R.A.C.

R.A.C. (regist_ a confronto) al tavolo permanente per lo spettacolo

R.A.C.

Un anno fa, ad aprile, nasceva R.A.C., la prima Associazione di categoria per i registi e le registe teatrali in Italia. Il 22 marzo il Ministro della Cultura ha accolto la richiesta di R.A.C. di sedersi al tavolo permanente per lo spettacolo e il cinema. Matteo Alfonso ed Elena Gigliotti ci raccontano il lavoro svolto fino ad ora, perché R.A.C. è necessario in questo momento e gli obiettivi futuri dell’associazione.

R.A.C. (regist_ a confronto) è nata sotto forma di osservatorio critico il 19 aprile 2020, quando una ventina di registi ha deciso di creare insieme, nel cuore della pandemia da Covid-19, uno spazio in cui coltivare “il coraggio, l’etica, l’integrità professionale”. Cosa significano per voi queste parole?

E.G: Al cospetto di una crisi così complessa come quella che stiamo tuttora attraversando, un istinto di solidarietà e sopravvivenza ha fatto sì che un gruppo di regist_ si confrontasse sulle cause che hanno portato la categoria a un’assenza preoccupante dal mondo in cui agisce e opera, in modo particolare nell’ambito delle tutele e dei diritti.

Le/i regist_ di R.A.C. hanno finalmente guardato in faccia la solitudine che ha contraddistinto la categoria, e hanno trovato il coraggio di uscire allo scoperto, lo stesso coraggio necessario per parlare di etica, tema centrale del nostro confronto.

È in corso un’indagine approfondita su un sistema etico sostenibile, curato da un tavolo di lavoro che ha già messo a disposizione un’attenta analisi della situazione presente, ma ciò che possiamo garantire sin da subito è la definizione della categoria attraverso responsabilità e tutele. Perché ci sia etica, è necessario un sistema di valori e ideali da costruire attraverso il confronto. Una volta stabilito ciò, saranno l’integrità professionale, la responsabilità individuale e collettiva e le tutele a favorirne il rispetto.

Da un primo confronto sulle contingenze del momento e risalendo a questioni ben più radicate nel tempo, R.A.C. è diventata un’associazione di categoria​ finalizzata a migliorare lo scenario e le condizioni di lavoro, approfondire il dialogo con i soggetti decisori e offrire sostegno e possibilità di confronto ai professionisti della regia teatrale. Quali sono stati i temi caldi emersi delle vostre riunioni e cosa avete scoperto durante questo primo anno insieme?

M.A: La prima grande scoperta, o forse dovremmo dire conferma, emersa dal nostro confronto, è stata, per l’appunto, la condizione di solitudine in cui si trova la figura del/della regista nel nostro sistema teatrale. Per una vecchia consuetudine, derivante dal capocomicato, si tende ad associare la regia alla produzione, con una conseguente ricaduta nella definizione del nostro lavoro. Ne è la prova l’assenza de_ regista nel CCNL, dove appariamo quasi esclusivamente nel Regolamento di Palcoscenico, laddove si va a definire la gerarchia di palco. Questa visione obsoleta della regia non solo non descrive in maniera corretta lo stato dell’arte della nostra professione, ma ha contribuito ad isolare la figura de_ regista nelle dinamiche produttive. 

Allo stesso tempo, dai nostri incontri, è emersa come centrale la visione de_ regista come connettore, come figura responsabile del lavoro di tutte le professionalità coinvolte nella creazione di uno spettacolo, con un particolare riguardo alla natura etica del nostro ruolo. Se guardiamo al sistema spettacolo, sia in senso lato che nel caso di ogni singola produzione, non possiamo fare a meno di riconoscere la necessità di andare a creare un ecosistema virtuoso, che favorisca la tutela e la dignità artistica e professionale di tutte le parti in gioco. Crediamo che _ regista sia una componente centrale di questo processo.

Ci siamo, inoltre, resi conto di quanto siano simili e comuni tra tutti noi le condizioni produttive in cui operiamo, condizioni quasi sempre molto distanti dai nostri desiderata e che spesso vanno a ledere non solo la nostra dignità professionale, ma anche le potenzialità dei nostri percorsi artistici.

È emersa una disuguaglianza nelle condizioni di lavoro per le registe rispetto ai registi, sia in termini di paga che di atteggiamento generale. Disuguaglianza, questa, che ci accomuna alle altre professioni dello spettacolo.

Già nel 1948 Strehler denunciava la lacuna del sistema teatrale italiano in merito a minimi di paga, contratti di lavoro, cassa malattia, invalidità e vecchiaia per i registi. Oggi, nel 2021, i registi non sono ancora menzionati all’interno del CCNL. Sono passati 73 anni. Quali sono, secondo voi, le cause di questa lacuna?

E.G: Ci si è adagiati su una struttura che ha funzionato fino a un certo punto. Prima della crisi economica del 2008, il cosiddetto Teatro di Regia godeva di grandi mezzi finanziari e molta libertà d’azione. È grazie a queste due caratteristiche che per l’immaginario comune il/la regista poteva non aver bisogno di altro che della sua firma. La crisi del 2008 ha invece limitato notevolmente mezzi e libertà.

Il modello del Teatro di Regia non è più stato sostenibile e dunque la classe di registi/e che si è trovata a operare in quel momento ha ereditato la solitudine di chi l’aveva preceduta, ma in un contesto assolutamente cambiato. La crisi in atto ha solo rivelato con forza le falle già presenti nel sistema, da riparare nel minor tempo possibile, soprattutto per le generazioni future che si troveranno in un contesto ancora più spaccato, con un’identità di categoria fragile, e tutele da ottenere individualmente, nei casi più fortunati. È giunto il momento di pensare e agire collettivamente, per il bene di un’intera categoria.

Il 22 gennaio 2021, in una lettera indirizzata al Ministero della Cultura, R.A.C. ha chiesto di sedersi al tavolo permanente per lo spettacolo e il cinema. Nella stessa data questa richiesta è stata finalmente accolta. Quali saranno i prossimi passi e gli obiettivi di R.A.C.?

M.A: Il primo passo, che ci vede impegnati in questi giorni, coincide con la creazione di una call di ascolto che R.A.C. sta organizzando per il 1° aprile, aperta non solo a chi è associati, ma a tutte le registe e i registi italiani. Vogliamo soprattutto ascoltare e raccogliere esigenze, richieste e proposte da portare al tavolo ministeriale. La gran parte delle associazioni si sta concentrando sull’importante tema dell’intermittenza. Noi vorremmo affiancare alle sacrosante richieste attinenti al welfare un lavoro sulla definizione del lavoro di regia che porti ad un riconoscimento nella forma di un contratto nazionale. 

La pandemia ha prodotto necessità emergenziali che richiedono immediate tutele di welfare, ma ha anche reso evidenti le macroscopiche falle presenti nel sistema teatrale italiano, falle che non parlano solo della mancanza di tutele quando non lavoriamo, ma di un’organizzazione del lavoro pensata su economie pre-crisi economica del 2008, evidentemente inadeguata alle necessità attuali del nostro comparto. Altro tema caldo su cui siamo al lavoro è la battaglia per il riconoscimento di un “diritto di regia”, fondamentale per la tutela della nostra professione e della creazione artistica.

RAC vuole portare avanti un discorso culturale che vada a permeare le riflessioni del decisore politico e che promuova il costante confronto tra regist_, come vuole il nome della nostra associazione. Stiamo preparando degli incontri, per ora virtuali, ma speriamo presto in presenza, con figure di spicco della regia italiana ed internazionale, con particolare attenzione a chi ha fatto della visione etica della regia il centro del proprio operare.

State proponendo webinar gratuiti per incentivare la conoscenza dei contratti e dei diritti legali dei registi. Il primo, “L’inquadramento giuridico del regista: tutelare il proprio lavoro e quello altrui” è stato condotto il 10 marzo dall’avv. Giovanbattista Iazeolla. R.A.C. offre a chi si associa un servizio gratuito di consulenza legale. Quali altri motivi per associarsi?

E.G: La consulenza sui contratti ad personam, precedente a quella legale, sempre a cura dell’Avvocato Iazeolla, Presidente di R.A.C., è senza dubbio uno degli aspetti più innovativi dell’associazione, soprattutto in questo momento di transizione, dopo il quale ci si augura di arrivare alla presenza della figura del regista nel CCNL, tenendo naturalmente in considerazione le differenze e le eterogeneità di percorsi de_ regist_ di  R.A.C.

Come Associazione di categoria abbiamo la responsabilità di proporre attività e formazione, responsabilità cui siamo andati incontro con somma felicità e consapevolezza. C’è stato il tempo per lo sconforto, per la crisi, ma sin da subito uno spirito operoso e propositivo ha vegliato sul confronto fra regist_.

È bene iscriversi a R.A.C., inoltre, per poter partecipare a webinar e corsi di formazione specifici (ad esempio: come scrivere un progetto? Come affrontare e definire un budget? Come distribuire i propri spettacoli?), a tavole rotonde con figure di spicco della regia italiana ed internazionale, con particolare attenzione a chi ha fatto della visione etica della regia il centro del proprio operare, e a bandi per la creazione di progetti (la proposta creativa è stata fortemente presente in R.A.C., poiché si parla di idee, di collaborazioni possibili, di futur_ regist_ che possano avere delle occasioni per esprimersi).

È motivo di iscrizione soprattutto il confronto. Solo attraverso il confronto si potranno cambiare le condizioni in cui ci troviamo a operare. Per quanto possa apparire ovvia,  è forse la motivazione più insabbiata per una categoria che non ha fatto del confronto una pratica costante nel tempo. R.A.C. è un investimento per il futuro.

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Marc Chagall, Introduzione al teatro ebraico, 1920

Lo Spettacolo violato. Intervista a Emanuela Bizi, Segretaria Nazionale di SLC-CGIL

Marc Chagall, Introduzione al teatro ebraico, 1920
Marc Chagall, Introduzione al teatro ebraico, 1920

È trascorso poco più di un mese dalla chiusura dei teatri sull’intero territorio nazionale in ottemperanza al DPCM del 4 marzo. A un primo momento di spaesamento e di preoccupazione per il futuro del settore, è seguita la certezza che la crisi indotta dalla diffusione dell’epidemia è una bestia di inaudita ferocia con cui tutti i lavoratori e le lavoratrici devono fare i conti. Se da un lato il Decreto “Cura Italia”, riconoscendo la tipicità dei lavoratori dello Spettacolo dal Vivo, ha amaramente confortato circa l’inadeguata considerazione di cui godono i professionisti del settore nel mondo del lavoro, dall’altro ha gettato altra benzina sul fuoco dell’incertezza divampato con l’emergenza sanitaria.

Il settore dello spettacolo dal vivo, debole e ferito, sta subendo un’erosione che ne scopre la carne viva fino a mostrare i nervi. E i nervi sono coloro che in questa crisi hanno perso tutto: gli invisibili. I nervi sono tutti quelli che a causa delle consuetudini vigenti nei rapporti lavorativi che, scavalcando le norme, si sono sedimentate in quella che viene letta come la normalità, non trovano menzione nelle categorie che hanno accesso a un sostegno statale. I nervi sono i lavoratori che contribuiscono allo scrosciare degli applausi al termine della performance ma che, di fatto, legalmente non esistono. La piaga del lavoro nero è venuta a galla, i bulloni arrugginiti di questo sistema sono saltati. Forse è davvero giunto il momento di dare alla cultura ciò che le spetta: la dignità della sua funzione sociale. Perché non si può affidare alla sola imperitura resistenza dell’arte il destino di migliaia di uomini e di donne. 

Con una lettera, lo scorso 7 aprile il Sindacato SLC-CGIL ha informato i giornalisti del settore circa il trattamento che artisti e maestranze stanno ricevendo. Si tratta di un’accorata richiesta di aiuto e di limpidità per garantire allo Spettacolo dal Vivo la tutela delle sue lavoratrici e dei suoi lavoratori. Emanuela Bizi, Segretaria Nazionale di SLC-CGIL, fa il punto della situazione.

A un mese dalla chiusura dei teatri sopraggiunta nel mese di marzo, e tenuto conto delle misure varate nel Decreto “Cura Italia”, come si configura ad oggi la situazione dei lavoratori dello spettacolo dal vivo?

La situazione dei lavoratori dello spettacolo dal vivo è drammatica. Anche se riteniamo importante che il Decreto “Cura Italia” abbia riconosciuto, per la prima volta, la tipicità dei lavoratori dello spettacolo, le misure messe in campo non sono sufficienti. Spero che si rendano conto del fatto che, al di là dei correttivi che abbiamo richiesto e che non so se verranno messi in atto, è evidente che alcuni dei criteri proposti rappresentano degli ostacoli insormontabili che, in questo momento, stanno lasciando fuori dalle tutele troppi lavoratori.

Volendo ripercorrere l’intervento di SLC-CGIL a tutela della categoria, quali richieste sono state avanzate da parte del Sindacato al MIBACT e al Ministero del Lavoro? Che tipo di risposta avete ricevuto? 

Il problema è generale, riguarda sia le imprese sia i lavoratori. Per questo abbiamo tentato di trovare fin da subito un asse comune. La prima lettera che abbiamo inviato al Ministero ha raggruppato l’intero settore dello Spettacolo, comprendendo, oltre al Sindacato, Agis, ANICA, Confartigianato, le cooperative, per effettuare una richiesta congiunta. Ho sperato che quella lettera potesse rappresentare l’inizio di un percorso comune, in realtà tutto si è bruscamente interrotto. A quel punto ho provato ad avere alcuni colloqui telefonici per segnalare l’errore di interpretazione dell’Articolo 19 ma, essendo granitica la posizione, abbiamo deciso di inviare una lettera ad Agis e al Ministero. 

Non abbiamo ricevuto risposta. L’unico modo per riportare alla normalità questo Paese è dare vita a un’imponente operazione trasversale di sostegno della cultura. C’è bisogno di permettere un accesso egualitario al mondo della cultura: in questo momento ci sono cittadini di serie A e cittadini di serie B, come dimostrano i dati ISTAT. Il lavoro è la trave su cui poggia l’intero settore perciò è giusto aprire un dialogo con le imprese, delle quali comprendo le esigenze ma non le modalità adottate rispetto al trattamento dei lavoratori.

Quali conseguenze ha comportato l’infrazione, da voi segnalata, della Legge sui Licenziamenti da parte di alcune imprese?

Le imprese stanno licenziando senza tenere conto delle norme sui licenziamenti, ecco perché non possiamo trovare un’intesa con le imprese pur avendola sempre cercata. Adesso basta partire dalle imprese: bisogna dare garanzie al lavoro. Di queste garanzie anche le imprese beneficeranno. La complessità sta nelle abitudini sbagliate del settore, ad esempio: se le prove vengono conteggiate in maniera forfettaria, si ledono le 30 giornate lavorative utili all’accesso ai contributi. Il 90% dei contratti di lavoro non tiene conto delle regole imposte dal CCNL: viene applicata una modalità che prevede una sorta di contratto a termine, attivato solo nelle giornate di scrittura. È una forma di contratto che esiste da sempre ma che adesso non è più utilizzabile. 

Quello che mi meraviglia è l’assenza del Ministero: ho segnalato la problematica dei licenziamenti in violazione delle norme ma non c’è stata alcuna risposta, il Ministero non è intervenuto sulle imprese. Abbiamo chiesto di abbassare la soglia dei 30 giorni non perché il lavoro non venga svolto per almeno 30 giorni in un intero anno ma perché, spesso, gli artisti svolgono anche mansioni d’insegnamento che però vengono conteggiate in gestione separata. E poi, vogliamo dirci finalmente che in questo settore, in particolare nell’ambito musicale, c’è un’enorme quantità di lavoro nero? 

Uno dei punti su cui, con la vostra lettera, avete sollevato l’attenzione riguarda la cattiva interpretazione dell’Art.19 del CCNL. Ciò ha previsto l’applicazione del Comma relativo alla Causa di Forza Maggiore invece del Comma inerente alla Causa di Forza Maggiore in presenza del Provvedimento di Pubblica Autorità, che ha comportato la possibilità di risoluzione del contratto nel giorno successivo al versamento di 12 giornate di paga al minimo sindacale. Rispetto al Fondo di Integrazione Salariale di cui si stanno avvalendo le imprese, cosa sta accadendo? 

La cosa più grave che è successa, e che sancisce l’impossibilità di creare un rapporto con le imprese, è che da un lato è avvenuta una cattiva applicazione dell’Articolo 19 per i lavoratori assunti, dall’altro nei contratti in essere con le compagnie è stato specificato che, in caso di Causa di Forza Maggiore, l’impresa ospitante non avrebbe dovuto corrispondere alcun contributo. È come se i Teatri Nazionali, le Fondazioni lirico-sinfoniche, i Tric si fossero chiusi espellendo tutto quello che non ritengono organico, garantendo invece alle proprie masse fisse, cioè ai propri dipendenti, ammortizzatori e integrazioni. Se il teatro ospitante interrompe il rapporto con la compagnia senza garantire alcun sostegno, come può la stessa compagnia che deve rispettare l’Articolo 19 – seppur con il comma errato – pagare i suoi lavoratori?

Rispetto alle Fondazioni è accaduta una cosa simile: tutti i lavoratori non contrattualizzati come mimi, danzatori, figuranti speciali, assunti con obbligo di Partita Iva o con forme di collaborazione autonoma, non possono avvalersi di alcuna tutela. Proprio questi teatri, che vivono di soldi pubblici, avrebbero dovuto essere i primi a dare il buon esempio. Sono sicuri che i lavoratori non insorgeranno mai e di questo si fanno scudo. Perché su questo il Ministero non prende una posizione netta?

Per quanto riguarda i lavori previsti da adesso ai mesi a venire, i cui contratti non erano ancora stati sottoscritti secondo la consuetudine vigente di firmare il contratto nel primo giorno di prove, quali azioni potrebbero essere intraprese per garantire ai lavoratori un compenso, riferendomi anche a coloro i quali hanno già svolto la parte autorale dello spettacolo? 

Credo che andrebbe attivato un ragionamento sulla distribuzione dei 130 milioni destinati al settore: una parte di quei compensi dovrebbe essere finalizzata a una sorta di ristoro automatico per chi aveva un contratto che è stato annullato. Abbiamo chiesto di convertire l’indennità di 600 euro in un reddito di ultima istanza in modo da sostenere i lavoratori nel tempo. Tante, troppe persone sono state tagliate fuori da queste dinamiche, a partire dagli autori. Ciò è accaduto – e bisogna ribadirlo – perché quello dello spettacolo è un mondo che rispetta poco le regole.

L’ENPALS ha prodotto due circolari per richiedere il pagamento dei contributi ENPALS anche agli autori, che sono per lo più in gestione separata. I meccanismi di evasione sono enormi in questo settore e adesso li stiamo davvero pagando tutti. Forse è arrivato il momento di ripensare completamente il sistema. Noi vogliamo provare a proporre un diverso modello di lavoro ma ci scontriamo con la difficoltà di destinare gli ammortizzatori a causa del lavoro nero.

Tra i lavoratori dello spettacolo c’è molta disinformazione e poca coesione: tutti i lavoratori sono deboli presi singolarmente, anche gli operai di una fabbrica. Gli attori fanno una professione diversa dalle altre, che implica anche delle ricadute sulla persona, ma nel rapporto di lavoro deve valere la stessa regola per tutti. Spero che questa situazione permetta ai lavoratori di unirsi e di approfondire i temi che li riguardano, perché un lavoratore che non conosce i propri diritti non è in grado di esercitarli. Questo è un grande problema della categoria, tanti non sanno nemmeno che esiste un CCNL di riferimento. Questa crisi ha portato alla luce tutti i nodi del settore.

L’esclusione di molti attori dalla richiesta di indennizzo, per via delle date vincolanti che sanciscono o meno la possibilità di accedere al contributo in base all’avvio o alla conclusione del rapporto lavorativo, riguarda anche i lavoratori intermittenti particolarmente presenti nel Teatro Ragazzi. Vista la situazione, è da ritenere reale e incombente la minaccia di estinzione di un genere come il Teatro Ragazzi che rappresenta un’eccellenza del teatro italiano?

Il Teatro Ragazzi è quello che per primo ha subito il contraccolpo della crisi per via della chiusura delle scuole. Avevamo chiesto al Mibact di stabilire un intervento congiunto con il Miur. La battuta d’arresto del Teatro Ragazzi rischia di essere mortale. Il problema dell’intermittenza, più diffusa nel Teatro Ragazzi per la tipologia di lavoro richiesta, è che le norme che la regolano non garantiscono alcuna tutela. Anche le cooperative dello spettacolo utilizzano molto l’intermittenza, che per le imprese risulta molto costosa. Lo stesso Teatro Ragazzi ci aveva segnalato questa problematica e abbiamo provato a trovare insieme una soluzione. Sono necessarie regole diverse a seconda dei soggetti.

L’intermittenza a tempo indeterminato rende la situazione ancora più complessa: con un contratto di questo tipo, pur essendo intermittente, per l’INPS il lavoratore è a tempo indeterminato, viene quindi inserito nella classe C dell’ENPALS, deve accumulare 112 giornate lavorative per conseguire un anno contributivo e non ha diritto ad alcun ammortizzatore. Per questo abbiamo chiesto di non assumere a tempo indeterminato: paradossalmente un contratto a termine prevede maggior tutela. I vincoli delle date 23 febbraio (solo se si stava lavorando da prima o da quel giorno si può accedere a Fondo di Integrazione Salariale o Cassa in Deroga) e 17 marzo (se il rapporto di lavoro termina dopo questo giorno non si può chiedere l’indennità di 600€) escludono un gran numero di lavoratori, anche gli intermittenti a tempo determinato. Il blocco delle attività non è partito unitariamente in tutta Italia, interessando originariamente solo le quattro regioni in cui è stato dichiarato lo stato di crisi.

Successivamente al 23 febbraio, quindi, sono stati attivati nelle restanti regioni dei contratti di lavoro che rilegano i lavoratori in un limbo temporale che non dà diritto ad alcun ammortizzatore. Per quel che riguarda gli intermittenti c’è un’altra particolarità: le aziende con un numero di dipendenti superiore a 5 devono pagare il Fondo di Integrazione Salariale. L’INPS non ha mai disciplinato il calcolo dell’indennità agli intermittenti per cui, in presenza di una circolare che obbligava tutti coloro che pagavano il FIS a non chiedere l’ammortizzatore in deroga, anche le domande per il FIS sono state respinte. Il calcolo dell’indennità del lavoratore intermittente è basata su una circolare dell’INPS del 2006. La situazione degli intermittenti è molto aggrovigliata ma l’INPS, attraverso questa norma, sta escludendo scientemente migliaia di lavoratori. 

In attesa del nuovo Decreto di aprile, su quali fronti sta lavorando il Sindacato? Questo lavoro si sta avvalendo della sinergia con gli altri Sindacati?

Le nostre principali richieste sono: la possibilità di risarcire i contratti accesi e l’emissione di un reddito minimo che duri nel tempo. In questo momento CISL e UIL non stanno ascoltando la mia proposta di collaborazione. Sto lavorando in solitudine, per cui mi sto muovendo autonomamente. Non c’è un protagonismo forte da parte delle due organizzazioni sindacali in questo momento. Forse perchè SLC-CGIL sta accelerando i tempi per le pressioni dei lavoratori. Il sindacato in questo momento deve stare dalla parte dei più deboli. Il vero problema sopraggiungerà il prossimo anno: per quest’anno i grandi teatri ce la faranno avendo risorse garantite ma la cultura dei comuni, che si sostiene con le tasse di soggiorno, vive una grande complessità per il blocco del turismo. 

Una possibile ripartenza potrebbe verificarsi con l’intrattenimento nelle città, anche in luoghi non deputati. Quali sono in questo senso le ipotesi che stanno avanzando le realtà regionali e comunali?

Dodici assessori dei comuni delle città più grandi d’Italia hanno avuto un incontro con il Ministro Franceschini per avere risposte circa il futuro dei loro territori. Questi assessori sono consapevoli di poter essere gli autori della ripartenza e, in virtù di ciò, hanno chiesto dei fondi. Penso che una parte di quei 130 milioni debba essere destinata ai Comuni e alle Regioni che conoscono veramente le piccole realtà che non sono riconosciute dal FUS. La norma che regola il Terzo Settore permette al comune di accedere al lavoro gratuito per le attività culturali, per questo ho già redarguito gli assessori per scongiurare la gratuità.

È più che mai necessario che tutti capiscano che chi lavora nello spettacolo non lo fa per divertimento e che deve essere pagato adeguatamente. Il compito delle Regioni, anche in nome del Titolo V, è di guardare alla sua rete e garantirla. I lavoratori dello spettacolo hanno una funzione sociale: come si sostiene la scuola pubblica così vanno sostenute le attività culturali. Il Sindacato deve imparare a riconoscere l’atipicità dei lavoratori dello spettacolo: il lavoro non è sempre precario, può essere dignitoso anche se fatto in modo atipico. Mi auguro che avvenga un grande cambiamento, per tutti noi. Questa crisi è stata mortale e temo che lascerà molte macerie. Spero in un appoggio maggiore da parte del Ministero che ha un ruolo importante.

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DOCUMENTI: Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro

Il contratto collettivo nazionale di lavoro (abbreviato CCNL) è, nel diritto del lavoro italiano, un tipo di contratto di lavoro stipulato a livello nazionale tra le organizzazioni rappresentanti dei lavoratori dipendenti ed i loro datori di lavoro ovvero dalle rispettive parti sociali in seguito a contrattazione collettiva e successivo relativo accordo.

Il 9 dicembre 2004, presso la sede dell’Agis in Roma, tra l’Associazione nazionale teatri d’arte drammatica ANTAD, l’Associazione nazionale teatro privato indipendente – ANTPI la TEDARCO E il SLC CGIL il SAI SLC CGIL la FISTEL CISL il FAI FISTEL CISL la UILCOM UIL il Coordinamento attori UILCOM UIL è stato stipulato il contratto collettivo nazionale di lavoro da valere per gli attori, i tecnici, i ballerini, gli orchestrali ed i coristi scritturati dai teatri stabili e dalle compagnie professionali teatrali di prosa, commedia musicale, rivista e operetta. Il CCNL 9\12\2004 è stato rinnovato nel 2008.

 

LEGGI IL TESTO DEL CCNL 9\12\2004 

LEGGI IL RINNOVO DEL 20\11\2008

 

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