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Due urgenze a confronto: intervista ai finalisti di Over Emergenze Teatrali

Articolo a cura di Mila Di Giulio

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OVER Emergenze Teatrali è un progetto finalizzato all’individuazione e alla premiazione di realtà emergenti, nato nel 2019 dalla collaborazione fra il Teatro Argot Studio e il NEST (Napoli Est Teatro), in cui centrale è la riflessione sulle estetiche e sulle nuove forme di espressione. Mai come quest’anno il concetto di emergenza e individualità assume un ruolo fondamentale e topico, l’urgenza di un’estetica nuova e incisiva caratterizza con forza le compagnie selezionate.

Dopo una prima fase svoltasi nella sede del NEST, i due progetti giunti in finale, LET ME BE – Studio di Camilla Guarino e Giuseppe Comuniello e In Marcia di Hosteria Fermento, andranno in scena il 4 ottobre presso il Teatro Argot. Per ragioni di sicurezza gli spettacoli si svolgeranno a porte chiuse ma verranno trasmessi in live streaming sui canali social di Teatro Argot Studio, NEST e Theatron 2.0.

In LET ME BE – Studio, la danza contemporanea si fa veicolo di comunicazione e narrazione e diventa una forma di guida e visione alternativa dall’altro. In Marcia di Hosteria Fermento parte dalla crudeltà imprevedibile della guerra per raccontare le difficoltà delle incertezze odierne. Due spettacoli diversi tra loro, ma che condividono la stessa impellente necessità programmatica.

Abbiamo intervistato Marco Valerio Montesano di Hosteria Fermento e Camilla Guarino  a proposito delle peculiarità del loro lavoro, approfondendo il processo di creazione degli allestimenti, riflettendo sul concetto di urgenza artistica.

È interessante pensare all’idea da cui si origina il vostro spettacolo come una metafora degli artisti emergenti, ostacolati nell’espressione della propria libertà individuale. Condividete questa chiave di lettura?

Marco Valerio Montesano: Non vorrei catalizzare l’attenzione sul problema degli artisti, è una questione che riguarda globalmente i giovani. Leggevo che qui in Italia c’è un’esportazione massiccia di capitale umano, ovvero di giovani laureati che emigrano all’estero per trovare possibilità. Il problema è che chi studia e ha voglia di fare si sente inevitabilmente limitato, in questa categoria vanno inclusi sicuramente gli artisti, ma va inteso indubbiamente come un problema più ampio.

Come è nata la decisione di unire insieme le figure di attore, regista e drammaturgo, quale delle tre è arrivata prima e quale è stata la più impegnativa?

MVM: Il nostro è un percorso innanzitutto attoriale, siamo tutti e tre diplomati come attori all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Silvio D’Amico. Anche questa scelta può essere letta come un’emergenza in qualche modo, trovare una necessità drammaturgica, attoriale, registica che riesca a dare una visione d’insieme. Mettere mano al testo è stata la fase più complessa, si tratta di un nostro testo originale: siamo partiti da un aneddoto relativo a mio nonno, che da semplice soldato si ritrovò ad essere il più alto in grado a causa della morte dei compagni, completamente senza attrezzatura e senza esperienza necessaria per farlo.

Emerge dunque la questione generazionale fra padri e figli: nel mondo contemporaneo è labile il confine della giovinezza, la grande differenza è proprio questa, oggi assumersi responsabilità da padri, è più difficile a volte, perché in passato si poteva contare su una struttura sociale più solida.  

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Il vostro spettacolo può essere descritto come un’esemplificazione pratica di una sinestesia, sei d’accordo con questa definizione e cosa significa all’interno di questo lavoro la parola sinestesia?

Camilla Guarino: Si, sono d’accordo, in questo lavoro uniamo il tatto, la manipolazione dei corpi e l’udito sia riguardante il ritmo e la musica, sia la descrizione verbale di ciò che vedo. Tutti i vari elementi da soli non assumono senso, la componente del tatto comprende la parola e il suono. Non ha ragione d’esistere una descrizione effimera di un qualcosa come la danza, senza un richiamo a un’atmosfera che a volte non è percettibile solo con la vista nel caso del movimento dei corpi.

Qual è la forza specifica della danza che ha permesso di compiere un lavoro sull’assenza della vista, piuttosto che un’altra forma di espressione artistica?

CG: Nel teatro, nel cinema, la parola è fondamentale perché dà un ritmo, crea già da sola un’atmosfera. Nel caso di un quadro c’è la descrizione di un qualcosa che è statico. Per quanto riguarda la danza è tutto molto più aleatorio, poiché entrano in gioco una serie di sfumature che prese da sole non hanno significato ma possono assumerlo attraverso la descrizione di gesti d’insieme

La nostra sfida è quella di trasmettere all’esterno qualcosa che fa parte del nostro quotidiano di danzatori, mantenendo una dimensione intima, cercando di conservarla il più possibile nella sua purezza. Con questo lavoro vorremmo riuscire a trasmettere al pubblico delle sensazioni senza che si debba sforzare di comprendere, raccontando in modo veritiero ciò che ci succede quando siamo noi al posto dello spettatore.

In che modo la vostra rappresenta “un’emergenza teatrale” e quale nuova urgenza artistica e comunicativa il vostro spettacolo cerca di portare avanti?

CG: Questo spettacolo nasce dall’urgenza di raccontare la nostra esperienza, che può essere soddisfatta solo se si ha la possibilità di essere ascoltati. C’è la volontà di comunicare e  trasmettere a qualcun altro. In questo periodo in particolare ci siamo rifugiati nella ricerca e avevamo bisogno di proiettarla all’esterno, dunque Over ci ha dato la possibilità, essendo piccole realtà emergenti, di metterci in gioco come singoli artisti.

MVM: In questo spettacolo l’emergenza è il fulcro della trama, il punto di partenza: a livello narrativo vi sono tre personaggi che vivono una situazione di emergenza dall’inizio alla fine. Il pretesto è quello della guerra ma, attraverso la situazione di questi tre giovani, cerchiamo di parlare di questioni più personali, come il rapporto conflittuale fra padri e figli

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