Nuovo Cinema Palazzo

Nuovo Cinema Palazzo, cronaca di una resistenza culturale

Nella sua decennale vita, il Nuovo Cinema Palazzo ha rappresentato e continua a rappresentare per il quartiere San Lorenzo e per la città di Roma, un hub culturale, una fucina di idee, un laboratorio esperienziale e il fulcro di un processo partecipativo capace di abbracciare età anagrafiche diverse.

La storia di questo spazio è divenuta, nel tempo, la storia di una resistenza culturale. Resistenza, perché il fiorire del Nuovo Cinema Palazzo e il suo affermarsi come considerevole punto di riferimento cittadino, ha dovuto subire — e sventare con il sostegno del tessuto sociale romano tutto —, numerosi attacchi.

Per ripercorrere questa esperienza e per dar voce a coloro che animano le mura del civico 9 a di Piazza dei Sanniti, abbiamo chiesto al collettivo del Nuovo Cinema Palazzo di condensare in un Editoriale quanto ancora necessita di essere ribadito circa il ruolo ricoperto da questo avamposto culturale.

Nuovo Cinema Palazzo

Il 25 novembre 2020, mentre a Roma, nel quartiere di San Lorenzo, decine di blindati dei reparti della Celere sgomberavano il Nuovo Cinema Palazzo come se si trattasse di un covo di pericolosi criminali, in Italia migliaia di persone morivano per gli effetti della pandemia di Coronavirus, molte di più avevano perso il lavoro, altrettante erano in attesa della cassa integrazione, chissà quante erano rassegnate a non poter avere nulla perché lavoravano in nero, le scuole erano chiuse, gli uffici erano chiusi, gli ospedali quasi al collasso.

Il piano su cui giaceva il già torbido sistema economico italiano vacillava da mesi, e la cosiddetta “seconda ondata” dimostrava che la pausa estiva che il virus ci aveva concesso non era stata usata per riorganizzare o migliorare i settori più in crisi, ma semplicemente per posporre il problema. Se in primavera ne dovevamo uscire tutti “distanti ma uniti”, con una sorta di slancio collettivo (che ha dato anche molti esempi positivi), in autunno era già chiaro che non c’era più molto spazio per l’ottimismo.

Dunque, mentre il Paese soffriva la chiusura degli esercizi commerciali, gli stipendi dimezzati, il collasso delle reti sociali con gli adolescenti chiusi nelle loro stanze tutto il giorno e i genitori in grave difficoltà, il futuro segnato da una nefasta incertezza e chissà quante persone affrante per la perdita dei propri cari, a Roma gli illuminati dirigenti dell’Ordine Pubblico cittadino, nella loro infinita saggezza, hanno pensato bene che l’unica priorità in quel momento fosse distruggere un luogo di cultura e sgomberare il Nuovo Cinema Palazzo.

Entrava in scena l’ottusità, la grettezza dei governanti romani, che in dieci anni non avevano saputo né valorizzare e né tanto meno capire la spinta vitale che alimentava un luogo come quello. Sembrava quasi che nessuno si fosse domandato per quale motivo nel 2011 un gruppo di cittadini avesse deciso di impedire che, in barba a tutte le norme vigenti, si aprisse un casinò in un quartiere già segnato da molti problemi.

Che si ignorasse deliberatamente che un cinema-teatro a ridosso del centro costituisse una ricchezza per tutti, una fucina di idee e di cultura in grado di attirare artisti internazionali, di ospitare rassegne di ogni tipo, dibattiti, assemblee, mostre e concerti. Inoltre, e su questo non si può che essere diretti, sembra che ai tutori della legalità non interessasse affatto che nella realtà quotidiana, quella vissuta dalle persone al di fuori degli scandali proclamati a mezzo stampa, il Cinema Palazzo costituisse un argine all’imbarbarimento dettato dalle logiche di mercato, della criminalità e della gentrificazione.

No, tutto ciò non è interessato. Poco importa se gli stessi tribunali dello Stato si erano pronunciati contro le autorizzazioni che avevano concesso, tutt’ora non si sa come, a una ditta di iniziare i lavori per aprire una sala bingo dove, secondo il piano catastale, tale attività non avrebbe mai dovuto aprire. Non è stato giudicato rilevante che le sale slot, come dichiarato dalla Commissione Antimafia:

“nei periodi di crisi economica si denota ancor più tale fenomeno degenerativo (gioco d’azzardo ndr) in quanto, nella impossibilità di un aumento della tassazione, si accentua il ricorso ad incentivazioni della malattia del gioco, un meccanismo che, quanto più cresce, tanto più è destinato a favorire forme occulte di prelievo dalle tasche dei cittadini, mascherando tale prelievo con l’ammiccante definizione di gioco, divertimento e intrattenimento”.

Oltre a essere da sempre un valido strumento di riciclaggio del denaro sporco e di usura per ogni tipo di organizzazione criminale.
Eppure, lo sanno anche i bambini che nella “Sala Palazzo”, come la chiamano gli abitanti di San Lorenzo, dieci anni fa stava per compiersi un atto di “genocidio sociale”.

Volevano farci ammalare, inquinarci di ludopatia, e lasciarci marcire. Volevano costruire un orrendo Moloch a due passi dal più grande ateneo d’Europa, a meno di cinquanta metri da una scuola elementare. Ma questo processo criminoso nel 2011 era stato arrestato dalla ferrea volontà di uomini e donne che, armati della loro etica, vi si erano opposti. Il quartiere di San Lorenzo si era rifiutato di divenire una Cartagine dopo il passaggio dei romani, non aveva voluto soccombere ma invece aveva dato vita così ad una delle più straordinarie realtà socioculturali dei nostri tempi.

Non è necessario soffermarsi a ripetere i nomi degli artisti né tanto meno elencare l’altissimo numero di iniziative che in dieci anni hanno preso vita in quel teatro, per questo gli attivisti hanno prodotto un dossier che si sforza di restituire l’impronta del Nuovo Cinema Palazzo sulla realtà storica e circostante. Fin dalla sua nascita il NCP è stato plasmato per dare voce a tutte le discipline della produzione del cosiddetto “immateriale” e tale si presentava, seppur con tutte le difficoltà della contingenza, il 25 novembre 2020.

Ora, tutti si chiedono, di chi sono le responsabilità? Chi ha dato l’autorizzazione a quest’atto scelerato? Come si può attaccare chi durante la pandemia organizza pacchi per le famiglie più in difficoltà, chi organizza spettacoli per bambini, chi resta aperto per accogliere lo sport popolare e gli anziani del quartiere? Il sindaco di Roma, dopo aver esultato per il trionfo della legalità al mattino, essersi resa conto dell’errore alla sera e aver scaricato tutte le responsabilità sulle forze dell’ordine, ha poi riconosciuto che si poteva evitare.

Quest’ultime si sono presentate con un’imponente quanto insolito dispiegamento di mezzi (circa quaranta camionette e chissà quante centinaia di agenti allertati) che ha messo un tragico punto su ogni possibilità dialettica. La cosiddetta “società civile” ha risposto nei fatti, accorrendo in massa e riempiendo per ore le strade del quartiere gridando con decisione “giù le mani dal Cinema Palazzo”.

Ma le istituzioni culturali e politiche perché hanno taciuto per tutti questi anni? È mai possibile, che l’idea che la cultura sia sempre relegata a materia da museo, o al massimo da evento mondano esclusivo, sia spesso alla base del dibattito pubblico sul tema?

Sembra ormai scontato che cultura e arte “non possano farcela da sole” e quindi necessitino dei finanziamenti dello Stato e delle fondazioni private come un corpo necessita d’aria. Tale ragionamento sottende due importanti, quanto drammatiche, implicazioni: la prima è che siccome si tratta (secondo questa logica) di un investimento infruttuoso, non si può destinare a questo settore se non una parte marginale del bilancio di spesa delle Istituzioni.

E qui, spesso, vince la retorica, che in Italia funziona sempre, della scala di valori: gli ospedali vanno ristrutturati, le scuole sono in sottorganico, le infrastrutture devono essere ammodernate…come si può pensare a un teatro in un contesto generale così difficile? Tale obiezione è, per lo meno, tendenziosa, in quanto la situazione difficile di molti dei settori dello stato non dipende sicuramente dai pochi fondi residuali destinati al Mibact, né dal finanziamento straordinario per puntellare le case romane che rischiano di crollare a Pompei.

La decadenza è lenta e spesso subdola, non te ne accorgi fin quando non esplode un’emergenza che ti porta ad aver bisogno di quello stesso servizio che per anni il tuo Paese ha de-finanziato nel silenzio generale. A quel punto si prova a rimediare, spesso goffamente, e si finisce per agire sempre nello stesso modo, vale a dire spostando risorse da un settore all’altro in una sorta di gioco delle tre carte che finisce per impoverire tutto e acuire i problemi di ogni singolo settore. La seconda implicazione riguarda il merito di quanto viene prodotto.

Lo stato comatoso implica la dipendenza dai farmaci e dai macchinari, il pericolo che il corpo sia dato per spacciato e che qualcuno stacchi la spina è sempre dietro l’angolo. Ed è proprio così che muoiono festival storici, che si depauperano rassegne internazionali, che si orienta la produzione artistica secondo le preferenze di un personaggio piuttosto che di un altro. Allo stesso modo, come piccoli fuochi fatui, lo stesso meccanismo, ma all’inverso, fa sì che si creino fotocopie di scarsa qualità solo perché tale sindaco voleva la sua dose di prestigio o perché il ministro aveva bisogno di dimostrare che l’Italia è un Paese che ancora conta nel contesto culturale internazionale.

Si perde il valore in sé della cosa a discapito del valore attribuito dalla convenienza, dall’idea politica, dalla risonanza mediatica e da tutta una serie di fattori esterni che impoveriscono fino alla miseria l’intero segmento. I tagli strutturali al Fus degli ultimi anni sono solo la punta dell’iceberg in questo discorso che avrebbe bisogno di molto più spazio per essere sviluppato ma che a noi interessa contestualizzare in termini di fruizione e produzione culturale.

Iniziamo con una domanda: se la cultura è una terra arida, poco attrattiva, vecchia e infruttuosa, com’è possibile che esperienze come il Cinema Palazzo siano in grado di raccogliere migliaia di persone? Forse, i profeti del pragmatismo assoluto, quelli che professano che le nostre società non sentono più il bisogno di uscire di casa per assistere a uno spettacolo teatrale, ballare a un concerto o prendere parola a un seminario non hanno chiaro il contesto. Potrebbe anche darsi – manteniamo il beneficio del dubbio, s’intende – che forse l’offerta culturale non sia adeguata.

D’altronde, l’idea che gli eventi culturali siano generalmente noiosi perché condotti secondo una logica scolastica o ministeriale potrebbe avere una parte di colpa. Allo stesso modo, la necessità di agire al ribasso per la mancanza di fondi e di adeguarsi a una sorta di estetica del bisogno (legata a chi tali fondi li eroga), che fa oscillare il prodotto finale tra la cosiddetta “cultura istituzionalizzata” e la ripetizione di modelli che hanno funzionato in passato, non può non influire sulla scarsa risonanza di tali eventi. O ancora, il fatto che intorno alla cultura, se non per rare eccezioni che pure esistono, non si riesca a creare socialità né temporaneamente né in modo duraturo, potrebbe essere un altro aspetto da considerare.

Da ultimo, il circolo vizioso che ha portato i biglietti degli eventi culturali a costare cifre proibitive forse avrebbe bisogno di una revisione che lo riporti a livelli accettabili, togliendo all’uscita culturale quell’aurea da evento isolato da permettersi una volta al mese quando possibile.
Noi sappiamo che tutte queste ipotesi sono in realtà postulati nel contesto italiano e romano, le abbiamo confutate direttamente in nove anni di attività culturale continuativa e le abbiamo condivise con chi si occupava di arte e spettacolo da prima di noi e continua a farlo oggi, nonostante le difficoltà e i tempi grami.

Siamo coscienti del fatto che se l’individuo è reso parte integrante di qualcosa che in cambio gli chiede solo di essere sé stesso e di portare la propria storia, i processi diventano giocoforza partecipativi. Da ciò si genera socialità, condivisione, azione collettiva, che non rima con un detrimento della qualità ma istituisce dinamiche differenti. Ospitare residenze teatrali non in cambio di un pagamento ma di un processo condiviso di restituzione alla collettività, è un esempio lampante di questa pratica.

Per questo rivendichiamo l’esperienza e la pratica del Nuovo Cinema Palazzo e invece di piangere sul corpo di un amore morto leviamo alto il grido che ci ha spinto a continuare per dieci anni e ci spinge tutt’oggi: “la cultura e l’arte sono uno strumento attivo di cambiamento sociale”.

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Bozza Recovery Plan, la cultura è il settore meno finanziato

È stata diffusa la bozza del “Piano nazionale di ripresa e resilienza”, noto giornalisticamente anche come Recovery Plan, ovvero il piano d’investimento dei 196 miliardi di euro che l’Italia otterrà dai fondi Next Generation EU (il cosiddetto “Recovery Fund”). Il piano su cui è al lavoro il governo è diviso in sei sezioni: digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura (48,7 miliardi), rivoluzione verde e transizione ecologica (74,3), infrastrutture e mobilità sostenibile (27,7), istruzione e ricerca (19,2), parità di genere, coesione sociale e territoriale (17,1) e sanità (9).

La cultura, inserita sotto la voce digitalizzazione, è il settore meno finanziato in assoluto: si dovrà accontentare di 3,1 miliardi, vale a dire l’1,6% del totale. Non solo: dovrà fare i conti con il turismo inserito sotto lo stesso tetto.

Nella bozza riguardo cultura e turismo si premette che la pandemia ha colpito “duramente” entrambi i settori. Si fa riferimento alle rilevazioni del World Tourism Organization delle Nazioni Unite da cui si evince che gli arrivi turistici internazionali in Europa si sono ridotti del 58% fra gennaio e marzo del 2020. In Italia, secondo stime dell’Istat, il primo lockdown ha causato la perdita di circa un quinto delle presenze turistiche previste per l’intero 2020 nel trimestre marzo-maggio. Pertanto la bozza “conferma prioritario per l’Italia assicurare nel breve termine la tenuta dell’indice di domanda culturale per incrementarlo nel medio termine (prima dello scoppio della pandemia la spesa delle sole famiglie italiane per ricreazione e cultura si attestava al 6,7%, contro una media europea dell’8,7%), rilanciando al contempo la fruizione – anche digitale – dei luoghi del turismo e della cultura”.

Saranno due gli ambiti d’intervento del settore “cultura e turismo”: in ordine di come vengono presentati nella bozza, il primo è il Potenziamento della formazione e dell’offerta turistica, il secondo è la Valorizzazione e tutela del patrimonio culturale. Tra gli interventi previsti, come già detto su precisa indicazione del ministro Franceschini, il programma “Cultural Heritage for Next Generation” che vuole avviare “una profonda digitalizzazione del patrimonio culturale (con l’uso di tecnologie digitali avanzate si procederà al completamento di archivi e cataloghi informatizzati), per promuovere un accesso diffuso e inclusivo ad una vasta platea di soggetti: cittadini, studenti, ricercatori, industrie culturali e creative”.

Si promettono interventi di recupero di luoghi dall’alto valore paesaggistico e culturale specificando “anche nelle aree interne del Paese, spesso trascurati o poco noti perché fuori dai circuiti turistici tradizionali”. Confermati, e questo potrebbe interessare da vicino  l’Umbria, interventi “sui piccoli Borghi storici e rurali, con azioni specifiche e mirate sul patrimonio storico-culturale e religioso (abbazie, chiese rurali e santuari). In questo modo si andrà incontro anche alle esigenze della corposa comunità italiana residente all’estero, per favorire ed alimentare il forte legame con il nostro Paese e con i suoi piccoli borghi, destinazione naturale della loro domanda turistica e culturale, favorendo un ’turismo delle origini’”.

Il riparto

  • 10,1 miliardi a digitalizzazione, innovazione sicurezza nella PA
  • 35,5 a innovazione, competitività, digitalizzazione 4.0 e internazionalizzazione
  • 3,1 a cultura e turismo;
  • 6,3 miliardi per la rivoluzione verde ed economia circolare
  • 18,5 a transizione energetica e mobilità locale sostenibile
  • 40,1 a efficienza energetica e riqualificazione degli edifici
  • 9,4 a tutela e valorizzazione del territorio e della risorsa idrica
  • 23, 6 miliardi per le infrastrutture ovvero alta velocità e manutenzione stradale
  • 4,1 per l’intermodalità e la logistica integrata;
  • 10,1 nel comparto istruzione e ricerca per il potenziamento della didattica e al diritto allo studio
  • 9,1 alla voce “dalla ricerca all’impresa”;
  • 4,2 per la parità di genere e la coesione sociale
  • 3,2 per giovani e politiche del lavoro
  • 5,9 per la vulnerabilità, l’inclusione sociale, lo sport e il terzo settore
  • 3,8 per gli interventi speciali di coesione territoriale
  • 4,8 miliardi vanno ad assistenza di prossimità e telemedicina
  • 4,2 a innovazione, ricerca e digitalizzazione dell’assistenza sanitaria.
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Il teatro è un antidepressivo culturale: lo studio del British Journal of Psychiatry

Secondo un nuovo studio pubblicato sul British Journal of Psychiatry, un “impegno culturale” assiduo potrebbe contribuire a diminuire il rischio di insorgenza di disturbi mentali in età avanzata.

Basandosi sui dati ottenuti da più di 2000 adulti con più di 50 anni partecipanti all’English Longitudinal Study of Ageing (ELSA), i ricercatori hanno scoperto che i soggetti che avevano partecipato a mostre, visto film o spettacoli teatrali almeno una volta al mese o più avevano il 48% di possibilità in meno di sviluppare disturbi depressivi. Lo studio ELSA contiene dati sulla salute e il benessere sociale e mentale degli anziani in Inghilterra su un periodo di dieci anni. Include informazioni sulla frequenza con cui si recano all’opera, al cinema, a mostre, musei e rivela quali partecipanti hanno una diagnosi di depressione. Anche dopo che i risultati erano stati adeguati per considerare altri fattori che potrebbero influire sulla propensione dell’individuo alla depressione (come età, sesso, salute ed esercizio fisico), i ricercatori hanno scoperto che le attività culturali continuavano a costituire un vantaggio rilevante per il mantenimento del benessere mentale di un individuo.

“In generale, le persone conoscono i benefici del mangiare frutta e verdura ogni giorno e del fare esercizio fisico e mentale, ma ancora in pochi sanno che le attività culturali presentano benefici simili”, ha affermato Daisy Fancourt della UCL. Fancourt ha spiegato che i benefici derivanti dalle attività culturali sono legati agli stimoli mentali, all’interazione sociale e alla creatività che queste incoraggiano.

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Per vedere i primi risultati non occorre aspettare anni: gli effetti sono tangibili già dopo una singola esperienza di poche ore, come dimostra l’esperimento condotto in Italia su 100 volontari (tra i 19 e gli 81 anni) portati con tanto di imbragature fino a 63 metri di altezza per visitare gli affreschi della cupola ellittica più grande del mondo, quella del santuario di Vicoforte nel cuneese.
«L’esposizione alla bellezza ha determinato effetti benefici immediati, che abbiamo potuto misurare in modo rigoroso», spiega il coordinatore dello studio Enzo Grossi, direttore scientifico della Fondazione villa Santa Maria, da anni impegnato nello studio del rapporto fra arte e salute. «La visita alla cupola ha fatto aumentare il benessere percepito dai partecipanti, riducendo del 60% la concentrazione di cortisolo, l’ormone dello stress misurato nella saliva. Un risultato molto significativo, se pensiamo che elevati livelli di cortisolo protratti nel tempo danneggiano il cervello, aprendo la strada a depressione e Alzheimer».

Ci sono volute le più sofisticate tecniche di neuroimaging per svelare il meccanismo con cui il “farmaco” cultura agisce sul nostro cervello. «Si accendono specifici neuroni della corteccia orbitofrontale», precisa il dottor Grossi. «Una volta attivato, questo centro cerebrale della bellezza produce molecole segnale come le endorfine, che danno felicità, la dopamina, che provoca piacere, e l’ossitocina, l’ormone dell’amore. Questi neurotrasmettitori vanno ad agire sui centri più ancestrali del nostro cervello, quelli che regolano funzioni vitali come il respiro e il battito cardiaco, riducendo lo stress e il rischio cardiovascolare. Inoltre, attraverso la rete linfatica che collega l’encefalo al sistema immunitario, la cultura arriva anche a rinforzare le difese contro le minacce esterne, come virus e batteri, ma anche quelle interne, come i tumori e le malattie degenerative».

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Più cultura, più crescita. Le imprese puntano su cultura e spettacolo

Cultura e spettacolo stimolano l’economia e creano ricchezza nel territorio: ogni euro speso nella gestione di un evento culturale genera effetti economici positivi per oltre due euro e mezzo.
Cresce l’interesse e l’investimento in cultura da parte degli imprenditori: per oltre il 70% il sostegno a progetti ed eventi culturali è strategico; il contributo economico è la principale forma di supporto alla cultura scelto dalle imprese (per il 47%), ma rilevante è anche la fornitura di servizi (21%); il ritorno di immagine (19%), la consuetudine (17%), la strategia di marketing (13%) sono le motivazioni principali all’investimento; i maggiori benefici si riflettono sulla reputazione aziendale (33%), sul brand (29%) e in chiave commerciale (27%); oltre un terzo delle imprese equipara gli investimenti in cultura alla pubblicità.
Questi, in sintesi, i principali risultati che emergono dall’indagine “Investire in cultura” realizzata da Rsm-Makno per Impresa Cultura Italia-Confcommercio.

È possibile scaricare di seguito il documento integrale di presentazione dell’indagine > PIÙ CULTURA PIÙ CRESCITA

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ProfilCultura, nasce a Bologna il portale per cercare lavoro nel settore culturale

Da poco più di due mesi è online profilcultura.it, sito di lavoro dedicato ai settori della cultura che ha raccolto l’interesse di 40.000 utenti. Gli ambiti a cui ProfilCultura fa riferimento sono le arti dello spettacolo, l’artigianato, l’architettura e il design, i beni e le politiche culturali, l’editoria e la comunicazione.
Profilcultura.it è l’adattamento al mercato del lavoro italiano del sito francese profilculture.com, punto di riferimento oltralpe dal 2004 per chi voglia lavorare nella cultura grazie a più di 2.200 annunci pubblicati al mese.
La missione di ProfilCultura è facilitare l’incontro tra domanda e offerta: tutti i professionisti della cultura operanti nelle aree artistiche, gestionali e tecniche hanno accesso a tutte le opportunità di impiego pubblico e privato, raccolte per la prima volta in un unico sito.
I candidati possono cercare opportunità di lavoro secondo criteri multipli: settore, tipologia di professione, contratto e area geografica. Per permettere inoltre un costante aggiornamento sugli annunci, ProfilCultura mette a disposizione un sistema di alert-email basato sui parametri di ricerca espressi da ciascun candidato. Oltre al servizio di supporto alla ricerca delle offerte, profilcultura.it fornisce approfondimenti sui concorsi pubblici, sull’accompagnamento professionale, sulla valutazione delle competenze e sul lessico HR. Per i più giovani inoltre ci sono indicazioni precise sulle modalità di accesso ai tirocini extracurriculari e apprendistato, oltreché aggiornamenti sulle opportunità concrete.

Abbiamo intervistato Filippo Dompieri, fondatore insieme a Giulia Graffi di Profilcultura:

Quali sono le motivazioni che vi hanno spinto a lanciare questo progetto in Italia?

Alla base del progetto vi è la constatazione dell’assenza di un servizio simile in Italia. Esistono sicuramente siti che diffondono offerte di impiego in alcuni dei settori di nostro interesse – arti dello spettacolo, editoria, comunicazione, beni e le politiche culturali, design – ma nessuno di questi è veramente specializzato e fornisce – a reclutatori e candidati – uno strumento efficace di ricerca come profilcultura.it.

Quali sono i vostri fronti di azione e in cosa consiste la vostra attività?

Il cuore della nostra attività è la diffusione di tutte le opportunità di impiego nei settori culturali: Arti dello spettacolo, Artigianato, Arte, Architettura, Design, Audiovisivo, Web, Multimedia, Beni Culturali, Politiche Culturali, Turismo, Editoria, Comunicazione e Insegnamento. Per riuscire a raggiungere questo obiettivo dobbiamo agire su più fronti allo stesso tempo, soprattutto in questo periodo di lancio. Ci concentriamo su molteplici attività di promozione a 360 gradi. Presentiamo quotidianamente il nostro servizio sia alle realtà culturali sia ai candidati al fine di condurre i buoni profili a candidarsi, soddisfacendo così le aspettative dei recruiters.

Da chi è composto il vostro team e qual è il vostro background?

Al momento il team italiano è costituito da cinque persone: c’è ci si occupa di marketing, sviluppo commerciale, comunicazione e amministrativo. Le attività sono varie e c’è una certa complementarietà nello svolgimento del lavoro: siamo multitasking e questo ci aiuta a tenere meglio sotto controllo tutte le attività svolte e a migliorarle in ogni momento. Le esperienze precedenti di ciascuno sono molteplici, ma un filo conduttore coerente posiziona ciascuno nel ruolo ricoperto oggi in azienda.

Oltre a diffondere opportunità di lavoro per i professionisti dei settori culturali fornite indicazioni sulle modalità di accesso ai tirocini extracurriculari e aggiornamenti sui principali percorsi formativi. Qual è la vostra opinione sul contesto artistico e culturale italiano alla luce dell’attuale scenario politico e sociale?

ProfilCultura parla concretamente di possibilità e prospettive: lo fa attraverso le offerte di lavoro e stage pubblicati su profilcultura.it e per mezzo dell’annuario dei corsi professionalizzanti nei settori della cultura profilcultura-formazione.it. Commetteremmo un errore se dicessimo che i due siti sono lo specchio della condizione attuale del modo artistico e culturale italiano: i nostri portali sono attivi da pochi mesi e necessitano ancora di tempo perché possano diventare “termometri dell’industria culturale” del nostro Paese. Sappiamo però che ci muoviamo nella direzione corretta perché per dare rilievo alla cultura – e alle sue potenzialità in termini economici e occupazionali – bisogna costruire prospettive coerenti a livello di formazione-lavoro, prodigarsi in un più estesa valorizzazione delle professioni, potenziare la mobilità nel segno della crescita professionale e puntare sulla formazione e l’aggiornamento costante per stare al passo con i tempi. Il contesto è sufficientemente maturo perché l’Italia delle attività culturali si rafforzi e diventi la locomotiva della nostra economia. A dirlo sono già i dati: un milione e mezzo le persone lavorano nella filiera culturale e creativa del nostro Paese. Un numero che cresce ogni anno, come illustra “Io sono Cultura 2018” – lo studio della Fondazione Symbola e Unioncamere – che racconta come si stia trasformando questo indotto dal valore di 92 miliardi di euro.

Quali sono le difficoltà e le sfide che un’impresa culturale come la vostra affronta nel sistema lavorativo odierno?

La sfida più grande è sicuramente far uscire molte realtà culturali dalle vecchie logiche di reclutamento legate alla stretta cerchia di conoscenze, per aprire la selezione a candidati esterni. Il vantaggio risiede nella possibilità di individuare il profilo migliore che sappia immettere nel contesto lavorativo nuove energie e idee utili allo sviluppo dei progetti per i quali è chiamato a collaborare, dando una prospettiva di sviluppo alla realtà stessa per la quale lavora.

Qual è la vostra mission e quali le vostre prospettive future?

ProfilCultura insegue molteplici obiettivi:

  • Aggregare le opportunità di lavoro e diffonderle su scala nazionale;
  • Divenire il punto di riferimento nella diffusione delle opportunità d’impiego e dell’offerta formativa in ambito culturale;
  • Offrire strumenti per valorizzare le competenze del profilo ricercato affidandosi a specifiche tipologie di professione (Amministrazione, Creativo, Comunicazione, Marketing, Produzione, Professioni della Scrittura, Mediazione, Regia..);
  • Contribuire a una maggiore trasparenza nelle fasi di reclutamento;
  • Far emergere figure professionali qualificate;
  • Creare un network tra realtà Culturali e professionisti;
  • Favorire l’interazione tra i diversi comparti culturali attraverso la mobilità dei professionisti.

Per quanto riguarda le prospettive future, sulla breve/media distanza nutriamo la sana ambizione di risultare utili. Sulla lunga invece vogliamo ricoprire un ruolo determinante nello sviluppo stesso delle attività culturali in Italia contribuendo al processo di crescita economica che fa della cultura una “fabbrica di valore”.

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Mi Riconosci? Sono un professionista dei beni culturali. Intervista ad Andrea Incorvaia

L’iniziativa “Mi Riconosci?” nasce alla fine del 2015 dalla volontà di un gruppo di professionisti del mondo dei beni culturali (studenti e laureati, lavoratori e in cerca di occupazione) di cambiare la realtà lavorativa del settore. Situazione che si presenta complessa e articolata: professioni del tutto ignorate quali educatori museali o paleontologi, o riconosciute solo in teoria e in attesa di decreti attuativi (come archeologi, antropologi, bibliotecari), o in attesa della fine di processi lunghi anni, quali i restauratori. Da qui l’idea di creare una campagna unitaria sull’accesso alle professioni dei Beni Culturali, sulla valorizzazione e riqualificazione dei titoli di studio del settore. Dal momento della sua nascita il movimento cerca di instaurare un dibattito pubblico sul tema facendo pressione su Governo e Ministero.

Abbiamo intervistato Andrea Incorvaia, uno dei promotori di Mi Riconosci?:

  • Il Rapporto Io sono cultura 2016, consegnato al Ministero dei Beni Culturali dalla Fondazione Symbola e Unioncamere, prova che il settore culturale è uno dei pochi in cui, nonostante la crisi, le entrate hanno continuato a crescere, eppure dai dati ISTAT 2015 si evince che l’80% degli Italiani non è mai andata a teatro nel corso dell’anno, il 68% non ha mai visitato un Museo e il 56% non ha mai letto un libro. Come si spiega questa apparente contraddizione?

I dati vanno letti, provando a focalizzare bene il periodo storico che ci trasciniamo dietro. Il settore culturale di per sé riesce da sempre ad attrarre tanti e tante i problemi, come sempre, riguardano la natura economica poiché le spese che hanno contraddistinto il comparto, soprattutto negli ultimi anni, sono state esigue. La contraddizione nasce dal fatto che si è spesso fatto degli istituti culturali luoghi di conoscenza “mordi e fuggi” legati ad occasioni come mostre ed esposizioni, che dopano sensibilmente il dato relativo.

  • In merito al Teatro, il Rapporto Io sono cultura 2016 rivela a p. 226 che i campioni di incasso presentano un repertorio privo di grandi sorprese e in simbiosi con i palinsesti televisivi. In un’intervista rilasciata a Gianfranco Capitta e pubblicata da Laterza nel 2015 nel volume Teatro della conoscenza, Luca Ronconi riflette sulle condizioni di precarietà diffusamente accettate e assorbite dai giovani attori e sulle loro aspirazioni: « Una domanda che faccio loro solitamente, un po’ provocatoriamente, è se considerano quello che andranno a fare un’arte, una professione oppure un lavoro. È necessario che abbiano la consapevolezza dei propri obiettivi. Dico loro chiaramente che se vogliono fare arte ed essere artisti, allora dovranno contare solamente su se stessi, andando incontro a una serie di frustrazioni incredibili; potranno farcela (o non farcela) indipendentemente dalle loro capacità, in un rapporto tra essi stessi e il loro saper fare. Se vogliono farlo come un lavoro che presuppone una ricompensa, sappiano che l’arte non necessariamente viene ricompensata, l’artista può esserlo come può non esserlo, e il mercante può riconoscerlo o meno, e quindi pagarlo oppure no. È un rapporto col mercato. Se si fa un lavoro, si prende un compenso perché si svolge un servizio per gli altri. Altrimenti non si può chiamare lavoro: una cosa che serve solo a chi la fa può essere una gratificazione personale, ma non un lavoro. La gratificazione, a sua volta, può essere un risultato, ma non l’obiettivo, che è invece quello di essere utile a qualcuno. Se poi vogliono fare la professione, ebbene debbono sapere che qualunque professione ha le sue regole. E bisogna conoscerle, belle e brutte, piacevoli e spiacevoli, e adattarvisi. E comunque bisogna seguirle ». Qual è, a vostro parere, la giusta strategia per monetizzare l’arte senza svilirla?

Innanzitutto possiamo ben specificare che se pensiamo al settore dei beni culturali come un mero luogo di profitto, commettiamo un errore pacchiano. La famosa frase pronunciata da un famoso Ministro, qualche anno fa, è un’aberrazione se pensiamo banalmente a quello che il Patrimonio diffuso, con tutti annessi e connessi, potrebbe fare per la crescita di questo Paese. Personalmente mi viene da pensare all’esempio che dette BLU, lo street artist, tempo fa. Nel 2016 infatti un privato propose la creazione di un Museo realizzato sulla base delle sue opere, prevedendone il distacco dai muri e portandole in luoghi privati e quindi a pagamento. L’artista si oppose e addirittura cancellò di sua spontanea volontà una sua opera a Bologna, dipingendola interamente di grigio scrivendo al suo posto “in ogni caso nessun rimorso”. L’arte è di tutti e tutte così come non può essere ingabbiata all’interno di formule che prevedano aperture gratuite una tantum, bisognerebbe allargare le possibilità per tutti in maniera che i dati citati nella domanda precedente sugli italiani poco partecipi alla vita culturale, subiscano una netta inversione di rotta.

  • Uno studio che il Comune di Bergamo ha affidato a Prometeia nel 2016 dimostra che per ogni 10 occupati direttamente sostenuti da attività culturali se ne generano altri 15 in settori diversi da quello culturale. Dal Contratto per il Governo del Cambiamento, però, come denunciate in un vostro articolo, non emerge la volontà di rilanciare il nostro Patrimonio Culturale rilanciando l’occupazione. Quali credete che siano le motivazioni?

Al netto di tutto pensiamo che il governo giallo-verde, pur considerando decenti le uscite ultime del nuovo Ministro abbia poco interesse nell’affrontare un serio ragionamento sui professionisti di settore e sul Patrimonio. Staremo a vedere e monitoreremo al dettaglio le mosse: una cosa è sicura il nostro mondo ha bisogno di una svolta importante, pena il disastro definitivo.

  • Dal 1985 il FUS ha subito un calo del 55% e la mancanza di investimenti ha contribuito a provocare l’abbattimento dei diritti e del costo del lavoro. Il settore teatrale pullula di professionisti che accettano lo sfruttamento come male minore, legittimando il sistema: in che modo si può arrivare a un patto etico tra professionisti e datori di lavoro?

I beni culturali sono da sempre stati laboratorio ottimale per lo sfruttamento lavorativo. Negli ultimi anni abbiamo assistito ad un incremento fortissimo di utilizzo sconsiderato di lavoro povero o addirittura forme di volontariato sostitutivo che ledono su due binari paralleli: anzitutto la tutela del lavoratore, in seconda battuta la qualità del servizio che si offro alla cittadinanza, elemento fondante per la declinazione totale dell’articolo 9 della nostra Costituzione. Il messaggio che passa, in maniera abbastanza semplice; utilizzare sempre più manodopera a basso costo o gratuita sopperendo alle fortissime carenze strutturali del comparto.La cosa che più ci fa rabbia è data dal fatto che anche e soprattutto le Istituzioni hanno legittimato tutto questo; basta pensare al bando che l’allora MiBACT fece per 1000 unità di “personale” legate ai progetti di servizio civile. I buchi sono tanti e si pretende di salvare il sistema rattoppandoli e rimandando al problema in eterno. Il patto etico, che la campagna ha presentato nel Febbraio 2017 (PLAC) a Montecitorio vuole essere un vademecum che provi parlare alle componenti che lavorano per lo sviluppo del settore, cercando dei meccanismi e interconnessioni che disinneschino la guerra tra poveri e rigettino totalmente l’idea del “massimo ribasso”

  • State portando avanti la battaglia sull’occupazione culturale attraverso il sito https://miriconosci.wordpress.com, la pagina Facebook https://www.facebook.com/miriconoscibeniculturali/, seguita da più di 21000 utenti, e l’hashtag #‎RILANCIAMOILPAESE. Spazi e strategie virtuali, ma con risonanza reale: a Roma, il 6 ottobre 2018, si terrà la prima manifestazione unitaria di tutto il settore culturale Italiano. Quali manovre lo Stato dovrebbe mettere subito in atto per salvaguardare la dignità dei lavoratori culturali e al contempo rilanciare l’economia del Paese? Perché il 6 ottobre dovrebbero scendere in piazza tutti i cittadini e non solo chi lavora o aspira a lavorare nel settore dei Beni Culturali?

Inizio partendo dalla manifestazione che si terrà a Roma il 6 Ottobre p.v., una grande occasione per tante e tanti; per farsi sentire e cavalcare l’onda di una vertenza strategica per il futuro del Paese. Dignità del lavoro e tutela di tutto ciò che è arte rimane, a nostro modo di vedere, un percorso unico da battere con convinzione e determinazione, un momento unico per una definitiva e primissima collettivizzazione del problema. Stare in piazza a Roma in quella giornata è di stringente importanza per tutti, poiché la cultura è il bene comune per eccellenza. Le manovre che uno Stato serio dovrebbe mettere in atto per l’intero settore partono anzitutto da un vero e proprio piano delle assunzioni, se pensiamo che da qui al 2020 moltissimi strutturati del MiBAC andranno in pensione. In seconda analisi rilanciare il Patrimonio diffuso che con la riforma Franceschini ha subito un disinvestimento clamoroso al fine solo ed esclusivo, di rilanciare (ce ne era bisogno?) i grandi siti culturali e i grandi enti. Infine dire basta una volta per tutte al volontariato sostitutivo, come Mi Riconsoci abbiamo presentato, lo scorso Febbraio, una proposta di legge sulla revisione di parti della Legge Ronchey, la quale in alcuni passaggi rende ambigua la presenza proprio dei volontari della cultura a discapito dei professionisti. Non molleremo, questa è solo l’onda lunga dell’inizio.

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