ODIOLESTATE

ODIOLESTATE, Carrozzerie_n.o.t lancia il bando di residenze artistiche

ODIOLESTATE

Dopo lo stop della passata edizione torna, prepotentemente torna, il bando di residenze più odiato dell’estate. Carrozzerie | n.o.t riparte da ODIOLESTATE bando di residenze artistiche agostane 2021 per accogliere e rilanciare immediatamente la sua feroce necessità di farsi territorio di proliferazione di un _m i c r o c l i m a   culturale indispensabile che ha resistito a tutte le intemperie. Carrozzerie | n.o.t aspetta l’afa a braccia aperte: una spiaggia di cemento urbano che spalanca le porte a tempeste di sogni e semi caparbi, pronti a spuntare come erbacce dall’asfalto.

AGOSTO, ROMA MIA NON TI CONOSCO 

ODIOLESTATE arriva alla sua settima edizione. Il bando di residenze artistiche agostane destinato alle realtà emergenti è uno degli appuntamenti più importanti di Carrozzerie | n.o.t e consente un’indagine attenta e costante della nuova produttività e della creatività del territorio nazionale.

ODIOLESTATE è un bando curioso che si rivolge a realtà che ancora non siano venute in contatto con Carrozzerie | n.o.t e completa l’azione di sostegno alla creazione artistica affidata alle Residenze Produttive dedicate ai progetti professionali.

Carrozzerie | n.o.t è uno spazio indipendente che dal 2013 conduce un lavoro di scouting permanente e di esplorazione di nuovi linguaggi, affamato osservatore di nuove formazioni che decidono di affacciarsi coraggiosamente sulla scena portando avanti una visione artistica personale. L’idea alla base del bando è di provare a creare un territorio fertile in cui possano crescere germogli nuovi, fiori mai visti, forme culturali resistenti ed infestanti.

CHI ODIALESTATE?

Possono partecipare al bando progetti legati al teatro, alla danza e alle arti performative in fase di studio o allestimento. I lavori candidati potranno anche aver visto già presentazioni di fasi di lavoro, parziali aperture o dimostrazioni pubbliche in forma di studio, mise en espace, etc.

Saranno esclusi tutti i lavori che abbiano già debuttato o siano stati presentati in forma completa.

MA COME?

 Per partecipare è necessario inviare:

  • scheda artistica del progetto [completa di quanti più dati possibili, ev. materiali video e fotografici già realizzati]
  • reve presentazione dell’artista e/o della formazione artistica
  • breve descrizione delle linee produttive del lavoro proposto con particolare riferimento alla destinazione del contributo produttivo messo a disposizione dal bando
  • info e link relativi a produzioni e/o progetti precedenti dello stesso artista/formazione artistica
  • indicazione del periodo di disponibilità allo svolgimento del periodo di residenza secondo il calendario di seguito specificato (A, B o entrambi)
  • contatti mail e telefonici

Verranno selezionati due progetti che avranno a disposizione:

  • 7 giorni di residenza [accesso alla sala ed impiego di luci di servizio/impianto audio per un massimo di 8 h di lavoro] in uno dei due periodi di seguito designati:
  • *periodo A: dal 3 al 9 agosto
  • *periodo B: dal 10 al 16 agosto
  • un contributo produttivo di 1000€ da destinarsi al sostegno del periodo di residenza o ad altre necessità specifiche in accordo con il progetto selezionato

I  due progetti, inoltre, condivideranno:

  • 2 giorni di prova tecnica [8 e 9 settembre] per la messa a punto delle dimostrazioni di lavoro e l’integrazione delle esigenze tecniche che dovranno condividere l’impiego della dotazione residente
  • 2 serate di restituzione di lavoro finale [11 e 12 settembre 2021] in cui i due progetti vincitori condivideranno l’opportunità di presentazione del lavoro sotto forma di studio, mise en espace, prova aperta etc nel rispetto dello sviluppo della progettualità artistica in divenire.

I partecipanti si impegnano a garantire la proprietà intellettuale dei risultati presentati in ogni loro parte. Non è richiesto che le presentazioni di settembre riguardino lavori completi.
L’accesso alle serate sarà gratuito con tessera associativa.

MA QUANDO?

Le candidature vanno inviate entro e non oltre il 1 luglio 2021 all’indirizzo mail carrozzerienot@gmail.com con l’oggetto “anche io odiolestate”.

N.B. Carrozzerie | n.o.t  si riserva la facoltà di selezionare un solo progetto o nessuno qualora le proposte non soddisfacessero la linea artistica della struttura.

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Il potere dei ventenni. Maura Teofili racconta Powered by REf

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Inserirsi in quell’età di passaggio che va dai venti ai trent’anni fornendo strumenti e conoscenze per affrontare le complesse dinamiche del palcoscenico. È questo lo spirito di Powered by REf, l’opportunità messa in campo dal Romaeuropa Festival per la seconda volta nell’ambito della sezione Anni Luce dedicata alle giovani generazioni. 

Una proposta che risponde a diverse mancanze: sicuramente quella di un budget produttivo per chi è ancora agli esordi ma anche di percorsi formativi che permettano di orientarsi in un mondo complesso, non solo dal punto di vista artistico ma anche tecnico e organizzativo. Insomma una finestra per affacciarsi sul mondo dei professionisti grazie alla collaborazione di numerose realtà radicate sul territorio: Carrozzerie_n.o.t, 369gradi, ATCL – Circuito Multidisciplinare del Lazio, Spazio Rossellini, Periferie Artistiche – Centro di Residenza Multidisciplinare Regione Lazio e Teatro Biblioteca Quarticciolo

La curatrice della sezione Anni Luce e coordinatrice del progetto è Maura Teofili, una figura importante per la scena artistica romana in particolare per quanto riguarda la formazione e il sostegno alla creazione. È infatti co-direttrice di Carrozzerie_n.o.t, spazio indipendente che, dopo numerose difficoltà, sembra poter finalmente riprendere le attività. 

Nel frattempo abbiamo chiesto a Maura Teofili di illustrarci meglio quest’opportunità offerta dallo storico festival internazionale di arti performative – la call scade il 20 luglio.

Quali sono le novità rispetto all’edizione dello scorso anno?

Quest’anno la proposta è più strutturata, tutti i partner coinvolti si sono impegnati per fornire risorse importanti. Riusciremo ad assicurare quindici giorni di residenza retribuita ai progetti vincitori grazie al Centro di residenza della Regione Lazio, con un intero teatro a disposizione e più tempo per lavorare sulla proposta. Ci sarà un percorso di affiancamento con un tutor tecnico che permetterà di affrontare il palcoscenico a cui si aggiungeranno degli incontri per spiegare le basi della contabilità a cura di 369gradi. Abbiamo previsto poi delle fasi di feedback artistico con la partecipazione di tutti i partner, affinché i gruppi possano elaborare e rendere accessibili agli altri le loro idee. 

Lo scorso anno questo tipo di confronto è avvenuto al margine di quanto previsto dalla call, stavolta lo abbiamo reso parte integrante dell’opportunità. Gli spettacoli dei gruppi vincitori saranno presentati al Romaeuropa ma quello non sarà il momento finale, sarà solo un passaggio nel percorso di messa in scena. Quell’esperienza permetterà un confronto a partire dal quale i progetti si consolideranno poi nella seconda fase di residenza, a cui seguirà la presentazione finale. 

Credi che il mondo delle arti performative sia attualmente accessibile alle giovani compagnie?

Le occasioni per accedere al settore sono limitate, bisogna implementarle per sfondare quella «soglia». Romaeuropa accoglie artisti molto importanti, ma proporre un’opportunità come Powered by REf serve a dimostrare che è fondamentale creare possibilità di incontro e relazione per ascoltare le voci delle giovani generazioni. In generale la sezione Anni Luce sta diventando un laboratorio, l’intenzione del direttore artistico Fabrizio Grifasi è di andare a cercare il potenziale che c’è tra i giovani, con la possibilità di intercettare anche quelle che sono delle primissime volte. È importante ascoltare quello che i ragazzi e le ragazze hanno da dire, anche se è ancora acerbo bisogna coglierne le possibilità di sviluppo e aiutarli a realizzarle.

Sei soddisfatta del percorso che hanno svolto i progetti vincitori dello scorso anno?

Sì, siamo molto contenti di come si sono sviluppati i progetti, quello di Secteur in.Verso — una compagnia italo-francese composta da tre ragazze — sarà ospitato nella prossima edizione di Anni Luce. È uno spettacolo che mette a fuoco il rapporto tra essere umano e ambiente in chiave ecologica, con una grande preparazione teorica alle spalle. Le ragazze state molto mature nel trovare autonomamente altri partner che le sostenessero, sia in Francia che in Italia. Anche gli altri progetti però non sono stati abbandonati, continua un’attenzione e un dialogo per aiutarli ad individuare occasioni di crescita e formazione che sono importanti affinché capiscano anche cosa non vogliono dire, cosa non vogliono fare, quali sono i linguaggi che non li riguardano. 

Cosa vorresti vedere da parte degli artisti che si presenteranno quest’anno?

Io mi accingo all’attesa dei progetti con uno spavento entusiasta, ho grande fiducia e spero sempre di trovare una proposta che mi inchiodi alla sedia e che non mi lasci alternative. In questo momento però credo che dobbiamo renderci conto che un anno e mezzo lontani dalle scene, con l’impossibilità di vedere teatro e di alimentarsi, avrà un effetto sui giovanissimi. Spero di essere presa in contropiede dalle richieste, di trovare qualcosa di inatteso. Abbiamo l’occasione di dialogare nuovamente con il pubblico in una modalità che non è più neutra, la situazione ha sviluppato un’attenzione maggiore anche sui contenuti. La tempesta è appena passata, forse stiamo vivendo gli strascichi. 

Ci ritroviamo in una terra molto fertile a livello di tematiche, ma il tempo di elaborazione è ancora da venire. In questo spazio lo sguardo degli artisti — e non parlo solo dei giovani naturalmente — può inserirsi in maniera imprevedibile. Forse non riusciremo ancora quest’anno a vedere spettacoli che si interrogano su questi temi, ma mi aspetto che tutto ciò agirà nei progetti presentati, anche se parleranno di argomenti che non hanno connessioni specifiche, perché saranno portate e vissute dagli spettatori. È un contesto che rende il dialogo molto concreto e contemporaneo e sarà importante per i linguaggi futuri, perché ci sarà un grande bisogno di aiuto per rielaborare tutto quello che è accaduto.

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Un orso gender fluid che si trasforma in zentai bianco: il racconto di U-Storia di una identità fluida Intervista a Roberto Di Maio di Collettivo Crib

Abbiamo incontrato Roberto Di Maio del Collettivo Crib, al termine della seconda replica di U – Storia di una identità fluida. La sala vuota e illuminata di Carrozzerie n.o.t. rivela la profondità di quello spazio, dove sembra regnare il silenzio dell’universo. Interrotto soltanto da qualcuno che apre occasionalmente la porta d’ingresso e che concede al vociare esterno di insinuarsi, per brevi istanti, come interferenze in un racconto.

Tre sono state le date: 10, 11 e 12 gennaio, tre sold out per quello che è il primo lavoro di un giovane gruppo, il Collettivo costituito da Beatrice Fedi, Roberto Di Maio e Carolina Ciuti. La data di nascita è il 2017, il luogo sia del concepimento che del parto è metafisico. Scopriremo durante l’intervista che si tratterà di due telefonate importanti, una triangolazione perfettamente riuscita tra Polverigi, Roma e Barcellona.

Il Teatro Sociale di Gualtieri, comune della provincia di Reggio Emilia, dove si svolge il concorso-progetto Direction Under 30, è il letto sicuro e felice dove si è irrobustita l’idea di U- storia di una identità fluida, fino al meritato riconoscimento del premio della critica. La parola inglese Crib significa proprio culla.

Quello che manca è un dato presente in ogni carta d’identità. Il sesso. Una lettera alternativa e diversa tra le due scelte istituzionalizzate. Né M (maschile), né F (femminile), ma U – undetermined. Quel simbolo è stato realmente stampato sulla tessera sanitaria di Searyl Doty bambin* nat* in Canada e ciò è un fatto di cronaca che ha catturato l’attenzione di Roberto Di Maio ancor prima di dare origine a tutto quello che è avvenuto dopo. L’intervista con lui è stata l’occasione per parlare di esperienze personali, dei miti classici, della società e dell’impatto tecnologico.

Che tipo di bambino sei stato?

Diciamo che io sono stato un bambino volgarmente “normale”, senza grossi problemi, soprattutto legati all’identità sessuale e al mio corpo. Sicuramente siamo tre cisgender, cioè ci riconosciamo nel corpo biologico in cui siamo nati, tutti e tre, a livello di scelte sessuali, abbiamo sicuramente sfondato la monovisione eterosessuale. Io personalmente ad esempio ho avuto delle esperienze del genere, di scoperta, da bambino e posso dire la stessa cosa anche per gli altri, per cui sicuramente da questo punto di vista ci ritroviamo. Penso che quello attuale sia fondamentalmente un periodo diverso dal nostro, nel senso che, per quanto non siamo sessantenni, quando eravamo bambini noi, 20-25 anni fa, la possibilità di poter affrontare una cosa del genere non c’era perchè non era nell’ottica di nessuno; né dei nostri genitori, né tantomeno dei nostri amici.

Adesso è completamente diverso. Ad esempio. noi siamo stati in contatto con una mamma italiana che ha il figlio gender fluid, per cui un giorno si sente maschio e il giorno dopo femmina. A volte, anche nella stessa giornata, torna a casa, si cambia e si veste da bambina. La donna è stata costretta ad andare a vivere in Spagna perché l’Italia non appoggia una cosa del genere, in questo senso penso che andiamo sempre peggio.Il fatto però che ci sia una possibilità del genere in un altro paese, è una cosa che vent’anni fa non sarebbe stata possibile. Diciamo che abbiamo vissuto, usando una parola volgare, una normalità imposta, come se fosse l’unica strada da poter percorrere.

Parlando di “U”, il lavoro di ricerca è stato lungo?

Abbiamo fatto un lavoro di ricerca lungo quasi un anno, iniziando nel maggio del 2017 e facendo una ricerca storico-scientifica, etimologica, sulle immagini, che è la caratteristica della drammaturgia dello spettacolo. Il risultato è stato volutamente portato in scena in questo modo. Abbiamo affrontato la tematica da cisgender, tendenzialmente eterosessuali se proprio uno deve fare delle classificazione del genere. Ci siamo resi conto anche di non conoscere per esempio la parola cisgender, l’abbiamo scoperta durante il percorso e alla fine ci siamo chiesti come o che cosa quel termine potesse cambiarci. Fondamentalmente niente e, a maggior ragione, abbiamo trovato ancora più inutile una simile classificazione.

Per cui il percorso è stato lungo, abbiamo studiato tantissimo, abbiamo scoperto molte cose in più durante il percorso ci siamo anche resi conto di avere idee diverse. Anche lo stesso fatto di cronaca di Searyl Doty era un argomento talmente grande che nelle sfumature non ci trovava d’accordo, quindi, molte volte abbiamo discusso. Non è stata solo una ricerca storico-etimologica ma anche un’analisi etica.

Molte volte ci siamo ritrovati a litigare e questo è stato un altro passo fondamentale perché ci siamo resi conto che volevano lasciare aperte delle porte, non volevamo dare delle risposte. Più che altro volevamo porre delle domande, come quelle che abbiamo fatto a noi stessi, a cui non abbiamo trovato una risposta.

Come collettivo siete giovani, se dovessi identificare alcune fondamentali tappe, individuali, personali, ma anche di gruppo, quali selezioneresti?

Sicuramente c’è stato un momento preciso. Beatrice stava facendo un laboratorio con la compagnia catalana El Conde De Torrefiel, in teatro a Polverigi, Ancona. Le avevano chiesto di fare una performance individuale e lei mi telefonò chiedendomi consigli. Proprio quel giorno avevo letto di quel fatto di cronaca, gliene parlai e lei mi rispose che era perfetto. Anche perché Bea aveva sempre interpretato, come lei dice nello spettacolo, ruoli maschili perché nel teatro un’attrice bassina di statura, con i capelli corti, era perfetta per fare quello, per cui aveva già vissuto un lavoro di trasformazione artistica molto corrispondente con quell’argomento. Quella telefonata è stata sicuramente l’origine del nostro progetto.

Un altro momento penso sia stato quello in cui, per mia volontà abbiamo chiamato Carolina che è la direttrice artistica di un festival di videoarte a Barcellona, dove vive. Carolina è sempre stata una curatrice d’arte, le abbiamo chiesto di mettersi in gioco e in campo con noi per cui diciamo che si può dire che il Collettivo Crib si fonda su due telefonate fondamentali. Per quanto riguarda me, devo molto al mio precedente Collettivo, che ho fondato parecchi anni fa e che aveva già uno stampo molto multimediale con videomapping. Sono sicuramente cresciuto e quello attuale è comunque uno sviluppo del mio percorso personale

Tra le componenti di U ci sono l’elemento della fisicità, lo spazio del dubbio e l’ironia. È così?

I tre cardini di questo progetto sono il corpo, l’immagine e il cambiamento, l’evoluzione. Si parla di identità di genere perché cisgender e transgender indicano il riconoscersi o meno nel proprio corpo.

Noi abbiamo tradotto questo, quanto più possibile, in qualcosa che non arrivasse alla danza, qualcosa che però uscendo dal quotidiano, diventasse astrazione. Un superamento del gesticolare come la partitura finale del monologo. Una liberazione, come quella della Vogue dance, una danza nata a New York nelle carceri maschili e che prese piede nel mondo omosessuale, negli anni ‘70.

L’immagine perché viviamo in un periodo in cui c’è un abuso enorme dell’immagine, però è un’immagine modificabile. Possiamo mettere 1000 filtri a Instagram, Snapchat, fare le facce buffe. Noi abbiamo scelto la Polaroid, lo sviluppo di un’istantanea, di un momento che non puoi cambiare più, dove l’attimo prima sei per forza un’altra cosa dell’attimo dopo e quindi sei un’ evoluzione. Non sei un essere preciso, non puoi esserlo, sei sempre in transizione e quella foto ne è la dimostrazione, per questo lo mettiamo in primo piano.

L’immagine video con la ripresa in primo piano. Quella di un video messaggio ad U da un mondo immaginario che abbiamo creato prendendo spunto dalla mitologia greca i cui personaggi hanno a che fare con l’identità di genere. Come Tiresia che era maschio è diventato femmina per 7 anni per capire quale orgasmo fosse migliore e successivamente venne fatto cieco. Ifi e Iante. Ifi nata femmina, sarebbe stata uccisa dal padre e allora la madre per salvarla decise di allevarla come un maschio. Afrodite, nata dalla schiuma di Urano, per cui è maschio e femmina, non è una cosa sola.

L’utilizzo dello zentai, uno spazio bianco che è la neutralità assoluta. L’immagine dell’ombelico che è l’unica cosa che può connotare l’unicità di una persona, più delle impronte digitali e del DNA. Si usa per riconoscere due gemelli omozigoti. Essendo artificiale, una cicatrice, non può essere uguale ad un altro. Infine è stata fondamentale,come dici tu, l’ironia, ma anche l’auto-ironia: questo ci tengo a specificarlo.

Il fatto di mettersi in discussione per primi. Creiamo un’installazione tecnica e subito dopo la smontiamo, prendendo in giro il concetto del microfono con gli effetti che “fa figo”. Viviamo in un periodo in cui nel Teatro ci sono tante classificazioni, anche se non sono determinanti per noi che siamo un collettivo molto ibrido. Il nostro obiettivo non è quello di riuscire a rientrare in una di queste. Ci hanno detto che la cosa che piace di più del nostro spettacolo è il suo spirito “trans”, nel senso di essere al di là di ogni cosa, in trasformazione. E l’ironia, per me, è stata fondamentale, sin da subito, insieme alla semplicità.

Lo spettacolo e il testo soprattutto poteva rischiare di essere arrogante, un po’ saccente, didattico. Nel senso “io so più di te, te lo spiego”. Per fortuna abbiamo Beatrice che è un “animale da palcoscenico”, nella sua semplicità e nella sua leggerezza. Abbiamo lavorato tanto su questa cosa proprio perché la nostra azione performativa vuole essere una condivisione e non ci vogliamo mettere in cattedra.

Diversi sono i luoghi e le scelte che avete effettuato per il vostro progetto: teatri, musei, spazi pubblici. Che tipo di interazione si è determinata con il pubblico, qual è stato il rapporto tra spazio/azione/reazione, interazione?

Essendo nati da poco ed essendo questo il nostro primo progetto per ora non abbiamo un grande curriculum. Posso dire però che è stato concepito per essere e per avere diverse forme di espressione e di comunicazione.

Parliamo di “gender fluid” e vogliamo che questa “fluidità” ce l’abbia anche come forma artistica. È nato per essere un progetto – chiamiamolo – teatrale, nel senso che è stato pensato per gli spazi teatrali però abbiamo già fatto una performance al museo in Trastevere di Roma per Musei e Musica e, nello stesso contesto, abbiamo creato una prima bozza di installazione. Una nostra idea è quella di far diventare U anche un progetto che possa vivere non performativamente, cioè una installazione video che viva di vita propria. Vogliamo che l’unione tra Beatrice, Carolina e me, tra i nostri mondi e le nostre esperienze, sia il motore portante del Collettivo. Può diventare anche un concerto installativo, le musiche per esempio sono originali e quindi abbiamo pensato a questa possibilità.

È diventato anche una performance di videomapping site-specific, abbiamo mappato tutto il museo in Trastevere e Beatrice danzava all’interno delle registrazioni, delle scritte con le opinioni degli altri. Abbiamo fatto l’installazione su un manichino, facendo videomapping su di esso. Diciamo che l’impronta del Collettivo è questa, l’idea di una indeterminatezza di base nella drammaturgia.

Le musiche sono di Claudio Cotugno musicista e anche attore, con cui collaboro da anni, che già faceva parte il mio collettivo precedente. Insieme abbiamo realizzato un progetto di musica elettronica, di concerti e installazioni.

Lui è l’autore delle musiche, di tutto quello che si ascolta, tranne quella citazione di pochi secondi di “Eye of the tiger” e il Valzer di Pina Bausch. Tutte le altre musiche sono originali. Un’altra collaborazione è stata quella con Francesco La Mantia che è l’autore della melodia delle video interviste dei video messaggi.

Partendo dall’idea di viaggio, dalla metafora di un viaggio in traghetto con tanto di biglietto si arriva all’elaborazione di un concetto: “siamo tutti esseri in transizione”. La libertà è ibridazione o piuttosto è l’universalmente immutabile amore?

Più che ibridazione, la libertà è l’amore, soprattutto nei confronti dell’ unicità. Noi viviamo in un periodo in cui, ad esempio, il diverso da noi è violentato dal nostro odio. “Nostro” inteso come contesto della nostra società, viviamo in un periodo gravissimo da questo punto di vista, in cui non si può, è difficile uscire fuori da questi schemi determinati, la “famiglia tradizionale” ad esempio. Io penso che invece debba esserci il desiderio di amare l’unicità dell’altro e per questo abbiamo inserito le immagini dell’ombelico.

L’ibridazione non credo che sia la risposta esatta. Ricollegandomi allo spettacolo penso alla scena dello zentai bianco, un simbolo che rappresenta l’annullamento dell’identità, funzionale per creare qualunque cosa. Quella scena crea volutamente un po’ di ansia, anche grazie alle musiche. Noi citiamo sempre il Grado Zero della forma. Il bianco che ci deve essere come una tela perfetta su cui ognuno di noi costruisce, dipinge la propria personalità e sia libero, in quanto bianco, neutro, di esprimere la propria personalità.

Dover scegliere il rosso e il verde per gli altri e quindi costringere gli altri a colorare la propria personalità, con un colore imposto, penso che sia la cosa più grave che l’essere umano possa fare ad un altro, in quanto suo simile.

Se siamo degli animali sociali vuol dire sviluppare l’istinto, amare l’altro come noi stessi. Potrebbe sembrare una visione cattolica, ma è una cosa straordinaria amare l’altro in quanto unico e irripetibile proprio perché la sua unicità non può essere mai uguale alla tua. Questo può solo farci crescere perché ci regala un’esperienza che noi non abbiamo. Rimanendo nei limiti della non-violenza, penso che ognuno possa fare ed essere ciò che vuole e ciò è un arricchimento per la società intera. per cui diciamo il bianco in quanto insieme di tutti i colori.

Premio della critica “Direction under 30” al Teatro Sociale di Gualtieri: quali sono le emozioni e i ricordi di quel momento?

Si è trattato di un momento assolutamente fondamentale, quella è stata una mezza follia a dire la verità. Era il periodo in cui eravamo in totale creazione, avevamo vinto dei bandi di residenza, avevamo studiato molto, ma non avevamo ancora idea dello spettacolo, né di quale potesse essere Il nostro linguaggio, la nostra forma scenica. Avevamo partecipato, tra gli altri, anche a quel bando perché prevedevano progetti in divenire e perché l’organizzazione era interessata al nostro progetto. Ci avevano chiesto un video, ne rimontai uno delle prove e, a venti giorni dalle date del Festival, siamo stati selezionati.

Quella è stata una prima vera e propria, cioè il pubblico lo ha visto insieme a noi. Non ci aspettavamo niente, nello stesso tempo però eravamo molto ottimisti. Sarà che il Collettivo ci rappresenta molto, in questo progetto ci crediamo tanto ed è una parte di noi. Il livello delle altre compagnie era altissimo gli spettacoli erano molto belli e quello ha generato un po’ di preoccupazione. Abbiamo notato che c’era molto interesse nei nostri confronti, la giuria era molto curiosa. Il premio della critica ci ha dato la possibilità di andare in scena e partecipare al festival Aperto di Reggio Emilia, con nomi come Alain Platel, il Collettivo CineticO. Il solo pensiero ci faceva venire i brividi.

Andare lì, nati da poco e con un pubblico di 20-25 persone al seguito e ritrovarsi un teatro di 200 posti pieno è stata un’emozione incredibile. È stata la conferma assoluta che tutto quello che stavamo facendo aveva un senso, non era solo una nostra sensazione. Avere un riscontro con il pubblico di tecnici, di giurie e di non addetti ai lavori per noi è stato un motivo per andare avanti.

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Dell’incomunicabilità dell’essere. Intervista a Giacomo Sette, autore de “Il Pianeta”

 

Dopo il primo esito nell’aprile scorso presso Blue Desk in forma di lettura, dal 4 al 6 Ottobre 2018 Il Pianeta di Anonima Sette, co-prodotto da Blue Desk, approda nella versione spettacolare a Carrozzerie n.o.t, spazio nevralgico del teatro romano attorno al quale anche per questa stagione è stata costruita una struttura virtuosa di programmazione di eventi teatrali e di residenze produttive.

A partire dal romanzo Solaris di Stanislaw Lem, il regista e drammaturgo Giacomo Sette, prosegue la personale indagine, già affrontata in Arkady e in B/Ride , intorno alle dinamiche di immobilità e di incomunicabilità nei rapporti umani ed in particolare nella relazione fra uomo-donna. Nello scenario fantascientifico di una stazione spaziale sospesa sopra l’oceano del pianeta Solaris, tre scienziati si trovano di fronte alle rappresentazioni di figure umane generate dal pianeta stesso, fantasmi del passato con cui dover fare i conti. Uno degli scienziati, Kris, protagonista de Il Pianeta, dovrà ricostruire un rapporto con Harey, la ragazza che ha perso molti anni prima.

Abbiamo intervistato l’autore Giacomo Sette per esplorare il percorso di creazione artistica che dalla lettura appassionata del romanzo di Lem si è sviluppato nella produzione dello spettacolo “Il Pianeta”.

 

Solaris di Stanislaw Lem: dalla narrativa al teatro

Personalmente tutto ciò che c’è scritto in Solaris meriterebbe di essere riportato, però o fai una riproposizione integrale del romanzo per il teatro o invece segui il lumino di quella che è la tua urgenza. Ciò che mi colpì alla prima lettura di Solaris fu come gli scienziati bloccati nello spazio vivessero i rapporti umani attraverso le dinamiche di isolamento e di dolore provate. Nel romanzo ogni scienziato ha un fantasma del passato che il pianeta gli propone.

Ognuno di loro si vergogna di questo fantasma e si isola rispetto agli altri. Non c’è una dimensione solidale e collaborativa fra questi esseri umani per resistere a quella che sembra essere una violenza del pianeta alieno nel quale si trovano. Ma la cosa più importante è il rapporto di Kris Kelvin con il clone della sua compagna morta suicida, Harey che gli viene riproposta dal pianeta.

 

Come lui reagisce a questo evento mi ha colpito molto. Nel romanzo c’è tutta la confusione dello scienziato, un uomo iper-razionale abituato a ragionare coi numeri che si relaziona a quella che sembra essere la donna che ha sempre amato. Questa visione introspettiva piena di ragionamenti filosofici, molto astratta mi ha colpito moltissimo come lettore prima ancora che come drammaturgo. Mi ha commosso facendomi appassionare alla lettura. Io non ho capito fino in fondo il messaggio di Lem ma mi sono sentito Kris, perché mi sono accorto di quante volte io penso di aver capito le cose umane ma in realtà non ci ho capito niente.

A livello drammaturgico, il testo ha avuto molte stesure in virtù del confronto col co-produttore Simone Amendola e con Francesco Montagna e Maura Teofili di Carrozzerie n.o.t. Quindi è cambiato nel tempo ma ha mantenuto come radice la necessità di umanità nei rapporti e poi si è sviluppato anche nell’esigenza di riprendere quella sensibilità che c’è anche in Lem che scrisse Solaris nel 1956 nella Polonia comunista. A quei tempi i polacchi si sentivano controllati in ogni aspetto dai sovietici e Lem sottolinea questa mancanza di intimità e la traspone in parte nel romanzo. Inizialmente la drammaturgia è partita da un dialogo di Kris e Harey sulla loro relazione all’interno di una tessitura fantascientifica poi si è sviluppato il terzo personaggio deputato allo sviluppo della narrazione.

L’ambientazione fantascientifica e la direzione registica degli attori

Il discorso fantascientifico è partito in realtà dal confronto con Amendola che ci ha ospitati al Blue Desk per una lettura del testo nell’aprile scorso. Lui per primo mi ha invitato a far entrare la fantascienza in scena. La fantascienza è nata come gioco, come colore: portare tutti gli effetti speciali dello “sci-fi” cinematografico in teatro è molto difficile però una volta che hai dichiarato che stai parlando nello spazio in un pianeta alieno, cambia il patto col pubblico: nel senso che lo spettatore è portato a essere ancora più elastico dal punto di vista sensoriale e quindi puoi permetterti un uso della fantasia in scena che in una storia naturalistica non adotteresti.

Lo spazio di Carrozzerie n.o.t si presta molto bene all’ambientazione fantascientifica, con il pavimento bianco che favorisce un’immaginazione di quel tipo; in più usiamo moltissime luci led azionate dai personaggi. C’è un lavoro sorprendente su degli oggetti quotidiani anche molto semplici ma significativi come se fossero strumenti estranei venuti da un mondo futuro.

Abbiamo provato a vedere la fantascienza in una chiave onirica attraverso il sogno che ci precipita in situazioni che a raccontarle sembrano assurde ma non lo sono per niente. Storie personali che hanno significato e profondità. Abbiamo lavorato a livello scenico e scenografico sull’atmosfera che si portano dentro i protagonisti: piccole ossessioni e caratteristiche individuali che diventano elementi scenici. Allo stesso tempo con le luci, le musiche e i colori abbiamo cercato di ricreare l’atmosfera di una stazione di ricerca nello spazio gigante e desolato, pieno di uomini soli dove ognuno è chiuso nel suo piccolo mondo ed è in lotta con qualcosa che non capisce. Un’atmosfera, opprimente come nel romanzo, ma anche magica. Quindi dalla fantascienza abbiamo cercato di arrivare la magia.

Ho tradotto registicamente il problema dei protagonisti di entrare in comunicazione essendo tutti bloccati nei loro problemi, chiusi nei propri mondi. Continuando la mia ricerca sul tema dell’impossibilità del contatto diretto, ho immaginato sulla scena gli attori disposti su due binari diversi; essi, nonostante non si incontrino mai, parlano e si comportano come se fossero gli uni di fronte agli altri, come se ci fosse un contatto che in scena non si vede. Inoltre c’è tutta una narrazione al microfono con delle didascalie che raccontano ciò che in scena in realtà non avviene per sottolineare l’enorme freddezza nella quale sono incastrati i personaggi. Tutto è lasciato a come loro vivono questa difficoltà. È un lavoro sull’attore e sulla pulizia delle immagini.

Come si inserisce questo lavoro all’interno della tua ricerca artistica?

Prima de Il pianeta mi sono molto contenuto. Solo con l’ultimo spettacolo Il peccato ho cominciato a fare realmente quello che pensavo di voler fare: per cui questa è la prima volta che oso un po’ di più. Io sono fissato col discorso dell’immobilità umana, infatti con B/Ride ci sono i protagonisti che non si muovono mai, bloccati soprattutto a livello sociale. I miei spettacoli affrontano un lavoro di ricerca su questo tema: i personaggi cominciano la loro avventura in scena privati di ogni forma umana, per ora questa condizione la sto identificando nel movimento soprattutto perché teatralmente siamo nell’epoca delle contaminazioni col teatro-danza, quindi attraverso questa espressione artistica hai subito chiaro ciò che succede anche quando i corpi sono fermi. Vorrebbero aspirare a qualcosa ma non ci riescono, la grande difficoltà è nel dare movimento reale ai corpi. La mia ricerca va dall’immobilità al movimento non solo teatrale ma riconoscibile come reale, come quotidiano, come umano.

In Solaris le riproduzioni delle persone del passato rappresentano l’Altro per i personaggi che sono sul pianeta: in questo senso ho trattato teatralmente la riflessione sulle relazioni con l’Altro. Nello spettacolo ho insistito di più sulle emozioni dei protagonisti legate a queste immagini interne portatrici di ricordi e di dolori passati. Nel romanzo Kris è combattuto fra l’uccidere questa figura che torna e che lui ama tantissimo e il restare con lei. Nello spettacolo ho creato una spaccatura fra Kris che vorrebbe dare vita un rapporto vero con questa creatura e gli altri due scienziati che la rifiutano a prescindere in quanto estranea.

In generale, la nostra percezione è fondamentale per stabilire delle relazioni con gli altri: iI primo contatto con l’altro può essere straniante ma bisogna cercare un confronto, una dialettica propositiva con le persone. La paura dell’Altro porta a facili soluzioni, mentre la realtà è molto più complessa di come vogliono farci credere. In questo senso la ricerca di Anonima Sette parte dall’individuo e arriva al sociale.

Questa è una società malata e sta peggiorando sempre di più. Ciò che è successo al sindaco di Riace, a livello politico è grave quanto l’omicidio Matteotti. La situazione è gravissima e la cosa che mi terrorizza più di tutti e mi fa essere pessimista è il fatto che a molti di noi sta bene, siamo pronti sui social a commentare ma poi rimaniamo immobili, senza sentire l’urgenza di agire. Da quello che si legge sui social media ma anche quando ascolti i discorsi al bar, la sensazione è che ci siamo persi l’umanità per strada. Dieci anni fa un bambino che moriva in mare era una cosa molto grave e “sacra” come lo era la sepoltura del fratello Polinice per Antigone. Non serve una legge per sapere che cosa sia l’umanità e io penso che noi la stiamo perdendo.

Tutto quello che accade è una conseguenza coerente di questo. Soltanto a settembre c’è stato il 20% dei morti in più nel Mediterraneo perché abbiamo chiuso i porti ed è allucinante che nessuno si indigni per queste cose. Mi sembra chiaro che il rapporto con l’altro è difficile e conflittuale, però bisogna trovare una criticità vera nelle cose: andando avanti diventa tutto o bianco o nero soprattutto quando la realtà è molto complessa. La strage di semplificazione che stanno facendo sul senso delle cose ti obbliga a dover prendere delle posizioni senza problematicità: o sei con loro, o sei contro di loro, come col fascismo. D’altronde il raffreddamento totale di tutti i rapporti non può che portare al fascismo.

Anonima SetteBLUE DESK

presentano

IL PIANETA

scritto e diretto da Giacomo Sette
da Solaris di Stanislaw Lem
musiche originali di Luca Theos Boari Ortolani

con
Benedetta Rustici
Simone Caporossi
Ivano Conte

disegno luci
Luca Pastore
produzione creativa
Simone Amendola
assistente alla regia
Gemma Cossidente
comunicazione
Chiara Preziosa

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#TheatronConsiglia: Vertenze Politiche su una Versione Pornografica del Mito di Pasìfae. Dall’11 al 14 gennaio a Carrozzerie_n.o.t.

Dall’11 al 14 gennaio la Compagnia Coturno 15 presenta a Carrozzerie_n.o.t. lo spettacolo “Vertenze Politiche su una Versione Pornografica del Mito di Pasìfae”

La meccanica del mito è precisa e spietata: al re di Creta, Minosse, viene regalato dal dio del mare, Poseidone, un magnifico toro bianco. Quando, dopo essergli stato favorevole in varie circostanze, Poseidone richiede che il toro gli venga sacrificato, Minosse si rifiuta di immolare la bella bestia. Il dio, irato, si vendica con spietata fantasia: fa sì che la moglie del re di Creta, Pasìfae, si innamori perdutamente del toro bianco. La povera regina comincia, soffrendo le pene dell’amore, ad agognare un congiungimento con il quadrupede che, in quanto quadrupede, predilige le mucche alla donna; la quale però non si dà per vinta. Convince infatti l’architetto di corte, il celebre Dedalo, a costruirle una vacca di legno, dentro la quale ella si potrà accovacciare in attesa che la concupiscenza del toro lo porti ad un amplesso con la struttura di legno – e quindi con lei. Cosa che di lì a poco accadrà. Frutto della passione zoofila di Pasìfae sarà, nove mesi dopo, il Minotauro. Questo è il mito. Semplice, passionale e brutale nel suo essere mito.

Lo spettacolo teatrale “Vertenze Politiche su una Versione Pornografica del Mito di Pasìfae” fa reincarnare il suddetto mito in una situazione tanto più attuale quanto più affine a quella narrata dai poeti di duemila anni fa: la mitica Isola di Creta diventa la “Creta Costruzioni SpA”, una società italiana, molto italiana, che si occupa di costruzioni, soprattutto nel settore turistico. Minosse, il presidente, ha da tempo adocchiato un terreno dove costruire un grande resort con tanto di piscine e campi da golf, proposito facilmente realizzabile per uno scaltro businessman di alta estrazione sociale e amici giusti, se non fosse che proprio il terreno prescelto è abitato dall’ultimo esemplare di Toro Bianco in Italia, cosa che preclude il permesso di edificazione al nostro costruttore. Ma Minosse non ne vuole sapere di arrendersi alla legge italiana, insieme ai suoi amministratori delegati, Dedalo e Pasìfae, si dà un gran da fare per cercare di aggirare l’ostacolo. Ammazzare il toro? Corrompere le autorità? Comprare giornalisti? Quel che accadrà all’interno dell’ufficio principale della “Creta Costruzioni SpA” sarà un groviglio di complotti e speculazioni, di lotte esterne ed interne, senza scrupoli e senza la costrizione all’ipocrisia, solitamente dettata dall’opinione pubblica. Insomma, sarà una messa a nudo degli animi accesi di tre spregiudicati affaristi, dalla stessa parte soltanto per necessità e devoti solo al capitalismo, in un mondo dove fedeltà, coerenza e ambizione sono termini vacillanti, relativi e spesso pericolosi.

> ASCOLTA L’INTERVISTA RADIOFONICA ALL’AUTORE E REGISTA JOHANNES BRAMANTE

 

Compagnia Coturno 15 presenta

Vertenze Politiche su una Versione Pornografica del Mito di Pasìfae

di Johannes Bramante

dall’11 al 14 gennaio 2018 | Carrozzerie_n.o.t.

con (i.o.a.)

Francesca Accardi Davide Paciolla Guido Targetti

regia Johannes Bramante

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