Castellinaria

“Colorin colorado” – Edizione straordinaria Castellinaria Festival 2020

Castellinaria

Questa edizione deve essere unica e irripetibile, fuori dall’ordinario, e rimanere tale nel bene e male. Un’unica serata, l’8 agosto, in cui abbiamo provato a condensare tutte le nostre visioni, le nostre paure, le nostre speranze. Un luogo in cui far vivere i fantasmi di questi mesi per trasfigurarli: a cosa serve il teatro se non ad esorcizzare le nostre più intime paure in un grande rito collettivo? 

Colorin Colorado è un’espressione spagnola che anticipa la fine di un discorso, una frase, una fiaba. Non ha un significato specifico e non è traducibile: rappresenta per noi il passaggio di testimone tra qualcosa che c’è stato e qualcos’altro che deve ancora accadere. Quest’anno CastellinAria c’è, nell’incertezza del momento storico che stiamo vivendo e il desiderio di uno sguardo fiducioso e lungimirante. Non un festival, ma un momento di condivisione artistica, di apertura, di visione. 

La nostra presenza quest’anno vuole essere poetica, politica, comunitaria. 

A questo link, potete trovare l’evento Facebook, con tutte le informazioni dettagliate: 

https://www.facebook.com/events/635257107392485/

h 19:30 | TROPPO TARDI PER HAMELIN Spettacolo teatrale-musicale itinerante con Compagnia Habitas ed Errichetta Underground 

È un viaggio a stazioni, uno spettacolo itinerante che presenta quattro punti di vista di quattro personaggi della fiaba Il pifferaio magico, proprio nel momento in cui i bambini sono stati incantati dal pifferaio e portati via, nella grotta. Ogni racconto è accompagnato da uno strumento, che gli fa eco, lo sostiene, lo amplifica; una riflessione sul presente attraverso la peculiarità della fiaba, della narrazione, dell’oralità. 

h 21:00 ESERCIZI SULL’ABITARE #2 | Alvito RedReading#13 Un giorno bianco di e con Tamara Bartolini e Michele Baronio 

ESERCIZI SULL’ABITARE è un non-luogo a metà strada tra l’esperienza teatrale, la ricerca antropologica, l’installazione artistica, la condivisone di storie, memorie e saperi, in cui il tempo e lo spazio co-abitano in una casa orizzontale, aperta e in perenne cambiamento. Il teatro stesso si fa casa e rende possibile il trasloco dei territori geografici, simbolici e umani. L’evento conclusivo è per questo un rito collettivo, una festa, una condivisione di un luogo in comune. 

Vi ricordiamo che la prenotazione è OBBLIGATORIA e si può effettuare: 

• direttamente dall’evento Facebook, cliccando sull’apposito pulsante 

• chiamando il numero 333 1114940

• mandando una e-mail a info.castellinariapop@gmail.com

La Direzione artistica 

Compagnia Habitas Livia Antonelli Chiara Aquaro Niccolò Matcovich e Anna Ida Cortese 

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Out of Love di Elinor Cook: intervista a Niccolò Matcovich

Il 14 e 15 dicembre andrà in scena al Teatro Belli di Roma, in prima nazionale, Out of Love testo di Elinor Cook – inedito in Italia – portato sulla scena dalla Compagnia Habitas per la rassegna TREND – Nuove frontiere della scena britannica, giunta alla sua diciottesima edizione. Come ogni anno, la rassegna curata da Rodolfo di Giammarco pone al centro la drammaturgia contemporanea britannica, offrendo al pubblico romano lavori di traduzione e di messinscena a cura di numerosi artisti. Come nel caso di Out of Love, un’opera che verrà proposta per la prima volta in Italia: un testo frammentato con continui salti temporali, che sono riverberi drammaturgici sulla vita e sull’amicizia tra due donne, Grace e Lorna, in un arco di trent’anni, dall’infanzia all’età adulta, senza una linearità cronologica. Una sfida accettata dalla Compagnia Habitas che, seppur giovane, ha già ottenuto molti riconoscimenti sul territorio nazionale. Abbiamo intervistato il regista Niccolò Matcovich per raccontare questa nuova produzione.

Out of Love, di Elinor Cook: come è stato trovato questo testo e come è stato pensato per la scena?

Ci è stato commissionato direttamente da TREND, che me lo ha inviato con la traduzione di Maurizio Pepe, prima dell’estate. Da fine agosto ho iniziato a lavorare con il dramaturg, Rocco Placidi, sullo studio e la comprensione della drammaturgia: Out of love è la storia di un’amicizia, ambientata  in Inghilterra dal 1984 al 2014. L’autrice lo propone in una scomposizione temporale che alterna ogni singola scena con salti anche fino a cinque, dieci, quindici anni. Noi abbiamo individuato tre blocchi principali: l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di queste due ragazze, ricombinando i quadri in maniera organica ma che, allo stesso tempo, rispettasse la natura del testo. La nostra sequenza vedrà quindi prima l’adolescenza, poi il ritorno all’infanzia e infine il salto all’età adulta. Con una sorpresa finale.

Nel tuo ruolo di regista, come ti sei relazionato al testo?

Le scene sono tutte piuttosto brevi e includono tantissimi personaggi: oltre le due protagoniste – qui interpretate da Livia Antonelli e Dacia D’Acunto –, c’è un terzo attore, previsto dall’autrice, un che interpreta dieci ruoli maschili diversi – per noi, Livio Remuzzi. Per capire tutti i collegamenti temporali, le relazioni familiari, le amicizie, gli amori, i drammi…. abbiamo dovuto scavare a fondo nel testo; a tratti ci sembrava di avere tra le mani un thriller. Una volta fatto questo, ho individuato il mio focus di interesse per la messa in scena e cioè quello di raccontare la relazione tra le protagoniste. Il testo – a livello di linguaggio e non di struttura – è realistico, ma abbiamo deciso di mettere in scena, mantenendo le parole per come sono, quelle che sono le dinamiche che stanno al di sotto del testo stesso. È un’esplorazione piuttosto nuova per noi, che si concretizza nel sostenere la lingua con l’azione fisica che rafforzi la dinamica alla base delle parole.

Come è nata questa esigenza di agire nel sottotesto?

È stata la chiave per andare a rafforzare il linguaggio realistico. Noi non lavoriamo mai sul realismo scenico e ci interessava capire come spezzarlo per esaltare il racconto. Vedremo se il tentativo sarà riuscito…

Suppongo che questa scelta ti abbia condotto a un particolare confronto con gli attori.

Molte delle dinamiche alla base delle scene le abbiamo scoperte in prova, insieme. Siamo andati per gradi: ci siamo prima chiesti cosa fosse una dinamica e poi come declinarla nelle varie scene e nei tre blocchi temporali. Dopo averle rintracciate tutte le abbiamo esplorate nella pratica, attraverso improvvisazioni, suggestioni, riferimenti, stimoli nati dal testo; infine, poco alla volta, le abbiamo confermate e fatte confluire nel vero e proprio montaggio scenico.

E di questa ricerca, cosa si propone al pubblico?

Il pubblico vedrà esattamente le dinamiche che abbiamo trovato, esplorato, sperimentato durante le prove. Nei dialoghi nulla è fuori posto: sono poi le azioni fisiche a contro-bilanciare le scene rompendo il realismo, in profonda sinergia con le parole da cui scaturiscono.

Un misto tra sperimentale e tradizionale.

Abbiamo cercato di esaltare il testo senza assecondarlo pedissequamente, di farlo esplodere con questa modalità.

Tu sei diplomato come drammaturgo alla Paolo Grassi, poi nel tempo hai integrato il lavoro come regista. Come cambia il tuo approccio quando sei autore e regista del tuo spettacolo e quando, invece, sei il regista ma non l’autore, come in questo caso?

Habitas nasce nel 2016 e in questi anni abbiamo lavorato principalmente su miei testi. Una posizione fin troppo comoda, per me, tanto che a un certo punto mi sono stancato di “auto-rappresentarmi” e questa è stata un’occasione d’oro per potermi approcciare a un meccanismo molto più interessante: lo studio, la ricerca, la comprensione, anche il confronto da drammaturgo a drammaturgo. Perché, in primis, il lavoro che ho fatto con Out of Love è stato quello di confrontarmi da autore con un’autrice, Elinor Cook, che è più grande di me, più esperta di me, più brava di me. Subito dopo è scattato il pensiero registico, quindi andare a capire, una volta messa da parte la visione drammaturgica, come interpretare quella drammaturgia. Lo scoglio più grande all’inizio è stato, come ho già detto, scardinare il realismo mantenendo intatto il testo.

Hai anche avuto occasione di avere un confronto diretto con Elinor Cook?

No, ma mi sarebbe piaciuto. Soprattutto nella prima fase di lavoro, in cui avevo molti dubbi che avrei voluto sbrogliare contattandola. Ma ho resistito e, quando abbiamo trovato la nostra strada per la messa in scena, non ne ho più sentito il bisogno. Chissà se vedendolo ne sarebbe contenta?

Articolo a cura di Davide Notarantonio

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CastellinAria Festival di Teatro Pop

Dieci Segnali di Fumo da CastellinAria – Festival di Teatro Pop

Questo articolo è stato prodotto durante il laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling con gli studenti e le studentesse dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

CastellinAria Festival di Teatro Pop
CastellinAria Festival di Teatro Pop

1. Un d’gl’ dieci mtiv p’fà st’esperienza d’CastellinAria

La possibiltà d’stabilì ‘n contatt tra gl’ommn e la Natur: d’fà l’escursion ‘n cima agl’ mont d’Alvit e Ucalw. Oppur s’puo’ ì ncima agl’ cavagl’ e ‘uardà gl’panoràm. Agl’castiegl s’possn veré n’sacc’ d’biegl’ spettacl p’ s’rfa’ gl’occhie e passà na srata agl’frisc mies agl’artist: asscì, s’mparàn tant cos nov e s’fà c’accos’avt. CastellinAria c’fa fa’ amicizia, c’fa’ sntì la musica e c’fa’ balla’ ‘nsem comm a na tribù.

2. Valorizzazione del territorio

Alvito e il suo Castello, spesso dimenticati, diventano i protagonisti della Valle di Comino grazie allo spettacolo dal vivo. Realtà piccole ma con una grande anima come #Castellinaria: una piccola comunità fatta di grandi persone che lottano per valorizzare il territorio che abitano. 

3. Un Festival giovane

Gioventù e teatro. Elementi semplici in un sistema complesso facilitato dalla determinazione dei giovani volontari e degli artisti ospiti del festival organizzato dalla Compagnia Habitas. Lo zelo e la passione hanno permesso di rendere un’arte con più di 3000 anni di storia più viva e grintosa che mai.

4. Mettersi in gioco senza paura 

Al Castello Cantelmo di Alvito, nell’atmosfera magica creata dagli artisti e dallo staff, la paura di esporsi dopo essersi messi in gioco viene soppiantata dalla libertà di esprimersi, sentendosi parte del festival.

5. Ragione o Sentimento?

Secondo quale prospettiva lo spettatore neofita dovrebbe scegliere di guardare uno spettacolo?
Dopo una settimana d’arte, emozioni e riflessioni si uniscono fino a confondere la visione del pubblico; ma la confusione non è sempre ingannevole, spesso, permette di interrogarsi intorno a questioni che nella quotidianità non sorgerebbero. Così a CastellinAria è stato possibile squarciare il velo di Maya, sperimentando il dolce e feroce inganno di interrogare la vita attraverso mille domande. 

6. Scoprire l’arte

Avvicinarsi all’universo artistico: CastellinAria permette la connessione tra pubblico e spettacolo dal vivo attraverso il coinvolgimento emotivo e la partecipazione attiva. Lo spettatore viene preso per mano e condotto in un’esperienza destinata ad arricchirlo, una catarsi capace di cambiarne in profondità l’animo umano.

7. Sentirsi attori

Assistere allo spettacolo. Applaudire. Riflettere. Sentire. Prendere posto in platea, osservare la scena. Le voci degli artisti. Le luci che colpiscono il viso. Immaginarsi al loro posto. Paura. Emozioni, dalle più vere alle più fittizie, da condividere. Diventare parte dello spettacolo. Sentirsi attori non protagonisti, ma necessari.

8. Conoscere le tradizioni locali

La leggenda, esattamente come il mito, la favola e la fiaba, fa parte del patrimonio culturale di tutti i popoli ed è caratterizzata dalla fusione di magico e reale, marcando l’importanza dell’immaginazione e della fantasia, come mezzo per educare e per superare le paure umane. Fondamentale è la funzione sociale e antropologica svolta dalla tradizione delle leggende e dai miti in una liaison volta a connettere un gruppo, una comunità, un popolo, l’umanità. Come in ogni luogo, anche ad Alvito, esistono tradizioni, usi e costumi secolari che vivono nella memoria popolare di tutti gli abitanti: CastellinAria ha rappresentato un’occasione unica per poter conoscere e vivere intensamente la cultura del territorio, grazie all’arte del teatro. 

 9. Innovazione nella Valle di Comino

La Valle di Comino, luogo d’ispirazione per molti artisti, ha un profondo legame con l’arte e l’innovazione sin dai tempi più antichi. Si potrebbe immaginare il territorio che circonda la città di Alvito come un’immensa “incubatrice” per le idee innovative. CastellinAria, nell’atmosfera della Valle, si pone come punto di riferimento per gli artisti provenienti dal territorio nazionale e internazionale. 

10. Vivere il digitale, raccontando la realtà

La narrazione digitale permette di vivificare i momenti vissuti rendendoli autentici nel ricordo: immaginarsi di nuovo nella platea del Castello di Alvito assaporando l’attesa dell’inizio dello spettacolo, rievocare l’emozione dell’incontro tra artisti e spettatori. Sensazioni catturate da una lente che, attraverso il digitale, racconta un frammento di realtà vissuta.


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Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro

Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro – CastellinAria

Questo articolo è stato prodotto durante il laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling con gli studenti e le studentesse dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro
Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro

Trilogia: tre atti di vita, allegoria della peregrinazione volta al conseguimento della presa di coscienza del Sé e dell’altro da Sé. Tre atti di vita: incarnazione dell’amalgama di sacro e profano, divino e mefistofelico.  Cena, Eden e Passione, tre momenti biblici inseriti in un contesto crudele, brutale costantemente atemporale. Un percorso sofferto, tormentato, demoniaco, difficile da percorrere e caratterizzato da inganni, trappole, botole segrete. Un cammino angoscioso verso la vetta. Vetta, che si identifica con l’utopistica felicità che porta all’abolizione di quel senso di insoddisfazione cronica e di quel vuoto incurabile tipico della “Trilogia”, radicati nell’umanità. 

Un’ascesa-discesa metaforica nel Parnaso, dove la salita intensamente agognata si rovescia – tragicamente – nel suo opposto.  Ci si trova dannatamente nella reggia infernale del Pandemonio, nell’ordinaria e dozzinale quotidianità, scoprendo che, ironicamente, si è sempre stati nel Giardino dell’Eden. In quel παράδεισος, un “giardino recinto” che ricalca ancora e ancora l’impossibilità di sottrarsi dall’impasse psichica e dal ristagno emotivo-esistenziale. Non si sale non si scende, ma si gira in tondo, ricalcando un ouroboros maligno e immortale.

Valeria Amata
Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro
Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro

Tre atti in cui il sacro si fonde col profano, tre come la Santa Trinità, tre come il numero della perfezione, solo illusoria. L’idillio si trasforma in incubo, il trittico di generi teatrali – commedia, dramma, tragedia – coinvolge il pubblico in un climax discendente nel quale sensazioni contrastanti dominano la scena. Vicende apparentemente scollegate ma unite da un filo invisibile: la solitudine dell’essere umano e il malessere esistenziale, ferite interne che non possono essere curate, cicatrici dell’animo nascoste dietro convenzioni sociali, maschere e sorrisi falsi.

La più grande bugia che i personaggi possano raccontare è rivolta solo a loro stessi, convincersi di avere una vita perfetta ma vacante se osservata più da vicino, credere di stare in piedi ma rendersi conto che in realtà è solo un equilibrio precario, sapere che prima o poi si cadrà inesorabilmente. Una pièce che scava a fondo nell’umano sentire, provocando un forte senso di empatia tra chi recita e chi osserva, in un rapporto di ebbra simbiosi. 

Simona Rella
Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro - CastellinAria
Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro – CastellinAria

“In fondo è come se lo spazio fosse anima, un’anima vasta e i corpi impulsi nervosi che però devono abitare la disciplina per rendere il rapporto comune, comunitario, organico a un organismo superiore”. Questa citazione di Vincent Lounguemare, presente nel foglio di presentazione dello spettacolo, ci permette di capire il problema sociale dei rapporti umani, la continua ricerca della perfezione per non essere mai contraddetti e giudicati dalle persone appartenenti al mondo esterno.

“Trilogia – tre atti di vita”- partendo dalla narrazione degli episodi biblici dell’Ultima cena, dell’Eden e della Passione di Cristo – mette in discussione la routine e la monotonia, imposte dalle condizioni frenetiche e alienanti della società contemporanea, nate dalla disperazione e dalla paura di poter essere sé stessi. Ogni individuo, alla ricerca di un Eden, spazio felice dove poter vivere, subisce i colpi di un’illusione crudele attraversando il malessere della propria esistenza, per cercare di raggiungere infine una insperata pace interiore . 

Leonardo D’Alessandro

Trilogia – Tre atti di vita
Da un’idea drammaturgica di Paolo Grossi

Testo e regia: Paolo Grossi
Con: Emanuele Cerra, Stefano Detassis, Federica Di Cesare
Light designer e tecnico luci: Emanuele Cavazzana;
Scene: Lorenzo Zanghielli;
Costumi: Elena Beccaro;
Produzione: Evoè! Teatro

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“Pezzi” di Rueda Teatro, regia di Laura Nardinocchi con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi.

Pezzi: epifania del dolore e superamento della morte

Questo articolo è stato prodotto durante il laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling con gli studenti e le studentesse dell’Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale.

“Pezzi” di Rueda Teatro, regia di Laura Nardinocchi con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi.
“Pezzi” di Rueda Teatro, regia di Laura Nardinocchi con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi.

“Una visione molto grande è necessaria e l’uomo che la sperimenta deve seguirla come l’aquila cerca il blu più profondo del cielo.”

La citazione qui riportata appartiene a Cavallo Pazzo, un capo Sioux, ed è ciò che meglio esemplifica quello che sta accadendo in questi giorni al Castello Cantelmo di Alvito: dal 3 al 10 di agosto, il festival organizzato dalla compagnia Habitas, “CastellinAria”, dimostra come grandi progetti possano diventare realtà grazie alla volontà di più persone nel voler perseguire un sogno. Inoltre, non è un caso che il tema di quest’anno sia “Segnali di fumo”, incentrato sulla cultura dei nativi americani: l’atmosfera è pregna delle peculiarità della popolazione pellerossa quali la condivisione e la solidarietà tra i partecipanti.  Come previsto dal programma, anche la quarta serata è stata caratterizzata da uno spettacolo, ovvero “Pezzi” di Rueda Teatro, regia di Laura Nardinocchi con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi. È l’8 dicembre, giorno della festa dell’Immacolata durante il quale le famiglie preparano l’albero di natale.

Non sottraendosi a questa tradizione, una madre e le sue due figlie, Maria e Marina, con rami, palline, luci e festoni decorano l’albero ma le loro emozioni tradiscono parole e azioni. Le discussioni a voce alta celano un disagio di fondo che culminerà, gradualmente, nella scoperta da parte del pubblico della morte del padre/marito. Il rapporto tra le tre donne è inevitabilmente segnato dalla scomparsa dell’uomo fin dall’inizio dello spettacolo: la madre assume il ruolo del patriarca ma vorrebbe vivere il suo lato femminile ballando il tango e facendosi stringere da forti braccia, Maria assume comportamenti infantili, Marina è ribelle e vorrebbe evadere verso terre lontane. 

Tutte loro hanno sviluppato un meccanismo di difesa per cercare di dimenticare, ma il ricordo si insinua, involontariamente, all’interno dei momenti apparentemente lieti e negli oggetti, lasciando il posto a silenzi vuoti in realtà assordanti. Il momento clou rimane la preparazione dell’albero, evento che scaturisce lo svilupparsi del simbolismo della vicenda: l’arbusto consiste in un asse in cui infilare dei rami. È spoglio, come se comunicasse allo spettatore un presagio di morte in contrapposizione allo spirito superficialmente allegro della madre che lo prepara recitando i numeri della tombola, coadiuvata da una spensierata Maria.

È proprio la figura della madre che cerca di reggere la parvenza di serenità natalizia, come quando  cerca di rievocare l’attesa dello spirito dello Scarpariello per la figlia Maria, vedendo vanificato il suo sforzo da Marina che riporta alla mesta realtà presentandosi con una scatola colma di cravatte appartenute al padre. La contrapposizione principale rimane in ogni caso quella tra la vita e la morte: l’immacolata concezione, giorno nel quale si annuncia alla Madonna la nascita imminente di Gesù nel presente e i funerali del padre nel passato; un gioco di luci calde intervallato da quelle fredde, blu, del colore della malinconia per antonomasia; le luci natalizie e le luci dei ceri funerari; la preparazione dell’albero e il conseguente disfacimento di esso.

“Pezzi” di Rueda Teatro, regia di Laura Nardinocchi con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi.
“Pezzi” di Rueda Teatro, regia di Laura Nardinocchi con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi.

Il finale dello spettacolo è significativo, rappresenta il punto di svolta nel quale si comprende che il dolore non può essere evitato, che l’assenza di una persona amata non è colmabile con la presenza di altre, che la mancanza è percepita in ogni angolo della casa e non può essere adombrata dall’illusione. La morte del padre/marito ha lasciato solo frammenti di ciò che è stato. Le tre figure, in conclusione, realizzano in una sorta di epifania, che quei pezzi, quelle cravatte e quei ricordi, vanno rimessi insieme per commemorare l’assente figura maschile rendendola ancora viva, in una maniera serena, celebrativa e intrisa allo stesso tempo di nostalgia.

I pezzi rappresentano anche le tre figure femminili, sconnesse e divise a partire dal momento della tragedia, che arrivano a capire, sul finale, che solo attraverso l’unione e la forza reciproca potranno continuare a guardare avanti. “Pezzi” ci insegna come le tragedie possano facilmente creare barriere tra individui e al medesimo tempo come queste barriere possano essere abbattute attraverso il sostegno incondizionato e la comprensione dei sentimenti più disperati e infelici affinchè possano incubare il dolore e razionalizzarlo.

Marcel Proust diceva “l’assenza è, per colui che ama, la più sicura, la più efficace, la più viva, la più indistruttibile, la più fedele delle presenze.


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Laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling - CastellinAria Festival di Teatro Pop

Prologo del laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling – CastellinAria

Ph. Matteo Ricci

Luminosi fuochi d’arte illuminano la verde Val di Comino. Segnali di fumo si levano tra i monti, a testimoniare la vitalità di quella eterotopia culturale, ideata dalla Compagnia Habitas, che è il Festival CastellinAria giunto alla seconda edizione.

Un pulviscolo di sogni e proposte che racconteremo attraverso lo sguardo degli studenti e delle studentesse dell’Università degli Studi di Cassino, impegnati in un laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling durante il quale tracciare e apprendere, insieme, le tecniche della narrazione transmediale.

Teatro, danza, musica, formazione e tradizione, animeranno il piccolo Borgo di Alvito in questa settimana di creatività e ripopolamento del territorio.Un programma serrato in cui si intrecciano le esperienze degli autoctoni e le proposte artistiche di coloro che, come appartenenti a una tribù, hanno colonizzato un terreno fertile in cui piantare il totem della creatività giovane.

Attraverso video, foto, approfondimenti e incontri, declinati nelle diverse possibilità offerte dalla comunicazione digitale, restituiremo le attività del festival per trasportarvi tra le antiche mura del Castello Cantelmo di Alvito, palcoscenico in Aria di una manifestazione meritevole di sostegno e attenzione.

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Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas

CastellinAria – Festival di Teatro Pop II Edizione

Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas
Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas

Segnali di Fumo per la II edizione di CastellinAria – Festival di Teatro Pop: Parliamo delle tante novità presenti in questa II edizione con Livia Antonelli della Compagnia Habitas. (Continua a leggere)

Prologo del laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling – CastellinAria: Teatro, danza, musica, formazione e tradizione, animeranno il piccolo Borgo di Alvito in questa settimana di creatività.(Continua a leggere)

Pezzi: epifania del dolore e superamento della morte: “Pezzi” di Rueda Teatro, regia di Laura Nardinocchi con Ilaria Fantozzi, Ilaria Giorgi e Claudia Guidi. È l’8 dicembre, giorno della festa dell’Immacolata durante il quale le famiglie preparano l’albero di natale. (Continua a leggere)

Trilogia – Tre atti di vita di Evoè Teatro – CastellinAria: Trilogia: tre atti di vita, allegoria della peregrinazione volta al conseguimento della presa di coscienza del Sé e dell’altro da Sé. (Continua a leggere)

Le Mille E Una Notte – IV Ora di LideLab – CastellinAria: Nelle mille e una notte che furono, macabre storie si intessero nel palazzo incantato di Shahriyār e dell’astuta Shahrazād. (Continua a leggere)

Respiri e pensieri da CastellinAria – Festival di Teatro Pop: Il racconto personale del festival a cura dei partecipanti al laboratorio di Digital Storytelling & Audience Development. (Continua a leggere)

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Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas

Laboratorio di Audience Development & Digital Storytelling a cura di Theatron 2.0 per il Festival Castellinaria

Dal 3 al 10 Agosto torna nella suggestiva cornice del Castello Cantelmo di Alvito (FR) CastellinAria – Festival di Teatro Pop, ideato e promosso dalla Compagnia Habitas. Dopo il successo dello scorso anno, l’edizione 2019 intitolata “Segnali di Fumo” conferma la sua vocazione al dialogo con il paesaggio che l’accoglie per proporre un osservatorio aperto e privilegiato sui linguaggi performativi e sulle drammaturgie contemporanee.
Otto giorni di festival con spettacoli serali, laboratori, concerti, aperinAria, attività extra, che vedono partecipi artisti internazionali, nazionali e locali, gruppi e solisti musicali, pubblico e maestranze della Val di Comino, oltre a tanti progetti e workshop che costelleranno CastellinAria.

Audience development & digital storytelling

Per questa seconda edizione, Theatron 2.0 proporrà un percorso gratuito di avvicinamento alle arti performative rivolto a studenti, operatori culturali e appassionati. L’obiettivo del laboratorio, coordinato da Edoardo Borzi e Ornella Rosato, è articolare un percorso di comunicazione digitale atto a costruire una narrazione mediatica durante lo svolgimento del Festival, raccontando analiticamente la kermesse e le performing arts attraverso l’utilizzo degli strumenti offerti dal web 2.0.

Durante i giorni del festival, la redazione produrrà contenuti digitali dando vita a una narrazione transmediale del processo di organizzazione e programmazione di CastellinAria con focus relativi al progetto: approfondimenti tematici integrati da foto, video, interviste. Il resoconto integrale dello storytelling con raccolta dei materiali prodotti sarà reperibile in un report unico sul sito di Theatron 2.0 .

Storia delle arti performative e analisi degli elementi dello spettacolo dal vivo

Il percorso laboratoriale offerto da Theatron 2.0 prevede, inoltre, un approfondimento di carattere storico circa le arti performative. Gli snodi storiografici più interessanti del Novecento teatrale, saranno assunti come lente d’ingrandimento per indagare gli elementi costitutivi degli spettacoli in programmazione presso il Festival Castellinaria. I partecipanti saranno accompagnati in un percorso di allenamento alla visione e di costruzione di un pensiero critico intorno agli spettacoli. Inoltre, saranno prodotte interviste agli artisti, articoli di cronaca degli eventi, recensioni critiche e focus dedicati all’organizzazione festivaliera.

Modalità di partecipazione e costi

Dal 4/08 al 10/08 il progetto si articolerà nel seguente modo (con possibili variazioni di orario e/o attività in base alle richieste dei partecipanti e alle disponibilità dell’organizzazione del Festival):

h 18 (Castello Cantelmo) > incontri dedicati alla sezione teorica del laboratorio.
h 19 (Castello Cantelmo) > AperInAria – i partecipanti potranno assistere agli eventi in programmazione e mettere in pratica le conoscenze acquisite e sperimentare le arti performative attraverso nuovi linguaggi digitali.
h 21.30 (Castello Cantelmo) > Visione degli spettacoli in programmazione

Il corso è gratuito. L’alloggio è offerto dall’organizzazione mentre vitto e spostamenti sono a carico dei partecipanti. Tutti gli spettacoli sono a ingresso gratuito con offerta libera.

Per candidarsi, inviare una mail a theatronduepuntozero@gmail.com, allegando CV.

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L’Eterotopia di Castellinaria – Festival di Teatro Pop nella Valle di Comino A cura di Edoardo Borzi e Ornella Rosato

Esistono dei luoghi reali fuori da tutti i luoghi: cimiteri, manicomi, periferie abbandonate, cinema, case chiuse, quartieri a luci rosse, micronazioni, tra le altre. Essi, al contrario delle utopie, cioè dei non-luoghi, sono controspazi o meglio luoghi dell’alterità. «Luoghi che si oppongono a tutti gli altri e sono destinati a cancellarli, a compensarli, a neutralizzarli o a purificarli»: le eterotopiecosì definite da Michel Foucault in due conferenze radiofoniche del 1966, rappresentano tutte quelle espressioni localizzate della cultura di ogni epoca sempre in grado perfettamente di riassorbirle facendole scomparire o organizzarne altre che non esistono ancora. Più in generale, l’eterotopia ha come regola quella di giustapporre in un luogo reale più spazi che normalmente dovrebbero, sarebbero incompatibili fra di loro.

Effetto di una molteplicità di fattori interdipendenti che si influenzano reciprocamente in un’ottica di sistema, questi spazi altri, vengono identificati come una soluzione “di crisi” o di deviazione all’interno della società reale con cui stabiliscono una relazione di differenza, piuttosto che di identità, definendo così una ri-semantizzazione nell’immaginario collettivo degli ambienti e delle relazioni sociali. Le eterotopie sono zone di frontiera, vale a dire quei territori di confine in cui i fatti dell’ambiente sono tradotti in eventi dotati di senso e di importanza per la vita psichica e sociale dell’individuo, entrando così a far parte del suo spazio vitale. Esistono anche eterotopie “croniche”, cioè legate al tempo della festa, alla celebrazione di un rito comune, come nel caso del teatro, uno spazio mistico attraversato da una serie di luoghi e di soggetti estranei; così altre eterotopie legate all’avvento di un passaggio ciclico, alla fatica di una trasformazione, alla rigenerazione degli individui. Ci sono eterotopie che durano secoli, altre pochi giorni, una settimana per la precisione.

The Sunset Sails – Rob Gonsalves

In un’epoca come quella contemporanea, in cui la proliferazione di diverse forme ed esperienze spaziali appare sempre più come un tentativo di dare respiro a nuove trame dell’esistenza, l’eterotopia costituita da Castellinaria – Festival di Teatro Pop è il felice coronamento del desiderio di delocalizzare i processi creativi e culturali dai grandi centri nazionali. L’impulso, nato dalla voglia di animare e valorizzare il territorio della Valle di Comino, ha ingenerato una rete socio-culturale di convivenza fra gruppi sociali eterogenei attraverso la valorizzazione della nuova drammaturgia e dello spettacolo dal vivo, con l’obiettivo principale di creare una comunità nuova che potesse modificare un luogo storico in una eterotopia di condivisione, di scambio e di confronto. Una frattura spazio-temporale del vivere quotidiano e una ricostruzione del contesto sociale esercitate, creando uno spazio reale altro, tanto perfetto meticoloso e ordinato quanto il nostro è disordinato, mal organizzato e caotico.

Sette giorni di festa fra spettacoli, incontri e laboratori, all’insegna delle arti e della coesistenza nel Castello di Alvito, splendido gioiello incastonato in cima alla Valle di Comino, per una manifestazione ideata e promossa dalla compagnia Habitas – composta da Niccolò Matcovich, Livia Antonelli e Chiara Aquaro – in collaborazione con Ivano Capocciama, sotto la direzione organizzativa di Anna Ida Cortese.

Castellinaria - Festival di Teatro Pop
«Per fare un teatro popolare. Perché all’aria aperta, immersi nel buio, possiamo vedere le stelle grandi e stare con la testa tra le nuvole. Perché vogliamo osare, costruire un castello in aria e far sì che le fondamenta siano solide.»

Gli spettacoli

A dare il via a Castellinaria è stato lo spettacolo E quindi uscimmo a riveder le stelle, tratto dalla Divina Commedia, con il celebre Giorgio Colangeli accompagnato da brani musicali scelti, composti ed eseguiti alla chitarra da Tommaso Cuneo a cui è seguito Teatro d’Arte dei Burattini del maestro burattinaio della Valle di Comino Fulvio Cocuzzo. Rappresentazioni che non abbiamo avuto la possibilità di vedere e di conseguenza non possiamo raccontarvi.

L’imbroglietto – Variazioni sul tema della Compagnia Habitas

Scritto e diretto da Niccolò Matcovich, il divertissement della Compagnia Habitas porta in scena Livia Antonelli e Valerio Puppo nelle vesti sgargianti di due mimi parlanti, intenti ad escogitare un piano per entrare in teatro forse per vedere il complesso teatrale, per attraversarlo oppure perfino per cibarsene.

Una composizione scenica surreale, tagliata e ricomposta secondo un’ironia clownesca, che si impernia sul lavoro accurato di rigorosa aderenza dei due attori rispetto alla forte caratterizzazione dei personaggi, dotati di un vocabolario coniato ad hoc di grande portata caricaturale. Fra loro e l’ingresso a teatro si presenta lo spettro di un Macbook Pro, automa meccanico di sbarramento burocratico, l’emittente vocale di una signorina virtuale alla biglietteria che deve pur richiedere un prezzo da pagare perché si possa entrare. Da lì comincia la corsa folle sulla scena dei due attraverso il tempo. Utilizzando ambientazioni stranianti e codici estetici sempre più esilaranti viene ripercorsa l’evoluzione della specie umana, dalle forme primordiali alle scimmie con dei chiari riferimenti alle scena cult di 2001: Odissea nello Spazio, fino ad arrivare in un futuro da Guerre Stellari combattuto con le spade laser.

Infine, i nostri, dopo tanto vagare, sono disposti a mettere in gioco sé stessi e tutto ciò che hanno, perdere ogni cosa per avere quel poco che in realtà è il loro tutto: il teatro. Una denuncia satirica verso la situazione paradossale del teatro entro cui molti sono costretti a sottostare; un monito e al contempo un impulso esilarante a porsi delle domande sulle condizioni di sfruttamento e di isolamento in cui molti lavoratori sono costretti a sopravvivere.

“L’imbroglietto - Variazioni sul tema” della Compagnia Habitas
L’imbroglietto – Variazioni sul tema della Compagnia Habitas

APLOD di Fartagnan Teatro

Concepito nel 2016, lo spettacolo APLOD rappresenta il primo tentativo di Fartagnan Teatro di coniugare la pratica teatrale all’interesse verso altre forme artistiche audiovisive digitali mantenendo alta l’attenzione sul tema della precarietà giovanile. La loro ricerca, infatti, prevede un’ibridazione fra la componente attoriale e quella drammaturgica finalizzate alla creazione collettiva e originale dei prodotti artistici, a cominciare dal dato autobiografico presente nella costruzione collettiva dell’opera.

Il modello drammaturgico utilizzato dall’autore Rodolfo Ciulla è quello di una puntata tipo da serie tv americana, giustificato dall’ambientazione distopica in un futuro non troppo lontano che, rappresentando un dispositivo estraneo alla forma propriamente teatrale, richiama a una dimensione cinematografica citazionista in cui sono facilmente ravvisabili i riferimenti a Pulp Fiction, Wolf of Wall Street, Il grande Lebowski, Fahrenheit 451, Breaking Bad e Black Mirror – come ci raccontano i componenti della compagnia. In questo senso, APLOD, rappresenta un’operazione da parte di Fartagnan Teatro di coinvolgere anche quel pubblico popolare maggiormente attratto da altre forme di intrattenimento, più accessibili e più facilmente fruibili rispetto allo spettacolo dal vivo.

Fartagnan Teatro, per trattare l’incertezza lavorativa dell’oggi, adotta la prospettiva di una società futura in cui la forte strumentalizzazione mediale diviene l’unica possibilità remunerativa, sebbene l’accesso e l’utilizzo dei più importanti siti di condivisione sia stato reso illegale dal governo. Una soluzione disperata che dà vita a una condizione paradossale declinata sulla scena tramite le figure iper-digitalizzate dei protagonisti – Michele Fedele, Matteo Giacotto, Ivo Randaccio, Federico Antonello – ossessionati dalla ripresa e dalla condivisione di video virali sulla piattaforma pirata APLOD, che li porterà, attraverso una escalation di situazioni tragicomiche, al culmine di un processo di disumanizzazione e di alienazione da cui è impossibile fuggire.

APLOD di Fartagnan Teatro
APLOD di Fartagnan Teatro

Questa è casa mia di Alessandro Blasioli

In Questa è casa mia, monologo scritto, diretto e interpretato dall’artista chietino Alessandro Blasioli, vengono ripercorse le vicende dell’infausto terremoto del 2009 a L’Aquila, attraverso la storia – dalle tinte fortemente autobiografiche – del protagonista, il giovane Paolo Solfanelli e della sua famiglia. A partire dal ricordo di quella notte maledetta in cui morirono 309 persone ha origine il racconto: la ricostruzione della città iniziata e mai conclusa, i cantieri, le tendopoli prigioni, il progetto C.A.S.E. e le New Town fanno da tetro scenario alla pièce.

Nonostante le tematiche tragiche trattate, lo spettacolo mantiene lungo tutto la sua durata quella carica satirica e dissacrante connaturata nella scrittura drammaturgica di Blasioli, abile nell’entrare e uscire dai diversi personaggi interpretati. In questa narrazione fra il serio e il faceto si alternano musiche popolari abruzzesi e conversazioni dialettali che con ironia si prendono beffa di certe usanze locali strappando quel sorriso intriso di amarezza.

Le notevoli capacità attoriali del performer abruzzese rendono quello di Alessandro Blasioli un teatro di impegno civile che non esitiamo a definire necessario, nella misura in cui all’intrattenimento, tipico di un certo teatro di narrazione più mainstream, abbina uno spiccato spirito di denuncia politica che ci porta a conoscere la realtà delle cose, a riflettere e sbatterci contro duramente fino a domandarci se «un giorno questo dolore ti/ci sarà utile».

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Questa è casa mia di Alessandro Blasioli

SEMI di Vulie Teatro

Della discordia e dell’amore, dell’insoddisfazione e dell’incomunicabilità, del tradimento e della fedeltà: questi sono i semi piantati in scena da Ugo e Claudia­­. Dicotomiche frapposizioni che germogliano in un intricato labirinto relazionale raccontato dai Vulìe Teatro intorno a un tavolo da pranzo, luogo simbolo del confronto familiare. Una coppia satura, ormai in frantumi, che con il tradimento cerca di fuggire i soprusi di un amore al capolinea. Dialoghi serrati, dai ritmi frenetici, che Claudia conduce trascinando con sé il compagno Ugo in un vortice di amara comicità.

I Vulìe Teatro nascono dalla necessità di Marina Cioppo e Michele Brasilio – rispettivamente drammaturga e regista della compagnia ed entrambi attori di SEMI – di trovare un libero spazio d’espressione e di creazione entro cui mettere a frutto le proprie velleità drammaturgiche, attoriali e registiche. SEMI è uno spettacolo che parla di forti interazioni tra le persone, tutto giocato sull’esagerazione, sulla sopraffazione, sul superamento dei limiti, sulla scarnificazione dell’altro. Mettere in scena l’amore, tema ampiamente indagato in teatro, è un rischio che i Vulìe Teatro si assumono utilizzando la comicità per raccontare, con un’iperbole emotiva, il drammatico epilogo di una relazione amorosa.

Forte è il taglio cinematografico della regia con rimandi alla commedia francese, alla tradizione napoletana di Eduardo De Filippo e di Massimo Troisi echeggiante nel biascicato di Ugo, all’”unica situazione” da serie TV americana. Nell’assetto drammaturgico è lasciato ampio spazio all’improvvisazione, sostenuta dal dispositivo comico/spalla e dalla complicità dei due attori, che fa dello spettacolo un prodotto in continuo divenire.
La giovane compagnia casertana, lavorando su testi originali e su regie visionarie, ha l’obiettivo di produrre due spettacoli all’anno continuando a fare un teatro che svisceri i rapporti umani, in cui la suddivisione dei ruoli e delle competenze consenta uno spazio creativo indipendente, seppur all’interno di un progetto artistico comune.

SEMI di Vulie Teatro
SEMI di Vulie Teatro – Foto di Simone Galli

Abu sotto il mare di Pietro Piva

Come un moderno Ulisse, nel maggio del 2015 il piccolo Abou, ivoriano di soli otto anni, viene trovato alla frontiera tra l’enclave spagnola di Ceuta e il Marocco nella valigia di una giovane donna che stava tentando di introdurlo in terra spagnola sotto compenso del padre. L’odissea di Abou finisce sul nastro dei macchinari a raggi x della frontiera, destando lo scalpore e l’indignazione dell’opinione pubblica rispetto alla ferocia delle condizioni di vita degli immigrati, disposti a sacrificare la propria dignità umana nel tentativo di realizzare il sogno di un futuro migliore.

In Abu sotto il mare, trasposizione teatrale della drammatica storia di Abou, portata in scena da Pietro Piva, la dimensione fiabesca fa da cornice al racconto del crudele viaggio che Abu affronta, immaginando ciò che il mondo gli riserverà dall’interno della valigia che lo trasporta. Piva, cerone bianco in volto, richiamandosi all’arte del mimo, indossa le vesti del piccolo migrante che dal buio della sua valigia emerge, illuminando il mare dell’immaginario in un gioco riflessi prodotti dalla rifrazione della luce sulla coperta termica che lo avvolge. La scrittura scenica si avvale di una struttura mobile che il performer abita sul palcoscenico per creare una stratificazione narrativa sospesa tra il racconto dell’esperienza del viaggio di Abou e la creazione di un fondale immaginario dove prendono vita le fantasie del bambino, fra sirene e pesci. Le possibilità della voce, importante supporto tecnico per la prova attoriale di Piva, sono ricamate su un tessuto drammaturgico che, insieme alla dedizione per l’impianto visivo dell’opera, crea un contrappunto emotivo di parole, luci, suoni e visioni di grande suggestività.

Rispetto alla costruzione visiva dell’immagine e alle soluzioni scenotecniche adottate da Piva, sono ravvisabili i riferimenti alle poetiche di grandi maestri come Claudio Morganti, Eimuntas Nekrosius, Roberto Latini – come lo stesso perfomer bolognese ci conferma nel dialogo post-spettacolo. Il teatro nella concezione di Piva è inteso come rituale catartico di matrice sacrale che sottende alla morte nella relazione fra l’attore e lo spettatore in uno spazio dove regna il silenzio puro veicolato da quel linguaggio che Beckett definisce “bucato” costruito su una partitura di pausazioni.

 Abu sotto il mare di Pietro Piva:
Abu sotto il mare di Pietro Piva – Foto di Simone Galli

Laboratori

B-CLOWN Laboratorio a cura di Andrea Cosentino

Gioco, maschera e sguardo sono le tre tappe del percorso laboratoriale tracciato da Andrea Cosentino: una ricerca che fa dell’esibizionismo del clown e della fragilità della sua identità spettacolare, il punto di partenza per l’indagine del grado zero dell’esperienza performativa.
Celarsi dietro la maschera significa alterare la direzione dello sguardo, dunque la ricezione spettatoriale, ma anche avere la libertà di inventare delle azioni sceniche che, nell’improvvisazione, si fanno occasione drammaturgica per la scrittura teatrale. Giocare significa allora spogliarsi degli automatismi della tecnica, per riscoprire l’infantile emozione di un protagonismo che la primordiale stoltezza della performance nutre e rinvigorisce.

Bagaglio comune per i partecipanti al laboratorio è uno spunto narrativo che, senza volontà artistiche, stimoli una creazione scenica cosciente su base improvvisativa, articolata in brevi sketches. Che si tratti di esibizioni singole o comuni, ciò che Cosentino suggerisce è una attenzione all’interrogazione personale sulle modalità di sperimentazione, di lavoro e di realizzazione. Nella cornice del teatro comunale di Alvito, con un dialogo e un confronto costanti, Cosentino e i suoi, indossati i nasi rossi, producono dei numeri clowneschi la cui struttura, incerta per via dell’improvvisazione, è sostenuta dagli sguardi che gli attori si rivolgono in un contrappunto di contatto e scambio.

Com’è tipico del numero di clownerie, alla presentazione succede un momento di costruzione della scena in cui la creazione è fortemente enfatizzata per dar vita a qualcosa di inaspettatamente semplice. Guardare il pubblico con amore, affetto e ammirazione, vuol dire chiedere una partecipazione che non solo attiva il dialogo con lo spettatore ma che offre un’opportunità di potenziamento della gag, soprattutto se lo sguardo esibito è messo in contrasto con l’intenzione dell’azione. “B-CLOWN”, essere i clown di Cosentino, indica dunque la possibilità di tornare all’ingenua proposizione di sé stessi, liberi da finzioni e sovrastrutture tecniche ed esperienziali.

 

C’ERA QUELLA VOLTA CHE Laboratorio a cura di bologninicosta

Pubblico e privato si fondono nella rievocazione storica, in una ricerca archetipa da cui si origina una collazione di immagini e ricordi che danno forma al presente. Lo slancio creativo è il frammento mnemonico, il souvenir di un momento di vita che fa breccia nell’oggi, ora rileggendolo, ora rimodellandolo. La compagnia bologninicosta ha accompagnato i partecipanti al proprio laboratorio in quelli che gli abitanti di Alvito considerano i luoghi della memoria del borgo della Valle di Comino. Qui, la scoperta di eventi storici segnanti per la collettività indigena. La mistura di questi nuclei storico-narrativi e del ricordo personale dei partecipanti, ha fatto emergere la necessità di creare dei brevi racconti itineranti, imbevuti di sapere popolare, che sembrano in grado di dare una forma visiva e concreta alla tradizione orale.

Il rapporto con l’ambiente è forza motrice di un’azione scenica compiuta in site-specific e accresciuta dalla fisionomia dei luoghi, ottenuta mediante il totale coinvolgimento del corpo e dell’individualità degli attori. Ciò comporta una partecipazione volontaria quanto involontaria del tessuto cittadino, invaso dalle incursioni teatrali degli attori e delle attrici partecipanti al laboratorio. I violenti cambi di registro non destabilizzano l’attenzione dell’osservatore che, nella restituzione dei manufatti artistici del laboratorio, può trovarsi ad assistere al doloroso racconto di un conflitto a fuoco tra partigiani e tedeschi o al tragicomico sforzo di tre donne ciociare che, all’indomani della prima notte di nozze di una, tentano di provare agli occhi della comunità la verginità della sposa.

Nell’assoluta libertà di scegliere a quale personale ricordo attingere, gli attori e le attrici ottengono un risultato performativo la cui documentazione autentica e il cui processo immaginifico di creazione artistica disegna una dimensione soggettiva a partire dall’oggettività della realtà storica e comunitaria. Una ricerca, quella proposta da Sofia Bolognini e Dario Costa, teatrale e sociologica insieme mirante alla rielaborazione politica di antiche tracce di vita nella società moderna.

#Eteropiainaria

Sulle note di Mario Insenga e dei suoi Blue Stuff, cento lanterne cinesi sono volate in aria nella serata conclusiva del Festival. Ad accenderle il folto gruppo dello Staff e un gran numero di spettatori, autoctoni e forestieri, accorsi a sostenere una manifestazione capace di rinvigorire le possibilità aggregative delle arti performative nonché di rivitalizzare la proposta d’intrattenimento culturale della città di Alvito. Il successo di questa prima edizione, figlio dell’impegno, della passione e della professionalità della compagnia Habitas e di Ivano Capocciama per la direzione artistica e di Anna Ida Cortese per il comparto organizzativo, fa ben sperare circa la possibilità che questa eterotopia in aria possa divenire un appuntamento annuale in cui potersi sentire come i sognatori di Flaiano: uomini con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole.

L’uomo che misura le nuvole – Jan Fabre

 

 

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#AnticipAzione: Quel noioso giorno d’estate o del tedio a morte del vivere in Provincia

La panchina di un parco, tre ragazzi alle periferie dell’esistenza, la noia della provincia. Una pistola nelle mani sbagliate, un bersaglio casuale e un colpo fatale. Poi il buio e il silenzio. Odore di sangue e di ergastolo, al tramonto di un noioso giorno d’estate.

In vista delle rappresentazioni sceniche del 13 e del 14 marzo ore 21 presso il Teatro Marconi di Roma ad opera della Compagnia Habitas entriamo anticipatamente nella dimensione drammatica di Quel noioso giorno d’estate, testo scritto dall’autore e regista teatrale Niccolò Matcovich con cui abbiamo riflettuto intorno alla genesi drammaturgica dell’opera e alle cause socio-culturali che hanno guidato le azioni dei tre giovani ragazzi protagonisti, realmente esistiti e trasfigurati in dramatis personae attraverso la mediazione intimistica dello stesso drammaturgo che dal principio finale scava a ritroso nella storia personale dei ragazzi coinvolti in questo brutale affare di cronaca. Una commedia nera che trova l’accezione più violenta nella dimensione puerile e ludica della rappresentazione quotidiana di una gioventù alienata, vittima e al contempo boia di sé stessa, costretta a sottostare a quel cinico gioco di sopraffazione fisica e mentale che oscilla fra la noia e il dolore.

“Il primo dato fondamentale è che Quel noioso giorno d’estate nasce da un fatto di cronaca nera reale. Negli Stati Uniti tre ragazzi minorenni hanno compiuto un delitto così come si racconta nel testo. Alle domande delle polizia sul perché avessero commesso quel gesto hanno risposto per noia, per gioco, per divertimento come è scritto nel prologo. Questa storia mi ha sconvolto, e assecondando l’istinto, la mattina di piena estate in cui lessi quell’articolo iniziai a scrivere subito il testo perché avevo bisogno di capire come fosse possibile che tre ragazzi minorenni dessero quelle motivazione per un fatto così grave. Motivazioni che trovavo grottesche, surreali. L’operazione che ho voluto compiere è stata di mettermi io nella testa di questi tre, anziché giudicarli nella riproduzione di un processo o di un circolo mediatico esterno; ho provato a stare in questi tre corpi e da lì sono scaturite tutte le dinamiche e i motivi che portano a un gesto violento, qualsiasi esso sia. Giocando a tessere le vite di questi personaggi sono nati problemi di estrazione culturale provenienti dalle famiglie di base. Si evince da subito che sono tre ragazzi abbandonati a sé stessi di cui uno è adottato senza sapere chi siano i suoi genitori; gli altri due fratelli, che hanno perso il padre vittima di un omicidio, anche loro nascono da un dolore al quale si aggiunge una madre depressa, sotto psicofarmaci. Questi ragazzi, che dai fatti di cronaca sono statunitensi, ho voluto riportarli in una periferia italiana per renderli più vicini a noi, da ciò viene fuori questa storia di provincia. Ma non perché queste cose accadono in provincia e non nelle grandi città, ma di provincia in senso profondo. Queste sono tre anime provinciali messe al confine col mondo, anime periferiche. Da qui il tema di questo razzismo fintamente giocoso più o meno latente in ciascuno di noi.”

Continua Niccolò Matcovich: ” La chiave è stata di cercare nel torbido però con una forma ludica, perché questi personaggi sono ragazzi minorenni che intrattengono relazioni molto da adolescenti e quindi il gioco è una componente importante nelle citazioni cinematografiche o dei videogiochi. Ho cercato di creare un sottobosco che non fosse di giudizio nei confronti di questi tre ma di osservazione e di comprensione. Tanto che quando abbiamo fatto lo spettacolo, uno degli scopi che volevano raggiungere e che abbiamo raggiunto era quello di creare un’empatia fra questi tre e il pubblico. Il pubblico non deve permettersi di giudicarli così come non ci permettiamo noi di giudicarli. Se nel finale tutto quanto crolla per questo atto così tragico allora lì arriva più che il giudizio, il patto: è come se il pubblico ricevesse quel colpo di pistola. Non siamo più nell’ambito del giudicante ma nell’ambito dell’impatto emotivo che secondo me è più interessante ricreare teatralmente.”

con
Federico Antonello
Francesco Aricò
Riccardo Pieretti

testo e regia
Niccolò Matcovich

scenografia
Davide Bakunin Germano
assistente scenografia
Federica Foschia

ufficio stampa
Marta Scandorza
grafica
Eleonora Danese

INFO E PRENOTAZIONI

habitas51@gmail.com
tradizione.info@gmail.com

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