I 30 anni di attività della Compagnia Zappalà Danza, tra grandi numeri e riconoscimenti nazionali e internazionali

La Compagnia Zappalà Danza compie trent’anni di attività: 1990 – 2020. Fondata da Roberto Zappalà, è oggi considerata dalla critica europea una delle più interessanti realtà della danza contemporanea italiana.

La carnalità, l’autenticità e il desiderio di sviscerare i comportamenti dell’uomo sono il tratto distintivo del linguaggio della Compagnia, frutto del lavoro del coreografo-fondatore e della sinergia prolifica con Nello Calabrò, drammaturgo che negli anni ha rappresentato un pilastro nell’evoluzione di questo percorso progettuale.

“Trent’anni meravigliosi sono trascorsi – racconta Zappalà – le soddisfazioni sono state tante, le difficoltà non sono mancate, ma i danzatori e lo staff che mi hanno accompagnato in questo percorso hanno permesso che tutto questo accadesse tenendo sempre molto alta la qualità delle proposte”.

Il linguaggio peculiare della Compagnia, portatrice del pensiero artistico di Roberto Zappalà, è stato raccontato in questi trent’anni in oltre 80 creazioni, molte delle quali realizzate con musiche dal vivo, di differente tipologia: da quelle intimistiche, pensate per pochi interpreti, alle elaborazioni in spazi non convenzionali, a quelle che hanno coinvolto l’intero ensemble della Compagnia. Produzioni che hanno travalicato i confini nazionali e raggiunto i palcoscenici di grandi teatri e teatri d’opera, e preso parte a festival internazionali di ben 36 Paesi nel mondo e 133 città. Un rigoroso lavoro sul linguaggio, denominato MoDem, è stato costruito nel tempo e rappresenta la nota caratteristica delle creazioni. “Un linguaggio che – come racconta lo stesso Zappalà – ogni anno per 4 e 8 mesi è seguito da 50 danzatori provenienti da tutto il mondo, ma non contenti, da qualche anno abbiamo formato una giovane compagnia, la CZD2 che ci dà sempre più soddisfazioni”.

Soddisfazioni, dunque, sono state raccolte in questi 30 anni che riguardano non solo strettamente l’attività della Compagnia Zappalà Danza, ma più in generale il contributo che quest’ultima ha restituito alla città di Catania. “In questi anni – prosegue Zappalà – siamo anche riusciti a costruire una meraviglioso spazio performativo Scenario Pubblico, che in 18 anni ha ospitato ben 120 artisti e compagnie internazionali”. La sede di via Teatro Massimo, residenza della Compagnia, rappresenta un vanto culturale essa stessa per la città, non solo perché ha consentito alla compagnia di radicarsi nel suo territorio di naturale appartenenza, ma anche per il riconoscimento ottenuto nel 2015 dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali di Centro Nazionale di Produzione della Danza, l’unico da Firenze in giù e che pone la Sicilia accanto a regioni d’eccellenza. Una Città che, tuttavia, sembra non essersi ancora accorta dell’importanza di essere sede di una realtà come quella di Scenario Pubblico/Compagnia Zappalà Danza. “Il 2020 – è il commento amareggiato di Zappalà – si annuncia come uno degli anni più prolifici sia per nuove creazioni che per rappresentazioni, in tutto questo forse una solo nota stonata, non aver avuto sinora accanto alla nostra struttura una Città che si accorgesse di noi, delle nostre potenzialità e con quale forza siamo stati e continuiamo ad essere promotori di Catania nel Mondo”.

Nessuna grande manifestazione è prevista per la celebrazione dei 30 anni di attività della Compagnia che, simbolicamente, vedrà un piccolo momento inaugurale durante lo Speciale Tre Centri di Produzione, due serate in cui Scenario Pubblico ospiterà altri due centri nazionali di produzione della danza: Aterballetto e Dancehauspiù e le loro rispettive Compagnie, che si terranno sabato 30 novembre e domenica 1 dicembre presso gli spazi di via Teatro Massimo.

“L’augurio in questa ricorrenza – conclude Roberto Zappalà – è che in futuro l’Amministrazione della Città possa seguire con maggiore attenzione le realtà artistiche, con la consapevolezza che l’Arte con le proprie specificità può essere strumento prezioso per raccontare, emancipare ed in alcuni casi aiutare ad educare la società”.

About Scenario Pubblico:
Scenario Pubblico avvia le sue attività nel 2002. Situato nei pressi del centro storico di Catania ha in Roberto Zappalà l’ideatore e promotore del suo recupero. Una struttura dei primi del 900 acquistata grazie all’intervento di privati e ristrutturata con fondi europei, pensata per la danza contemporanea, raro esempio in Italia di centro coreografico europeo e diventato presto punto di riferimento per la danza nel Sud Italia. Nel 2015 il MIBACT riconosce Scenario Pubblico con la Compagnia Zappalà Danza quale uno dei 4 Centri Nazionali di Produzione della Danza. La struttura si articola in uno spazio per le performance da 150 posti con un grande palco ottimamente attrezzato, due ampie sale prove, un bar/ristorante, uffici, un archivio video e una foresteria. Il focus principale è posto sulla danza contemporanea e al suo interno si sviluppano attività di produzione, programmazione, ospitalità, formazione e divulgazione.

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Nel cortile di una fonderia: intervista ad Anna Cremonini, direttrice di Torinodanza

In un ottobre più caldo del previsto, mi ritrovo nel cortile delle Fonderie Limone, “una fabbrica delle arti” ricavata dalla struttura di questa ex-industria, nascosta tra la zona industriale di Moncalieri e quella residenziale di Nichelino, alle porte di Torino. Incontro Anna Cremonini, che è subentrata nel 2018 a Gigi Cristoforetti nella direzione di Torinodanza.

Esperta nel settore della produzione e organizzazione dello spettacolo dal vivo, si è formata al Teatro Due di Parma e ha collaborato con il Teatro Festival Parma. Successivamente ha lavorato per quattro anni alla Biennale di Venezia e poi al Mercadante di Napoli. Responsabile organizzativa per il festival Equilibrio all’Auditorium Parco della Musica di Roma, è stata nominata alla Commissione responsabile della valutazione qualitativa sul FUS per il settore danza. Emerge subito da questo incontro la capacità di Anna (mi ha puntualmente chiesto di chiamarla per nome) di mettere a proprio agio l’interlocutore e la sua volontà di “stare sul campo”, arrivando a ogni appuntamento del festival in anticipo e parlando con tutti gli spettatori. Come essere invitati a una cena, con tutti gli onori di casa. Ci siamo presi quindi qualche minuto per scambiarci delle impressioni sul festival, che ho cercato il più fedelmente possibile di riportare.

Mi sono trovato, dopo diversi anni passati a seguire il festival Torinodanza – e in particolare queste ultime edizioni – a definire questo evento come una tavola anatomica: ovvero un festival che mostra al pubblico diverse parti della danza di questi ultimi anni, sia nelle sue parti più conosciute e “popolari” – l’epidermide – sia nelle sue espressioni sperimentali, più interne al panorama. Lei si trova d’accordo con questa mia definizione? Inoltre ho rilevato che in questo festival trovano spazio coreografi affermati come Sidi Larbi Cherkaoui (con cui Cremonini vanta un lungo rapporto professionale di collaborazione, ndr) e Akram Khan, i quali ereditano il bagaglio dei grandi maestri europei, ma anche uno spazio dedicato alle sperimentazioni degli autori italiani.

La lettura che hai dato al festival è interessante in quanto è un punto di vista esterno al mio: forse proviene dal fatto che cerco sempre di darmi delle motivazioni per scegliere uno spettacolo. Cerco di lavorare con degli artisti perché in qualche modo restituiscono una visione della realtà, di una vita, di un qualcosa del nostro essere contemporanei: chi come Akram Khan lo fa in maniera più manifesta, con un sottotesto ideologico e politico che si porta sulla pelle (Khan è figlio di migranti dal Bangladesh in Inghilterra, ndr) e chi lo fa in maniera più astratta o traslata. Il comune denominatore di questi artisti credo sia la volontà di raccontare qualcosa di noi, attraverso il corpo: è un corpo moderno, contemporaneo, sensibile alle sollecitazioni ed ai contrasti. Gli artisti ci aiutano un po’ a capire il mondo in cui viviamo, un mondo che cambia tutti i giorni, si sgretola intorno o si ricostruisce.

Queste sono le parole che direbbe una persona che fa creazione, solitamente: io vedo sia una direzione artistica ma anche una precisa volontà creatrice.

Innanzitutto vengo dalla produzione teatrale, quindi ho una sensibilità al palcoscenico e so cosa succede a chi sta lì sopra. Non sono una creativa, ma seguo da sempre l’attività creativa: credo comunque sia più complesso fare uno spettacolo rispetto a un festival. In qualche modo però anche la composizione di un festival è in qualche modo una dichiarazione d’identità.

Torino ha un rapporto particolare con il teatro e con i festival, e anche con il progetto di rilevamento seguito dall’Università è emersa una diversificazione rilevante e un’attenzione a quello che avviene. Qual è stato il tuo impatto con questa realtà?

Quando ho seguito l’edizione del 2017, l’ultima diretta da Gigi Cristoforetti, ho potuto osservare in maniera più dettagliata gli spettatori, avendo la sensazione che il pubblico torinese sia di cultura medio-alta: percepisci una densità nell’osservazione, una forma equilibrata di assenso e dissenso. Non è un pubblico compiacente e anche se non ho avuto fortunatamente manifestazioni di dissenso, si rivela comunque esigente e costruisce un rapporto basato sulla fiducia.

In Italia si discute molto del fatto che un festival sia un momento di sintesi, una summa di quello che succede in questo settore: su che cosa si dovrebbe lavorare dal punto di vista dell’offerta e del dialogo con le istituzioni?

Io ho avuto il privilegio di essere arrivata in un festival che esiste da molti anni e ha costruito un rapporto con la città: sicuramente penso che una proposta di qualità – indipendentemente dal budget – crei un rapporto con il pubblico. Io mi sono inserita in una storia già tracciata. Noto con grande piacere che in Italia i festival di danza contemporanea esistono, crescono, hanno un pubblico, godono di un’attenzione più alta rispetto al teatro contemporaneo. La danza forse interpreta dei bisogni nuovi. In Italia non abbiamo i “Grandi Festival” – come ad esempio in Francia con Avignone – ma abbiamo delle dislocazioni, dove si è creata una maturità, un’esperienza. Sicuramente sono stati fatti molti passi avanti anche nei rapporti con le istituzioni; bisogna andare avanti, insistere, migliorare la qualità dell’offerta perché la stessa migliora la qualità della domanda, e questa significa una volontà collettiva più consapevole.

Un’ultima domanda: si parla poco di chi si affaccia al lavoro della direzione artistica: dal titolo di studi universitario, al tirocinio in ufficio, alla “gavetta dietro le quinte”: cosa consiglieresti a  una persona che si affaccia a questo mestiere?

La mia esperienza suggerisce di avere tanto coraggio, ma soprattutto vedere tante cose: anche ciò che sembra non servire. Tutto aiuta a formarsi un’idea, un gusto, una visione. Io ho fatto tanti passaggi e cambi di visione, quindi ho rischiato. Sono fortunata, perché sono una donna e sappiamo che per noi l’evoluzione di un percorso professionale non è sempre facile – soprattutto nella fase che io chiamo “l’ultimo miglio” – ma credo si debba abbassare l’età media. Io ci sono arrivata tardi a questa maturità, ma credo che prima o poi debba arrivare una generazione di giovani: sicuramente fare esperienze diversificate e in luoghi diversi aiuta a formarsi un patrimonio personale spendibile.

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Future man- Spellbound Contemporary Ballet

Fuori Programma, festival internazionale di danza contemporanea. Focus sulla quarta edizione

È l’evento estivo che ha celebrato la danza contemporanea a Roma, valorizzando le produzioni più interessanti. Giunto alla sua quarta edizione, anche quest’anno è arrivato puntuale come una brezza di innovazione e di cambiamento. Stiamo parlando di Fuori Programma, il Festival Internazionale con la lungimirante direzione artistica di Valentina Marini, alla quale è stata conferita la carica sociale di presidente dell’AIDAP (Associazione Italiana Danza Attività di Produzione) per il triennio 2019-2021.

Alcuni dati numerici descrivono meglio la dimensione delle novità della programmazione. Due sono i teatri di Roma che si alterneranno, dal 27 giugno al 7 settembre, in una staffetta simbolica. Il Teatro Biblioteca Quarticciolo ha dato l’avvio e concluderà il 6 e il 7 settembre la kermesse. Un punto di riferimento di aggregazione sociale, non solo logistico, per gli spettatori e gli artisti che si sono esibiti fino all’8 luglio. Il Teatro India, invece, ha ospitato nella sua sede i quattro spettacoli in calendario dal 10 al 27 luglio. Tre sono state le performance in site specific; le peculiarità dei luoghi open space hanno fornito uno scenario unico alle emozioni condivise. Piazza del Quarticciolo e Parco Alessandrino sono gli spazi urbani dove sono stati realizzati e presentati al pubblico Derivazione n.5 di Salvo Lombardo, il 27 giugno, e Variation n.1 di e con Camilla Monga, Pieradolfo Ciulli e Filippo Vignato,l’8 luglio. In un contesto più intimo e circoscritto, quello dei moduli abitativi dell’area del Quarticciolo, il Festival si concluderà il 6 e il 7 settembre con Anima di Emanuele Soavi. 

Dieci le compagnie e gli artisti che hanno caratterizzato l’edizione 2019 di Fuori Programma. Quattro le nazionalità presenti “on stage”: Italia, Germania, Francia, Spagna. Paesi che hanno una tradizione importante e che sono proiettati verso il futuro, nella costante evoluzione coreografica dei codici linguistici della danza. 
Un luogo di formazione e ricerca il Daf, Dance Art Faculty, con i suoi locali che hanno ospitato il 31 luglio la restituzione al pubblico del lavoro di creazione affidato ad Emanuel Gat. Un progetto laboratoriale denominato Summer Intensive. Cinque giorni durante i quali una selezione di professionisti, giovani danzatori in procinto di muovere i loro primi passi e studenti hanno potuto conoscere e sperimentare la metodologia e il lavoro creativo, perfezionati in 25 anni di attività, del coreografo israeliano naturalizzato francese.  L’opening di Fuori Programma è stato un momento vissuto in uno spazio pubblico, lontano dalle poltrone di velluto rosso. Con il profumo un po’ retrò di Mamma Roma e della vita di borgata, della città eterna vista dalla periferia. L’anelito di quella poetica neorealista e di quell’immaginario che forse non è cambiato nonostante le trasformazioni del contesto di riferimento e dei suoi abitanti. Là dove si ritrovano quei giovani ragazzi padre che, come cantava Enzo Jannacci, sanno di essere “peccatori per questa società”. E le loro compagne che fanno conversazioni di gruppo, tra donne, mentre i loro bambini sono liberi di scorrazzare in bicicletta. All’interno di ogni quartiere sopravvive, come una maledizione, la condizione sociale per cui quelle persone e quegli abitanti possono essere in balia del destino, ma difficilmente si lasceranno piegare dalle avversità. È così che la danza urbana di Salvo Lombardo, con Derivazione n.5, si è integrata e innestata nel cuore popolare del Quarticciolo trasformandosi in una festa di quartiere. Non poteva esserci un’inaugurazione più significativa e aderente con la realtà, nel segno dell’apertura e della riflessione sul territorio. La visione artistica di Lombardo, aperta al dialogo e alla comprensione, si manifesta spontaneamente attraverso l’azione di recupero di un’identità culturale. La stessa che il Teatro Biblioteca Quarticciolo esercita da anni. Una struttura che è nata dalla trasformazione di un ex mercato di quartiere ed è diventata un polo di ricerca e di aggregazione. 

Il primo luglio è andato in scena After the party – A duet  for one dancer. Anteprima nazionale e coproduzione tra la Thomas Noone Dance, Sat! Teatre Barcelona e Fuori Programma Festival. Uno spettacolo, il racconto tra un danzatore e il suo alter ego, un pupazzo senza nome, con diverse suggestioni, tracce di poesia e frammenti di storie. Narra l’incontro con Duda Paiva, maestro di teatro di figura ad Amsterdam, e con André Mello, creatore artigiano di marionette. Il tanto atteso ritorno di Noone alla danza, dopo un periodo di inattività, c’è stato. Con una nuova fisicità e con il coraggio di affrontare le sfide poste in essere dalla curiosità umana. Quasi sottotraccia c’era, infine, il tema del viaggio attraverso una serie di residenze effettuate in diversi paesi. 

After the party - Thomas Noone
After the party – Thomas Noone

Variation 1 è un piccolo gioiello di composizione istantanea. Creata ad hoc per Fuori Programma Festival, in collaborazione con Bolzano danza, fa parte dello spettacolo Golden Variations. Una performance in site specific che l’8 luglio è iniziata ancora prima che il pubblico raggiungesse il luogo, la destinazione finale. Attraversando in gruppo Il Parco Alessandrino ognuno dei presenti ha conosciuti le sfide e le opportunità di quello spazio urbano. Un’area silvestre che si estende ed è compresa tra via Molfetta, via del Pergolato dell’Alessandrino e via di Tor Tre Teste. Camilla Monga, Pieradolfo Ciulli e Filippo Vignato hanno esplorato le infinite possibilità dei movimenti. Dalle ripetizioni meccaniche alla morbidezza fluida ed espressiva. Hanno interagito con la natura incontaminata e con la musica proveniente da uno strumento apparentemente insolito come il trombone. La sua estensione, i colori e le sfumature sono state analizzate ed approfondite dalla creatività e dall’abilità di Vignato, in quello che è stato un tributo alle storiche Golden Variations Eseguite da Glenn Gould e Steve Paxton. 

Il primo degli spettacoli che il 10 luglio è andato in scena presso il teatro India di Roma, Concerto Fisico, è una composizione, una partitura fisica e vocale che racconta la storia di Balletto Civile. Un gruppo, nato nel 2003, fondato da Michela Lucenti, durante una lunga residenza artistica all’interno dell’ex Ospedale Psichiatrico di Udine. Nella performance è contenuta la storia personale della fondatrice e della sua compagnia, mediante ricordi ed emozioni che riaffiorano lasciando emergere anche delle trasformazioni dovute all’azione del tempo.

Erectus compagnia Abbondanza/Bertoni si
Erectus compagnia Abbondanza/Bertoni si

La compagnia Abbondanza/Bertoni si è esibita il 21 luglio con Erectus. È il secondo episodio del progetto Poiesis, dopo La morte e la fanciulla/Franz Schubert e prima di Pelleas e Melisanda/Arnold Schoenberg. Una trilogia compiuta nell’arco di tre anni, dal 2017 al 2019. L’idea che muove l’opera è quella di trasformare musica e corpi in suono da vedere, così come è stato dichiarato da Michele Abbondanza e Antonella Bertoni. Funzionale per questa esplorazione è stato il genere free jazz con le sonorità e le suggestioni di un album storico del 1956 di Charles Mingus: Pithecanthropus erectus. Marco Bissoli, Fabio Caputo, Cristian Cucco, Nicolas Grimaldi Capitello sono i quattro danzatori. Nella totale libertà dei loro corpi nudi e attraverso l’amalgama di percorsi diversi tra di loro, come Ying e Yang hanno mescolato i codici della musica e della danza. Esplorando le diverse forme e sensibilità del maschio del XXI secolo è stata riscoperta la matrice insita in ognuno di noi. Attraverso una serie di immagini e di videoproiezioni l’umanità e la bestialità sono state messe a confronto. Le evoluzioni fisiche e la ricerca dei movimenti hanno svelato l’anima animale in un comune percorso esistenziale fatto di fatica e sudore.

Quella del 24 luglio è stata una serata doppia che ha unito in un simbolico abbraccio la Spagna con l’Italia. Ad aprire è stato Equal Elevations, un progetto realizzato per il Museo Nacional de Arte Reina Sofía di Madrid. Ispirato ad “Equal-Parallel: Guernica-Bengasi” l’opera del 1986 di Richard Serra, scultore minimalista statunitense e videoartista contemporaneo. Il coreografo Marcos Moreau apre gli orizzonti e si affaccia con le sue visioni artistiche su due eventi storici. Il primo è il bombardamento della città basca di Guernica, avvenuto circa ottant’anni fa e che ispirò il celeberrimo quadro di Pablo Picasso. Il 26 aprile 1937, era un lunedì e come sempre era giorno di mercato. Fu il primo bombardamento a tappeto della storia, iniziò alle 16 di pomeriggio e durò circa tre ore. Il secondo è l’attacco aereo americano di Tripoli e Bengasi del 1986 in risposta all’attentato, attribuito a terroristi libici, nella discoteca La Belle Club di Berlino, frequentata da militari statunitensi. Moreau si muove tra un’indagine sullo spazio e le relazioni di similitudine del tempo. I danzatori-statue diventano sculture viventi sperimentando la leggerezza e la gravità.

Future man- Spellbound Contemporary Ballet

Future man, la nuova creazione di Spellbound Contemporary Ballet, volutamente è stata presentata al pubblico di Fuori Programma sotto forma di studio performance, a firma di Mauro Astolfi. Un assaggio, un momento di condivisione con il grande pubblico del Teatro India, prima del completo allestimento tecnico che sarà ultimato in autunno immediatamente dopo il debutto della nuova produzione al Grand Theater de Luxembourg a settembre. Quella che è stata rappresentata è la tipologia di un uomo che vive in sospensione. Il presente per lui è caratterizzato da una forma di controllo ossessivo e di distacco. Il passato viene invece rifiutato o negato, ma è qualcosa che ciclicamente ritorna. Il futuro è un mix di speranze e paura.

Sita Ostheimer ha chiuso i quattro appuntamenti sold out al Teatro India con un dittico, una coppia di creazioni originali, entrambe prime regionali: Us e Two. Potrebbe essere una precisa dichiarazione d’intenti: io e noi, io e tu. Dall’individuo all’interno del  gruppo, alla dimensione a due. Il singolo che, in una costante ricerca, divide lo spazio e il tempo in relazione ai suoi simili. E di come, all’interno di una coppia di amici, fratelli o amanti possono compiersi quelle piccole o grandi digressioni del proprio percorso. La coreografa tedesca, danzatrice e assistente di Hofesh Shechter, dal 2015 è concentrata sullo sviluppo di un personale lavoro artistico. Il suo è un processo di ricerca basato sull’interazione tra corpo, mente, spirito ed emozioni. Fondamentali risultano essere l’improvvisazione e il ritmo. È stata per la prima volta in tour in Italia con due tappe, prima a Bolzano Danza, il 25 luglio e subito dopo a Roma il 27.

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La forza eiaculatrice dell’occhio

Dalla Démiurge#1 a Non aspetteremo più i barbari, un corto di danza di un minuto che porta a uno sviluppo di 8 minuti.

Tutto è iniziato lavorando a un duetto con Valeria Zampardi e Fernando Roldan Ferrer con l’intenzione di costruire un nuovo mondo cercando di capire le leggi e le dinamiche che lo governano per realizzare un cortometraggio di danza. Siamo partiti dalla possibilità del personaggio femminile di viaggiare nello spazio liberamente dandole la facoltà di attraversare le pareti e di sparire completamente. Questo ha rimandato il nostro immaginario al soprannaturale e quindi ai super eroi della cultura blockbuster, manga e fumettistica.

Ci siamo divertiti a confrontare queste mitologie « pop mainstream » con la nostra pratica della danza contemporanea. Ci siamo lasciati andare ad altre citazioni come per le scarpe della Démiurge (le Onitsuka Tiger “vespe” di Uma Turman) o per la musica usata da Tarantino, anch’essa piena di rimandi e di omaggi cinematografici ben chiari. Diversi sono stati gli spunti: dal western di Sergio Leone al cinema di Hong-Kong, alternando inquadrature a volte nervose e altre volte più stabili accompagnate da raccordi diversi o da inquadrature fumettistiche, toccando anche Matrix. Nel secondo film di 8 minuti, Christopher Nolan e Won Kar Wai sono stati fonte d’ispirazione sia per alcune riprese dove è stato utilizzato il drone sia per il modo in cui i personaggi entrano nell’inquadratura prima del confronto con gli altri. Da lì il principio coreografico di una danza-combattimento, una caccia che si sposta da una location all’altra.

L’essere influenzato dalla cultura di massa dei Blockbuster mi riporta a una forma di barbarismo derivante dalla mia formazione culturale composta da segni, linguaggi e mezzi espressivi, in parte estranei alle estetiche italiane, francesi e in generali europee. Ma è altrettanto vero che la cultura americana si è talmente diffusa in Europa dal dopo guerra fino ad oggi da poter dire che il « soft power » americano ha fatto di me un barbaro pieno e soddisfatto:

Vi rimando alla poesia di Costantino Cavafy, in cui le invasioni barbariche vengono considerate dai romani come una sorta di soluzione per far rinascere Roma, una benedizione per mescolare le usanze e le ricchezze dei popoli. Gli “invasori” della nostra epoca sono stati gli americani che, dal piano Marshall in poi, hanno esportato oltreoceano i propri modelli culturali di massa, con particolare riferimento all’industria del cinema e della musica. La televisione, il cinema e, più in generale, la cultura sono la più grande arma di persuasione, forse più efficace della forza militare.

Io, francese ed europeo, vivendo in Italia, posso scavare nelle mie radici fino ad arrivare al peccato originale, quindi convoco Prometeo e Sisifo e dico al contrario dei romani di Cavafy che non aspetterò più i barbari perché sono già dentro di me: dalla mia nascita essi mi vestono, mi abitano e hanno plasmato il mio cervello. La California era già più sexy della Siberia durante la guerra fredda, come potevano vincere i soviet davanti allo charme della giovane società del consumo e del divertimento? Lo sviluppo verso il corto “Non aspetteremo più i barbari” ha portato all’introduzione di un terzo personaggio misterioso (l’attore Silvio Laviano) e alla possibilità di creare un loop dove i protagonisti sono condannati a ricominciare la stessa storia. Concedo ad Adamo ed Eva il privilegio di compiere un viaggio nel tempo per fargli vivere le conseguenze di quel peccato.

Sapevo che senza dialoghi né voci off, lo spettatore sarebbe stato libero di ricostruire la propria storia a partire dalla visione del film. Ci sono alcuni simboli visivi che nella concatenazione delle immagini potrebbero portare l’osservatore a porsi qualche domanda – o immaginarsi qualche possibile ‘trip’. E se veramente non ha capito né percepito niente, spero almeno di avergli procurato il piacere di un’esperienza estetica.

Il rischio di usare un piano sequenza per il momento « clou » del film, contrastando con il linguaggio dei film d’azione

Ho scelto di realizzare un piano sequenza nel momento clou del film per contrastare il linguaggio del film d’azione nella prima parte (anche nelle scelte di colorimetria e nel « grading » « teal and orange » stra usato per i Blockbuster). Una sorta di resistenza all’invasione barbarica, un’interpretazione giustificata dalla drammaturgia che cerca di legare il contenuto con la forma. Gli interpreti hanno danzato al meglio in una coreografia a tre insieme a me.

Era rischioso non solo per il fatto di dover ballare un’intera sequenza nel miglior modo possibile ma soprattutto per il fatto di dover rompere il ritmo della prima parte. Volevo che in quel momento i personaggi fossero stati solo umani, quindi il tempo dello spettatore doveva essere quello dei protagonisti, immerso con loro in un tempo reale attraverso tutti i salti e i voli spaziali. È stata una performance che migliorava a ogni ripresa. L’ottava volta è stata quella giusta: eravamo sfiniti ma convinti che almeno una ripresa era buona e che avremmo di lì a poco dovuto anche liberare il Palazzo Biscari di Catania che ci accoglieva.

Estratto backstage dell’ottava del piano sequenza

 

“Preparare un film come una battaglia, il cinema sembra un’ arte militare.”
Robert Bresson « Notes sur le cinématographe » ed. Gallimard

“I rumori devono diventare musica.”
 Robert Bresson « Notes sur le cinématographe » ed. Gallimard

« Montare un film significa unire i personaggi tra di loro e agli oggetti attraverso gli sguardi »
« Uno solo sguardo fa scattare una passione, un assassinio, una guerra. »
« La forza eiaculatrice dell’occhio. »

Robert Bresson « Notes sur le cinématographe » ed. Gallimard

La danza non poteva bastare. Senza gli sguardi dei protagonisti né il film né questo teaser esisterebbero.

 We no longer wait for the Barbarians 

Screenplay/Filming/Editing: Alain El Sakhawi
Choreography: « QBR Collective »: Alain El Sakhawi/Valeria Zampardi/Fernando Roldan Ferrer
Performers: Valeria Zampardi/Fernando Roldan Ferrer/Silvio Laviano
Production: COORPI La danza in 1 minuto / Scenario Pubblico CZD
Awards: « Honorable mention for Innovation » Bucarest Dance Film Festival 2017 (Romania), « Prix de la mise en
scène » 3iS School for Cinema and audiovisuel of Bordeaux in International DanceFilm Festival/ Danse en Film-Bordeaux (France), « Jury award+Audience award » RIFF-second edition 2017 (Norway), “Creation support” to
FIVER International Screendance Festival 2017 (Spain).

« Non aspetteremo più i barbari » si trova nel programma “Kurzschluss / Court Circuit” del canale franco-tedesco ARTE.

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Al via la prima edizione di Performare Festival Presentato il programma completo della prima edizione del festival che si svolgerà tra Serradifalco e Catania

La danza contemporanea tra la scena siciliana e quella nazionale e internazionale,  con l’obiettivo di condividere energie, idee, spazi e movimento, tra performance, incontri, scambi di esperienze e formazione. Dal 15 giugno al 1° luglio, tra Serradifalco e Catania, si svolgerà la prima edizione di Performare Festival, organizzato dal Collettivo SicilyMade, facente parte dell’ Associazione culturale In Arte di Serradifalco, in collaborazione con Zo Centro Culture Contemporanee e con il patrocinio dell’Assessorato Turismo e Spettacolo della Regione Siciliana e dei Comuni di Serradifalco e di Catania.

Performare Festival, dall’inglese “to perform” (andare in scena), è dedicato all’arte performativa della scena contemporanea e alla giovane danza d’autore, prenderà il via a Serradifalco dal 15 al 19 giugno, nel Teatro Comunale Antonio De Curtis e in varie location all’aperto, per poi proseguire da Zō Centro Culture Contemporanee a Catania, dal 19 giugno al 1° luglio. Proprio da Zō, inoltre, dal 19 giugno al 1° luglio si terranno i due workshop formativi di Perfomare Project con Horacio Macuacua e Sara Orselli, che porteranno in scena anche i rispettivi spettacoli Trampled Roses (24 giugno) e Still There (1 luglio). 

Il Festival si propone di allargare lo sguardo sulla scena contemporanea con un’attenzione particolare al corpo quale strumento espressivo in relazione al suo movimento. Il fine è  creare un’opportunità di visibilità e confronto per artisti singoli, gruppi e compagnie del panorama nazionale e internazionale. Con un’attenzione particolare per le nuove generazioni di artisti e con una programmazione dedicata anche alla formazione, il Festival vuole essere un luogo in cui danzatori, attori, performers e pubblico possano incontrarsi e condividere strumenti e idee. Il Festival vuole costruire sul territorio siciliano una rete basata sulla comunicazione tra le realtà che operano nel settore della scena contemporanea e agire in sinergia con esse. L’obiettivo del progetto Performare è, infatti, la condivisione di energie, idee, spazi e soprattutto movimento.

Performare Festival coinvolgerà un gruppo di artisti provenienti dal territorio siciliano e da altre regioni italiane e da vari paesi europei. Ciascuno di questi artisti presenterà il proprio lavoro al pubblico. Durante il festival, oltre agli spettacoli dal vivo, verrà proposto un percorso laboratoriale di formazione e di creazione: Performare Project, tre settimane di ricerca intensiva volte alla creazione di performance originali. L’obiettivo è quello di incentivare le energie creative delle nuove generazioni che costruiranno la danza di domani.

LEGGI IL PROGRAMMA COMPLETO 

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Interplay: 100 artisti da tutto il mondo, a Torino dal 21 al 31 maggio

Interplay
Interplay

Anche in questa edizione Interplay si moltiplica per individuare pubblici diversi e per portare la danza dentro e intorno alla città: a Torino in due diversi teatri (al Teatro Astra il 21 e 22 maggio, al TRG/Teatro Ragazzi il 25 maggio), nelle vie e nelle piazze per i Blitz Metropolitani del 26 maggio, alla Lavanderia a Vapore di Collegno il 29 e 31 maggio.

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100 artisti da tutto il mondo, provenienti da 10 paesi europei ed extraEu e da diverse regioni italiane. 23 compagnie, per 8 prime nazionali. Una finestra sulle poetiche artistiche del presente, con uno sguardo verso il futuro, uno sguardo alle volte scomodo. Spettacoli e momenti di scambio per condividere esperienze estetiche e culturali, emozioni e impressioni bevendo un aperitivo con pubblico, operatori e artisti.

Dopo l’emozionante esperienza della scorsa edizione si rinnova nel 2018 l’attenzione verso artisti provenienti dal bacino del mediterraneo, con una sezione del festival dedicata alle compagnie provenienti da diversi paesi arabi che arrivano in Italia per un tour fra i migliori festival di danza del nostro territorio. Il Focus young Mediterranean Choreographers, di cui Interplay inaugura il tour, ospita un coreografo iraniano e una compagnia siriana, una scelta che è anche una scommessa, in un momento tanto delicato politicamente.
Accanto alle esperienze personali e di vita di molti danzatori, Interplay è l’occasione per scoprire o ritrovare formazioni con un percorso artistico significativo.

Apre il festival il 21 maggio al Teatro Astra la giovane e premiata coreografa svizzera TABEA MARTIN che con spirito militante e ironia si interroga sull’identità di genere, con la nuova creazione Beyond Indifference, riconfermando anche con questo lavoro il desiderio di esplorare le debolezze degli esseri umani in modo giocoso e provocatorio. Nome di punta nel panorama europeo, vince numerosi riconoscimenti, tra cui nel 2011 il Wim Barry Prize ed è nominata ai Dutch Dance Days di Maastricht come giovane coreografa promettente, nel 2013 e nel 2014 è nella short list dei coreografi selezionati per Aerowaves e nel 2013 è premiata al concorso internazionale Reconnaissance. Dal 2016-2018 è “Young Associated Artist” del programma di mentoring di Pro Helvetia-Swiss Arts Council.
MATTEO MARFOGLIA, il più giovane fra i talenti di INTERPLAY 18 condivide l’inaugurazione del festival e porta in scena quattro danzatori con Crossword, uno spettacolo che il pesarese ha concepito in Gran Bretagna, dove ha scelto di studiare e lavorare e dove nel 2018 è stato premiato con il Creative Wales Award dal Ministero della Cultura Gallese che lo sosterrà per un intero anno nella sua ricerca artistica e coreografica.

PROGRAMMA COMPLETO > http://www.mosaicodanza.it/interplay18spettacoli.htm

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#5CuriositàSu: Mr Gaga e la Batsheva Dance Company

 

1 > Ohad in principio:

La sua carriera di ballerino iniziò nell’esercito israeliano, fu reclutato come intrattenitore a causa di una distorsione a una caviglia, cantando e creando piccole coreografie durante la guerra del Kippur. Dopo essersi congedato dall’esercito all’età di 22 anni, su richiesta della madre, fu accettato come ballerino alla Batsheva Dance Company a Tel Aviv.

2 > Nascita della sua Batsheva:

Dal 1990 Naharin diventa direttore artistico della Batsheva Dance Company, lanciandola in una nuova fase artistica. I ballerini, scelti personalmente dal direttore, sono stati selezionati per la loro unicità: non viene richiesta tanto la tecnicità, quanto la propria sensibilità nel danzare. Durante il suo incarico con la compagnia, Naharin ha coreografato oltre 30 opere per Batsheva Dance Company e Batsheva – the Young Ensemble.

3 > Linguaggio Gaga:

Gaga nasce dalla convinzione di Naharin che il piacere fisico apportato dalla danza fa parte dell’essere vivo e la connessione tra lo sforzo e il piacere è parte del movimento. Lo stile e la tecnica gaga di Naharin si sono sviluppati durante la sua direzione della Batsheva. Il suo stile è distinto per la sua straordinaria flessibilità del busto e degli arti, da movimenti profondamente interdipendenti e da esplosioni, come cadute improvvise. Gaga, prima parola pronunciata da Ohad, non vuol essere tanto una codifica del movimento, ma uno stile per enfatizzare l’esperienza somatica del praticante. Far esprimere i propri instinti animali. Molti hanno notato che le lezioni di Gaga sono costituite da un insegnante che conduce ballerini attraverso una pratica improvvisata che si basa su una serie di immagini descritte dall’insegnante. Naharin spiega che questo tipo di tecnica spinge i ballerini ad oltrepassare il limite della familiarità. Le immagini descritte dall’insegnante servono ad indirizzare l’improvvisazione dei praticanti, utilizzando parti del corpo ignorate in altri metodi.

4 > Senza specchi :

Nella sala prove non sono presenti specchi perché distraggono, costringono a guardare le immagini riflesse. Ciò consente ai ballerini di allontanarsi dall’autocritica e sentire il movimento dall’interno. Si è consapevoli delle persone presenti nella stanza e ci si rende conto che non si è al centro di tutto, diventando più coscienti della forma poiché non vi è alcuna possibilità di osservarsi, rendendo visibili le infinite probabilità di scoperta del movimento.

5 >  Perché Batsheva Dance Company?

La baronessa Bethsabée de Rothschild assunse il nome di Batsheva dopo essere emigrata in Israele nel 1951, era una protettrice della danza e membro della famiglia dei banchieri Rothschild. Nel 1951 Rothschild viaggiò per la prima volta in Israele stabilendosi definitivamente nel 1962 e in Israele contribuì in modo significativo alla danza attraverso l’istituzione della Compagnia Batsheva che divenne uno dei più influenti modelli in Israele. Nel 1968 ha fondato la Bat-Dor Dance School sotto la direzione di Jeannette Ordmane successivamente la Bat-Dor Company e costruì un centro per questa compagnia a Tel Aviv; ha ricevuto una serie di premi che hanno elogiato il lavoro della sua vita, incluso il Premio Israele nel 1989 per il suo straordinario contributo alla società e al paese. La baronessa Batsheva de Rothschild morì nel 1999.

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#ACCADDEOGGI: il 16 Aprile 1919 nacque Merce Cunningham

Merce Cunningham (Centralia, 16 aprile 1919 – New York, 26 luglio 2009) è stato un danzatore e coreografo statunitense, uno dei maggiori creatori della Modern Dance americana che ha posto le basi della post modern dance, dando origine alla New Dance, prendendo le distanze dal repertorio classico e anticipando l’era di internet. Ha indagato “il movimento nello spazio e nel tempo” e ha proposto un nuovo modo di intendere il rapporto tra la danza, la musica e l’arte figurativa (intesa come scenografia).

Merce Cunningham ha rivoluzionato il mondo della danza contemporanea, proponendo una separazione tra danza e musica. A partire dal 1986 è stato l’ideatore e lo sperimentatore di Life Forms, primo software di creazione e notazione dei movimenti di danza. Egli definì la sua tipologia di danza “non narrativa”, facendo emergere l’importanza di ciò che la compone: tempo, spazio e velocità. La continua ricerca del movimento dei danzatori, portò Cunningham a sviluppare una danza plastica, fisica, dove il ballerino poteva muoversi nello spazio senza prediligere la caratteristica interpretativa. Il corpo diventa così un “agitatore plastico-spaziale“. Lavorò dal 1940 al 1945 con la compagnia di M. Graham e nel 1952 fondò una propria compagnia, avvalendosi della collaborazione di pittori (A. Warhol, R. Rauschenberg, J. John) e di compositori (D. Tudor, G. Mumma e, soprattutto J. Cage). È stato autore di spettacoli nei quali usava musica elettronica, concreta ed elementi scenici mobili, che diventavano parte integrante dell’azione scenica. Nella sua lunga carriera ha ottenuto numerosi premi e riconoscimenti internazionali.

 

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