da Edoardo Borzi | 13 Mar 2022 | Uncategorized
Da Piazza dei Sanniti, in San Lorenzo, si dispiega la narrazione di ST(r)AGE, primo esito artistico in forma spettacolare del progetto CANTIERI INCIVILI, piattaforma di indagine sul tema della instabilità lavorativa under 35 nel mondo dello spettacolo (e non solo). Sulle pagine di Theatron 2.0 restituiremo ai lettori il racconto, ripartito in più uscite, del lavoro svolto dalla compagnia a partire dai giorni delle prove che proseguiranno senza soluzioni di continuità per quasi tre settimane durante le quali si svolgerà la residenza artistica presso il Nuovo Cinema Palazzo sotto la buona stella del ContraBBando. Approfondimenti scritti, interventi filmati, foto e pillole di scena saranno il viatico per questa audace esperienza performativa che porterà alle due restituzioni pubbliche del 30 e del 31 Marzo. (Evento Facebook)
Uno spettro si aggira per l’Europa: lo spettro di ST(r)AGE, un suicidio di massa. Per una buona visibilità – e naturalmente, il giusto compenso – un grottesco ensemble di artisti versa del sangue. Parecchio sangue. La strage, programmata per andare in scena contemporaneamente in tutto il mondo, decreta la scomparsa del teatro dalla faccia della terra. Anni dopo, quattro personaggi trovano riparo dalle tempeste ( mediatiche, politiche, sociali… ) all’interno di un luogo abbandonato dove, costretti ad una insolita vicinanza, imparano a conoscersi e ri-conoscersi, costruiscono un’alleanza. ST(r)AGE narra la resurrezione di un’arte scomparsa, possibile solo attraverso la costruzione di una identità comune. È una riflessione sul teatro come cruda esposizione che si svuota di significato, trascolora, perde di forza. È un faro impietoso che rivela contraddizioni e angosce della nostra epoca, dando voce e corpo a personaggi estremi, stremati, addolorati, confusi, isolati. È la provocazione ad immaginare un paese senza cultura, dove gli intellettuali tacciono e gli artisti dimenticano la propria arte. È un tentativo – assolutamente parziale – di rispondere, ancora una volta, alla solita domanda: A che serve?
Queste le parole dell’autrice e regista Sofia Bolognini, ideatrice del progetto insieme al direttore organizzativo e sound designer Dario Costa di CANTIERI INCIVILI che associa il modus operandi proprio delle scienze sociologiche allo studio delle arti performative in una sinestesia scenica al cui centro vi sono le dinamiche sociali e personali dei lavoratori e delle lavoratrici che vivono nell’instabilità giuridica, economica ed emotiva all’interno – o all’inferno – del mondo dello spettacolo dal vivo. Fondamento e base d’azione di tutto il processo sociale è il lavoro condotto dal ricercatore sociale Daniele Panaroni. La ricerca di natura qualitativa è già stata avviata in precedenza con delle video-interviste discorsive anonime, confluite nel progetto video/fotografico “PARLA/MENTI – genealogia dei cervelli in fuga”. Per questa forma approfondita e articolata (ogni intervista ha avuto la durata di 45 minuti circa) è stato selezionato un campione eterogeneo di attori provenienti da accademie pubbliche e private, registi e drammaturghi teatrali, compagnie o singoli artisti in modo da lavorare su uno spettro più ampio possibile e ottenere dati attendibili sulle condizioni lavorative di giovani teatranti under 35. I dati successivi, ancora in via di elaborazione definitiva di cui presto pubblicheremo i risultati, raccolti attraverso una metodologia sociologica mista (questionari, interviste discorsive, focus group) verranno poi sintetizzati poeticamente in un allestimento teatrale in cui sono proiettate le parabole esistenziali dei personaggi, o degli attori sociali, delineati in ST(r)AGE dall’estro drammaturgico di Sofia Bolognini per le vesti attorali di Aurora Di Gioia, Giorgia Narcisi, Andrea Zatti e Daniele Tagliaferri.
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ASCOLTA L’INTERVISTA SUL PROGETTO CANTIERI INCIVILI > https://www.spreaker.com/user/9280051
da Edoardo Borzi | 7 Ott 2021 | Intervista
Il 7 e l’8 aprile la compagnia Bologninicosta torna a Roma, ad Ar.Ma Teatro, per il Doit Festival, portando in scena lo spettacolo RancoreRabbia. La penna caustica di Sofia Bolognini si incontra con le musiche oniriche di Dario Costa per dare vita, insieme al danzatore Antonio Bissiri, a una performance unica nel suo genere dove l’armonia estetico-poetica e gli ideali politici si fondono in un potente dispositivo artistico e intellettuale.
Ti avrei insegnato l’arcobaleno della tangenziale oltre i capannoni della periferia.
Ti avrei insegnato i venti che battono le serrande abbandonate degli hangar.
Ti avrei insegnato la campagna in attesa, e insieme avremmo vegliato la notte sulle solitudini che ci spaventano.
Ti avrei insegnato le colonne immobili di autotreni, e i tramonti riflessi sulle schiene degli immigrati.
Ti avrei insegnato la bellezza del lavoro che nobilita l’uomo, ti avrei insegnato ad amare te stesso e amare la gente, stimare il contatto, cercare l’incontro.
Ti avrei insegnato il volo di un gabbiano sui mari celesti senza petrolio.
Ti avrei insegnato le correnti d’aria, le tue ali spiegate, e avremmo proceduto assieme
attraverso le stelle, che sono così lontane, un bagliore infinito, e poi più niente.
Se fossi stata madre in un mondo limpido e purificato, t’avrei insegnato queste e molte altre cose. E invece sono una conchiglia, con dentro un perla in una pozzanghera di detriti e vergogna. E questa mia perla che sei, dovunque ti nasconderai continuerai a brillare. E io osserverò la tua luce da lontano.
Se sarai bambina ti chiamerò Rabbia, come la mia gola.
Se sarai bambino ti chiamerò Rancore, come il mio intestino, e tutto l’amore
che mi hanno strappato
e tutto l’amore
che non ti ho dato
lo consegno al vento.
RancoreRabbia
In vista del debutto, intervistiamo Sofia Bolognini, vincitrice, con la drammaturgia di RancoreRabbia, del premio Artigogolo 2017 – sezione Drammaturghi in Azione. La casa editrice ChipiùneArt edizioni sta pubblicando il testo integrale che il 7 e l’8 aprile verrà presentato al Doit Festival.

Antonio Bissiri in RancoreRabbia ph. Fabio Sau
GENESI e TEMI di rancorerabbia
Rancorerabbia è nato come testo teatrale, un’epopea ad otto personaggi che ho scritto nel giro di poche settimane tra maggio e giugno 2016. Volevo raccontare quel momento in cui la tragedia politica diventa disfatta privata, la sfera pubblica con i suoi drammi e le sue lacerazioni apre ferite personali nelle vite degli individui. E così RANCORERABBIA nella mia testa era un giovane a metà tra un uomo e una donna che cerca disperatamente di sopravvivere nella metropoli popolata da animali metafisici, personaggi improbabili e grotteschi come Banca Centrale, Diritto di Voto e Democrazia.
Volevo che questo RANCORERABBIA fosse alla ricerca di sua madre, o della verità intorno al passato di questa madre perduta o scomparsa: Italia. Del resto, noi tutti sappiamo troppo poco sulle storia recente del Paese che ci ha cresciuti, e quindi parlare della memoria come di qualcosa che ad un certo punto ci è sfuggito di mano o che non abbiamo mai del tutto compreso, mi sembrava di importanza cruciale. RANCORERABBIA è giovane, ed è confuso. Sul suo presente, sul suo passato e sul suo futuro. E non ha più nemmeno un ideale come guida: il sogno della Rivoluzione è ormai un fantasma (o uno zombie) difficile da riesumare, una bandiera sbiadita che conduce ad una strada sbarrata o senza mèta.
Italia è morta in un altro tempo e in un altro spazio, e RANCORERABBIA vuole i colpevoli: volevo raccontare questa fisiologica necessità di distribuire le accuse una volta che si fanno i conti con il passato, questa necessità tipica delle nuove generazioni, che periodicamente si confrontano con le vecchie e tornano a chiedere il conto: “che cavolo avete combinato?”. E volevo, soprattutto, che questa domanda rimanesse tipicamente senza risposta, irrisolta così come sono i grandi dilemmi dell’uomo che nel contempo è anche cittadino, e che ogni giorno deve fare i conti con questa dualità, con il suo essere animale politico e insieme figlio e padre, e che quindi porta su di sé il peso di tutte queste responsabilità, senza tregua alcuna e senza possibilità di scampo, o di sottrarsi al suo compito, o di scaricare quel peso su qualcun altro.
ARTI PERFORMATIVE E MUSICA
Sentivamo che, data la natura fortemente simbolica del testo, avremmo potuto fornire a quelle parole un respiro extra-teatrale. La multidisciplinareità ci piace così come ci piacciono i processi: ci piace l’idea che giovani di diverse competenze possano collaborare per uno scopo comune: dal momento della nostra fondazione abbiamo sempre portato avanti progetti allargati che si sono evoluti nel tempo, nell’ottica di incontrare sempre nuove realtà e condividere le pratiche.
La nostra storia artistica e umana è costellata di collaborazioni extra-teatrali che hanno aggiunto qualità e valore ai nostri progetti: nel caso di RANCORERABBIA, esplosivo è stato l’incontro con Antonio Bissiri, danzatore e coreografo fondatore della Compagnia di Danza e Fotografia Prendashanseaux. Era la prima volta che utilizzavamo la danza per scombinare e ricombinare i nostri linguaggi, e durante i giorni di residenza siamo riusciti ad approdare a una grammatica comune (grazie ad un intenso lavoro di sala) che unisse il teatro alla musica e alla danza, in una tessitura spuria e mai completamente ascrivibile all’una o all’altra forma artistica predominante.
A tutto questo abbiamo aggiunto la video-mapping e la videoarte, grazie ad Alessandro Cipollone (videomapper) e Andrea Festugato (autore dei contenuti video) il risultato è quello che vedrete domani e dopodomani all’Ar.ma Teatro: un primo studio, in cui verificheremo se il dialogo tra queste arti ha effettivamente funzionato e dove si può intervenire per farlo funzionare meglio. La performance è pensata per essere eseguita interamente dal vivo: Antonio danzerà, Dario suonerà e Alessandro proietterà tutti insieme tutti contemporaneamente. Non vedo l’ora di sentir fluire tutte queste energie.

Antonio Bissiri in RancoreRabbia ph. Fabio Sau
teatro civile e impegno politico
Il teatro che ci piace fare è politico perché parla delle varie dimensioni che vive l’uomo e non solo di quella intima o privata. La sfera pubblica e civile non è un surplus che si accende o si spegne a comando, ma una realtà con cui facciamo i conti ogni giorno e che ha conseguenze tangibili sul nostro corpo e sul nostro modo di vedere il mondo.
Se la multidisciplinarietà è per noi un elemento fondante della nostra ricerca artistica, lo è altrettanto la ricerca sociale. Siamo giovani laureati prima di essere artisti, e fin dall’inizio ci stimolava l’idea di poter applicare le nostre conoscenze acquisite nell’ottica di potenziare la ricerca teatrale sia a livello di contenuti che a livello di pratiche: a livello di contenuti perché siamo naturalmente portati a parlare di tematiche sociali e grazie alla raccolta dati possiamo farlo meglio e in maniera credibile per noi stessi e per chi ci guarda fuori; a livello di pratiche perché col tempo abbiamo sperimentato e stiamo sperimentando forme nuove di raccolta dati che mescolano tecniche di ricerca sociale “accademica” con tecniche prettamente teatrali (un esempio su tutti, la realizzazione di quello che abbiamo chiamato “Focus Group” performativo).

Antonio Bissiri in RancoreRabbia ph. Fabio Sau
da Redazione Theatron 2.0 | 30 Ago 2018 | Approfondimento
Esistono dei luoghi reali fuori da tutti i luoghi: cimiteri, manicomi, periferie abbandonate, cinema, case chiuse, quartieri a luci rosse, micronazioni, tra le altre. Essi, al contrario delle utopie, cioè dei non-luoghi, sono controspazi o meglio luoghi dell’alterità. «Luoghi che si oppongono a tutti gli altri e sono destinati a cancellarli, a compensarli, a neutralizzarli o a purificarli»: le eterotopie, così definite da Michel Foucault in due conferenze radiofoniche del 1966, rappresentano tutte quelle espressioni localizzate della cultura di ogni epoca sempre in grado perfettamente di riassorbirle facendole scomparire o organizzarne altre che non esistono ancora. Più in generale, l’eterotopia ha come regola quella di giustapporre in un luogo reale più spazi che normalmente dovrebbero, sarebbero incompatibili fra di loro.
Effetto di una molteplicità di fattori interdipendenti che si influenzano reciprocamente in un’ottica di sistema, questi spazi altri, vengono identificati come una soluzione “di crisi” o di deviazione all’interno della società reale con cui stabiliscono una relazione di differenza, piuttosto che di identità, definendo così una ri-semantizzazione nell’immaginario collettivo degli ambienti e delle relazioni sociali. Le eterotopie sono zone di frontiera, vale a dire quei territori di confine in cui i fatti dell’ambiente sono tradotti in eventi dotati di senso e di importanza per la vita psichica e sociale dell’individuo, entrando così a far parte del suo spazio vitale. Esistono anche eterotopie “croniche”, cioè legate al tempo della festa, alla celebrazione di un rito comune, come nel caso del teatro, uno spazio mistico attraversato da una serie di luoghi e di soggetti estranei; così altre eterotopie legate all’avvento di un passaggio ciclico, alla fatica di una trasformazione, alla rigenerazione degli individui. Ci sono eterotopie che durano secoli, altre pochi giorni, una settimana per la precisione.

The Sunset Sails – Rob Gonsalves
In un’epoca come quella contemporanea, in cui la proliferazione di diverse forme ed esperienze spaziali appare sempre più come un tentativo di dare respiro a nuove trame dell’esistenza, l’eterotopia costituita da Castellinaria – Festival di Teatro Pop è il felice coronamento del desiderio di delocalizzare i processi creativi e culturali dai grandi centri nazionali. L’impulso, nato dalla voglia di animare e valorizzare il territorio della Valle di Comino, ha ingenerato una rete socio-culturale di convivenza fra gruppi sociali eterogenei attraverso la valorizzazione della nuova drammaturgia e dello spettacolo dal vivo, con l’obiettivo principale di creare una comunità nuova che potesse modificare un luogo storico in una eterotopia di condivisione, di scambio e di confronto. Una frattura spazio-temporale del vivere quotidiano e una ricostruzione del contesto sociale esercitate, creando uno spazio reale altro, tanto perfetto meticoloso e ordinato quanto il nostro è disordinato, mal organizzato e caotico.
Sette giorni di festa fra spettacoli, incontri e laboratori, all’insegna delle arti e della coesistenza nel Castello di Alvito, splendido gioiello incastonato in cima alla Valle di Comino, per una manifestazione ideata e promossa dalla compagnia Habitas – composta da Niccolò Matcovich, Livia Antonelli e Chiara Aquaro – in collaborazione con Ivano Capocciama, sotto la direzione organizzativa di Anna Ida Cortese.

«Per fare un teatro popolare. Perché all’aria aperta, immersi nel buio, possiamo vedere le stelle grandi e stare con la testa tra le nuvole. Perché vogliamo osare, costruire un castello in aria e far sì che le fondamenta siano solide.»
Gli spettacoli
A dare il via a Castellinaria è stato lo spettacolo E quindi uscimmo a riveder le stelle, tratto dalla Divina Commedia, con il celebre Giorgio Colangeli accompagnato da brani musicali scelti, composti ed eseguiti alla chitarra da Tommaso Cuneo a cui è seguito Teatro d’Arte dei Burattini del maestro burattinaio della Valle di Comino Fulvio Cocuzzo. Rappresentazioni che non abbiamo avuto la possibilità di vedere e di conseguenza non possiamo raccontarvi.
L’imbroglietto – Variazioni sul tema della Compagnia Habitas
Scritto e diretto da Niccolò Matcovich, il divertissement della Compagnia Habitas porta in scena Livia Antonelli e Valerio Puppo nelle vesti sgargianti di due mimi parlanti, intenti ad escogitare un piano per entrare in teatro forse per vedere il complesso teatrale, per attraversarlo oppure perfino per cibarsene.
Una composizione scenica surreale, tagliata e ricomposta secondo un’ironia clownesca, che si impernia sul lavoro accurato di rigorosa aderenza dei due attori rispetto alla forte caratterizzazione dei personaggi, dotati di un vocabolario coniato ad hoc di grande portata caricaturale. Fra loro e l’ingresso a teatro si presenta lo spettro di un Macbook Pro, automa meccanico di sbarramento burocratico, l’emittente vocale di una signorina virtuale alla biglietteria che deve pur richiedere un prezzo da pagare perché si possa entrare. Da lì comincia la corsa folle sulla scena dei due attraverso il tempo. Utilizzando ambientazioni stranianti e codici estetici sempre più esilaranti viene ripercorsa l’evoluzione della specie umana, dalle forme primordiali alle scimmie con dei chiari riferimenti alle scena cult di 2001: Odissea nello Spazio, fino ad arrivare in un futuro da Guerre Stellari combattuto con le spade laser.
Infine, i nostri, dopo tanto vagare, sono disposti a mettere in gioco sé stessi e tutto ciò che hanno, perdere ogni cosa per avere quel poco che in realtà è il loro tutto: il teatro. Una denuncia satirica verso la situazione paradossale del teatro entro cui molti sono costretti a sottostare; un monito e al contempo un impulso esilarante a porsi delle domande sulle condizioni di sfruttamento e di isolamento in cui molti lavoratori sono costretti a sopravvivere.

L’imbroglietto – Variazioni sul tema della Compagnia Habitas
APLOD di Fartagnan Teatro
Concepito nel 2016, lo spettacolo APLOD rappresenta il primo tentativo di Fartagnan Teatro di coniugare la pratica teatrale all’interesse verso altre forme artistiche audiovisive digitali mantenendo alta l’attenzione sul tema della precarietà giovanile. La loro ricerca, infatti, prevede un’ibridazione fra la componente attoriale e quella drammaturgica finalizzate alla creazione collettiva e originale dei prodotti artistici, a cominciare dal dato autobiografico presente nella costruzione collettiva dell’opera.
Il modello drammaturgico utilizzato dall’autore Rodolfo Ciulla è quello di una puntata tipo da serie tv americana, giustificato dall’ambientazione distopica in un futuro non troppo lontano che, rappresentando un dispositivo estraneo alla forma propriamente teatrale, richiama a una dimensione cinematografica citazionista in cui sono facilmente ravvisabili i riferimenti a Pulp Fiction, Wolf of Wall Street, Il grande Lebowski, Fahrenheit 451, Breaking Bad e Black Mirror – come ci raccontano i componenti della compagnia. In questo senso, APLOD, rappresenta un’operazione da parte di Fartagnan Teatro di coinvolgere anche quel pubblico popolare maggiormente attratto da altre forme di intrattenimento, più accessibili e più facilmente fruibili rispetto allo spettacolo dal vivo.
Fartagnan Teatro, per trattare l’incertezza lavorativa dell’oggi, adotta la prospettiva di una società futura in cui la forte strumentalizzazione mediale diviene l’unica possibilità remunerativa, sebbene l’accesso e l’utilizzo dei più importanti siti di condivisione sia stato reso illegale dal governo. Una soluzione disperata che dà vita a una condizione paradossale declinata sulla scena tramite le figure iper-digitalizzate dei protagonisti – Michele Fedele, Matteo Giacotto, Ivo Randaccio, Federico Antonello – ossessionati dalla ripresa e dalla condivisione di video virali sulla piattaforma pirata APLOD, che li porterà, attraverso una escalation di situazioni tragicomiche, al culmine di un processo di disumanizzazione e di alienazione da cui è impossibile fuggire.

APLOD di Fartagnan Teatro
Questa è casa mia di Alessandro Blasioli
In Questa è casa mia, monologo scritto, diretto e interpretato dall’artista chietino Alessandro Blasioli, vengono ripercorse le vicende dell’infausto terremoto del 2009 a L’Aquila, attraverso la storia – dalle tinte fortemente autobiografiche – del protagonista, il giovane Paolo Solfanelli e della sua famiglia. A partire dal ricordo di quella notte maledetta in cui morirono 309 persone ha origine il racconto: la ricostruzione della città iniziata e mai conclusa, i cantieri, le tendopoli prigioni, il progetto C.A.S.E. e le New Town fanno da tetro scenario alla pièce.
Nonostante le tematiche tragiche trattate, lo spettacolo mantiene lungo tutto la sua durata quella carica satirica e dissacrante connaturata nella scrittura drammaturgica di Blasioli, abile nell’entrare e uscire dai diversi personaggi interpretati. In questa narrazione fra il serio e il faceto si alternano musiche popolari abruzzesi e conversazioni dialettali che con ironia si prendono beffa di certe usanze locali strappando quel sorriso intriso di amarezza.
Le notevoli capacità attoriali del performer abruzzese rendono quello di Alessandro Blasioli un teatro di impegno civile che non esitiamo a definire necessario, nella misura in cui all’intrattenimento, tipico di un certo teatro di narrazione più mainstream, abbina uno spiccato spirito di denuncia politica che ci porta a conoscere la realtà delle cose, a riflettere e sbatterci contro duramente fino a domandarci se «un giorno questo dolore ti/ci sarà utile».

Questa è casa mia di Alessandro Blasioli
SEMI di Vulie Teatro
Della discordia e dell’amore, dell’insoddisfazione e dell’incomunicabilità, del tradimento e della fedeltà: questi sono i semi piantati in scena da Ugo e Claudia. Dicotomiche frapposizioni che germogliano in un intricato labirinto relazionale raccontato dai Vulìe Teatro intorno a un tavolo da pranzo, luogo simbolo del confronto familiare. Una coppia satura, ormai in frantumi, che con il tradimento cerca di fuggire i soprusi di un amore al capolinea. Dialoghi serrati, dai ritmi frenetici, che Claudia conduce trascinando con sé il compagno Ugo in un vortice di amara comicità.
I Vulìe Teatro nascono dalla necessità di Marina Cioppo e Michele Brasilio – rispettivamente drammaturga e regista della compagnia ed entrambi attori di SEMI – di trovare un libero spazio d’espressione e di creazione entro cui mettere a frutto le proprie velleità drammaturgiche, attoriali e registiche. SEMI è uno spettacolo che parla di forti interazioni tra le persone, tutto giocato sull’esagerazione, sulla sopraffazione, sul superamento dei limiti, sulla scarnificazione dell’altro. Mettere in scena l’amore, tema ampiamente indagato in teatro, è un rischio che i Vulìe Teatro si assumono utilizzando la comicità per raccontare, con un’iperbole emotiva, il drammatico epilogo di una relazione amorosa.
Forte è il taglio cinematografico della regia con rimandi alla commedia francese, alla tradizione napoletana di Eduardo De Filippo e di Massimo Troisi echeggiante nel biascicato di Ugo, all’”unica situazione” da serie TV americana. Nell’assetto drammaturgico è lasciato ampio spazio all’improvvisazione, sostenuta dal dispositivo comico/spalla e dalla complicità dei due attori, che fa dello spettacolo un prodotto in continuo divenire.
La giovane compagnia casertana, lavorando su testi originali e su regie visionarie, ha l’obiettivo di produrre due spettacoli all’anno continuando a fare un teatro che svisceri i rapporti umani, in cui la suddivisione dei ruoli e delle competenze consenta uno spazio creativo indipendente, seppur all’interno di un progetto artistico comune.

SEMI di Vulie Teatro – Foto di Simone Galli
Abu sotto il mare di Pietro Piva
Come un moderno Ulisse, nel maggio del 2015 il piccolo Abou, ivoriano di soli otto anni, viene trovato alla frontiera tra l’enclave spagnola di Ceuta e il Marocco nella valigia di una giovane donna che stava tentando di introdurlo in terra spagnola sotto compenso del padre. L’odissea di Abou finisce sul nastro dei macchinari a raggi x della frontiera, destando lo scalpore e l’indignazione dell’opinione pubblica rispetto alla ferocia delle condizioni di vita degli immigrati, disposti a sacrificare la propria dignità umana nel tentativo di realizzare il sogno di un futuro migliore.
In Abu sotto il mare, trasposizione teatrale della drammatica storia di Abou, portata in scena da Pietro Piva, la dimensione fiabesca fa da cornice al racconto del crudele viaggio che Abu affronta, immaginando ciò che il mondo gli riserverà dall’interno della valigia che lo trasporta. Piva, cerone bianco in volto, richiamandosi all’arte del mimo, indossa le vesti del piccolo migrante che dal buio della sua valigia emerge, illuminando il mare dell’immaginario in un gioco riflessi prodotti dalla rifrazione della luce sulla coperta termica che lo avvolge. La scrittura scenica si avvale di una struttura mobile che il performer abita sul palcoscenico per creare una stratificazione narrativa sospesa tra il racconto dell’esperienza del viaggio di Abou e la creazione di un fondale immaginario dove prendono vita le fantasie del bambino, fra sirene e pesci. Le possibilità della voce, importante supporto tecnico per la prova attoriale di Piva, sono ricamate su un tessuto drammaturgico che, insieme alla dedizione per l’impianto visivo dell’opera, crea un contrappunto emotivo di parole, luci, suoni e visioni di grande suggestività.
Rispetto alla costruzione visiva dell’immagine e alle soluzioni scenotecniche adottate da Piva, sono ravvisabili i riferimenti alle poetiche di grandi maestri come Claudio Morganti, Eimuntas Nekrosius, Roberto Latini – come lo stesso perfomer bolognese ci conferma nel dialogo post-spettacolo. Il teatro nella concezione di Piva è inteso come rituale catartico di matrice sacrale che sottende alla morte nella relazione fra l’attore e lo spettatore in uno spazio dove regna il silenzio puro veicolato da quel linguaggio che Beckett definisce “bucato” costruito su una partitura di pausazioni.

Abu sotto il mare di Pietro Piva – Foto di Simone Galli
Laboratori
B-CLOWN Laboratorio a cura di Andrea Cosentino
Gioco, maschera e sguardo sono le tre tappe del percorso laboratoriale tracciato da Andrea Cosentino: una ricerca che fa dell’esibizionismo del clown e della fragilità della sua identità spettacolare, il punto di partenza per l’indagine del grado zero dell’esperienza performativa.
Celarsi dietro la maschera significa alterare la direzione dello sguardo, dunque la ricezione spettatoriale, ma anche avere la libertà di inventare delle azioni sceniche che, nell’improvvisazione, si fanno occasione drammaturgica per la scrittura teatrale. Giocare significa allora spogliarsi degli automatismi della tecnica, per riscoprire l’infantile emozione di un protagonismo che la primordiale stoltezza della performance nutre e rinvigorisce.
Bagaglio comune per i partecipanti al laboratorio è uno spunto narrativo che, senza volontà artistiche, stimoli una creazione scenica cosciente su base improvvisativa, articolata in brevi sketches. Che si tratti di esibizioni singole o comuni, ciò che Cosentino suggerisce è una attenzione all’interrogazione personale sulle modalità di sperimentazione, di lavoro e di realizzazione. Nella cornice del teatro comunale di Alvito, con un dialogo e un confronto costanti, Cosentino e i suoi, indossati i nasi rossi, producono dei numeri clowneschi la cui struttura, incerta per via dell’improvvisazione, è sostenuta dagli sguardi che gli attori si rivolgono in un contrappunto di contatto e scambio.
Com’è tipico del numero di clownerie, alla presentazione succede un momento di costruzione della scena in cui la creazione è fortemente enfatizzata per dar vita a qualcosa di inaspettatamente semplice. Guardare il pubblico con amore, affetto e ammirazione, vuol dire chiedere una partecipazione che non solo attiva il dialogo con lo spettatore ma che offre un’opportunità di potenziamento della gag, soprattutto se lo sguardo esibito è messo in contrasto con l’intenzione dell’azione. “B-CLOWN”, essere i clown di Cosentino, indica dunque la possibilità di tornare all’ingenua proposizione di sé stessi, liberi da finzioni e sovrastrutture tecniche ed esperienziali.
C’ERA QUELLA VOLTA CHE Laboratorio a cura di bologninicosta
Pubblico e privato si fondono nella rievocazione storica, in una ricerca archetipa da cui si origina una collazione di immagini e ricordi che danno forma al presente. Lo slancio creativo è il frammento mnemonico, il souvenir di un momento di vita che fa breccia nell’oggi, ora rileggendolo, ora rimodellandolo. La compagnia bologninicosta ha accompagnato i partecipanti al proprio laboratorio in quelli che gli abitanti di Alvito considerano i luoghi della memoria del borgo della Valle di Comino. Qui, la scoperta di eventi storici segnanti per la collettività indigena. La mistura di questi nuclei storico-narrativi e del ricordo personale dei partecipanti, ha fatto emergere la necessità di creare dei brevi racconti itineranti, imbevuti di sapere popolare, che sembrano in grado di dare una forma visiva e concreta alla tradizione orale.
Il rapporto con l’ambiente è forza motrice di un’azione scenica compiuta in site-specific e accresciuta dalla fisionomia dei luoghi, ottenuta mediante il totale coinvolgimento del corpo e dell’individualità degli attori. Ciò comporta una partecipazione volontaria quanto involontaria del tessuto cittadino, invaso dalle incursioni teatrali degli attori e delle attrici partecipanti al laboratorio. I violenti cambi di registro non destabilizzano l’attenzione dell’osservatore che, nella restituzione dei manufatti artistici del laboratorio, può trovarsi ad assistere al doloroso racconto di un conflitto a fuoco tra partigiani e tedeschi o al tragicomico sforzo di tre donne ciociare che, all’indomani della prima notte di nozze di una, tentano di provare agli occhi della comunità la verginità della sposa.
Nell’assoluta libertà di scegliere a quale personale ricordo attingere, gli attori e le attrici ottengono un risultato performativo la cui documentazione autentica e il cui processo immaginifico di creazione artistica disegna una dimensione soggettiva a partire dall’oggettività della realtà storica e comunitaria. Una ricerca, quella proposta da Sofia Bolognini e Dario Costa, teatrale e sociologica insieme mirante alla rielaborazione politica di antiche tracce di vita nella società moderna.
#Eteropiainaria
Sulle note di Mario Insenga e dei suoi Blue Stuff, cento lanterne cinesi sono volate in aria nella serata conclusiva del Festival. Ad accenderle il folto gruppo dello Staff e un gran numero di spettatori, autoctoni e forestieri, accorsi a sostenere una manifestazione capace di rinvigorire le possibilità aggregative delle arti performative nonché di rivitalizzare la proposta d’intrattenimento culturale della città di Alvito. Il successo di questa prima edizione, figlio dell’impegno, della passione e della professionalità della compagnia Habitas e di Ivano Capocciama per la direzione artistica e di Anna Ida Cortese per il comparto organizzativo, fa ben sperare circa la possibilità che questa eterotopia in aria possa divenire un appuntamento annuale in cui potersi sentire come i sognatori di Flaiano: uomini con i piedi fortemente appoggiati sulle nuvole.

L’uomo che misura le nuvole – Jan Fabre
La webzine di Theatron 2.0 è registrata al Tribunale di Roma. Dal 2017, anno della sua fondazione, si è specializzata nella produzione di contenuti editoriali relativi alle arti performative. Proponendo percorsi di inchiesta e di ricerca rivolti a fenomeni, realtà e contesti artistici del contemporaneo, la webzine si pone come un organismo di analisi che intende offrire nuove chiavi di decodifica e plurimi punti di osservazione dell’arte scenica e dei suoi protagonisti.