggettivo un mio pensiero allora sarà giusto che io faccia altro. Quello che io contesto, in questo momento, a molti artisti e creatori è il far subire passivamente pensieri e visioni allo spettatore. Sia nell’ambito della danza sia in altri contesti artistici. 

Per concludere: puoi condividere con noi un approfondimento di Les Miserable ? 

Les Miserable è un progetto che fa sempre parte del progetto triennale di ricerca sulla bestialità umana. Giocando sul titolo della celebre opera di Victor Hugo, su quello che tutti conoscono come musical con l’omonimo titolo, il tentativo vuol essere quello di parlare della miseria umana. Mentre in Beast without Beauty c’è la brutalità, la cattiveria del fare male all’altro e agli altri, in Miserable c’è la miseria del lamentarsi delle cose ma lasciare che esse stesse vadano avanti in quel modo. Vedere situazioni o maltrattamenti, ma rimanere indifferenti come nella nostra società contemporanea. Gli atteggiamenti di buonismo, il tanto parlare che non si chiude in nulla.  Les miserables ha avuto la sua prima apertura Reggio Emilia al NID Platform l’11 e il 12 ottobre e avrà poi un’evoluzione, si potrà vedere il 21 dicembre a Roma presso il Teatro India, all’interno del festival Teatri di vetro che è co-produttore del lavoro. Insieme con me ci saranno Alice Monti, Stefano Roveda, Nicola Stasi.

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I 30 anni di attività della Compagnia Zappalà Danza, tra grandi numeri e riconoscimenti nazionali e internazionali

La Compagnia Zappalà Danza compie trent’anni di attività: 1990 – 2020. Fondata da Roberto Zappalà, è oggi considerata dalla critica europea una delle più interessanti realtà della danza contemporanea italiana.

La carnalità, l’autenticità e il desiderio di sviscerare i comportamenti dell’uomo sono il tratto distintivo del linguaggio della Compagnia, frutto del lavoro del coreografo-fondatore e della sinergia prolifica con Nello Calabrò, drammaturgo che negli anni ha rappresentato un pilastro nell’evoluzione di questo percorso progettuale.

“Trent’anni meravigliosi sono trascorsi – racconta Zappalà – le soddisfazioni sono state tante, le difficoltà non sono mancate, ma i danzatori e lo staff che mi hanno accompagnato in questo percorso hanno permesso che tutto questo accadesse tenendo sempre molto alta la qualità delle proposte”.

Il linguaggio peculiare della Compagnia, portatrice del pensiero artistico di Roberto Zappalà, è stato raccontato in questi trent’anni in oltre 80 creazioni, molte delle quali realizzate con musiche dal vivo, di differente tipologia: da quelle intimistiche, pensate per pochi interpreti, alle elaborazioni in spazi non convenzionali, a quelle che hanno coinvolto l’intero ensemble della Compagnia. Produzioni che hanno travalicato i confini nazionali e raggiunto i palcoscenici di grandi teatri e teatri d’opera, e preso parte a festival internazionali di ben 36 Paesi nel mondo e 133 città. Un rigoroso lavoro sul linguaggio, denominato MoDem, è stato costruito nel tempo e rappresenta la nota caratteristica delle creazioni. “Un linguaggio che – come racconta lo stesso Zappalà – ogni anno per 4 e 8 mesi è seguito da 50 danzatori provenienti da tutto il mondo, ma non contenti, da qualche anno abbiamo formato una giovane compagnia, la CZD2 che ci dà sempre più soddisfazioni”.

Soddisfazioni, dunque, sono state raccolte in questi 30 anni che riguardano non solo strettamente l’attività della Compagnia Zappalà Danza, ma più in generale il contributo che quest’ultima ha restituito alla città di Catania. “In questi anni – prosegue Zappalà – siamo anche riusciti a costruire una meraviglioso spazio performativo Scenario Pubblico, che in 18 anni ha ospitato ben 120 artisti e compagnie internazionali”. La sede di via Teatro Massimo, residenza della Compagnia, rappresenta un vanto culturale essa stessa per la città, non solo perché ha consentito alla compagnia di radicarsi nel suo territorio di naturale appartenenza, ma anche per il riconoscimento ottenuto nel 2015 dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di Centro Nazionale di Produzione della Danza, l’unico da Firenze in giù e che pone la Sicilia accanto a regioni d’eccellenza. Una Città che, tuttavia, sembra non essersi ancora accorta dell’importanza di essere sede di una realtà come quella di Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza. “Il 2020 – è il commento amareggiato di Zappalà – si annuncia come uno degli anni più prolifici sia per nuove creazioni che per rappresentazioni, in tutto questo forse una solo nota stonata, non aver avuto sinora accanto alla nostra struttura una Città che si accorgesse di noi, delle nostre potenzialità e con quale forza siamo stati e continuiamo ad essere promotori di Catania nel Mondo”.

Nessuna grande manifestazione è prevista per la celebrazione dei 30 anni di attività della Compagnia che, simbolicamente, vedrà un piccolo momento inaugurale durante lo Speciale Tre Centri di Produzione, due serate in cui Scenario Pubblico ospiterà altri due centri nazionali di produzione della danza: Aterballetto e Dancehauspiù e le loro rispettive Compagnie, che si terranno sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre presso gli spazi di via Teatro Massimo.

“L’augurio in questa ricorrenza – conclude Roberto Zappalà – è che in futuro l’Amministrazione della Città possa seguire con maggiore attenzione le realtà artistiche, con la consapevolezza che l’Arte con le proprie specificità può essere strumento prezioso per raccontare, emancipare ed in alcuni casi aiutare ad educare la società”.

About Scenario Pubblico:
Scenario Pubblico avvia le sue attività nel 2002. Situato nei pressi del centro storico di Catania ha in Roberto Zappalà l’ideatore e promotore del suo recupero. Una struttura dei primi del 900 acquistata grazie all’intervento di privati e ristrutturata con fondi europei, pensata per la danza contemporanea, raro esempio in Italia di centro coreografico europeo e diventato presto punto di riferimento per la danza nel Sud Italia. Nel 2015 il MIBACT riconosce Scenario Pubblico con la Compagnia Zappalà Danza quale uno dei 4 Centri Nazionali di Produzione della Danza. La struttura si articola in uno spazio per le performance da 150 posti con un grande palco ottimamente attrezzato, due ampie sale prove, un bar/ristorante, uffici, un archivio video e una foresteria. Il focus principale è posto sulla danza contemporanea e al suo interno si sviluppano attività di produzione, programmazione, ospitalità, formazione e divulgazione.

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Festival Gender Bender: visioni radicali sul presente

Con il titolo Radical Choc che si caratterizza subito come scevro da compromessi, è partita l’edizione 2019 del Festival Gender Bender di Bologna, arrivato alla sua diciassettesima edizione. Una stagione che sottolinea sin da subito la capacità di visione della realtà sociale e dei fenomeni del presente, prendendo chiaramente una posizione critica e costruttiva nei confronti dello stesso. Daniele Del Pozzo e Mauro Meneghelli hanno scritto il programma del festival, il cui formato è quello di un quotidiano stampato su carta non trattata e certificata (vien da lodare l’ottimo esempio di uso intelligente delle risorse), collocando questa programmazione alla luce della recente mobilitazione per l’ambiente – il Friday For Future – e delle sempre più urgenti istanze di discussione e formazione sulle questioni legate all’identità di genere e alle logiche di potere a essa connesse.

Un festival che getta l’occhio – nell’eternamente giovane/dotto/rosso capoluogo emiliano – alla cosiddetta Generazione Z, o dei Post-millenials: nati nel pieno della rivoluzione digitale e social, quest’ultima ha riconfigurato totalmente il modo di relazionarsi, di studiare, di accedere alle informazioni e alle comunicazioni. Questa generazione, cresciuta nel pieno della crisi economica e sociale, sta riscoprendo una nuova attenzione a temi di massima urgenza (la discriminazione di genere, il multiculturalismo, l’assenza di sistemi ideologici affidabili, l’ecologia), veicolati attraverso internet con una liquidità inimmaginabile prima d’ora. Il teatro non è esente da queste caratteristiche: le informazioni vengono elaborate in maniera sempre più liquida attraverso formati brevi – e di conseguenza spesso semplificate ai minimi termini –  e attraverso corpi velocemente collocabili in discorsi diretti, orientati a un’elaborazione veloce, fruibile, efficace.

È il caso di Harleking, creazione del talentuoso duo di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi, residenti a Berlino ed entrambi usciti dalla formazione Stoa diretta da Claudia Castellucci. Ispirato alla figura di Arlecchino, la maschera bergamasca che personifica la figura del servo astuto, avaro, occupato a raccontare bugie e tramare imbrogli per ingannare i padroni, i due autori riprendono il titolo di Re (-king) dall’origine germanica del nome Hölle König (re dell’inferno) e sdoppiano la sua figura attraverso una magistrale capacità di gestire le emozioni, mostrarne gli eccessi e i paradossi. La memoria va alla rilettura di Strehler per il Servitore dei due padroni di Goldoni, in cui Arlecchino è veramente il mattatore impietoso delle logiche di potere alle quali deve soggiacere. Notevole l’attenzione mimetica ai gesti che vengono ripetuti fino a creare delle grottesche, nella loro caratterizzazione letteraria di bizzarro, ironico e caricaturale. Panzetti e Ticconi passano attraverso diverse forme, dal riso incontrollato alla voracità fino alla violenza tragica di uno nei confronti dell’altro. Lo spettacolo cresce fino al “saluto romano” dei due performer, interpretando una cieca logica di potere verso il padrone, più attuale che mai.

Harleking, di Ginevra Panzetti ed Enrico Ticconi

Sotto un’altra linea si pone la creazione di Yasmeen Godder, Common Emotions, già presentata al festival OperaEstate nel 2016: sei danzatori si confrontano con una partitura coreografica essenziale e molto leggibile, davanti a una scenografia colorata appesa come un tendone da circo, fatta di elementi colorati e tessuti bizzarri che ricordano le sagome e le colorazioni del teatro di figura. La regola è semplice: ogni qual volta un performer si metterà a fianco della scenografia, il pubblico (un numero variabile a seconda della richiesta) dovrà entrare in scena e andare dietro la tenda, ove riceverà delle istruzioni – qualcosa che accade, voci che trapelano da un altro luogo – e poi passerà per la scena in mezzo agli altri danzatori. Il risultato è entusiasmante (ma non inaspettato): nel mezzo della rappresentazione il pubblico è completamente dietro e davanti alla scena. Parla con i danzatori, si siede, si muove come in un laboratorio di teatro. La scelta qui è radicale, talmente netta – e a tratti “violenta” – da tagliare fuori coloro che decidono di rimanere nella condizione contemplativa tradizionale. Rimane però un coinvolgimento forse poco rischioso, sicuramente gioioso, che non richiede di indossare l’armatura dello “spettatore emancipato” raccontato da Jacques Rancière.

Cambiando nuovamente dimensione creativa, il lavoro di Riccardo Buscarini, coreografo piacentino formatosi a Londra e vincitore di numerosi riconoscimenti, porta in scena un duo maschile con un titolo estremamente catchy: L’età dell’horror. Andrew Gardiner e Mathieu Geffré si tengono le mani per tutti i sessanta minuti di spettacolo, girando sempre nello stesso senso nello spazio scenico e passando attraverso relazioni contrastanti: se all’inizio sembra una sessione di contact improvisation, col procedere del racconto vi sono picchi dinamici e cinetici che contraddistinguono l’istinto della fuga, controbilanciato dalla volontà di rimanere uniti. Lavoro accurato che presenta qualche difficoltà ad arrivare a un acme energetico e narrativo, rimanendo comunque costruito in modo coeso. Tutto avviene sulle composizioni di Die Kunst der Fuge di Bach, ma la musica non trova un dialogo serrato con le varie fughe. Buscarini conferma con questa creazione l’idea di utilizzare il corpo del danzatore esplorandone le estreme possibilità con una consapevole visione sul moderno e sulle sue possibili evoluzioni, già presente nel suo lavoro Athletes.

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Sciarroni Leone d'oro Biennale di Venezia

Alessandro Sciarroni: il mistero, la forza creativa e la concezione del movimento

Sciarroni Leone d'oro Biennale di Venezia
Alessandro Sciarroni © foto La Biennale

Accostarsi o immergersi nel fascino e nel mistero che caratterizzano le produzioni di Alessandro Sciarroni – Leone d’Oro 2019 alla carriera, un riconoscimento coraggioso che la Biennale danza di Venezia ha voluto riservargli – comporta una svestizione. È nel distacco dalle sovrastrutture ideologiche, dalle rigidità degli schemi e delle dottrine che avviene l’atto di abbandono, totale e intimo. 

Sciarroni ci affida, al termine di un piacevole incontro, diverse chiavi di lettura per interpretare la sua creazione Augusto e la sua visione artistica. Il suo lavoro che è caratterizzato da un forte senso di ironia, ma anche di consapevolezza e di leggerezza. Un pensiero lucido che muove e incontra la ricerca multidisciplinare e lo sforzo immersivo come performer, attore-regista e coreografo. Studioso di arti visive e performative, ma soprattutto uomo del suo tempo, ha saputo rivoluzionare il linguaggio della danza rimanendo in dialogo con essa. Sciarroni ha recuperato, inoltre, antiche tradizioni e danze popolari per restituirle a una società di persone in continuo movimento. 

Le suggestioni, le emozioni e ricordi i particolari relativi alle 2 date romane (8 e 9 settembre) in relazione alla compagnia, al feedback del pubblico e alla rassegna Grandi Pianure – Short Theatre

Sono molto felice del fatto che la nuova direzione artistica del Teatro Argentina abbia voluto aprire con Augusto e che allo stesso tempo questo evento abbia incrociato sia Grandi Pianure sia Short Theatre. Ne sono stato lusingato e sono felice soprattutto della risposta del pubblico. L’evento ha registrato il sold out tutte e due le sere.

Augusto è una narrazione intensa, come un fluire che asseconda il ritmo degli eventi e che diventa movimento sulla scena. Questo flusso precede o avviene in contemporanea con la selezione dei contenuti e lo sviluppo della drammaturgia?

Ogni produzione che abbiamo realizzato ha avuto un processo di creazione diverso. Per Augusto la costruzione drammaturgica è arrivata solo in seguito rispetto all’inizio delle prove, nel senso che le prime settimane di lavoro sono servite ai performer per sviluppare la capacità di ridere a lungo senza provare fatica o dolore. Solo una volta che gli artisti possiedono lo strumento è possibile iniziare a costruire ritmicamente il lavoro e a guardare al suo significato. Il lavoro drammaturgico va di pari passo con la costruzione coreografica ma in alcuni casi è l’ultima cosa che chiudo.

In un’intervista video sostenevi che si arriva a vivere tutti insieme con la compagnia. Quanto la dimensione collettiva determina l’ispirazione e la creazione individuale?

In un certo senso la storia del gruppo (o la mia storia personale se sono da solo in scena), influenza sempre il risultato. All’inizio so qual è la pratica che andremo ad affrontare, ma non so mai come sarà organizzata nello spettacolo. L’aspetto biografico, la storia del gruppo, sono sempre elementi che condizionano la drammaturgia. Ma questo aspetto deve essere tradotto in maniera tale che possa risuonare per il pubblico. L’aspetto biografico è un elemento molto presente nel mio lavoro, ma deve essere convertito in qualcosa di universale, trasfigurando le storie personali e superando la dimensione temporale della contemporaneità.

Nove corpi in scena, tutte le azioni che si determinano possono sviluppare negli spettatori una reazione di apertura o di chiusura. Quali sono le tue riflessioni a proposito? L’empatia e il rifiuto sono effetti su cui eserciti una forma di pianificazione di controllo oppure sono traiettorie in totale libertà?

Io non sono in grado di lavorare prevedendo le reazioni degli spettatori. Tuttavia la figura del pubblico è fondamentale. Quando lavoro a un progetto, cerco sempre di osservare le prove come se fossi io stesso uno spettatore. Ma se provassi a mettermi nei panni del pubblico commetterei un errore cognitivo molto grossolano: devo fare il possibile per restare nei miei. Augusto è un lavoro molto diverso da tutti gli altri che ho realizzato. So di aver scelto un’azione che ha la capacità di dividere – la risata – ma non è questo il mio intento iniziale.

È possibile che si creino alcune dinamiche molto forti tra il pubblico e la platea, così come è possibile che in alcuni spettatori non si muova nulla, o che addirittura che alcuni provino fastidio. Augusto è il nome di un clown: è inafferrabile, imprevedibile, incomprensibile, e devo ammettere che sorprende ogni volta anche me. È come se non riuscissi a gestirlo fino in fondo perché ho l’impressione che sia il pubblico a guidare l’atmosfera in sala, a stabilire l’umore. È un lavoro nel quale il riso viene introdotto in maniera positiva, come se fosse il ricordo di un’infanzia e di un’innocenza perduta, ma col passare dei minuti diventa un lavoro sul dolore, sulla violenza, sulla disperazione e sull’indifferenza.

Augusto © Alice Brazzit
Augusto © Alice Brazzit

Sulla libertà di trovare la tecnica personale: cosa hai vissuto, scoperto e trovato durante lo studio artistico in cui giravi su te stesso per 30-40 minuti?

Chroma è nato innanzitutto da una commissione ricevuta all’interno di un progetto europeo chiamato Migrant Bodies nel quale ho studiato i fenomeni migratori di alcuni animali. Ho notato quanto fosse importante il movimento circolare nelle rotte migratorie di alcuni animali che abbiamo studiato. Sono rimasto molto affascinato da questa idea e così in maniera molto naif sono entrato in uno studio e ho iniziato a girare su me stesso. All’inizio stando molto male. Ma non volevo imparare da nessuno, volevo trovare la mia tecnica.

È nato così il progetto Turning. Abbiamo creato diversi spettacoli ispirati a questa pratica, diverse versioni. È stata un’esperienza straordinaria: ho dovuto imparare a girare su me stesso e in seguito ho dovuto cercare gli strumenti per insegnarlo ai danzatori fino a condividere questa pratica con compagnie di balletto. Sono molto orgoglioso di annunciare che in dicembre, la versione creata per il Balletto dell’Opera di Lione verrà presentata nella cornice del Festival D’Autunno a Parigi in double bill con Merce Cunningham.

Nel teatro, come nella danza, cercare ossessivamente sulla scena quello che manca in un corpo, impedisce di trovare ciò che esso stesso racconta o che ha in più?

Nel mio caso significa sempre scoprire un’altra abilità, una specie di super potere. Ad esempio nel 2015/2016 abbiamo lavorato con un gruppo di atleti non vedenti e ipovedenti per uno spettacolo che si chiama Aurora. Molte di queste persone sono affette da retinosi pigmentosa, una malattia degenerativa terribile che riduce il campo visivo di anno in anno, fino alla cecità. Lo spettacolo pone l’accento sulla straordinaria abilità che hanno questi atleti nel praticare una disciplina sportiva paralimpica chiamata goalball. In scena ricreiamo e giochiamo una vera partita. In questo caso la diversità non è percepita come una mancanza, ma come il fatto di possedere una qualità straordinaria, una forza altra. Per questo lo spettacolo si chiama Aurora: per me è un lavoro che apre a nuove percezioni.

Come e cosa avviene nello scambio comunicativo tra la scena, gli artisti, il pubblico in relazione alle distanze? Come e cosa cambia nel rapporto vicino/ lontano, a seconda delle differenze delle strutture teatrali?

Quello con gli spazi tradizionali è un confronto molto interessante. È una sfida in un certo senso. In fondo alla sala si può cogliere una “visione d’insieme” (per citare il titolo del festival “Short Theatre” di quest’anno), ed accedere ad un livello di percezione diverso. Non dico che sia meglio o peggio, dico che è semplicemente diverso. Ma rispetto al mio gusto e alla mia sensibilità, da spettatore mi piace stare vicino all’azione.

Pensi che lo spazio possa amplificare o rimarginare la rappresentazione delle incrinature della società?

Non saprei rispondere a questa domanda. La cosa che mi piace del Teatro è che nello spazio bisogna andarci veramente: non è qualcosa che puoi guardare da casa tua e quindi oggi è diventata quasi una pratica esotica. In questo senso, lo spazio, il teatro, inteso come luogo e non come un genere, è in grado di creare un incontro, anzi, ti costringe ad un incontro. Ma ci tengo a precisare che non dovrebbe essere compito degli artisti “rimarginare le incrinature della società”, dovrebbe essere compito dei politici.

Live Art trovi che sia una definizione/ non definizione simile a Queer?

Non ci avevo mai pensato. Nei primi anni, quando sentivo questa parola, queer, era una definizione che mi affascinava e mi affascina ancora oggi moltissimo: poiché chiunque può abbracciarla. Allo stesso tempo, sono un po’ deluso perché questo termine è anche in grado di creare nuove divisioni. Credo sia importante rispettare chi non ha nessuna intenzione di identificarsi nella parola queer, chi si sente a proprio agio nelle definizioni “tradizionali”. Allo stesso modo mi interessa il concetto di Live art, perché smantella le differenze tra le categorie, ma come artista non ho nessun problema a riconoscermi delle definizioni tradizionali. Così come non ho paura della parola “spettacolo”. Credo che sia importante che ogni artista abbia la possibilità di scegliere il termine col quale si sente maggiormente a suo agio, ecco tutto. 

Il Leone d’Oro alla carriera per Sciarroni è un punto di arrivo di ripartenza?

Non so se è un punto d’arrivo o di partenza, lo capirò con il tempo. Per ora ho l’impressione che non abbia rappresentato una deviazione nel mio percorso. Continuo a non avere uno spazio prove, a non ricevere fondi ministeriali per la produzione e quindi a mantenere la mia indipendenza come artista. Il nostro ultimo progetto è un piccolo formato di appena venti minuti intitolato Save the last dance for me, che intende “salvare” dall’oblio una danza bolognese dei primi del ‘900 che si chiama “polka chinata”, un ballo liscio. Assieme alla presentazione della performance abbiamo attivato una serie di workshop per divulgare il ballo.

La parola mistero ritorna spesso nel tuo lavoro e nelle tue dichiarazioni. Che valore e che significato attribuisci a questa parola?

Virginia Woolf parlava di “momenti d’essere” e io mi ritrovo in questa definizione quando sono spettatore di una pratica di gruppo (come nel caso di un antico ballo popolare), oppure quando guardo un paesaggio, o se sono immerso nella natura. Da bambino mi piaceva osservare gli insetti che marciavano in fila. Per me quello “spettacolo” era davvero un mistero: “il segreto di un segreto” come diceva Diane Arbus. Quando lavoro in sala mi piace immaginare che sopra la mia testa stia transitando un pianeta gigantesco e misterioso che ci costringe a ripetere un’azione ancora e ancora senza essere a conoscenza del motivo del nostro agire. È una sensazione misteriosa che può diventare piacere se si riesce ad abbandonare la paura.

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Torinodanza: la città diventa spazio scenico

Sutra (photo © Andree Lanthier)
Sutra (photo © Andree Lanthier)

Sidi Larbi Cherkaoui, celebre coreografo belga di origini marocchine, ha portato sul palco del Teatro Regio di Torino – per l’inaugurazione del festival Torinodanza, per il secondo anno sotto la direzione di sotto la direzione di Anna Cremonini – lo spettacolo Sutra, presentato nel 2008 al Sadler’s Wells di Londra. Un’opera che da più di dieci anni continua a girare per il mondo portando i frutti di un incontro – non inconsueto nell’ambito teatrale – fra Europa e Asia, nato da una visita che il coreografo ha compiuto in un tempio Shaolin in Cina. Da questo viaggio è emersa l’ispirazione per uno spettacolo in cui i monaci portano le tecniche e le pratiche del Kung Fu Shaolin. La scenografia, composta dallo scultore Antony Gormley (scenografo anche degli spettacoli Babel (Words), Icon, Noetic, Zero Degrees), consiste in una serie di scatole aperte, a misura d’uomo che ciclicamente trasformano i paesaggi in cui i monaci si muovono: sono letti, gusci, pesanti bare da portare nel percorso, montagne da scalare, simulacri di una lotta continua o di un rito ancestrale.

Cherkaoui e un bambino giocano con delle miniature che replicano la scena principale, sopra una di queste scatole dal colore argenteo: riconoscibile nella scelta illuminotecnica e cromatica, l’estetica “cinematografica” che contraddistingue la firma dell’artista, già riconoscibile in Noetic e Icon. La musica – dal vivo – è eseguita dietro il fondale semitrasparente e condotta da Szymon Brzóska. Un lavoro energico, cesellato con precisione in un continuo ripetersi di movimenti repentini, marziali, senza sosta e con il cambio delle scene affidato al gioco delle scatole simile a un Tetris. Emerge nel lavoro un momento in cui gli interpreti eseguono, seduti sopra queste strutture, una partitura composta con i gesti dell’alfabeto muto, come una preghiera rituale rivolta allo spettatore. La struttura performativa tipica dello spettacolo di danza contemporanea – con le sue attese, i passaggi calibrati e una visione organica della creazione – non si amalgama con la pratica del kung fu, destabilizzando lo spettatore e portandone la visione su un altro piano, quello dello spettacolo come momento di abbattimento di una frontiera a favore di uno spazio di verso una cultura lontana dalla nostra e dalle radici profonde. Il tema della lotta si materializza in una sequenza fatta di virtuosismi energici, che non si conclude nel rapporto binario vincitore – sconfitto, ma in una sfida che è parte della disciplina dei monaci.

Ma se da una parte il lavoro di Larbi Cherkaoui si colloca nella linea della danza teatrale europea con le influenze interculturali – che sono anche parte della storia dell’autore – coniugate alle tecniche ereditate dalla danza europea di fine Novecento, in questa edizione del festival viene riservato un grande spazio anche alla danza italiana, e in particolare in luoghi specifici della città sabauda.

Michele Di Stefano, autore di punta della danza italiana con la sua compagnia MK, in Orografia trasforma la collina torinese in un palco verticale in cui la danza s’inscrive nel paesaggio semi-urbano, non catturando completamente l’attenzione – rapita in gran parte dall’ascolto della voce di Di Stefano che racconta, immerso nel paesaggio sonoro di Lorenzo Bianchi Hoesch, il suo percorso tra le montagne. Biagio Caravano apre questa “escursione” sulla terrazza del Monte dei Cappuccini portando il pubblico a seguire prima il suo gioco coreografico e successivamente quello di Roberta Mosca e Laura Scarpini, fino a strizzare gli occhi in direzione dei Murazzi del Po, dove si può vedere un corpo che danza vicino all’acqua, mentre un battello da cui si spande fumo colorato, risale verso piazza Vittorio. Come ha commentato Michele, “la danza è realizzata dalle persone che si trovano in quel luogo”.

Sempre sul Monte dei Cappuccini, all’esterno del Museo della Montagna, Marco Chenevier regala a un pubblico intimo e incuriosito di Torinodanza la sua visione di Purgatorio ovvero Aspettando Paradiso. Chenevier è coreografo, danzatore e regista valdostano e vanta una lunga esperienza professionale in Francia con Isaac Alvarez, fondatore della compagnia TIDA Teatro Instabile di Aosta e creatore del festival T*Danse. In questa sua creazione la struttura morale, topografica e narrativa ricreata da Dante è reinterpretata da Chenevier come in una fatica sportiva, agonistica, associabile alla salita verso il Paradiso cantata nella Commedia

«Se voi la sapete, mostrateci la via per salire sul monte» II, 58

A mostrarci questa via al Torinodanza è Théo Pendle, danzatore di grande intensità e dotato di una plasticità fisica che si rivela solo con l’intensificarsi della danza e il cui vocabolario ricorda James O’Hara nel Faun del già citato Sidi Larbi. Indossa una sorta di capospalla con piume nere, definite e pesanti come le scaglie di un pesce ed entra nello spazio come in un’immersione verso una dimensione altra, intermedia, cercando il passaggio che lo porterà a destinazione. Il centro dello spazio è occupato da una struttura cubica dalle pareti trasparenti e dal soffitto traforato. Una serra, una vetrina, un’incubatrice. Uno spazio in cui il Dante di Chenevier trova ristoro e purificazione: dal soffitto scende una pioggia salvifica, che dapprima scioglie il pesante cappotto del performer e gli permetterà di scivolare all’interno di questo lago, giocando con l’acqua e sciabordandola contro le pareti della struttura.

«Quando noi fummo là ‘ve la rugiada

pugna col sole, per essere in parte

dove, ad orezza, poco si dirada,

ambo le mani in su l’erbetta sparte

soavemente ‘l mio maestro pose:

ond’io, che fui accorto di sua arte,

porsi ver’ lui le guance lagrimose:

ivi mi fece tutto discoverto quel

color che l’inferno mi nascose. »

(I, 121)

Il lavoro termina con Alessia Pinto ed Elena Pisu che dipingono degli occhi sulle pareti della struttura, che come Catone L’Uticense traghettano il viaggiatore – e il pubblico – verso il Paradiso attraverso gli occhi di Beatrice. Non acquista particolare rilievo la musica dei Godspeed you! Black Emperor.  Un lavoro al festival Torinodanza che dimostra la consapevolezza scenica di Chenevier e la dimestichezza con cui Enrico Pastore tratta una drammaturgia così delicata, dimostrando quella capacità – spesso latitante negli short pieces e negli studi della recente danza d’autore – di concepire un progetto-spettacolo nel suo impianto totale e multidisciplinare. 

«E sì come secondo raggio suole
uscir del primo e risalire in suso,
pur come pelegrin che tornar vuole,
 
così de l’atto suo, per li occhi infuso
ne l’imagine mia, il mio si fece,
e fissi li occhi al sole oltre nostr’uso.»

(Paradiso, I, 49)
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L’esprit di Loredana Parrella, tra rivoluzione e romanticismo come in un quadro di William Turner

Passione e conoscenza: così potrebbe essere raccontata in sintesi la dimensione artistica di Loredana Parrella. Direttrice artistica e maître à penser di Twain Centro di Produzione Danza. Una struttura che mediante le sue attività sviluppa alcuni basilari concetti chiave. La ricerca e la sperimentazione coreografica da un lato, la centralità della storia, l’importanza delle origini dall’altro. L’esplorazione dei linguaggi e delle tradizioni diventa un viaggio attraverso i corpi per circumnavigare le debolezze e la forza dell’uomo. La realizzazione di un incontro tra culture e storie diverse. Due grandi eventi si sono conclusi recentemente: il Focus Giovani – sezione Danza, avvenuto al Supercinema di Tuscania dal 20 al 22 settembre e Romanza, Trittico dell’intimità. L’ultima composizione di Loredana Parrella è andata in scena al teatro Sala Pasolini di Salerno. Il nostro incontro con lei restituisce i pensieri e i ricordi di una donna e del suo autentico spirito ribelle, a poco tempo dal prossimo, importante appuntamento firmato Twain, la prima nazionale di Juliette al Teatro Fabbri di Vignola, il 26 ottobre a cui seguirà una lunga tournée a Roma, Tuscania, San Gimignano, Teatro Romano di Nora, Cagliari, Festival Quartieri dell’Arte, Soria e Madrid (Spagna), Viterbo, Biella.  

Quali sono state le impressioni e le considerazioni sull’edizione 2019 del Festival direzioniAltre?

Il Festival direzioniAltre, giunto alla terza edizione si è svolto dal 13 al 16 giugno a Tuscania (VT) con performances site specific e spettacoli. Rappresenta l’apice della stagione di Twain Centro di Produzione Danza, sostenuto dalla Regione Lazio, che svolge sia la sua attività di programmazione di compagnie italiane ed europee sia di produzione di spettacoli, da gennaio a dicembre. Le 4 giornate del Festival sono delle vere e proprie invasioni creative durante le quali i 40 artisti in programma alternano performance in spazi urbani a spettacoli negli spazi teatrali. La mappa del Festival si snoda in tutto il centro storico, da Via Roma al Duomo, dal parco di Torre Lavello ai sagrati delle Chiese, dal Supercinema all’ex Tempio di Santa Croce. La bellezza dei luoghi unita all’abilità degli artisti nell’abitarli e la generosa risposta del pubblico, che ci segue numeroso, sono la linfa vitale del nostro Festival. Si è stabilita una relazione meravigliosa con la città. Gli spettacoli sono stati seguiti dagli spettatori con più attenzione e con meno diffidenza, divenendo in breve tempo un appuntamento abituale di di inizio estate.

L’ex Tempio di Santa Croce è una chiesa sconsacrata che ha ospitato INRI, spettacolo storico della compagnia Zerogrammi, che a mio avviso era perfetto all’interno di quel luogo per il quale abbiamo avuto un sold out. Diego Sinniger in Piazza Duomo, luogo di ritrovo di molti tuscanesi, si è infiltrato tra le persone presenti che in quel momento transitavano nella piazza e con il suo solo, dis–connect ha incantato e commosso anche i più scettici. La sua bravura e la sua forza interpretativa sono state apprezzate anche nel suo duo Liov, nel quale viene affiancato dal bravissimo Kiko Lopez, programmato all’Anfiteatro Torre di Lavello. La dinamica e la forza della performance si sono sposati perfettamente con la potenza del luogo che gode di un panorama mozzafiato. Altro artista interessante che sviluppa un percorso estemporaneo in site specific è Manuel Martin che ha portato il suo Hangar in due spazi urbani entrando nel cuore della città e nel parco, dove grandi e piccini hanno potuto godere della sua spettacolare fisicità e intensità. Sempre in site specific la performance in prima assoluta 1-0, del collettivo Sa.Ni, con grande ironia ha coinvolto moltissimi cittadini di tutte le età. Inoltre ogni anno il Festival ospita i lavori degli artisti vincitori del premio Twain direzioniAltre dell’anno precedente. 

Quest’anno programmati al Supercinema i due primi premi ex aequo, C&C Company di Carlo Massari, in scena con il pluripremiato Beast Without Beauty il 13 giugno e Sara Angius, ospite del festival il 14 giugno alle 21 al Supercinema con Wallpaper, prodotto dal Theater Braunschweigh (Germania), un’altra serata sold out. Ha concluso la sezione dedicata ai progetti urbani la compagnia residente Cie Twain con Juliette on the Road, una versione site-specific della mia ultima creazione, ospitata nella prestigiosa cornice di Santa Maria della Rosa. Come da tradizione, il Festival ha dedicato l’ultima serata al premio Twain DirezioniAltre con i suoi sei finalisti: Andrea Dionisi in Mondi Sterminati, Giorgia Gasparetto in The Home of Camila, Pablo Girolami in Manbuhsa, Agnieszka Jania in Lei, Manolo Perazzi in Fermo immagine e Priscilla Pizziol in Vengo a perderti. Appuntamento il 16 giugno alle 21 al Supercinema di nuovo tutto esaurito con l’esibizione dei finalisti, selezionati da una commissione d’eccezione composta da Alessandro Pontremoli (presidente commissione consultiva settore danza Mibac), Loredana Parrella (direttrice artistica Twain), Isabella Di Cola (responsabile programmazione danza Atcl Lazio), Ariella Vidach (direttrice artistica Aiep/Did studio Milano), Silvana Barbarini (direttrice artistica Vera Stasi), Simonetta Pusceddu (direttrice artistica Cortoindanza Cagliari) e Stefano Mazzotta (direttore artistico Zerogrammi Torino).

Il festival sin dalla sua nascita si pone come punto di vista alternativo, sempre alla ricerca di nuove prospettive, libero da preconcetti e stereotipi imposti da un sistema che cristallizza la danza in un’unica visione statica ed unidirezionale. La direzione è verso il contemporaneo e abbraccia autori di differenti fasce d’età, tenendo ben presente che la mescolanza di differenti professionalità ed esperienze crea terreno fertile per la crescita delle nuove generazioni di artisti. Il nostro festival è un viaggio breve ma intenso, un appuntamento annuale in cui differenti anime con differenti punti di vista si ritrovano per poi ripartire in direzioni diverse portandosi via frammenti di relazioni. direzioniAltre è un punto d’incontro tra un nuovo pubblico e nuove idee per un teatro vivo, caratterizzato dalla necessità di cercare, la curiosità di trovare ciò che si nasconde e la possibilità di pensare che c’è e ci sarà sempre un’altra direzione da esplorare.Un appuntamento che nel 2019 ha visto in soli quattro giorni oltre 600 spettatori.

Juliette

Si percepisce una dimensione micro e una macro. I vicoli e le piazze, gli spettacoli e gli artisti, una comunità è un territorio con la sua storia, la sua cultura.  Tutto questo si sviluppa e diventa un viaggio nel tempo e nello spazio. È questa la vostra mission?

Sì, il nostro festival parte dalla necessità di esplorare e abitare gli spazi urbani, attraverso l’azione dei corpi ispirata dalla poesia che ogni luogo suggerisce. Lo spazio urbano offre delle possibilità ma pone anche delle difficoltà che vanno superate e in qualche modo risolte. È in quel momento che si auto-crea una scrittura scenica e/o coreografica piena, concreta, dove ogni singolo gesto, ogni sguardo vive di esperienza e dona al corpo dell’interprete spessore e bellezza. In primis creo con i miei assistenti una mappatura dei luoghi, per poi disegnare un percorso nel quale inserire la programmazione delle performance e degli spettacoli. Agli artisti chiedo di intraprendere un viaggio attraverso i luoghi che ho scelto, ad ognuno di loro chiedo di perlustrare e percorrere quei luoghi. I giovani artisti sono molto disponibili a questa modalità di ricerca e di lavoro. Anche a distanza, loro iniziano a esprimere delle preferenze e il loro punto di vista. Lavoreranno in seguito per riadattare la loro performance all’interno di quel percorso. Questo mi permette di programmare opere vive e uniche che esistono nel momento in cui agiscono.

La scoperta, l’identificazione e l’appartenenza a un posto per un breve o per un lungo periodo: questo è quello che accade? 

Si è ciò che è accaduto a noi così come a molti altri artisti che arrivati a Tuscania sono rimasti per moltissimi anni o addirittura per sempre. Tuscania ha un’energia incredibile legata a una grande bellezza. Nel 1971 è stata distrutta, in gran parte, da un terribile terremoto. Un cataclisma che ha lasciato uno shock nella generazione che all’epoca lo ha vissuto e che è stato tramandato almeno per altre due. Molti tuscanesi hanno abbandonato il centro storico e sono andati a vivere fuori le mura. Per molti anni percorrendo il centro si aveva l’impressione di essere in una città fantasma. Negli anni a seguire Tuscania è stata ripopolata da molti artisti sia italiani che stranieri, che hanno scelto di abitare le vecchie case del centro. Così si è costituita una nuova comunità che ha dato vita a molti processi creativi. In particolare Silvana Barbarini direttrice della Compagnia Vera Stasi che nel 1997, in collaborazione con Dark Camera e Luigi Francini, ha fondato Tuscania Teatro (struttura regionale di residenza per le arti sceniche), e ha dato nuova vita al Supercinema rendendolo uno spazio teatrale. La sua progettualità ha permesso il continuo fluire a Tuscania di molti importanti artisti che operano nel campo della danza.

Dal 2018 TWAIN entra nella gestione del Supercinema trasferendo in Tuscania tutte le sue attività e ottenendo una convenzione triennale per gli spazi comunali, il Teatro Il Rivellino, l’ex tempio Santa Croce e l’Auditorium Torre di Lavello. Grazie a questa migrazione oggi possiamo vantare un pubblico eterogeneo, con una sviluppata coscienza critica e una grande competenza artistica, e cittadini che nel tempo si sono inseriti nel contesto culturale e seguono abitualmente gli eventi. La nostra Mission è quella di lavorare in un contesto Nazionale ed internazionale, con la  distribuzione delle nostre produzioni, programmazione di compagnie e artisti con lo scopo di portare arte e conoscenza anche nei luoghi dove normalmente non è possibile accedere agli stimoli artistici che la grande città offre. Attraverso l’organizzazione di eventi, workshop, mostre, progetti in residenza e una ricca programmazione di spettacoli l’intento è costruire uno spazio in cui cittadini ed operatori del settore possano imparare gli uni dagli altri creando un vero autentico scambio culturale.

Come è nato e come si è sviluppato il progetto Twain?

Twain Centro di Produzione Danza
Twain, Centro di Produzione Danza

Ho fondato TWAIN nel 2006 in collaborazione con il designer Roel Van Berckelaer e contemporaneamente ho dato vita ad uno spazio culturale Spazio CTw_centrocoreograficopermanente. Un capannone ristrutturato di 300 m quadrati che ha dato residenza alla compagnia per 8 anni. Nel 2014 il comune di Ladispoli mi ha assegnato una residenza all’interno del Centro di Arte e Cultura, una sala di 105 m quadrati dove ancora oggi svolgiamo attività di formazione professionale e residenze artistiche. Dal 2011 viene riconosciuta come organismo di produzione danza dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali Dipartimento dello Spettacolo. Nel triennio 2015/2017 è Residenza Artistica art.45 e dal 2018 è Centro di Residenza del Lazio denominato PERIFERIE ARTISTICHE sostenuto dalla Regione Lazio e dal MIBAC. Dal 2016 è Centro di Produzione Danza sostenuto dalla Regione Lazio. Nel 2018 arriva la gestione del Supercinema e la collaborazione con il Comune di Tuscania e Twain migra a Tuscania e ne fa la sua sede di residenza prevalente. Ad oggi ha realizzato più di 20 produzioni di spettacoli dal vivo con oltre 450 repliche, in 200 Teatri e Festival, 17 Regioni italiane e 8 Paesi esteri (Spagna, Inghilterra, Serbia, Germania, Cipro, Montenegro, Bulgaria e Stati Uniti).

La linea artistica che ho scelto di dare al progetto Twain è fondata sulla scelta di autori di formazione eterogenea, appartenenti a differenti generazioni e sulla costituzione di un nucleo stabile di danzatori a disposizione di tutti i nostri autori. Oltre a me, che ne sono la coreografa stabile, sostiene i giovani autori Under 35 Yoris Petrillo, Collettivo Sa.Ni/Nicola Cisternino-Sara Sguotti e Jessica De Masi e i coreografi associati Simonetta Pusceddu, Loris Petrillo e Silvana Barbarini. Ogni anno TWAIN programma 36 spettacoli in ospitalità e 6 progetti in residenza di autori nazionali e internazionali negli Spazi di Ladispoli e Tuscania.

Fin dal 2008 la nostra progettualità è sostenuta con contributi e finanziamenti pubblici da: Presidenza del Consiglio dei Ministri–Dipartimento della Gioventù, MiBAC–Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Lazio Assessorato alla Cultura ed Assessorato alle Politiche Giovanili, Provincia di Roma Assessorato alla Cultura ed Assessorato alle Politiche Giovanili, Roma Capitale, Zetema Progetto Cultura, Città di Ladispoli Assessorato alla Cultura, Città di Cerveteri Assessorato alla Cultura; Comune di Tuscania. Nel 2019 nasce l’ultimo lavoro della compagnia Juliette con la mia regia e coreografia e con i testi di Aleksandros Memetaj. La produzione è per 10 interpreti ed è Coprodotta dalla Fondazione Teatro Comunale di Modena. Il debutto sarà a Vignola, al Teatro Diego Fabbri dove debutterà in autunno per proseguire a Roma, Tuscania, San Gimignano, Teatro Romano di Nora, Cagliari, Festival Quartieri dell’Arte, Soria e Madrid (Spagna), Viterbo, Biella.

Qual è la tua concezione e il lavoro sul corpo nelle tue creazioni?

Avevo 15 anni quando il maestro Cebron venne in Accademia e ci mostrò il video della Sagra della Primavera di Pina Bausch. Fu allora che ho capito dove volevo andare e cosa avevo bisogno di cercare. Ho proseguito i miei studi presso l’Accademia Nazionale di Danza fino al 1985 quando ho deciso di intraprendere il mio viaggio professionale durante il quale ho incontrato i miei due maestri: a Parigi, Dan Moisev che mi ha aperto un nuovo orizzonte sullo studio del movimento e delle dinamiche fisiche e a Firenze dove Angelo Corti mi ha introdotta all’Opera lirica nella quale danza, teatro e musica si fondono. In quegli anni ho lavorato come interprete tra Belgio e Italia. Nell’arco di una quindicina d’anni il percorso da interprete si è trasformato in quello di autrice. Una filosofia di vita la mia che si esprime nel mio lavoro. Un modo di essere che abita un mondo in divenire. La necessità di abitare i corpi dei miei interpreti mi permette di intraprendere sempre un nuovo viaggio. Scoprirne la natura selvaggia per metterne in evidenza la natura rivoluzionaria. Un corpo pensante creatore di mondi paralleli. Concepisco una formazione solida che partendo anche da un’impostazione classica possa spaziare attraverso lo sport, le svariate tecniche della danza contemporanea, il teatro e le tecniche fonatorie. Insomma una formazione che renda concreta la fisicità di un danzatore che gli permetta di agire sempre attraverso delle regole fisiche universali. Per tradizione, soprattutto ai miei tempi, veniva fatto un lavoro in compressione: adulare se stessi senza apprezzarsi. L’immagine riflessa nello specchio che non tiene conto assolutamente di ciò che abita un corpo, l’essere umano. La danza per me è ricerca e azione. Mette in moto delle emozioni dei sentimenti ma anche quei meccanismi tipici della comunicazione tra interprete e spettatore. Nella linea di mezzo c’è l’autore che ad un certo punto, in qualche modo, deve sottrarsi. Scelgo con cura i miei interpreti e necessito che loro scelgono di lavorare con me.

La loro diversità li rende un corpo unico, speciale, un nucleo fortissimo. Ognuno di loro ha un ruolo fondamentale che sostiene il gruppo. È un lavoro duro, metodico e instancabile e mai casuale. Qui non ci sono turisti ma solo viaggiatori che sono parte di un progetto a lungo termine. Twain è l’acronimo di Theatre Without An Important Name. È il cognome che scelse Mark Twain il quale aveva lavorato sui battelli a vapore e sapeva che nella navigazione fluviale si usava quel grido  per indicare una distanza di sicurezza “by the mark, twain” (dal segno, due braccia). Corrispondeva la misura della profondità (marca due) dove non dovevano arrivare le imbarcazioni per non incagliarsi. Successivamente ho scoperto che Twain è il dispositivo che mette in collegamento il computer con la stampante. Mi ha esaltato il fatto che senza quell’ impianto tecnologico le due macchine non riescono a comunicare tra di loro e ho realizzato che theatre potesse sostituire technology nell’acronimo. La nostra aspirazione è quella di mettere in relazione un piccolo corpo con uno più grande. Ognuno di noi è minuscolo nei confronti dell’immensità. Come in un quadro di Turner, mi sono sempre sentita così ogni volta che ho scritto e composto per i corpi: un puntino all’interno dell’universo.

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Le labbra di Prometeo Ph. Simone Vittonetto

Presentazione della stagione di Twain: la danza internazionale a Tuscania

Cenerentola di Fabula Saltica

Dall’8 Settembre riparte la Stagione 2019 di Twain Centro di Produzione Danza Regionale e Centro di Residenza Multidisciplinare sostenuto dalla Regione Lazio e Mibac, con la Direzione Artistica di Loredana Parrella, presso il Supercinema e il Teatro Il Rivellino – V.Lucchetti di Tuscania (VT).

Twain, cura un progetto attivo tra Tuscania e Ladispoli, presentando una stagione multidisciplinare che spazia dalla danza al teatro-ragazzi e le performing arts, al di fuori dei consueti circuiti dello spettacolo dal vivo. Un progetto per il territorio che vede, oltre alla programmazione della stagione, un vero e proprio centro di produzione, residenza e formazione della danza che si sta affermando come uno dei centri di riferimento per gli artisti anche a livello nazionale.

  Minority Party di Aiep/Ariella Vidach
Minority Party di Aiep/Ariella Vidach

Il primo imperdibile appuntamento della stagione è fissato all’8 Settembre presso il Supercinema di Tuscania con lo spettacolo Minority Party di Aiep/Ariella Vidach, presentato all’interno della Stagione Danza: che cosa significa nell’era delle nuove cittadinanze e della globalizzazione la coreografia contemporanea? È possibile concepirla senza prendere atto delle differenze dei corpi, della contaminazione tra i linguaggi, dei nuovi scenari estetici? Claudio Prati e Ariella Vidach indagano il corpo e la danza come sistema di relazioni, esplorando le frontiere del linguaggio e le tradizioni, come elementi permeabili di trasmissione e incontro tra culture.

Con la regia di Claudio Prati e Ariella Vidach, quest’ultima anche coreografa, lo spettacolo Minority Party è interpretato da un cast internazionale composto da Ivelice Brown, Susannah Iheme, Masako Matsushita, Loredana Tarnovschi. Prodotto da 2019 / AiEP, con il sostegno di Mibac, NEXT – Regione Lombardia, Comune di Milano, DAC Comune di Lugano.

Proseguiranno gli eventi stagionali con il Focus Giovani dal 20 al 22 Settembre, una tre giorni dedicata alla nuova autorialità organizzata in collaborazione con Vera Stasi e ATCL Lazio, dove verranno presentati i lavori a cura di sette giovani realtà artistiche, sostenute e apprezzate da Twain: Francesca Foscarini, Nicola Cisternino, Jessica De Masi, Isabella Giustina, Barbara Berti, Gennaro Lauro e Luigi Aruta saranno i protagonisti delle serate di danza presso il Supercinema di Tuscania. 

A fine ottobre, Twain presenterà la propria produzione Little Something, spettacolo vincitore de I Teatri del Sacro 2017, regia e coreografia di Loredana Parrella con Yoris Petrillo, Elisa Melis, Luca Zanni, Maeva Curco Llovera, Enea Tomei e la drammaturgia di Beatrice Balla. Il testo di François Garagnon, in una lingua metaforica e personale, racconta il viaggio della costruzione di sé, contrapponendo la filosofia dell’essere alla filosofia dell’avere: l’obiettivo dell’esistenza è divenire, essere un Grande Amore Senza Fine, anche se in partenza siamo una piccola cosa, un Little something appunto. La costruzione scenica si articola in una ricerca interdisciplinare tra teatro e danza traducendo i temi del testo in espressività coreografica e in una lingua poetica composta di parole e immagini capace di dialogare con l’intimità degli spettatori.

Le labbra di Prometeo Ph. Simone Vittonetto
Le labbra di Prometeo Ph. Simone Vittonetto

Compagnia solidamente affermata nel panorama italiano, Fabula Saltica presenta il 21 novembre, Cenerentola, una forma “ibrida” di danza che coniuga l’estetica del balletto classico a stili contemporanei. La compagnia è composta da giovani danzatori in grado di alternarsi in differenti produzioni che oscillano tra astrattezza e narratività teatrale, in grado di utilizzare diverse tecniche, stili e di adattarsi a differenti modalità espressive. Il coreografo Claudio Ronda ha immaginato una sobria situazione fantastica, prosciugata da ogni eccesso, ambientata nell’Italia degli Anni 60. Cenerentola è una storia familiare contemporanea, dove una ragazza, vessata da matrigna e sorellastre a tratti buffe, e lasciata in disparte dalla società laboriosa e arrivista, ricerca e trova una propria realizzazione personale con l’aiuto della danza e del vero amore. 

L’Intelligenza Artificiale può sognare? Sono empatici i millenials? È possibile pensare con certezza alla scomparsa degli umani dal Pianeta Terra? L’essere umano ad oggi, non è stato in grado di risolvere alcuni problemi fondamentali in termini di evoluzione personale e sociale. Possiamo immaginare che il Pianeta verrà distrutto dalla nostra incapacità di gestire le nostre vicissitudini in un modo etico e costruttivo? Da  questi interrogativi nasce lo spettacolo I.A. La edad pos humana di EnClaveDANZA, in scena il 6 dicembre, ideato e diretto dalla coreografa Cristina Masson brasiliana, madrilena di adozione. EnClaveDANZA mantiene un ideale di lavoro multidisciplinare, crede nella creazione collettiva cercando valori estetici che sensibilizzino il pubblico. Il processo di creazione della compagnia è spesso governato dall’immediatezza del gesto, dall’improvvisazione, prendendo quest’ultima come uno strumento per immergersi nel caos e recuperare l’abilità del corpo e dello spazio.

Per lo spettacolo Prometeo di Egribianco danza, in scena il 14 dicembre, si sono impegnati, con altrettante novità assolute, tre coreografi, convenuti da tre angoli del mondo: Patricia Apergi dalla Grecia (Prometheus and the rebels of today), Marco Chenevier dalla Val d’Aosta (Le Labbra di Prometeo), Salvatore Romania dalla Sicilia (Prometeo) e il coreografo residente, Raphael Bianco, che ha riservato per sé un breve tassello ispirato ad un personaggio femminile, (Steel orchid), quella Aung San Suu Kyi che senza armi né violenze ha portato la democrazia al suo tormentato Paese, pagandone lo scotto con 15 anni di dura prigione, a cui non l’ha sottratta neppure l’attribuzione del Nobel per la pace. Ne è scaturito un fiotto di creazioni, di caso in caso, passionali, provocatorie, ragionate, controverse, che ogni coreografo ha realizzato con piena autonomia di forma e contenuto, nell’esecuzione dei partecipi artisti-danzatori. Un bel challenge per il pubblico – così come scrive la direttrice Susanna Egri

 Sarajevo di Gennaro Lauro  Ph. Roberto Di Blasio
Sarajevo di Gennaro Lauro Ph. Roberto Di Blasio

Gli ultimi appuntamenti del 2019 saranno lo spettacolo Finale del Corso Perfezionamento “Specific Dancers” e Powder di Compagnia Petrillo Danza, regia e coreografia di Loris Petrillo, con Marco Pergallini, Yoris Petrillo, Luca Zanni. Compagnia Petrillo Danza è prodotta da Twain Centro di Produzione Danza Regionale in collaborazione con Scenario Pubblico/CZD – Centro Nazionale di Produzione Danza, Orizzonti Verticali Festival – San Gimignano. Powder prende ispirazione dall’elemento naturale della polvere, intesa come un complesso di minutissime particelle di terra secca, sollevato dal vento e depositato ovunque. Essa nel suo moto dinamico crea nuvoli di polvere; si alza, si solleva, può essere gettata, accumulata, mischiata. Ma la Polvere viene anche associata alla tradizione dell’uomo, al suo spirito, alla sua essenza, come segno di lutto nell’atto di cospargersi il capo di polvere. In senso più figurato la polvere indica il tempo che passa, riporta all’abbandono, all’oblio. Ogni cosa si trasforma in polvere, le montagne diventano deserti, gli uomini diventano polvere, la polvere circonda il nostro spazio vitale, si deposita e resta in sospensione. Siamo fatti di polvere: quia pulvis es et in pulverem reverteris, polvere sei e polvere ritornerai.

Il calendario degli appuntamenti della stagione 

  • 08/09/2019 Stagione Danza – Minority Party – Aiep/Ariella Vidach  – Supercinema – Tuscania
  • 20/09/2019 Focus Giovani/ATCL – Animale di Francesca Foscarini / Sobotta di Nicola Cisternino – Supercinema – Tuscania
  • 21/09/2019  Focus Giovani/Vera Stasi – BAU#1 di Barbara Berti / Sarajevo di Gennaro Lauro – Supercinema – Tuscania
  • 22/09/2019 Focus Giovani – Mutamenti di Isabella Giustina / Matricola 0541 di Luigi Aruta / In.Contrastabile di Jessica De Masi – Supercinema – Tuscania
  • 31/10/2019 Stagione Danza – Little Something di Cie Twain – Teatro Il Rivellino – Tuscania
  • 21/11/2019   Stagione Danza – Cenerentola di Fabula Saltica –Teatro Il Rivellino – Tuscania
  • 06/12/2019  Stagione Danza – I.A. La edad pos humana di EnClaveDANZA – Supercinema – Tuscania
  • 14/12/2019  Stagione Danza – Prometeo di Egribianco danza – Teatro Il Rivellino – Tuscania
  • 21/12/2019  Stagione Danza – Spettacolo Finale del Corso Perfezionamento “Specific Dancers” e Powder di Compagnia Petrillo Danza – Supercinema – Tuscania
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Scenario Pubblico compie 18 anni e presenta Maturità, la Stagione Scenario Danza 19/20

Il Centro Nazionale di Produzione della Danza Scenario Pubblico quest’anno compie 18 anni di attività. Un ingresso nell’età artistica adulta che si accompagna ad un altro anniversario speciale: da dicembre scatta il 30esimo anno dal debutto della Compagnia Zappalà Danza. Un anno all’insegna della maturità artistica, una “Maturità” che dà il nome alla nuova stagione di Scenario Danza 2019/20, nonché il file rouge che legherà gli spettacoli in abbonamento. Da settembre a maggio infatti i protagonisti degli spettacoli in abbonamento saranno artisti e compagnie affermati nel panorama della danza contemporanea italiano e internazionale. Non è un caso se ad inaugurare la stagione il 21 settembre 2019 sarà proprio la Compagnia Zappalà Danza, con lo spettacolo Instrument Jam del coreografo e padrone di casa Roberto Zappalà. Spettacolo che dopo aver raccolto successi in tutto il mondo approda di nuovo a Catania in una nuova veste musicale, con Puccio Castrogiovanni ai marranzani, Arnaldo Vacca ai tamburi e Salvo Farruggio all’hang.

Dopo l’avvio a settembre con Instrument Jam della Compagnia Zappalà Danza la stagione prosegue con lo spettacolo Zero di Humanhood, compagnia britannica gestita da Rudi Cole e Julia Robert, autori di audaci coreografie che prendono ispirazione da una varietà di discipline combinando efficacemente scienza, spirito e creatività. A seguire in programma e[ma, uno spettacolo “che è scultura vivente” e che nasce dalla collaborazione tra l’artista tedesco Wolf Ka e Maria Donata D’Urso, danzatrice-coreografa catanese d’origine ma trapiantata a Parigi. Quindi a grande richiesta torna Helge Letonja con la sua compagnia di Brema steptext dance project e Out of joint, spettacolo che nasce dalla collaborazione del coreografo austriaco con l’artista sudafricano Gregory Maqoma. Il sestetto di interpreti di diversa etnia combina le sequenze coreografiche in modo indipendente con il risultato di un emozionante spettacolo di estetica multilingue.

La stagione entrerà nel vivo a fine novembre, con un evento speciale, volto a festeggiare il 30esimo anno dalla nascita della Compagnia Zappalà Danza, lo Speciale Centri di Produzione. Insieme alla compagnia di casa che debutterà con x3, tributo di Roberto Zappalà al grande compositore J.S.Bach, protagonisti sulla scena anche altri due Centri Nazionali di Produzione della Danza, DANCEHAUSpiù con la coreografia di Matteo Bittante I wandered lonely as a cloud per tre interpreti, e Aterballetto/Fondazione Nazionale della Danza con O di Philippe Kratz, creazione vincitrice del primo premio al 32° Concorso Coreografico di Hannover. In occasione del 30esimo anno sarà anche presentata il nuovo merchandising della Compagnia Zappalà Danza. Aterballetto con il suo responsabile progetti speciali Arturo Cannistrà sarà anche promotore di un evento che vedrà protagoniste le scuole di danza del territorio che aderiranno al progetto Space, in programma dall’11 al 14 novembre con restituzione finale aperta al pubblico il 14 novembre.
Il quarto Centro Nazionale di Produzione della Danza Compagnia Virgilio Sieni sarà invece ospite a gennaio e dopo 15 anni torna sul palco di Scenario Pubblico con il riallestimento dell’acclamata creazione del coreografo fiorentino La natura delle cose, tratto dal poema filosofico-enciclopedico di Lucrezio “De rerum natura”.
A fine gennaio sarà la volta dello slovacco Milan Tomášik, coreografo associato aScenario Pubblico. Con la sua compagnia di cinque elementi proporrà lo spettacolo Fight bright, dove il ritmo risultante dalla tensione muscolare del corpo dei danzatori viene combinato con contenuti psicologici e con sfumature di colore ed emotive.
Chiude il ciclo di spettacoli in abbonamento il giovane e travolgente Collettivo Cinetico di Ferrara, con lo spettacolo Sylphidarium (Maria Taglioni on the ground). Il palcoscenico diventa una passerella in cui le silfidi si susseguono “sfilando” su un ritmo irresistibile sulle percussioni live di Flavio Tanzi.

Fuori abbonamento gli appuntamenti con la CZD2 giovane compagnia zappalà danza, ensemble fortemente voluto da Roberto Zappalà con l’obiettivo di sostenere e promuovere la giovane coreografia europea e i giovani danzatori selezionati dal percorso MoDem PRO e provenienti da tutto il mondo. Dopo le date di settembre in tour con Kairos di Amos Ben-Tal e Untitled della coppia Daniela Bendini/Moritz Ostruschnjak a Pesaro per l’Hangart Festival, e la prima assoluta di Etre di Maud de la Purification a Milano per il Festival MilanOltre, la giovane compagnia zappalà danza lavorerà con il coreografo associatoManfredi Perego alla ripresa di Primitiva e al nuovo progetto Urban Woods, che sarà modulato in una versione in urbana in ottobre con i Dance Attack e in una versione pensata per il palcoscenico che debutterà in prima assoluta il 16 novembre 2019 aScenario Pubblico. Altri due debutti attendono la giovane compagnia zappalà danza nel corso della stagione, a febbraio 2020 Bulletproof nuova creazione di Ilenia Romano sul tema del bullismo, adatta anche a ragazzi e alle scolastiche, e una creazione dal repertorio di Roberto Zappalà che debutterà nel marzo 2020.
Continuano ad avere un peso importante nella stagione le attività correlate come le Open Door che offrono al pubblico la possibilità di partecipare ai processi creativi delle performance e conoscere più da vicino artisti e compagnie, così come i laboratori di danza e gli incontri intorno al tavolo della domenica sera. 

Anche questa stagione di Scenario Danza 2019/20 vedrà centrali le preziose collaborazioni con Farm Cultural Park, Viagrande Studios, FCE Metropolitana di Catania e Università degli Studi di Catania, Coorpi e Cro.me. Un altro partner di lunga data, l’AME Associazione Musicale Etnea, coprodurrà la serata Muddica After Seeds, dove i 30 danzatori del percorso MoDem PRO, selezionati in tutta Europa, si cimenteranno in una sequenza di brevi creazioni realizzate dagli stessi danzatori con il coordinamento artistico di Enrico Musmeci -responsabile del MoDem PRO e della CZD” – e la collaborazione di lumi, band electronic/classical/ambient di Catania che curerà le musiche dal vivo.

Chiuderà la stagione ScenarioDanza 19/20 la seconda edizione del FIC FEST (maggio 2020), contenitore di residenze e performance di giovani autori europei, una settimana intensa che farà vivere la città e che vedrà gli artisti convivere negli spazi di ScenarioPubblico e condividere riflessioni, esperienze creative e momenti ricreativi. Numerosi gli artisti ospiti, tra questi: Fattoria Vittadini, Marcat Dance/Mario Bermudez Gil, Cie E7KA/Eva Klimackova, Andrea Gallo Rosso, Salvo Lombardo, Marta Bellu, Gioia Maria Morisco e Claudia Rossi Valli, Michal Mualem e molti altri. E poi esposizioni, incontri, installazioni, The Risico Screening in collaborazione con Coorpi e Cro.me, e party finale.

La danza, più che essere compresa ci permette di osservare e indagare territori immaginari che con le parole è difficile esplorare. Essa non comunica una sola strada, un solo pensiero o un solo significato ma dà al pubblico la possibilità di costruire la propria storia con le proprie immagini, e realizzare viaggi impossibili nelle proprie emozioni. La danza è il corpo che alla musica manca e che in sé contiene storie. Essa comunica emozioni e apre in modo smisurato e magico l’immaginario di un pubblico che vuole continuare a sognare. – Roberto Zappalà


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Yotam Peled

The Dance, research and history of Yotam Peled in a world torn apart by hatred

Yotam Peled is an artist who loves to travel bringing his artistic creations more or less anywhere in the world. Choreographer, dancer and actor, he also performed in Rome with his solo “Boys Don’t Cry”. He was selected and strongly supported by Davide Romeo, the innovative artistic director of “Corpo Mobile” Festival, who introduced him to the audience that appreciated his talent. It was inevitable he would be awarded with the main prize, the artistic residence, as well as the second one as “best dancer”. It was the most intense moment of a contemporary dance event and choreographic experimentation, of a redevelopment of the territory, hosted by Teatrocittà theatre, in a peripheral context that Mr. Romeo defined as a “network, a strong, human response and a 360-degree sharing”.

Yotam Peled was born on a kibbutz in northern Israel in 1989. He started dancing at 21; he studied dance, theater and contemporary circus. Later he worked as a freelance for several choreographers and companies, including Maura Morales, Yann L’hereux, Troels Primdahl, Jill Crovisier, Mitita Fedotenko and performed in festivals and venues in Israel, Germany, Japan, Italy, France and Vietnam. His stylistic signature combines acrobatic and contemporary. It moves from the concept of breaking form, triggering virtuosity in a flow. His technique is the result of physical experience, of a balance between pushing and reaching the maximum, using the minimum necessary.

In Boys Don’t Cry, Yotam Peled moves on the floor, easily tackles difficult movements. His energy is soft and effective, the dynamics move from inside to outside and the other way around. The last award in chronological order was given last June 15th in Poland. At the Gdański Festiwal Tańca the solo won the public prize and the third place of the jury prize in addition to those of MASDANZA, Awaji street art in Japan and Wurzburg dance festival. His upcoming events include the Danceacrobatics in Barcelona with Kenan Dinkelmann (June 29th and 30th) and Alpha’s long-awaited premiere in Berlin. Following him in his movements requires adequate training, but once Yotam starts talking, it’s as if time stops and the interlocutor dances with him.

Boys Don’t Cry – Yotam Peled – Performance di Barak Rotem.

The origins, the beginning, the influences, your experience… How much and how they have determined the artist you are today

I grew up in a Kibbutz, and I didn’t think I’d become an artist. I was always interested in creative work, and enjoyed painting and fine arts, but I spent most of my time in social or political activities, through education work. When I was eighteen I came out of the closet as homosexual, at the same time I also joined the Israeli military forces. Everyone in Israel has to do it. During that time I began to live my sexual identity as I wanted to, and luckily I received a lot of support. It was very critical shaping who I am as an artist, or how I started forming my artistic identity. Through the experiences I had, dealing with my emotions and my sexuality, I understood that it was something that I want to share and work with. I was always very athletic and loved sports, but I only started to dance when I was twenty-one, after finishing the Military Service. When I moved from Israel to Berlin I felt free to research and create, to find my own voice in dance. It was very clear for me that I want to begin with my origins, with my life – that was the first step. When I learned how to tell my story I was also able to tell people’s stories. The experiences of growing up in a socialist environment, spending time in Israel defence Forces, coming out as homosexual… even if they didn’t direct the decisions that I make today as an artist, they had a big influence on my vision and the topics I choose to work with.

Was it a conservative society in Israel, where you lived, or not? What about the importance of a military system and discipline for a young male dancer?

The society in Israel is quite complex, and I will try to describe it in a way that is true to reality, since it is not something that you can say in a few words. Where I grew up is not very conservative, I was very lucky and privileged to have a supporting family and good friends. Other parts of Israel can be quite conservative. Many things are still a taboo – especially homosexual relationships. Men sharing their feelings, exploring their emotional world, and men dancing are things that are not forbidden, but they are not well seen. There is still a macho-man prototype, a topic I research in my work, that is somehow related to our army-culture. (All men and women go to Military Service) For men it is not usual to share their feelings, to discuss what they go through. There are scars and open wounds left, especially on the ones that go to Combat Service.

There is something in the character of Israeli man that is hard, strong and heroic, it also blocks him from dealing with the stress and his burden. I did not do combat service, I was in the field of education, and I did office work. It was almost like a job I think if I didn’t wear a Uniform or had a commander, it was not what you can imagine as military service. I took some of the narrative of the Army into my work, especially for the solo ‘Boys Don’t Cry’. Part of it is based on experiences of other people, regarding the History of War in Israel, and the other part is playing with people’s’ fantasies of what the Army is, what it is like to be a Soldier. People tend to see soldiers and war as sexy, heroic and beautiful. Reality Is not like that, it’s a business of death actually. When I created this solo work, and also the rest of my choreographies, gestures and actions from daily life emerged into dance. This is why Boys Don’t Cry contains a lot of actions that everyone has to do while training in the Army – as well as the rigidness and the discipline. I believe a lot in the Communication of ideas through gestures, in choreography that comes from real intentions and real actions. In this way I can tell a story without using literal theater.

What moved you to Corpo Mobile Festival? Tell us more about the day you have decided it: how did you feel and what happened after?

I’ve heard of Corpo Mobile through a friend I have in Rome; she told me about the Festival, and I am always in search of opportunities to present my work to new audiences and new places. I had no expectations. I had read some information about it, but didn’t have a clear idea of what it is like. When I arrived at the theater I was quite surprised, because I imagined it would be big and in the center of Rome. I actually really liked the fact that it was small and in the suburbs, and that so many people with different backgrounds can approach contemporary dance through the festival.

There was a lot of energy and the feeling of a community. I was happy to discover so many strong italian dancers and artists in the festival. Everyone was open, interested in my work and having a dialogue with me, as well as sharing their own. Corpo Mobile is created by people who want to communicate and be together. The festival’s performances were intense and beautiful. Each time I perform Boys Don’t Cry it is different, because of the place, the people and my emotional state.
I had no expectations to receive awards for my performance. It surprised me very much, as well as all the support I received from the festival and from the jury. Even if none of us did it for prizes or the money, it is reassuring when people appreciate and support your work

What do you think about the urgency of bringing the dance and experimenting on the suburbs of a big city?

We are in a critical situation which I’ve talked about some time ago with a friend of mine. Many people talk about dance as a dying art. I think that if you want to create dance, you need to share it in places where people can join you and be part of it, by finding platforms that make the community evolve. It starts with the cost of the ticket, the choice of the place, who is the performer. It should be a social action that is open to all, not just a small Elite. Unfortunately in many places Dance is still something reserved and for a few privileged people not for everyone.

Is there something in Boys Don’t cry that connects sexual identity, masculine and feminine, with emotions and crying?

I like working with kitsch. I think it can create an easy way for people to connect with an idea. I don’t know exactly when or how the title came. I think that more or less everywhere it is simple for men to express their emotions. Boys Don’t Cry refers to this. Especially for boys, not just men. It has to do with education: when you grow up you learn your role in society, and that “masculine” means to lock up inside a part of your emotional world. The journey I made with my sexual identity has allowed me deal with, and slowly undo these blocks. This performance is important for me since it gives a possibility for people who look at me, especially men, to go somewhere with themselves and let something happen inside.

What can you anticipate about your new productions and new creations?

At the moment, and since the end of last year, I am involved with a long-term project. It is a trilogy of performances of dance-theater that aim to expand the connection between the religious history of mankind, evolution, gender roles, and power structures in modern society.

The first performance is called ALPHA; it is a project that will have its premiere in Berlin in August 21-23. with five incredible dancers, in a space called “Trauma Bar und Kino”. ALPHA exists in an alternative universe, trying to imagine how society could have been different If only we had made other choices in the past – relating to the religious and scientific origins of the homo-sapiens. We work with masculine and the feminine, and how have they formed our society. Different gender roles and different power structures can create different societies. It’s a bit of a cynical and a dark piece, and touches difficult topics, and I hope that with the collaboration of the other artists involved in this production I will manage to create something powerful. This project was also selected to a platform called Talent Lab, in the Grand Theater of Luxembourg, which is mentored by famous choreographer Hofesh Shechter, who will assist me in the first process of creation.

The second part of the creation will take place in the Choreographic Center of Heidelberg, and we will finish and premiere the piece in Trauma Bar und Kino in Berlin. The venue is a theater, a cinema and a club, and aims to attract alternative audiences and support the queer community.

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La danza, la ricerca e la storia di Yotam Peled in un mondo lacerato dall’odio

Yotam Peled è un artista che ama viaggiare e portare le sue creazioni più o meno ovunque nel mondo. Coreografo, danzatore e attore, si è esibito recentemente a Roma presso Teatrocittà, con l’assolo Boys Don’t Cry, nell’ambito del Festival Corpo Mobile, fortemente voluto e selezionato dal direttore artistico Davide Romeo. Era inevitabile che gli venisse riconosciuto il premio principale, quello della residenza artistica e contestualmente quello come miglior danzatore.

Yotam Peled è nato in un kibbutz nel nord di Israele nel 1989. Ha iniziato a ballare a 21 anni; ha studiato danza, teatro e circo contemporaneo. Successivamente ha lavorato come freelance per diversi coreografi e compagnie, tra cui Maura Morales, Yann L’hereux, Troels Primdahl, Jill Crovisier, Mitita Fedotenko e si è esibito in festival e luoghi in Israele, Germania, Giappone, Italia, Francia e Vietnam. La sua cifra stilistica unisce l’acrobatico e il contemporaneo. Muove dal concetto di rompere la forma, innescando il virtuosismo in un flusso. La sua tecnica è il risultato di esperienza fisica, di un balance tra spingere ed arrivare al massimo, utilizzando il minimo necessario.

In Boys Don’t Cry, Yotam Peled si muove sul pavimento, affronta con facilità movimenti difficili. La sua energia è morbida ed efficace, le dinamiche si spostano da dentro a fuori e viceversa. L’ultimo riconoscimento in ordine cronologico è stato assegnato lo scorso 15 giugno in Polonia. Al Gdański Festiwal Tańca ha vinto il premio del pubblico e il terzo posto del premio della giuria che si aggiungono a quelli di MASDANZA, Awaji street art in Japan and Wurzburg dance festival. I suoi prossimi appuntamenti includono il Danceacrobatics a Barcellona con Kenan Dinkelmann (il 29 e 30 giugno) e l’attesa premiere di Alpha a Berlino. Seguirlo nei suoi spostamenti richiede un adeguato allenamento, ma una volta che Yotam inizia a parlare è come se il tempo si fermasse e l’interlocutore danzasse insieme a lui.

Boys Don’t Cry – Yotam Peled Ph. Barak Rotem.

Le origini, gli inizi, le influenze, la tua esperienza: quanto e come hanno determinato il tuo modo di essere artista oggi?

Sono cresciuto in un kibbutz e non pensavo che un giorno sarei diventato un artista. Mi interessava il lavoro creativo, mi piacevano la pittura e le belle arti. Passavo la maggior parte del mio tempo coinvolto in attività sociali o politiche, nel lavoro educativo. A diciotto anni, sono uscito allo scoperto come omosessuale, allo stesso tempo mi sono unito alle forze militari israeliane. Tutti in Israele devono farlo, è obbligatorio. Durante quel periodo ho iniziato a vivere la mia identità sessuale come volevo e, fortunatamente, ho ricevuto molto sostegno. È stato molto importante per plasmare chi sono come artista, come ho iniziato a formare la mia personalità artistica. Attraverso le esperienze che ho fatto, affrontando le mie emozioni e la mia sessualità, ho capito che era qualcosa con cui volevo lavorare e che volevo condividere. Sono stato sempre molto atletico, amavo lo sport, ma ho iniziato a ballare solo a ventun anni, dopo aver finito il servizio militare.

Quando mi sono trasferito, da Israele a Berlino, mi sono sentito libero di ricercare e creare, di trovare la mia voce nella danza. Per me è stato molto chiaro che volevo iniziare dalle mie origini, dalla mia vita, questo è stato il primo passo. Quando ho imparato a raccontare la mia storia, sono stato anche in grado di raccontare le storie delle persone. Tutte le mie esperienze: crescere in un ambiente socialista, passare il tempo nelle forze di difesa israeliane, fare coming out … anche se non hanno diretto le mie decisioni di oggi come artista, hanno avuto una grande influenza sulla visione e sugli argomenti con cui ho scelto di lavorare.

Era una società conservatrice in Israele, quella in cui vivevi? Quanta importanza hanno avuto il sistema militare e la disciplina per un giovane danzatore?

La società in Israele è piuttosto complessa e cercherò di descriverla in un modo che sia fedele alla realtà, poiché non è qualcosa che si può dire in poche parole. Dove sono cresciuto non è un ambiente molto conservatore. Sono stato molto fortunato, ho avuto il privilegio di avere una famiglia che mi ha sempre sostenuto e buoni amici. Altre zone dello Stato possono essere piuttosto conservatrici. Molte cose lì sono ancora un tabù, specialmente le relazioni omosessuali.

Uomini che condividono i loro sentimenti, che esplorano il loro mondo emotivo e, nella danza, gli uomini che ballano sono realtà che non sono proibite, ma non sono ben viste. Esiste ancora un prototipo di uomo-macho che è argomento di ricerca nel mio lavoro e che in qualche modo è collegato alla nostra cultura militare. Tutti gli uomini e le donne vanno al servizio militare, per i primi non è usuale condividere i loro sentimenti, discutere di quello che stanno vivendo. Ci sono cicatrici e ferite lasciate aperte, specialmente su quelli che vanno al Combat Service. C’è qualcosa nel carattere dell’uomo israeliano che è duro, forte ed eroico,che lo blocca anche nell’avere a che fare con lo stress e il suo fardello. Non ero nel servizio di combattimento, ma ho lavorato in ufficio e nel campo dell’educazione. Era quasi come un impiego.

Ho portato parte della narrativa dell’esercito nel mio lavoro, specialmente per l’assolo Boys Don’t Cry. Parte di esso si basa su esperienze di altre persone, riguardo alla Storia della Guerra in Israele, e l’altra parte gioca con le fantasie della gente su cosa sia l’esercito, com’è essere un soldato. Le persone tendono a vedere la guerra e i soldati come sexy, eroici e belli. La realtà non è così, in realtà è un business di morte. Quando ho creato questo lavoro da solista e anche il resto delle mie coreografie, i gesti e le azioni della vita quotidiana sono emersi nella danza. Questo è il motivo per cui Boys Don’t Cry contiene molti movimenti che tutti devono fare durante l’allenamento militare, così come c’è anche la resistenza e la disciplina dell’esercito. Credo molto nella comunicazione delle idee attraverso i gesti e nella coreografia che deriva da intenzioni e azioni reali. In questo modo posso raccontare una storia senza usare il teatro letterale.

Cosa ti ha portato al Festival Corpo Mobile? Racconta qualcosa di più sul giorno in cui l’hai deciso: come ti sei sentito e cosa è successo dopo?

Ho sentito parlare di Corpo Mobile da un’amica che ho a Roma. Lei mi ha raccontato del Festival, sono sempre alla ricerca di opportunità per presentare il mio lavoro ad un nuovo pubblico in nuovi posti. Quando sono arrivato al teatro sono rimasto piuttosto sorpreso, perché avevo immaginato che sarebbe stato grande e nel centro di Roma. In realtà mi è piaciuto molto il fatto che fosse piccolo e in periferia e che così tante persone con background diversi avevano potuto avvicinarsi alla danza contemporanea attraverso il festival. C’era molta energia e la sensazione di una comunità. Sono stato felice di scoprire così tanti forti ballerini e artisti italiani nel festival.

Le esibizioni del festival erano intense e bellissime. Ogni volta che eseguo Boys Don’t Cry è diverso a causa del luogo, delle persone e del mio stato emotivo. Non avevo aspettative nel ricevere premi per la mia esibizione. Mi ha sorpreso molto, così come tutto il supporto che ho ricevuto dal festival e dalla giuria. Anche se nessuno di noi lo ha fatto per premi o per il denaro, è rassicurante quando le persone apprezzano e sostengono il tuo lavoro.

Cosa ne pensi dell’urgenza di portare la danza e sperimentare nei sobborghi di una grande città?

Siamo in una situazione critica di cui ho parlato qualche tempo fa con un mio amico. Molte persone ne parlano come di un’arte morente. Penso che se vuoi creare la danza, devi condividerla in luoghi in cui le persone possono unirsi a te e farne parte, trovando piattaforme che fanno evolvere la comunità. A iniziare dal costo del biglietto, la scelta del luogo, chi è l’esecutore. Dovrebbe essere un’azione sociale aperta a tutti, non solo rivolta a una piccola elite. Purtroppo in molti posti la danza è ancora qualcosa di riservato e per pochi privilegiati, non per tutti.

C’è qualcosa in Boys don’t cry che collega l’identità sessuale, il maschile e il femminile, con le emozioni e il pianto?

Mi piace lavorare con il kitsch. Penso che possa creare un modo semplice per le persone di connettersi con un’idea. Non so esattamente quando o come è arrivato il titolo. Penso che più o meno ovunque sia semplice per gli uomini esprimere le loro emozioni. Boys Don’t Cry si riferisce a questo. Soprattutto per i ragazzi, non solo per gli uomini. Ha a che fare con l’educazione: quando cresci impari il tuo ruolo nella società, quel “maschile” significa bloccare dentro una parte del proprio mondo emotivo. Il viaggio che ho fatto con la mia identità sessuale mi ha permesso di affrontare e lentamente annullare questi blocchi. Questa performance è importante per me dato che dà una possibilità alle persone che guardano me, soprattutto gli uomini, di andare da qualche parte con se stessi e lasciare che qualcosa accada dentro.

Cosa puoi anticipare delle tue nuove produzioni e nuove creazioni?

Al momento, e fin dalla fine dell’anno scorso, sono coinvolto con un progetto a lungo termine. È una trilogia di spettacoli di teatro-danza che mirano ad espandere la connessione tra la storia religiosa dell’umanità, l’evoluzione, i ruoli di genere e le strutture di potere nella società moderna. La prima esibizione si chiama ALPHA; è un progetto che avrà la sua anteprima a Berlino dal 21 al 23 agosto. Con cinque incredibili ballerini, in uno spazio chiamato Trauma Bar und Kino. L’ALFA esiste in un universo alternativo, cercando di immaginare come la società avrebbe potuto essere, diversa, se solo avessimo fatto altre scelte nel passato – relative alle origini religiose e scientifiche dell’homo-sapiens.

Lavoriamo con il maschile e il femminile e su come hanno formato la nostra società. Ruoli di genere diversi e diverse strutture di potere possono creare società diverse. È un pezzo un po’ cinico e oscuro, tocca argomenti difficili e spero che, con la collaborazione degli altri artisti coinvolti in questa produzione, riuscirò a creare qualcosa di potente. Questo progetto è stato anche selezionato per una piattaforma chiamata Talent Lab, nel Gran Teatro di Lussemburgo, che è guidato dal famoso coreografo Hofesh Shechter il quale mi assisterà nel primo processo di creazione.

La seconda parte della creazione si svolgerà nel centro coreografico di Heidelberg. Quando finiremo, debutteremo al Trauma Bar und Kino a Berlino. La sede è un teatro, un cinema e un club. Mira ad attrarre pubblico alternativo e a sostenere la comunità queer.

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