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Firmati 3 nuovi decreti: 55 milioni per cinema, lirica e lavoratori dello spettacolo

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Il ministro dei Beni e le attività culturali e del Turismo, Dario Franceschini, ha firmato, il 12 gennaio, tre decreti “dal valore complessivo di 55 milioni di euro per contrastare gli effetti drammatici della pandemia nei settori del cinema e dello spettacolo dal vivo”. Lo si legge in una nota, in cui si dettaglia che “i provvedimenti, che sono stati inviati agli organi di controllo, prevedono: 25 milioni di euro di ristori per le imprese di distribuzione cinematografica; 20 milioni di euro come ulteriore sostegno alle Fondazioni lirico sinfoniche; 10 milioni di euro per la creazione, in vista della ripartenza, di un fondo di garanzia a tutela degli artisti e degli operatori dello spettacolo per le rappresentazioni cancellate o annullate a causa della pandemia”.

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Per un teatro necessario. L’attore tra teatro, cinema e new media

Se è vero che il teatro è una lente d’ingrandimento con cui osservare la società, non può che passare dalle tavole di un palcoscenico anche la potenza innovatrice della tecnologia che investe la vita quotidiana, penetrando insistentemente anche nel dibattito artistico. 

Quello del contatto tra teatro e new media è un tema che ha dato vita a particolari forme di ibridazione, energizzando la creatività artistica e stimolando la nascita di importanti studi di settore. Mutati metodi di recitazione e particolari modalità di interazione con il pubblico, sono il fulcro dell’approfondimento che la facoltà di Spettacolo del Dipartimento SARAS dell’Università La Sapienza di Roma promuove attraverso il ciclo di incontri «L’attore tra teatro, cinema e new media». L’iniziativa si inserisce all’interno del progetto didattico Per un teatro necessario, rivolto ai giovani delle scuole superiori, dell’università e a tutti coloro che sono interessati alle forme del teatro, e si propone di riunire i saperi pratici con quelli teorici e di attivare un processo di “coscientizzazione”, attraverso il quale «vedere» e «fare» tornino a essere i poli di una rinnovata cultura teatrale.

Ogni mese, studenti, docenti, operatori e pubblico dialogheranno con alcuni protagonisti della scena per meglio comprendere il lavoro dell’attore e le sue trasformazioni nei diversi contesti in cui si applica. Il ciclo è stato inaugurato da Elio Germano e Omar Rashid, ideatori de La mia battaglia-Segnale d’allarme VR, interessante esperimento di spettacolo teatrale fruito in Virtual Reality.

Lunedì 17 febbraio 2020, alle ore 16.00, in Aula Levi, presso le Ex Vetrerie Sciarra (Via dei Volsci 122) sarà la volta di Michele Riondino. Attore formatosi presso l’Accademia d’arte drammatica «Silvio d’Amico», interprete e regista teatrale, che ha preso parte a numerosi progetti cinematografici e televisivi, Riondino presenzierà al secondo appuntamento di «L’attore tra teatro, cinema e new media» coordinato dai docenti Guido Di Palma e Marco Andreoli.

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Duccio Camerini

La Recherche, Alla ricerca del tempo perduto: Il Marcel di Proust secondo Duccio Camerini

È stato presentato all’Off/Off Theatre di Roma, dal 12 al 14 aprile, l’adattamento teatrale dell’intera opera di Marcel Proust Alla ricerca del tempo perduto, À la recherche du temps perdu, una co-produzione del Teatro Potlach e della Casa dei Racconti. Duccio Camerini, regista e attore poliedrico di cinema e teatro, ha interpretato da solo tutti i personaggi e le fasi evolutive dell’autore francese. Marcel il bambino fragile e malaticcio, dipendente dalla madre e dalla nonna. L’adolescente suscettibile alle prese con i fallimenti dei suoi primi amori. L’uomo e la sua aspirazione di diventare scrittore, scoraggiato dal mondo esterno, alterato dall’ amore ossessivo per Albertine, sconvolto al punto da renderla prigioniera nel suo appartamento.

Duccio Camerini
Duccio Camerini

Duccio Camerini è riuscito nella non facile impresa di condensare in poco più di un’ora i sette volumi che compongono l’opera di Proust: La strada di Swann, All’ombra delle fanciulle in fiore, I Guermantes, Sodoma e Gomorra, La prigioniera, La fuggitiva, Il tempo ritrovato. Non è stato facile selezionare i momenti fondamentali trasformandoli in un unicum, una drammaturgia di alto livello che conservasse lo spirito del libro, anzi dei sette libri di Proust. Basti pensare che a teatro ci sono stati allestimenti a puntate, trilogie, estrapolazioni, letture o mise en éspace.

Con le trasposizioni cinematografiche è successa una cosa più o meno simile; adattamenti del primo, del quinto o dell’ultimo volume e due celebri rinunce per diversi motivi. Il primo fu quello di Luchino Visconti il quale, volendo creare un film sulla Recherche, scrisse il testo con Suso Cecchi D’Amico la quale dichiarò in un’intervista che si trattava di una sceneggiatura di 363 pagine per oltre tre ore di proiezione”. Problemi di finanziamenti prima e di salute del regista dopo, ne impedirono la realizzazione.

Archiviato il progetto di Visconti, fu la volta di Joseph Losey, il quale chiese a Harold Pinter di scrivere la sceneggiatura. Ancora una volta, la mancanza di capitali impedì il film sulla Recherche.  Suso Cecchi D’Amico definì quello di Pinter untesto d’autore. Le due sceneggiature si chiudono con la frase “Je m’endors” – Mi addormento, pronunciata dal Narratore.

Lo sforzo di Camerini è quindi encomiabile, sia per quanto concerne la scrittura sia per la prova d’attore. Più di un’ora di monologo incalzante passando da un personaggio all’altro, da quelli maschili a quelli femminili, che si rincorrono in successione. La regia di Pino Di Buduo asseconda questo ritmo narrativo grazie alla scelta di una scenografia digitale, curata da Stefano Di Buduo, che riproduce pitture ottocentesche e immagini monocromatiche o a più motivi. La loro sfida era quella di rendere raggiungibile, attraverso il teatro, una delle più complesse opere della letteratura del Novecento. Duccio Camerini lo sostiene, tra le tante altre cose, nell’intervista che segue.

Qual è la sua personale considerazione su questa operazione proustiana?

Il mio principale obiettivo era quello di avvicinare una materia letteraria a più personeProust è uno dei giganti della letteratura di tutti i tempi eppure non è noto abbastanza, al contrario di altri grandi. Per esempio penso a Dostoevskij, il quale è più conosciuto per due considerazioni almeno. La prima è tecnica: ha scritto dei romanzi più brevi.

Il giocatore è un bellissimo libro ed è relativamente contenuto, come anche I fratelli Karamazov che straborda un po’. I demoni, per quanto sia un libro articolato, è più corto di un libro di Proust scritto in 3-4000 pagine.

La seconda considerazione è che mentre Dostoevskij si è ritagliato una vicinanza sperimentale con l’arte e la filosofia del 900, Proust è stato sempre confinato a quella Belle Époque, a quel mondo fatuo, a quella mondanità che lui sa descrivere benissimo.

Molto spesso si pensa a Proust come a un autore borghese. Una cosa è dire che quella è la sua provenienza, un’altra è che il tema della sua opera sia solo la borghesia.

Egli parte dalle sue origini perché era un borghese, figlio di un addetto del Ministero degli Esteri. Lui riesce però a creare un’architettura mentale, che poi diventerà letteraria, assolutamente straordinaria, ancora in profondo contatto con i nostri tempi.

Le ossessioni di Proust, i caratteri dei personaggi nella narrazione dello spettacolo contribuiscono a evidenziare il legame con la nostra epoca, con il nostro tempo presente?

Assolutamente sì: il legame c’è nella forma delle ambiguità, nella ferocia sociale. La società è sempre vista da Proust con una superiorità, una bonomia, una irrisione in un modo in cui lui è straordinario a esprimere.

Lui sa molto bene che quella è un’arena dei leoni, dove molti sono caduti e tante persone cadono, quindi non è un gioco. Prendendo in giro, probabilmente esorcizza e non si fa bloccare dal terrore che invece limita molti nel rapporto con la collettività. Ecco mi sembra che la nostra società, quella del 2019, così violenta, così profondamente ingiusta, così sciatta e ambigua – mi vengono alla mente questi aggettivi come primi – presenti solo differenze esterne con quella di Proust. Gli uomini non portano più la tuba, le principesse non vanno più in carrozza, ma al di là di questo io non vedo altre difformità.

Io non so se la ragione per cui Proust sia così in contatto con noi oggi derivi dal fatto che sia uno scrittore straordinario – per me ovviamente è così – oppure perché la nostra epoca è ferma ai primi del ‘900. Non sono in grado io di dirlo ma lo diranno i posteri.

La violenza e la sua rappresentazione sono il mezzo o il fine di questa esplorazione?

La violenza, il dolore, la tragedia dell’io sono dei passaggi. Il personaggio di Marcel attraversandoli crede di soccombere. In realtà questi percorsi risulteranno salvifici. Sono delle forche caudine da cui lui pensava di non uscirne vivo.

Proust pensava che l’arte fosse l’unica possibilità, l’unica chiave per poter vivere una vita piena, perché altrimenti si è costretti a vivere un’esistenza piena di compromessi e di violenze subite. Mettendosi in quell’imbuto arriverà ad una salvazione nel finale e questo è così anche nel mio spettacolo. Tengo a dire che la Recherche è un grandissimo supermercato di sensi, di storie e di personaggi. Era impossibile poter mettere in scena quello che viene proposto nelle quasi 4000 pagine dell’opera. Si è scelto il binario dell’amore, del rapporto malato tra il protagonista e una donna, Albertine, che gli sconvolgerà la vita. Non c’è dubbio che questa sia l’ossatura di buona parte della Recherche. Con molto dispiacere ho dovuto rinunciare a qualcosa, ma era chiaro che la strada che bisognava compiere fosse questa.

Cosa significa, in termini di difficoltà, la prova di attore nell’affrontare 24 personaggi? Quali sono state le opportunità di questa sfida?

Sul palcoscenico ci sono io, la rete metallica di un letto vecchio, un foglio di carta e le pareti di una stanza della tortura, in cui si trova questo personaggio. Superfici che si animano a seconda dei suoi stati d’animo, dei suoi pensieri, ci sono delle immagini che scorrono su di esse.  

Questi 24 personaggi sono anzitutto ricordati da questo uomo di mezza età, che ormai ripensa alla sua vita, come è stata prima, ripensa alla sua infanzia, alla sua adolescenza al primo amore. I personaggi sono messi in scena attraverso l’interpretazione e la deformazione della memoria, questo è il senso del lavoro che è stato fatto. Certo c’era la voglia, dato che mi trovo in un teatro a raccontare una storia, di differenziarli bene, di rendere chiara l’alternativa dell’uno e dell’altro. Tutti visti però attraverso Marcel.

Il concetto dell’io in questo spettacolo è molto importante. C’è un punto bellissimo quando a lui succede una cosa particolare, Albertine scappa dalla casa dove lui ha provato in tutti i modi a tenerla sentimentalmente prigioniera e lui dice: «È necessario informare tutti gli esseri dentro di me, tutti gli innumerevoli io che mi formano, perché alcuni di loro qui dentro ancora non sanno che Albertine se n’è andata.»

In questo tipo di letteratura Proust è vicinissimo a Joyce, un altro gigante che nel ‘900 lo abbiamo sentito molto vicino perché ha cambiato la cultura letteraria. Sicuramente molto più libero da certe origini benestanti, figlio di una famiglia profondamente cattolica, suo padre era un doganiere e un attivista del partito autonomista irlandese. Insisto ancora sul fatto che Proust viene sempre visto come un figlio della borghesia che parla di problemi borghesi, ma non è assolutamente così

Come, dove e quando è iniziata questa operazione?

Verso i miei 30 anni, avevo 28-29 anni e ho cominciato a leggere il primo volume di Proust. Mi ricordo che ero a Trieste. Guarda caso è una città che ritorna nella Recherche e mi sono immediatamente agganciato a questo mondo e a questo modo di scrivere. Da lettore ne ero succube totalmente. Ho impiegato tanti anni a leggerlo, ho finito 4 anni fa. Perché sono tanti libri, ma anche perché quando leggo una cosa mi piace andare lento e spero che non finisca mai. Mi è successo così per i libri di Gabriel Garcia Marquez.

Proust mi ha accompagnato in questo lungo periodo, ci sono voluti una ventina d’anni con i miei ritmi. Ogni tanto facevo finta di essermi dimenticato a che punto ero arrivato e ritornavo indietro. Mi è ricapitato recentemente tra le mani il testo La prigioniera, uno degli ultimi libri della Recherche, uno di quei libri pubblicati postumi che lui non ha potuto rivedere fino in fondo, senza aggiungere altro ancora, così come aveva fatto con i precedenti.

Gli ultimi libri sono più smilzi poiché lui era già morto. Tutte le volte che Proust correggeva le bozze le farciva, di ancora più annotazioni, personaggi, ancora più filosofia e idee: era il suo modo di essere. Mi è capitato questo libro dove il tassello centrale è il rapporto tra Albertine e Marcel e da lì è venuta fuori l’idea di provare a vedere il racconto dal punto di vista di Marcel con tutti questi personaggi che lo vengono a visitare nella sua memoria.

Questa operazione è stata articolata con tre anteprime che noi abbiamo fatto per rappresentare il progetto presentando agli operatori culturali. Adesso vediamo che cosa succede, mi sembra che sia andato bene e siamo molto contenti di queste tre giornate all’Off-Off, sono state forti. Abbiamo sentito molto interesse e anche molto calore dal pubblico e devo dire che questa cosa ovviamente ci conforta. È ancora una grandissima sfida però mi sembra che ci stiamo avvicinando a vincerla.

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Tips 4 Actors #08 – Actress Life. Resoconto di un bimestre da attrice

Ciao Tipper, in primo luogo mi scuso per la latitanza degli ultimi mesi. Ho vissuto un periodo molto affascinante e faticoso, dal quale ho tratto qualche riflessione, che ovviamente voglio condividere con te. Ragionando sul titolo, ho iniziato a ripetermi in testa qualche gioco di parola. La prima cosa che ho pensato rimettendomi a scrivere i tip è stato Actress Life – hashtag noto e abusato – seguito da Life for an actress. Live as actress. Actress alive. Live for life. Subito dopo mi è tornata in mente una canzone di Amalia Gré, artista che probabilmente continua a piacere solo a me (ma questa è una illazione, anche se non so che fine abbia fatto).

Io cammino di notte da sola è la canzone, ed in effetti rappresenta un buon riassunto di quello che penso e che ho vissuto, oltre ad essere un buono spunto per un repetition game (ma anche questa è un’illazione). Breve riassunto degli ultimi 64 giorni: un debutto in una commedia, due spot – che sarebbe meglio definire corti web, un ruolo in una serie, un debutto nazionale con una produzione inedita della mia compagnia, un ruolo da protagonista in un film saltato, alcuni provini e tanti mezzi presi e persi. Totale ore di lavoro (non retribuite e senza copertura assicurativa): 580; limite decibel raggiunto con i litigi in produzione: 130dB; persone incontrate-incrociate-superate: circa 82; ore di sonno: non pervenute; totale caffè consumati: non pervenuto; totale litigi in famiglia: non pervenuto.

La domanda quindi nasce spontanea. Cosa significa vivere da attore? Stamattina leggevo un articolo su uno dei portali di riferimento anche per i miei contenuti, sul quale era riportato “Acting is a desease”. Ora, senza farla così tragica la verità è una e indiscutibile: sebbene molte persone abbiano la passione di recitare, la realtà di essere un attore professionista è inconcepibile dall’esterno. Una volta che si prova ad assumerla come professione, ci sono altri fattori che si intromettono, come mangiare o pagare l’affitto, o dover fare i conti con genitori o partner delusi. Ed ecco che tornano le parole della canzone: “Io cammino di notte da sola, poi piango poi rido e aspetto l’aurora. Ed è una vita d’artista, così altalenante, ma quello che creo è importante per me”.

Ecco allora alcuni consigli su come affrontare le problematiche più frequenti di questo mestiere, così bello e contemporaneamente così provante.

1. IO CAMMINO DI NOTTE DA SOLA
Ovvero come affrontare la solitudinev

Fare l’attore di carriera è un mestiere di grande solitudine.
Quando sei coinvolto in una produzione lunga, la situazione più favorevole è che tu lavori sempre con le stesse persone a strettissimo contatto per un tempo più o meno lungo. Queste persone diventano i tuoi amici, i tuoi confidenti, i tuoi compagni.
Finita la festa, gli amici se ne vanno e ognuno per la propria strada.
Se, come me, lavori spesso ma a sbocconcellate su set brevi, i contatti sono più fugaci. Arrivi la mattina presto, ti prepari, giri e saluti. Fine. Come Pic: rapido e indolore.
A questo (sempre come nel mio caso) si devono aggiungere una manciata consistente di prove, magari a margine di una giornata di riprese.
Rientro stimato a casa propria per le 23:30 circa. Il tuo partner dorme, tuo figlio di 15 mesi no; poco importa, tanto giusto il tempo di ingurgitare qualcosa e sei già nel mondo dei sogni con tuo figlio che ti salta sulla pancia.
Sabato e domenica, in scena. Gli amici escono, ma non per venire a vedere te (a meno che non sia coinvolta in una grande produzione, e/o non possano farsi un selfie con qualcuno o davanti a qualcosa di importante).

Dall’altro lato, anche dopo un lungo periodo di lavoro, rientrare nella normalità può essere destabilizzante. Ricordo sempre le parole di una mia buona amica, in merito alle dinamiche di gruppo: “Se ci sei esisti!”, che in soldoni vuol dire essere presente sempre all’interno del gruppo di amici, per poter contare sul fatto di avere amici.
Insomma, apri la porta di casa e ti trovi a dover fare i conti con un domani di nuovo incerto, ma con un pizzico di stanchezza in più.

Il mio consiglio per evitare le scene da film in cui la protagonista cammina per strada con il volto solcato da romantiche lacrime, magari sotto la pioggia, mentre tutto attorno risuona qualcosa tipo “Moon River” è questo: ricordati che la tua vita è fuori, è intorno, non solo dentro il tuo mestiere. È un mantra che fatico a ripetermi, ma è l’unica soluzione.
Coltiva i tuoi rapporti veri. Basta un messaggio, una telefonata, una visita inaspettata, ma fallo. Quando il lavoro gira bene è facile perdersi; difficile è ritrovarsi nei momenti bui. Amici e famiglia sono i nostri più grandi alleati per costruire una carriera solida e lunga.

2. E SI POTEVANO MANGIARE ANCHE LE FRAGOLE
Ovvero dei sensi di colpa

I sensi di colpa che appesantiscono la tua scelta artistica, rallentano solo il tuo passo.
I sensi di colpa che appesantiscono la tua scelta artistica, rallentano solo il tuo passo.

Tempo fa il regista di un film di cassetta mi confessò che aveva nel cast un’attrice di nome e che era in difficoltà perché non riusciva a gestirla. Lei aveva partorito da due mesi ed era in piena depressione post partum.
Dall’altro lato c’è la mia più umile e limitata esperienza. In questi ultimi 64 giorni, più volte mi è capitato di non riuscire a vedere mio figlio per molti giorni consecutivi; con il mio compagno sono arrivata a discutere spesso a causa della mia prolungata assenza; non ho fatto la spesa per più di un mese.
Il senso di colpa più grande, però, è sempre relativo al risvolto economico. Perché alla fine della giostra, ti siedi a tavolino e sai che non potrai concederti più di uno o due giorni di stacco (definirlo relax è troppo). Un grande sforzo che serve a malapena a coprire qualche spesa e, verosimilmente, a contrarre qualche altro debito. Ma come si dice? I debiti allungano la vita!
In questo scenario, la mia soluzione è forzarsi un po’. Imporsi disciplina, per ritagliarsi un po’ di spazio per sé. Sarà un tempo da prendersi per osservare, studiare, accantonare, far decantare e magari creare.

3. UN ANTICO IDIOMA CHE NON SAI DECIFRARE.
Ovvero dell’attesa e della lotta contro la paura

Gaber diceva “No, non muovetevi. C’è un’aria stranamente tesa e un gran bisogno di silenzio. Siamo tutti in attesa.”
È un verso che mi aiuta tanto, perché spesso finisco un lavoro e vado mentalmente alla ricerca di un altro lavoro. Per paura di uscire dal giro, per paura di restare senza soldi, per paura di dimenticare quello che so fare.
Poi è successo che ho sbagliato. Non tutti i lavori fanno bene, non tutti i lavori sono utili, non tutti i lavori arrivano al momento giusto.
Un lavoro fatto male è più dannoso dello stare un po’ di tempo senza lavorare.

La mia soluzione è creati una piccola alternativa che non ti distolga troppo dalle necessità attoriali. Impiegarsi in qualcosa che possa andare bene per brevi periodi, o che si possa gestire da casa. Alternativamente puoi proporti come sottoaiuto di qualcosa in produzioni teatrali o cinematografiche. Spesso torna utile. Ancora, candidati come spalla ai casting… non paga, ma insegna tanto.
Libero dalla morsa del devo lavorare a tutti i costi, la tua carriera ti assomiglierà di più. Ne sono quasi certa!
Inoltre condurre consapevolmente la propria vita attoriale, ti renderà anche più sereno difronte a scelte e rinunce.
In buona sostanza si tratta di avere la forza di difendere un po’ il proprio lavoro e (perché no) la categoria.

4. QUANDO TI ADDORMENTERAI CON LE SCARPE SUL LETTO
Ovvero della stanchezza.

È indubbio che questo mestiere, come tanti, ti possa mettere spesso alla prova. Ci sono giorni in cui vorresti fermarti, gridare e fare un concorso pubblico.
Non è la verità. Il lavoro che fai è imposto da quello che sei e poco puoi forzare la tua natura. Ha più senso fermarti (ok), respirare e accogliere questa stanchezza. Può darsi che tu stia muovendo tanti passi in una direzione poco utile, o semplicemente che tu abbia bisogno di riposarti.

Allora torna a fare qualcosa che ti piace, con persone che ti fanno stare bene. Potresti prendere l’abitudine di segnare su un taccuino “cose che vorrei fare quando avrò il tempo”. Avrai la sensazione di non stare con le mani in mano e, contemporaneamente, farai qualcosa per ricaricarti. Geniale!
[Nei cambi di stagione prenditi anche un integratore. Male non fa!]

Insomma, la vita da attore non è sempre piacevole, anche se l’uomo della strada pensa l’esatto opposto. Non è detto che arrivino i red carpet o le copertine dei giornali, potremmo non vincere mai nessun riconoscimento. Ci sono giorni in cui si fa veramente fatica, ma facciamo il mestiere più bello del mondo. Vivere bene i giorni bui, con onestà, fa parte del gioco e ogni gioco ha delle regole. Poche, semplici e banali regole per uscire dal flusso e godersi la meraviglia della contemplazione di un momento.
Vale la pena!

Photo by Heather Schwartz e JESHOOTS.COM on Unsplash

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#FocusOn: AD ARTE CalcataTeatroCineFestival, intervista a Igor Mattei

Nel segno della resilienza si svolgerà la quarta edizione di AD ARTE CalcataTeatroCineFestiva che quest’anno prende vita interamente nel centro storico di Calcata (1-2-3 Settembre). La kermesse oltrepassa gli spazi performativi abituali, invadendo le piazze, i vicoli, le case del borgo di Calcata, prelevando e lasciando segni, innescando giochi per la comunità e per il pubblico che diventa attore, parte fondante dell’opera.
La tre giorni sarà un vero e proprio circo senza tendoni né palcoscenico, un teatro a cielo aperto animato da artisti di tutto lo stivale. Ogni giorno si alterneranno performance e spettacoli con proiezioni e presentazioni cinematografiche. 

“Quest’anno tanti sono stati gli ostacoli per la realizzazione della quarta edizione del Festival AD ARTE.
Abbiamo scelto, nonostante tutto, di lanciare ancora una volta il cuore oltre le centinaia di problemi che in Italia incontra un‘operazione culturale indipendente come la nostra” queste le parole di Igor Mattei e Marina Biondi, ideatori e direttori artistici del Festival.

 

Abbiamo intervistato Igor Mattei per approfondire l’evoluzione del Festival Ad Arte negli ultimi anni e per scoprire le novità della prossima edizione:

Ciao Igor, ci parleresti di come nasce AD ARTE CalcataTeatroCineFestival e di come si è sviluppato nelle ultime edizioni?

AD Arte nasce 4 anni fa. Come nostra personale (re)azione al crollo del nostro settore lavorativo. Ma in fondo la crisi, ancora pesantemente in atto, non ha fatto altro che “obbligarmi” a realizzare un sogno di libertà espressiva (parlo di libertà di forma e contenuti del teatro e del cinema italiano, rispetto alle sempre più coercitive logiche del mercato) che coltivavo da sempre. Calcata, dove ormai vivo per la metà dell’anno, mi è apparsa allora, per la sua storia artistica e antropologica, come lo schermo, il palcoscenico ideale sul quale proiettare o far esibire questa mia idea di indipendenza artistica. Il nostro modo di procedere dal primo anno ad oggi nella sostanza è rimasto pressocchè invariato: cercare talento e merito in tutta Italia, a prescindere dai nomi, i cognomi e l’età..

Qual è la filosofia progettuale e artistica del Festival e qual è stato il riscontro di pubblico delle passate edizioni?

La filosofia progettuale e artistica è stata quella di scegliere e di utilizzare la qualità e l’originalità dei film e degli spettacoli come pietre angolari, sulle quali costruire il nostro castello; in barba sempre, con immense fatiche – il peso della libertà è la rinuncia alla comodità – alle logiche dei numeri facili da dover ostentare per poter essere riconosciuti come degni di valore. Sempre comunque con l’attenzione alla fruibilità dell’opera da parte del pubblico, perchè non ho mai amato l’arte autoreferenziale che parla soltanto a sè stessa, ignorando la sua stessa essenza, che è quella di comunicare.

Nel 2017 ci sono stati alcuni imprevisti che hanno determinato una diversa organizzazione del Festival. Ci parleresti degli ostacoli incontrati e di come avete pensato di strutturare la kermesse alla luce degli stessi?

La nostra manifestazione è stata da sempre costellata di imprevisti, essendo completamente autoprodotta. Diciamo che l’imprevisto e l’imprevedibilità di ogni edizione è stato lo scotto che abbiamo pagato per la nostra autonomia, artistica, politica e umana. Col rischio, come stava succedendo per questa IV edizione, di “chiudere la baracca” per sempre, con la consolazione (magra?) di poter dire d’aver fatto secondo le nostre idee e non secondo le regole di chi da qualche altezza ti impone come e cosa sognare. In questo modo di procedere gli ostacoli non finiscono mai, sono sempre estremi e l’unico modo per non soccombervi è quello di utilizzarli, con determinazione, quasi con incosciente fiducia e tanta, tantissima creatività, come trampolino di lancio per trasformare alchemicamente l’ostacolo posto dal burocrate pedante, dal disilluso di turno, dal clan intellettual-artistico contrario, dal politico indifferente a tutto, in stimolo e dunque in risorsa. Titanico è riuscire a farlo quasi senza risorse economiche; ma siamo artisti e siamo abitutati a sfidare le leggi gravitazionali per una manciata di felicità su un palcoscenico o davanti ad una macchina da presa.

Dunque una tre giorni ricca di spettacoli con teatro e cinema per tenere in vita un Festival che ha avuto grandi consensi di pubblico e di stampa nelle passate edizioni. Quali sono state le scelte artistiche relative all’edizione di settembre?

Le scelte per questa quarta edizione, spostata appunto da luglio a settembre e condensata in soli tre giorni, sono state quelle di lanciare il cuore oltre l’ostacolo che sarrebbe diventato insormontabile se non avessimo trovato stima, fiducia e sconfinata generosità di un numero incredibile di colleghi artisti e operatori di settore e di RESISTERE, per trasformare quello che poteva essere un altro fallimento delle nostre politiche culturali (più legate a scambi di favori e a numeri che a idee e a progetti lungimiranti) in una festa di tre giorni (1-2-3 settembre), non stop, dalle 11 alle 24, di teatro e cinema emergente e indipendente “made in italy”, in un palcoscenico a cielo aperto, tra i vicoli e le piazzae del centro storico di Calcata, trosfromato per l’occasione in una fortezza per tutta l’arte indipendente .

Quali sono i vostri propostiti per il futuro e quale credete possa essere il fisiologico sviluppo di AD ARTE CalcataTeatroCineFestival?

Il futuro? La vita è difficile e il futuro è incerto, cantava una canzone di qualche anno fa di Tonino Carotone. Per il momento siamo concentrati a vincere la scommessa di questa IV edizione prendendo la rincorsa per quella del 2018. Tante sono nel frattempo le possibili importanti collaborazioni che ci vengono costantemente proposte. Ma al momento non sappaimo dire nulla in merito, se non una cosa: non molleremo! Ci insegneranno a non splendere. E noi splenderemo, invece.

 

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La Démiurge e la Danza in 1 minuto

Il cinema è movimento per essenza.
Essere un danzatore e al tempo stesso cinefilo mi ha spinto abbastanza naturalmente a mettermi alla prova di fronte alla grammatica del cinema.
Qui di seguito vi presento un cortometraggio di danza che ho realizzato l’anno scorso,  La Démiurge#1, vincitore di 3 premi del concorso di video danza « La Danza in 1 minuto ed.2015 » organizzato da COORPI- Coordinamento Danza Piemonte.
Potrete anche leggere ciò che hanno scritto le giurie in quanto viene sintetizzata una buona parte delle sfide in cui mi sono lanciato con i miei colleghi e eccellenti interpreti del video, Valeria Zampardi e Fernando Roldan Ferrer.

Quando parliamo di coreografia intendiamo l’organizzazione nello spazio di tutte le risorse possibili che il movimento umano può offrire a scopo poetico o di divertimento.
La Démiurge#1 indaga il rapporto tra coreografia e camera da presa alla ricerca di una narrazione possibile e fruibile anche da un pubblico di “non addetti”.

 

I premi di La Démiurge#1 :

MENZIONE CINEDANS (Festival basato ad Amsterdam) – BEST EDITING

Si premia la capacità di elaborare inquadrature prolungate, ampliando la natura d’azione del cortometraggio e manipolando il tempo lineare della sequenza, senza interrompere però le scelte di ripresa della direzione della fotografia. Molto buono il ritmo di montaggio che sostiene la narrazione ed intrattiene lo spettatore.

Premio Speciale – Sostegno alla produzione

In questo film, lo spazio e l’architettura giocano il ruolo di terzo attore della storia, fornendo informazioni importanti per l’esperienza dello spettatore. La variazione della percezione temporale viene utilizzata intelligentemente per creare dinamica nel movimento e nei tempi di lettura della scena. Mentre il linguaggio del movimento è piuttosto tipico per un film di danza, l’idea della dissolvenza improvvisa ha una forte base potenziale e rivela un linguaggio personale che merita di essere sostenuto e sviluppato oltre.

1° Classificato PREMIO DELLA GIURIA

Per la capacità di combinare linguaggio del movimento e linguaggio del cinema, costruendo una “storia” che non è legata a un plot, ma a una coerenza interna delle forme espressive. La Démiurge riesce a creare un thriller soprannaturale incisivo in soli 60 secondi.

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DIETRO LE QUINTE #5 – Cosa prevede la nuova Legge sul Cinema

Il primo gennaio 2017 è entrata in vigore in Italia la nuova “Disciplina del cinema e dell’audiovisivo”, approvata lo scorso novembre con una certa soddisfazione da parte dei diretti interessati. Un testo unitario, infatti, mancava dal 1949 e il cinema italiano è da tempo in stato di crisi, pur avendo visto crescere gli incassi del 9% fra il 2015 e il 2016.

La legge è intervenuta su diversi aspetti. Innanzitutto ha istituito un fondo per lo sviluppo, gli investimenti e gli incentivi dal valore non inferire a 400 milioni di euro annui, ricavati dagli introiti fiscali (IRES e IVA) relativi alle attività produttive della filiera cinematografica, televisiva e digitale. Tale meccanismo di autofinanziamento accrescerà le risorse destinate al cinema del 60%, il che dovrebbe restituire ossigeno a una situazione ritenuta stagnante.

Rispetto all’organizzazione del settore, la legge verrà seguita dall’istituzione di un Consiglio superiore per il cinema e l’audiovisivo (in sostituzione della Sezione Cinema della Consulta per lo Spettacolo), composto da undici membri altamente qualificati con il compito di selezionare le richieste dei produttori e assegnare i relativi finanziamenti, con la compresenza di un sistema di incentivi automatici per le opere italiane.

Come ha spiegato il Ministero per i Beni e le Attività Culturali, almeno il 18% del nuovo fondo sarà destinato a finanziare giovani autori, start-up e piccole sale, oltre che festival e rassegne di qualità e attività collegate alla Biennale di Venezia, all’Istituto Luce Cinecittà e al Centro sperimentale di cinematografia. Il 3% del fondo sarà invece destinato alla promozione del cinema nelle scuole. Un ulteriore investimento di 120 milioni di euro in 5 anni sarà invece utilizzato per incentivare la riapertura o la costruzione di sale cinematografiche e teatrali. Parallelamente, è reso è più semplice il riconoscimento della dichiarazione di interesse culturale per le sale cinematografiche, e dunque l’apposizione del vincolo di destinazione d’uso.

A cambiare, poi, è anche il sistema di classificazione dei film. Finora tale funzione è stata espletata da apposite commissioni ministeriali (la famosa “censura di Stato”), composte da magistrati, professori di diritto, di pedagogia e di psicologia e dai rappresentanti delle categorie dei registi, dei giornalisti cinematografici e dell’industria. Tali commissioni erano chiamate a visionare preventivamente i prodotti, ad assegnare l’eventuale nulla osta alla proiezione e a stabilire i limiti di età per i minori di 14 o di 18 anni (legge 21 aprile 1962 n. 161). D’ora in poi, invece, saranno gli stessi produttori a classificare i loro lavori, in un sistema di self-regulation che vedrà l’intervento statale solo in casi limite (la censura per le opere teatrali era stata già definitivamente abolita dal D.Lgs n. 3 del 1998).

Per chi attende, invece, una regolazione finalmente completa dello spettacolo dal vivo, la legge rimanda al progetto, attualmente in lavorazione, di un autonomo Codice dello Spettacolo. A detta del Senato, il testo dovrebbe essere completato e votato entro marzo, mentre l’Agis (Associazione generale italiana dello spettacolo), ha già presentato da mesi le sue proposte sul punto.

Di seguito riportiamo i link al testo completo della Legge sul Cinema (Legge 14 novembre 2016, n. 220) e alle proposte dell’Agis per il futuro Codice dello Spettacolo.

http://www.cinema.beniculturali.it/Notizie/4206/66/legge-14-novembre-2016-n-220-recante-%E2%80%9Cdisciplina-del-cinema-e-dell-audiovisivo%E2%80%9D/

http://www.agisweb.it/images/stories/download/CODICESPETTACOLOAMPIA.pdf

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