All you can Hitler

DRAMMATURGIA: All you can Hitler di BR Franchi

All you can Hitler
All you can Hitler – Ph Arianna Ioan

Introduzione al testo:

Il Kiribati è il primo Paese a rischio di sparizione per l’innalzamento del livello del mare. Un arcipelago nel mezzo del Pacifico abitato da 100mila persone, perlopiù inconsapevoli del futuro che le attende. Da questa incredibile e attualissima storia, Peso piuma immagina le sorti dell’ultimo occidentale rimasto sull’isola, il gestore di un’azienda italiana di snack preconfezionati, alla ricerca di un modo di tornare a casa mentre una pioggia sempre più fitta impedisce l’arrivo di un aereo che lo salvi. Assieme a lui ci sono il fedele addetto alle pulizie, naufragato su una delle isole quando era bambino, e un connazionale emulo di Che Guevara venuto a portare solidarietà al popolo kiribatiano senza che nessuno gliel’abbia chiesto. Tra equivoci, politicamente scorretto, incontri di kung fu e chat erotiche alle tre del mattino, i nostri tre eroi cercheranno in ogni modo una via di fuga da un paradiso diventato inferno; un luogo sconosciuto, lontano da tutto e tutti, che però sprofonda di qualche millimetro a ogni pezzo di plastica che gettiamo nel mare.

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Biografia BR Franchi

BR Franchi

Al secolo Giorgio Bruno Roberto Franchi, BR Franchi nasce a Milano nel 1998. Cresciuto a film di Billy Wilder e Woody Allen, dal 2017 evita di contribuire attivamente alla società frequentando il corso triennale di drammaturgia presso la Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi. Nel 2018 scrive il testo Hate Party!, che lo stesso anno è finalista della prima edizione del premio Shakespeare Is Now! e quello successivo della nona edizione del premio Hystrio – Scritture di Scena. Nel 2019 vince il premio La Scena Nova con L’ultimo va in porta (testo pubblicato da Alpes Italia), mentre nel 2020 il bando Richiedo Asilo Artistico (In\visible Cities – Pim Off) con All you can Hitler per la regia di Andrea Piazza. Scrive inoltre di linguistica e comunicazione per PAC – PaneAcquaCulture. Autore comico e stand-up comedian, ha collaborato, fra gli altri, con Dado Tedeschi, Clara Campi, Giorgio Magri e Daniele Raco. È il più giovane autore attivo di enigmistica classica in Italia e pubblica regolarmente sulla rivista La Sibilla, ma stranamente questo non gli dà alcuna chance in più con le ragazze. È un ragazzo semplice e vuole la pace nel mondo.

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Claudia Castellucci

L’arte dell’incontro. Intervista a Claudia Castellucci

Claudia Castellucci, oltre che autrice e interprete, è una didatta e creatrice di scuole. Nel 1988 fonda la Scuola Teatrica della Discesa presso la Casa del Bello Estremo, nel 2003 Stoa presso il Teatro Comandini di Cesena, nel 2009 Mòra, da cui è nata l’omonima compagnia che debutterà in prima assoluta il 16 ottobre presso il Teatro Piccolo Arsenale con Fisica dell’aspra comunione.

Intervistata in occasione della consegna del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2020, nei giorni in cui stava concludendo la masterclass con i danzatori diplomandi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, racconta come si è trasformato il suo lavoro di coreografa e didatta in trent’anni di attività.

Claudia Castellucci
Claudia Castellucci

Hai fatto della didattica un’arte, sganciandola da un concetto di causa-effetto standardizzato ed economicistico e perseguendo piuttosto una messa in discussione costante, attraverso il rapporto dialogico e lo stupore. Come sono cambiate le tue scuole negli anni?

Hai descritto sinteticamente il motivo che genera la scuola: un incontro tra persone in cui l’insegnante è una figura asimmetrica, che si mette continuamente in gioco nella dialettica con gli scolari. Ecco perché non è una scuola di tipo istituzionale: le persone stesse imprimono una fisionomia alla scuola. Ha le caratteristiche dell’arte perché ha le caratteristiche del fare. Di conseguenza, come le opere, le scuole si formano e poi finiscono.

La durata media è di cinque anni, al termine dei quali sento l’esigenza di concludere, quindi passano uno o due anni di letargo, dopodiché risorge la necessità da parte mia di dar vita ad altri incontri. Queste scuole sono molto lunghe ma distese nel tempo, ci siamo sempre incontrati un giorno alla settimana per tutti gli anni. L’incontro stesso è un ritmo che cadenza le abitudini che ognuno di noi ha. La prima è stata la Scuola Teatrica della Discesa in cui, oltre al movimento, c’era anche il canto, e vi partecipavano persone dalle provenienze più disparate: fornai, studenti, artigiani, tutti molto giovani.

Nella scuola successiva, Stoa, i partecipanti erano ancora più giovani, liceali o ai primissimi anni dell’università. Man mano che si andava avanti, le persone aumentavano. All’inizio eravamo in 8, alla fine in 33. Con loro mi sono avventurata a esplorare il ritmo e ho iniziato a capire quanto fosse importante avere un musicista all’interno della scuola, perché la musica è talmente connaturata al movimento che, a un certo punto, la si cuce su misura del ballo e viceversa. Dopo un altro periodo di letargo è sorta un’altra scuola, Calla, durata poco, due anni, perché il numero era scarso e facevo fatica, ma ha prodotto comunque dei balli.

Infine la scuola Mòra, l’ultima, durata cinque anni. Mòra ha determinato un cambio notevole nella cronologia della mia esperienza scolastica perché si è verificata una sorta di tradimento delle premesse, che ha creato una crisi in me e negli scolari stessi: io non ho mai selezionato, ha sempre funzionato l’autoselezione, ma un certo punto ho sentito la necessità di approfondire la tecnica e quindi ho dovuto chiedere a delle persone di continuare e ad altre di salutarci, perché non avrebbero potuto seguire questo tipo di approfondimento. A questo punto, non bastava più una giornata settimanale, dovevamo incontrarci più spesso incaricando le persone di prepararsi, di conseguenza è sorta la necessità di passare dalla scuola alla compagnia e quindi ad un rapporto remunerato.

Questo cambia moltissimo le cose, tant’è che ci è venuta subito la nostalgia del rapporto di studio puro, senza finalità: stiamo dunque organizzando dei seminari liberi rivolti a chiunque, per tornare al modo scolastico.

La verità è che io non riesco a creare coreografie al di fuori di questa prolungata e decantata preparazione che ho assieme agli scolari danzatori. Non riesco a formulare una coreografia a tavolino, astratta dalla relazione. La coreografia sorge dopo un lungo processo di studi liberi, dopo molto tempo trascorso insieme a provare. Dopodichè si cominciano a isolare le parti più interessanti, alcune si aggregano, altre si escludono, poi inizia il lavoro vero e proprio di coreografia.

Il 16 ottobre, presso il Teatro Piccolo Arsenale, andrà in scena in prima assoluta Fisica dell’aspra comunione, creato con la Compagnia Mòra, nata dalla omonima Scuola di movimento ritmico che si è tenuta a Cesena tra il 2016 e il 2019. Come sei approdata alla scelta del Catalogue d’Oisaux di Olivier Messiaen – una composizione per pianoforte che traduce in note il canto degli uccelli – come ispirazione musicale? Rispecchia la tua idea di danza come arte che unisce realtà e mimesi?

Negli studi per pianoforte di Messiaen, il silenzio è una sostanza musicale di primissimo piano e non di sfondo. Noi, che stavamo studiando la pausa e il rapporto che c’è tra una figura in primo piano, sostanziosa, marcata, e un’altra, quell’intercapedine vuota volevamo approfondirla e sondarla. È la prima volta che adottiamo un’opera di un musicista noto. Questa volta, non abbiamo fatto ricorso a un musicista integrato nel gruppo, a parte un fastigio sonoro finale composto dal nostro musicista Stefano Bartolini. In Messiaen ritrovo effettivamente la caratteristica che mi affascina della danza: questa partizione precisa tra finzione e realtà. La finzione è uno schema – nel caso di Messiaen, il canto degli uccelli – trascritto, copiato, imitato. Poi c’è una trasfigurazione, una metabolizzazione del suo ritmo. Non si tratta quindi di mera imitazione, ma di una trasfigurazione. La stessa cosa deve avvenire, secondo me, per i danzatori: da una parte la finzione, che è lo schema coreografico e la sua assunzione, dall’altra le decisioni reali che devono essere prese in quel momento per far sì che quello schema sia vivo, impugnato realmente, in maniera flagrante.

In questo periodo, durante la masterclass con i danzatori diplomandi della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, stai lavorando sul tempo e sul ritmo, approfondendo in particolare concetti come pausa, intervallo e psicologia della durata. Il blocco dovuto alla pandemia ha in qualche modo influenzato la tua percezione del tempo?

Noi, che alla Paolo Grassi ci siamo visti e abbiamo fatto un lavoro fisico, questo discorso ce lo siamo lasciato alle spalle. Paradossalmente trovo che il tempo dell’isolamento sia stato molto chiassoso. Il recupero della fisicità ci ha portato ad apprezzare molto di più il silenzio e la pausa.

In un’intervista rilasciata nel 2009 a Klpteatro, dichiari che la tua non è una scuola di formazione, ma di ricerca e in Setta sostieni che il maestro è il vero principiante, perché è quello che comincia per primo una cosa. Citando Roland Barthes: «Vi è un’età in cui s’insegna ciò che si sa; ma poi ne viene un’altra in cui s’insegna ciò che non si sa: questo si chiama cercare». Cosa stai cercando in questa fase del tuo percorso artistico?

In questa fase sto cercando una coralità che passi attraverso la solitudine, quindi una scelta paradossale di unità che si compia attraverso la consapevolezza di essere individui e di essere soli. Sarà questo l’argomento dei miei prossimi seminari. La scuola, più che fugare la solitudine, la rivela.

Nello statuto della Socìetas Raffaello Sanzio si legge “L’Associazione si propone come scopo primario di svolgere un lavoro di riflessione, elaborazione dell’arte del teatro in diretto riferimento al contesto sociale nel quale essa è inserita”: in quale contesto è nata la Socìetas, nel 1981? Cosa credi occorra all’arte in questo particolare momento storico?

Noi siamo immersi nella storia e nella cronaca, tuttavia il nostro lavoro non è né storiografico né cronachistico: la relazione con la società è di tipo consecutivo e automatico, non è propositivo. Il discorso politico diventa tale, nel nostro caso, tanto più ci si riferisce alla specificità del linguaggio teatrale, anziché direttamente alla cronaca. Altri si dirigono frontalmente verso i problemi contemporanei e non dico che questo non vada bene, dico solo che nel nostro caso la relazione con la società, con la politica e con l’etica passa sempre attraverso l’estetica.

La scuola da te teorizzata non è uno spazio di libertà fittizia. Eviti l’approssimazione e lo spontaneismo attraverso gli esercizi, passaggi parametrici immediatamente analizzabili, che obbligano alla precisione. Nelle motivazioni per la consegna del Leone d’Argento alla Biennale di Venezia 2020 vieni definita una “coreografa sobria, seria, minimalista ed esigente, che lavora con sacralità alla sua arte”. Che significato dai alla sobrietà?

Per me la sobrietà è semplicità, laddove la semplicità non è un carattere, la descrizione psicologica di uno stato d’animo, ma è uno sforzo, uno scopo da raggiungere, per quanto riguarda un’essenzialità del gesto, o dello stare, o del movimento. Abbiamo scoperto nella scuola la potenza negativa: tirare fuori la massima potenza dal minimo gesto o dalla sottrazione. La danza tiene in massimo conto il volto, ma proprio per questo, proprio perché il volto, lo sguardo, è apicale, non va assolutamente caricato. Non spetta a noi. A noi spettano le direzioni, spettano i movimenti essenziali, sintetici, decantati. Perché è da lì che passa la commozione, non da altri carichi, né tantomeno dalla parola. Noi ci siamo liberati della parola. Anche queste interviste le vivo un po’ come una contraddizione. È chiaro che la parola, quando ci incontriamo, è necessaria, ma è necessaria per liberarcene, per poterne fare a meno. Perché la danza è un pensiero reale e non verbale.

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DRAMMATURGIA: “L’amore coprirà una moltitudine di peccati” di Ciro Ciancio

Fine anni ’90. Battista e Giovanni sono coinquilini. Battista passa le giornate a cercare di dissuadere Giovanni, fotografo di nudi, da compiere il suo “rituale” (masturbarsi rumorosamente in bagno con la foto della donna appena conquistata e, a detta sua, uccisa). Come se non bastasse Giovanni appende in bella mostra sulle pareti del monolocale le foto delle sue conquiste. Battista per risolvere il problema regala un PC a Giovanni su cui potrà salvare tutte le foto invece che metterle per tutto l’appartamento. In ritardo col pagamento delle bollette si ritrovano senza acqua. Entrambi devono provvedere a trovare dei soldi. Battista invita a casa una donna, Elvira, che gli ha chiesto di farsi uccidere. Le ha detto di essere un killer professionista e che ha inventato una nuova tecnica che permette alle persone di scomparire. Parlando con la donna però se ne innamora e decide di “salvarla”. Riesce a convincere Elvira a non uccidersi ma lei incontra Giovanni e i due iniziano una relazione che provoca la gelosia di Battista, il quale dovrà reinventarsi per poter conquistare Elvira.

Il testo ha vinto il concorso “Shakespeare is now!” – edizione 2018. 

I COMMENTI DELLA GIURIA

“Geniale, grande fantasia cinematografica. Bello il colpo di scena finale, i personaggi rimangono soltanto accennati ma qui sta il loro bello. Non sappiamo nulla se non dei dettagli che dicono tutto.” 

“La sensazione di essere ai margini esce dalla carta. Personaggi sporchi e disperati, che parlano in modo sporco e disperato e si comportano in linea con la loro natura. Viene in mente la drammaturgia inglese della seconda metà del 900. Non succede nulla ma nei dialoghi si aprono mondi di immobilità, speranza e violenza. Il linguaggio è azione. Immagini di grande forza che descrivono l’ambiente e l’atmosfera, il disagio esistenziale dove i rapporti interpersonali si dipanano in dialoghi immediati che fanno avanti e indietro attorno ad un senso di vuoto.” 

“Personalmente quando ho letto il tuo testo ho subito pensato che funzionasse come struttura, come personaggi, come indagine sotterranea del banale tema dell’amore che tu hai dimostrato non essere banale, funzionano i dialoghi e il gioco tra le varie coppie comiche. Mi ricorda Sara Kane, sicuramente efficace e di una cruda poesia. Padroneggiando la forma e la dialettica tra i personaggi come fai tu, si possono raggiungere alti risultati. La vicinanza ad altri autori è ancora presente, normale per un autore che formandosi assorbe chi è venuto prima di lui. Ti ho votato come prima scelta.”

> LEGGI IL TESTO 

Biografia dell’autore

Nato il 26/09/1994 a Napoli, ha conseguito la laurea in Lettere Moderne presso la Federico II con una tesi su Michel Foucault dal titolo: La parresìa come “cura” nell’epoca della post-verità. Nel 2017 inizia a studiare drammaturgia presso la Civica scuola di teatro Paolo Grassi di Milano studiando tra gli altri con Renato Gabrielli, Emanuele Aldrovandi, Maria Grazia Gregori, Marco Maccieri. Ha lavorato come tecnico elettricista sia per il teatro che per il cinema partecipando alle produzioni di spettacoli quali “Calderòn” da Pier Paolo Pasolini per la regia di Francesco Saponaro prod. Teatri Uniti, “MDLSX” regia dei MOTUS. Inoltre ha partecipato a vari allestimenti per il teatro Galleria Toledo a Napoli. Finalista al premio “Il Nasso” nel 2015 per la sceneggiatura del cortometraggio “La sigaretta” e vincitore del concorso “Shakespeare is now!” per il testo “L’amore coprirà una moltitudine di peccati”.

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Teste Inedite: intervista ai registi Chiara Callegari e Clio Scira Saccà Seconda edizione della rassegna di spettacoli originali realizzati da autori, registi e organizzatori della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi

Teste Inedite è la rassegna teatrale organizzata dalla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in collaborazione con Teatro Franco Parenti

Il 28 e 29 giugno gli spazi del teatro ospiteranno gli ultimi due spettacoli inediti scritti e diretti dagli Autori e dai Registi del Terzo Corso. In scena OVEꓷEVO di Bruna Bonanno con la regia di Clio Scira Saccà e MoncrHomo – Composizione su Bianco di Francesca Mignemi con la regia Chiara Callegari.

Evento Facebook > QUI 

Per l’occasione abbiamo intervistato i due registi Clio Scira Saccà e Chiara Callegari:

Parlaci in breve del tuo percorso artistico.  C’è un regista che ha segnato fortemente la tua poetica?

Clio: Mi sono diplomata come attrice alla scuola del Teatro Stabile di Catania e ho lavorato in diversi spettacoli. Ho deciso di proseguire i miei studi alla Scuola di Teatro Paolo Grassi per scoprire cosa significa stare dall’altra parte, ovvero dalla parte del regista. Non c’è un regista che mi ha influenzato particolarmente, mi interessano gli spettacoli di registi/attori come Fausto Russo Alesi e Tony Servillo, ma anche di compagnie, come la Compagnia del Carretto, e tra i registi, primo fra tutti, Ostermeier.

Chiara:  Mi sono avvicinata al teatro a dodici anni. Ero una bambina timida e i miei genitori hanno pensato che un corso di teatro potesse aiutarmi. Da quel momento non me ne sono più separata. Ho iniziato, come molti, a recitare in una compagnia teatrale amatoriale, poi grazie al mio primo insegnante, Stefano Capovilla, mi sono avvicinata al teatro ragazzi occupandomi di spettacoli e laboratori teatrali per bambini. Avevo diciotto anni e tanta voglia di imparare così, accanto al corso di laurea in Storia dell’Arte, ho frequentato corsi e laboratori teatrali in Italia e in Francia (approfittando dell’Erasmus) e mi sono diplomata a Bologna al corso di alta formazione “Il Teatro per le professionalità educative”.
Il mio interesse per il teatro sociale mi ha portata ad incontrare artisti quali Gigi Gherzi e Giuliana Musso da cui lasciarmi ispirare, ma è stato di fronte a “La Vita Cronica” di Eugenio Barba che ho avuto la folgorazione.  

Teste Inedite: un progetto della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in collaborazione con il Teatro Franco Parenti che vede il coinvolgimento di giovani scenografi, compositori, drammaturghi ed organizzatori. Cosa ha significato per te questa esperienza?

Clio: Teste inedite è stata l’occasione per seguire l’intero percorso di uno spettacolo, dall’ideazione alla realizzazione concreta e per unire il teorico con la realtà, l’arte con l’artigianalità del mestiere. Inoltre Teste Inedite mi ha permesso di proseguire il mio studio sia da attrice che da regista, dal momento che anch’io sarò in scena.

Chiara: Il progetto Teste Inedite è una grande occasione di incontro e di crescita. Accanto a drammaturghi e registi è stato formato un team di giovani studenti o ex studenti delle Scuole Civiche di Milano, ognuno con una propria specializzazione. La forza del progetto sta proprio nella contaminazione di linguaggi e nello scambio di punti di vista, magari non sempre facili, ma sicuramente arricchenti. Nessuno dei quattro spettacoli che avete visto o che presto vedrete al Teatro Franco Parenti sarebbe nato senza questi incontri.

Qual è stato il tuo approccio al testo e che linea registica hai adottato?

Clio: Il mio approccio al testo all’inizio è stato molto istintivo e viscerale, emotivo e caldo. Poi ho rintracciato al suo interno alcuni elementi che mi piace molto vedere a teatro: il testo può essere considerato una fiaba, che porta uno sguardo, non necessariamente politicamente corretto, sulla realtà. Nel testo si intrecciano inoltre molti linguaggi: la musica, la danza, il canto e la performance. La sfida più interessante è stata “mettere in piedi” da zero un’opera prima, mai pubblicata né messa in scena, cercando di rispettarne la freschezza e la novità.

Chiara: “MonocrHomo. Composizione su bianco”, il testo scritto da Francesca Mignemi intreccia tematiche profonde quali la creazione artistica, la dipendenza affettiva, il recupero di un ricordo rimosso… il tutto attraverso un linguaggio poetico ed evocativo. Per questo motivo ho scelto di lavorare sulla concretezza per rendere visibile ciò che altrimenti rimane impalpabile.In questo, la tecnologia mi è venuta in supporto. Attraverso immagini video e suoni spazializzati ho cercato di rendere manifesto ciò che si affastaglia nella mente di un’artista alla ricerca di un’ idea.

Un giovane regista che dirige degli attori professionisti: che relazione si è instaurata tra di voi e quali insegnamenti conserverai di questo incontro?

Clio: Credo che la relazione tra regista e attore, insieme alla bellezza del testo, sia una componente fondamentale. Ho scelto gli attori, Marta Allegra e Marcello Montalto, perché sapevo che i personaggi, molto diversi fra loro, potevano essere nelle loro corde e mi sono confrontata con le loro esigenze e qualità specifiche. Trattandosi di attori professionisti, inoltre, mi sono affidata ai loro suggerimenti, perché l’attore in scena riesce a mostrare cose che il regista da solo non potrebbe neanche immaginare. Infine un altro mio compito è stato quello di presentare il testo agli attori e fare in modo che questo incontro avvenisse nel modo più dialettico e fruttuoso possibile.

Chiara: Lavorare con Lucia Cammalleri e Angelo Campolo è una bellissima esperienza. Oltre ad essere due attori molto bravi, sono due professionisti estremamente generosi: hanno preso a cuore il testo e si sono messi totalmente a disposizione del lavoro. Il mio progetto iniziale si è modificato e arricchito grazie al dialogo con loro e alle loro proposte, ma allo stesso tempo si sono fidati e lasciati condurre lungo strade che a prima vista potevano apparire folli.
In poco tempo, io, Lucia, Angelo e Francesca siamo riusciti ad instaurare una relazione di stima e fiducia reciproca, creando un clima di lavoro disteso e stimolante. Credo che uno degli insegnamenti più grandi che porterò con me sia proprio questo: se è vero che il teatro si fa insieme, allora è davvero importante creare e conservare relazioni positive all’interno del team.

Un buon motivo per venire a vedere il tuo spettacolo?

Clio: Perché abbiamo bisogno di fiabe e perché passare un’ora a teatro a sentire una fiaba permette di staccarsi da se stessi e dal mondo per poi riconnettercisi in modo diverso.

Chiara: Ve ne darò 6.
1.Perché il testo è inedito e… se siete curiosi di sapere cosa frulla nella testa di Francesca Mignemi, non potete perdervelo.
2.Perché Angelo Campolo e Lucia Cammalleri sono strabilianti.
3.Perché i nostri scenografi sono riusciti a rendere bianca la sala Cafè Rouge del teatro Franco Parenti (vedere per credere!)
4. Perché è uno spettacolo emozionante.
5.Perché ho provato a far dialogare attori e tecnologia… e ho bisogno di qualcuno che mi dica se questa cosa ha funzionato.
6. Perché dura solo un’ora e poi avete tutto il tempo di andare a vedervi Ovedevo di Clio Saccà, scritto da Bruna Bonanno!

Info Biglietti 

 

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Teste Inedite: intervista ai registi Fiammetta Perugi e Lorenzo Ponte Seconda edizione della rassegna di spettacoli originali realizzati da autori, registi e organizzatori della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi

Ritorna Teste Inedite la rassegna teatrale organizzata dalla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in collaborazione con Teatro Franco ParentiNel corso delle serate del 14 e 15 giugno e del 28 e 29 giugno gli spazi del teatro ospiteranno quattro spettacoli inediti scritti e diretti dagli Autori e dai Registi del Terzo Corso.  Ad aprire la rassegna il 14 e 15 giugno saranno gli spettacoli: Confabulazioni di Eleonora Paris con la regia di Lorenzo Ponte e Vortice di Mattia Michele De Rinaldis con la regia di Fiammetta Perugi.

Evento Facebook > QUI 

Per l’occasione abbiamo intervistato i due registi Fiammetta Perugi e Lorenzo Ponte.

Parlaci in breve del tuo percorso artistico.  C’è un regista che ha segnato fortemente la tua poetica?

F: Ricordo che quando avevo 18 anni facevo teatro a livello amatoriale e da li ho dato vita a due compagnie, poi il mio insegnante in università mi ha consigliato di provare questo corso di regia e così è iniziata la mia avventura in Paolo Grassi. Non saprei dire qual è la mia poetica però so che tipo di teatro voglio fare: un teatro che parli delle persone e alle persone, un teatro in cui gli spettatori vengono e stanno per due ore in comunione tra loro, tutti allo stesso livello. Per me il teatro è come un regalo che facciamo al pubblico. Se devo scegliere un regista che mi ha segnato in questo mio percorso è sicuramente Strehler!

Vortice (Giovanni Battaglia, Massimo Di Michele, Marco Rizzo) – Foto di Marina Alessi

L: Ho scoperto il teatro all’università mentre studiavo lettere antiche. È stata la scoperta della possibilità di vivere la parola e il pensiero con tutto il corpo. Forse per questo per me fare teatro e regia significa stare in questa tensione tra i corpi della scena e le idee. Registi, pedagoghi e spettacoli importanti ci sono, ma alla fine di questi 3 anni di accademia penso che lo studio, l’osservazione e gli incontri ci aiutino a capire ciò di cui abbiamo bisogno e capire come raccontarlo e come farlo.

Teste Inedite: un progetto della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in collaborazione con il Teatro Franco Parenti che vede il coinvolgimento di giovani scenografi, compositori, drammaturghi ed organizzatori. Cosa ha significato per te questa esperienza?

F: Per me il valore di questo progetto didattico è il gruppo di lavoro, tutte le persone che ho incontrato e con cui ho collaborato sono state importanti allo stesso modo. Mi sono trovata molto bene e ognuno a modo suo ha dato il suo importante contributo. Tutti hanno lavorato con sincerità al bene dello spettacolo.

L: È stato bello trovarsi di fronte a persone molto diverse tra loro, spesso sconosciute ed essere chiamato a guidare tutti verso l’obiettivo comune dello spettacolo. Ho cercato di instaurare con tutti un rapporto reciproco di rispetto e fiducia dove ognuno fosse responsabile del proprio pezzettino. Sono esperienze che in un momento storico in cui ognuno cerca di arrangiarsi come può insegnano che il teatro è per forza di cose un’esperienza collettiva. 

Qual è stato il tuo approccio al testo e che linea registica hai adottato?

F: La linea registica che ho adottato, avendo a che fare con una drammaturgia di parola, è stata quella di mettermi al servizio del testo in modo che tutti i temi, la dimensione del vortice e le dinamiche tra i personaggi risaltassero. Luce, suoni e scene sono stati ideati tutti in funzione della creazione di questo luogo, il vortice del tempo da cui tutto parte e dove tutto accade.

L: Essendo un testo esordiente, abbiamo lavorato molto spalla a spalla con Eleonora, l’ autrice del testo, fino all’ultimo giorno di prove. Con la regia ho cercato di creare un dispositivo scenico che rappresentasse la dinamica psicologica di questo testo.

Un giovane regista che dirige degli attori professionisti: che relazione si è instaurata tra di voi e quali insegnamenti conserverai di questo incontro?

Confabulazioni (Elena Callegari, Alice Conti, Marco Vergani) – Foto di Marina Alessi

F: La relazione che si è creata è autentica! Ci siamo trovati a nostro agio fin da subito e come dicevo prima ogni elemento del gruppo ha dato il suo apporto alla nascita dello spettacolo. Abbiamo lavorato a partire dalla parola facendo molte prove a tavolino e andando a scavare nel testo per coglierne insieme ogni sfumatura. Per me questo è stato molto istruttivo perché lavorando con attori del loro calibro ho imparato tanto. Ho avuto ancora una volta la conferma che il gruppo di lavoro é fondamentale, importantissimo.

L: Non è la prima volta che lavoro con dei professionisti, ma la seconda. Ognuno è un suo mondo e ci vuole tanta sensibilità e maturità per sapere ogni volta come portarne tutta la forza e la complessità sulla scena. C’è ancora tanto da studiare…

Un buon motivo per venire a vedere il tuo spettacolo?

F: Il mio spettacolo affronta temi molto privati e intimi ma allo stesso tempo universali, in cui ogni spettatore può riconoscersi. Al centro del testo ci sono i non detti, le parole che la gente, per ragioni diverse, non si dice. Spero che vedendo questo spettacolo le persone riflettano su questo.

L: Perché ha l’ambizione di voler riflettere su come leghiamo la nostra idea di felicità alla nostra paura di rimanere soli. Prova a fare luce su queste dinamiche che sottendono alle nostre relazioni per provare ad accettarci un po’ di più.

Info Biglietti 

 

 

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Al Teatro Franco Parenti la seconda edizione di Teste Inedite Ritorna Teste Inedite la rassegna teatrale organizzata dalla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in collaborazione con Teatro Franco Parenti

Ritorna Teste Inedite la rassegna teatrale organizzata dalla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi in collaborazione con Teatro Franco Parenti.
Nel corso delle serate del 14 e 15 giugno e del 28 e 29 giugno gli spazi del teatro ospiteranno quattro spettacoli inediti scritti e diretti dagli Autori e dai Registi del Terzo Corso che, giunti alla fine del loro percorso formativo, hanno l’occasione di esprimere la propria visione del teatro, dirigere 10 attori professionisti e confrontarsi con il pubblico milanese fuori dalla sede di via Salasco. Il progetto prevede inoltre la collaborazione di due tra le principali istituzioni di formazione artistica italiane: la Scuola di Scenografia dell’ Accademia di Belle Arti di Brera per le scene ed i costumi e la Civica Scuola di Musica Claudio Abbado – Istituto di Ricerca Musicale per le composizioni originali; l’organizzazione e la promozione è affidata agli Organizzatori del Primo Corso della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, mentre la direzione artistica è affidata a Tatiana Olear, docente e coordinatrice del corso di Regia.

Teste Inedite si conferma anche in questa seconda edizione come l’occasione per 50 giovani tra registi, autori, compositori, scenografi, costumisti, musicisti e organizzatori di lavorare insieme confrontandosi e mettendo in gioco le specifiche competenze artistiche dando vita ad un percorso creativo arricchito dalla pluralità di tecniche, discipline e istituzioni.

Ad aprire la rassegna il 14 e 15 giugno saranno gli spettacoli: Confabulazioni di Eleonora Paris con la regia di Lorenzo Ponte e Vortice di Mattia Michele De Rinaldis con la regia di Fiammetta Perugi.
Confabulazioni interpretato da Elena Callegari, Alice Conti e Marco Vergani, è uno spettacolo che si interroga sulla complessità delle relazioni e mette in discussione i limiti dei rapporti di coppia. Vortice è un allestimento che attraverso i conflitti di tre generazioni si confronta con il peso del non detto, uno sguardo all’indietro verso quello che sarebbe potuto essere; in scena Giovanni Battaglia, Massimo Di Michele e Marco Rizzo.

La rassegna prosegue il 28 e il 29 giugno con gli spettacoli MonocrHomo – Composizione su Bianco di Francesca Mignemi con la regia di Chiara Callegari, interpretato da Lucia Cammalleri e Angelo Campolo: è uno spettacolo che indaga l’atto della creazione artistica in una messa in scena eterea come un sogno e violenta come un incubo.
Il secondo titolo della serata è OVEꓷEVO di Bruna Bonanno con la regia di Clio Scira Saccà che sarà in scena insieme a Marta Allegra e Marcello Montalto; è una fiaba per adulti che, attraverso linguaggi originali e multimediali, esplora il tema dell’identità e delle sue trasformazioni.

Ciascuno spettacolo sarà replicato due volte nella stessa serata come da programma.

Durata spettacoli: 1 ora circa

Info biglietti

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