THEATROPEDIA #13 – Il grande attore

THEATROPEDIA #13 – Il grande attore

Sono emozionato, ho trovato il biglietto per la prima del teatro “alla Scala” e con esso tra le mani attraverso, a passi felpati, il corridoio dei palchetti, pensando già alla meraviglia che da qui a poco si magnificherà davanti ai miei occhi. Con accuratezza tento di aprire la porta, devo fare forza, fino a che una volta riuscitoci l’imbarazzo più totale mi fa desistere dall’entrare. Chiedo scusa a chi, all’interno, dopo aver chiuso le tendine del palco, si sta scambiando effusioni; chiudo la porta. È lunedì 26 dicembre 1831, Santo Stefano; a alla Scala di Milano c’è la prima della Norma di Vincenzo Bellini e a teatro è possibile fare anche questo: l’amore, come in un moderno privé. Guardo bene il biglietto, è colpa mia, ho sbagliato palco, entro in quello affianco, quello giusto, ci sono due signorotti per bene che gentilmente mi salutano, ricambio, noto che hanno con loro del cibo, stanno mangiando, per ora, dopo chissà; nel dubbio mi siedo.

Nel XIX secolo il teatro di prosa perde la sua rilevanza, gli attori, quelli importanti, sono i tenori, considerati interpreti completi che danno forma al genere teatrale più in voga: l’opera lirica. Sono questi gli anni del grande attore. Qui, oggi, nel 1831, quando lo spettatore si reca ad uno spettacolo l’unica cosa di cui si interessa, anticipatamente, è sapere da chi l’opera sarà interpretata, quali sono gli interpreti protagonisti. Nasce il gossip, quello sui vip. Questo grazie anche ai giornali che si occupano sempre di più, seriamente (e non), di critica teatrale, seguendo spesso le vite dei protagonisti della scena e generando così il mito del grande attore che cambierà la concezione del teatro avuta finora: il teatro degli attori, la compagnia, diventa dell’attore, il divo.

Nel frattempo il sipario si alza, inizia l’opera, il coro canta: “Ita sul colle, o Druidi, Ite a spar ne’ cieli…”; ed io mi perdo nella magnificenza della scena che soddisfa del tutto la mia curiosità. Appena il coro finisce di cantare sento sbatter le porte degli altri palchi e poi anche quella che chiude il mio posto… è incredibile, gli spettatori si fanno visita tra loro come se fossero ognuno a casa propria ad ospitare l’amico. C’è chi è addirittura appoggiato al parapetto del palco con le spalle rivolte al palcoscenico, disinteressato completamente allo spettacolo. Ogni tanto qualcuno butta un occhio, qualcun altro esclama, “io vedo solo gli intermezzi ballati”, qualcuno poi, “ancora deve uscire Donzelli”, il tenore. Mi vien da pensare: possibile che solo io trovo insensato questo comportamento? Mi guardo meglio intorno e la risposta è: no! C’è pure chi con un monocolo all’occhio guarda interessato ma infastidito l’opera proprio come a chi, invece, sembra dar fastidio la musica che di sottofondo (dell’opera) disturba le sue ciarle. Il teatro è un momento centrale della vita degli uomini dell’Ottocento, un momento di svago, un occasione di incontro. Non c’è la televisione, il cinema, il campionato di calcio, Sanremo e le canzonette, il concerto, non c’è nient’altro che il teatro come fonte di divertimento. Ed è una macchina economica non di poco conto; proprio per questo lo Stato italiano nel 1868 introdurrà una tassa del 10% sugli introiti lordi delle rappresentazioni teatrali per far fronte ai debiti finanziari del Bel Paese.

Finita la prima della Norma, tra applausi scroscianti e gente in visibilio, tutti si portano all’uscita degli artisti, vogliono vedere, alcuni toccare, conversare con il tenore Domenico Donzelli e la soprano Giuditta Pasta, sanno tutto di loro; un signore mi ha mostrato su di un foglio le loro carriere, anno per anno, le opere a cui hanno preso parte, proprio come si farebbe oggi con i calciatori e le squadre in cui questi hanno militato. Io, mi allontano dalla calca, dalla confusione e gironzolo nella capitale del Regno Lombardo-Veneto pensando a quel che sarà il teatro negli anni venturi, non so cosa mi piaccia di più. Ora, immaginatevi questa situazione sociale del teatro e pensate a come un attore di prosa si possa inserire nel divismo perpetrato dall’opera lirica, a come possono reggere il confronto quelle piccole compagnie di guitti con le grandi compagnie iper-finanziate dell’opera. Per scoprirlo ci dobbiamo spingere giusto di qualche anno più in là del 1831 e andare a Firenze.

Tredici maggio 1865, in occasione di alcune celebrazioni per il sesto centenario della nascita di Dante Alighieri, al Teatro Cocomero (oggi Niccolini) di Firenze va in scena Francesca da Rimini di Silvio Pellico. Fin qui niente di importante per gli uomini di quel tempo, lo abbiamo detto, gl’interessa soltanto sapere chi è il grande attore che si esibirà. Lo spettacolo è significativo perché vede in scena, insieme, i tre attori considerati “i più grandi del tempo”: Adelaide Ristori; Ernesto Rossi; Tommaso Salvini. A guardarli in scena la prima cosa che si nota è la loro tecnica attorica con la quale riescono a fronteggiare il successo di quelli dell’opera lirica. Il grande attore di prosa è riuscito a forgiare un tipo di comunicazione che accomuna volto, gesto, voce, creando una tensione drammatica che riesce ad attrarre anche lo spettatore più distratto. Difatti l’attore Salvini, interpretando con la sua verità il personaggio cattivo del Lancillotto riesce a far affezionare il pubblico anche al suo personaggio negativo. La sua interpretazione sarà ritenuta da tutti fenomenale. Il grande attore di prosa si è adattato agli ampi palcoscenici dei teatri dell’opera con i suoi movimenti balenanti; con gli intervalli di musica sotto forma di partitura musicale. È il cosiddetto animale da palcoscenico: Salvini intona le sue battute con le tonalità da basso, Ernesto Rossi con quelle del baritono, Adelaide Ristori recita in inglese pur non conoscendolo. Nessuno ai loro spettacoli ha nostalgia del melodramma, recitano le parole in modo armonioso, il loro copione è un vero e proprio spartito musicale.

Il teatro di prosa alla fine dell’Ottocento è ad appannaggio del divo. Il grande attore non si preoccupa più del valore artistico del testo che è visto come una intelaiatura in cui agisce il personaggio da interpretare a proprio gusto, spesso lo stesso personaggio, infatti, infonde nel pubblico un’impressione contraria a quella prevista dal drammaturgo. Per meglio far comprendere la situazione ho tra le mani alcune lettere intercorse tra Adelaide Ristori e il drammaturgo Paolo Giacometti, in una in particolare si legge della preoccupazione dell’attrice sui costumi di Maria Antonietta, personaggio che la stessa dovrà interpretare in un’opera drammatica che l’autore, a cui l’attrice si rivolge, ancora non ha scritto; difatti la Rinaldi ci tiene a precisare al povero drammaturgo: “il costume viene prima del testo”.

Sto per lasciare Firenze e il 1865 con una certezza, questi appariscenti divi del teatro hanno donato l’intera vita alla loro arte attorica che non consiste nel ritrovare, “semplicemente”, ogni volta se stesso nel personaggio, ma piuttosto nello sforzo di annullare sé nel momento stesso in cui si crea il personaggio. D’altronde negli anni a venire la Rinaldi rinfaccerà alla sua erede, Eleonora Duse, il fatto che la giovane interpreti un repertorio limitato di personaggi tutti uguali, e sostanzialmente tutti eguali a se stessa, invece di cimentarsi nello sforzo dilacerante di annullarsi per dar vita all’altro. Un attore può avere tutte le doti possibili, ma se gli manca quella “della trasformazione della sua soggettività”, proprio come un autore fa quando compone, resta solo un semplice attore, afferma Ernesto Rossi che dà a questa attitudine, del grande attore, una malcelata qualità divina, innata, che non si può “acquistare mediante lo studio”.

Gli attori dell’Ottocento, dunque, vissero anche di vana gloria, ma gli va ascritta col senno di poi che la loro fama fu davvero costruita con fatica e meticolosa dedizione, oggi che i divi son ben altri, beh non vedo poi così strano il secolo del romanticismo e, come un grande attore, solo me ne vo per la città a intonare anche io la mia voce e non chiedetemi chi sono perché son pronto a diventare un altro.

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Theatropedia è un blog di Aniello Nigro concepito come enciclopedia essenziale, raccontata, del Teatro. Fonte di informazioni per un primo approccio alla materia e spunto prolifico di approfondimenti tecnici. Segue un suo percorso tematico (non sempre cronologico) dall’origine del Teatro ai giorni nostri, ogni voce è formata da una parte romanzata ed una parte tecnica dell’argomento in questione. Ad affiancare le voci principali ci saranno poi quelle correlate dei protagonisti che siano essi drammaturghi, registi, attori o altro.

Tips 4 Actors #10 – Chi ha paura dei buchi neri? Come affrontare il blue mood

Tips 4 Actors #10 – Chi ha paura dei buchi neri? Come affrontare il blue mood

Nella fantasia popolare il buco nero è un pozzo senza fine, dove l’ipotetica astronave in missione esplorativa è inghiottita, senza più speranza di ritorno. A me piace di più la versione in cui il buco nero è visto come porta su un altro universo, o ponte per infiniti viaggi nel tempo. Buco nero si definisce anche lo stato depressivo.

Tutti gli attori attraversano dei momenti di grande stress psico-fisico. Come riconoscerlo è abbastanza facile, ma come affrontarlo per passarci dentro e crearne qualcosa di utile è quello su cui mi sto interrogando.

Qualche giorno fa scrollavo Facebook e sono capitata sui sempre lucidi e pungenti meme de L’Attore Dinamico – #ilmestierepiùbellodelmondo. Nell’immagine una donna domandava “Ah, sei un attore. E com’è?”. La risposta, quanto mai efficace, diceva “È come un eterno alternarsi di sabato sera e lunedì mattina”.

In effetti molto spesso gli attori, soprattutto quelli noti, sono famosi anche per le loro fragilità e intemperanze. C’è chi ha dichiarato di essere spesso depresso, chi ha chiesto aiuto ad alcol o droghe, chi è andato incontro ad altre dipendenze.

Mi piacerebbe sconfessare il mito che per creare, per essere artisti, si debba necessariamente soffrire. Non ho abbastanza argomentazioni a riguardo se non che, per essere artisti generosi, ci si dovrebbe augurare di riuscire a fare tesoro della più vasta gamma di esperienze, ma anche questo sarebbe una banalità. Più probabilmente la verità è che non esiste un modo “giusto” di praticare la vita da artista, e che ci sono tanti modi diversi per lavorare e mantenersi in salute attoriale. Ma non si può negare che l’autogestione e la cura di sé, nell’affrontare le esigenze del nostro mestiere, siano aspetti cruciali per la longevità della nostra carriera.

Ecco dunque qualche consiglio personale (e non) per affrontare i momenti di stallo emotivo, venirne fuori e trovare nuovi stimoli di crescita e miglioramento.

#1 – CURA L’ALIMENTAZIONE

Il blue mood, la tristezza, quel senso di stanchezza e apatia che spesso si accompagnano ai nostri più memorabili momenti di buio cosmico, possono essere dovuti alla carenza di alcune sostanze. Perciò, una delle prime cose da fare quando ti senti giù è provare a integrare nella tua dieta alcuni di questi alimenti:

  • vitamine del gruppo B, fondamentali per il tono dell’umore. Le trovi nella verdura a foglia verde, crusca, carni rosse, frutti di mare, prodotti di soia fortificati e banane
  • magnesio, che incide sul nervosismo. È contenuto in lenticchie, soia, cereali integrali, latticini magri e frutta secca
  • zinco, utile a tutto il corpo, cervello incluso. Lo trovi nel cioccolato fondente (yeeeeh!), nella carne di manzo magra, germe di grano, spinaci e semi di zucca
  • iodio. Anche questa sostanza è una preziosa alleata del nostro organismo. Rafforza il sistema immunitario e migliora la memoria, e chi più di noi ne ha dunque bisogno? Si può trovare in formaggi, sale iodato, patate, mirtilli, pesce e gamberetti.

Ovviamente i miei consigli sono e restano tali. In caso di stanchezza prolungata il medico è sempre la strada migliore.

#2 – GRATIFICATI

Altro motivo di tristezza può venire semplicemente dalla fine di un lavoro bello, che ci ha impegnato per lungo tempo; o dal suo opposto, cioè da un periodo prolungato d’inattività; oppure da un periodo di forte stress e tensione, dal quale siamo usciti molto affaticati; oppure ancora, abbiamo ricevuto qualche feedback spiacevole che ha intaccato la nostra autostima (succede!).

Qualunque sia il caso, un mio amico e collega – saggio e istrionico – una volta mi ha consigliato di “fare qualcosa che ti gratifichi”. In effetti, può capitare di perdersi un po’ nel flusso delle mille cose da fare e, alla fine, ritrovarsi svuotati e smarriti. Che sia attività fisica, meditazione, un aperitivo con gli amici, una giornata di mare… dopo avrai più energie per rimetterti a lavorare su te stesso. Un po’ come dire “aiutati, che il ciel ti aiuta”, insomma. E da qui mi viene il successivo punto. 

#3 – SPOSTA LO SGUARDO

Certe volte, a causa dei cattivi pensieri, entriamo in un loop paranoide che ci fa andare ancora più giù. Appena ti viene in mente un pensiero negativo, prova a capovolgerlo.

Il blue mood ci fa distogliere l’attenzione dai nostri veri obiettivi.

Il blue mood ci fa distogliere l’attenzione dai nostri veri obiettivi.

Un esempio? Se ti viene in mente una roba tipo “Io non sono bravo abbastanza”, prova a dirti “voglio essere bravo come (che ne so) Viola Davis”. Provare per credere: il macigno che ti rende pesanti i piedi lascerà un po’ di spazio a una piccola carica energetica. Tu cavalcala. Quello che succede, secondo me, è molto semplice. Laddove prima c’era un mare magnum di confusione, improvvisamente, viene lanciato un indizio per seguire una strada. Un qualcosa su cui lavorare. Voglio arrivare là, ho bisogno di fare questi passi

E ancora, salto al punto successivo.

> Se vuoi sapere di più su come trasformare una credenza negativa in una potenziante, butta un occhio qui.

#4 – ORGANIZZATI

Nei momenti di depressione è facile lasciarsi andare. Fai un piccolo sforzo per cercare di non vanificare quello che hai fatto fino a quel momento. Butta giù una lista di obiettivi a breve-medio periodo. Cambiare stile, rifare il book, aggiornare il tuo materiale, preparare due nuovi monologhi, etc.

Inserisci qualcosa per il corpo, qualcosa per lo spirito, qualcosa per la tecnica e qualcosa per te.

Ad esempio: fai un piccolo work out di 15 minuti al mattino; leggi ogni giorno qualcosa (una poesia, un saggio breve, un aforisma, etc.); riscalda la voce e giocaci, oppure inventa una storia e provala, oppure scegli una scena e giratela con il cellulare; esci a prendere un caffè con un amico e magari gli fai leggere quello che hai scritto. Chi lo sa… potrebbe nascerne una collaborazione! Attento solo a fare una pianificazione sostenibile e a non tradirla.

#5 – RITORNA ALL’ORIGINE

Queste fasi sono molto utili per interrogarsi sullo stato della tua arte. Se ti senti smarrito, frustrato, demotivato, ritorna alla domanda di base “Perché lo fai?”. Potresti scoprire di avere una nuova necessità da soddisfare. E allora ecco spiegato perché non andassi più d’accordo con te stesso. Potresti, invece, trovarti a confermare le tue motivazioni di sempre. E allora buon lavoro!

#6 – GUARDA FILM IN LINGUA

E questo è un consiglio che sicuramente già seguirete, ma provate a prenderlo come un esercizio diverso. A segnalarlo è niente po’ po’ di meno ché James Sweeny (Neighbors, Love Child, Secret Daughter). “Guarda film stranieri. Andare al cinema a guardare qualsiasi film non è solo catartico per un attore, ma aiuta anche a ricordare perché lo facciamo. Trovo che guardare film stranieri possa separare l’attore dal film. Possiamo considerarlo come una forma d’arte più pura. Senza una solida conoscenza della lingua, possiamo tornare a studiare l’atto attoriale senza pregiudizio. Lo stesso si può dire con l’arte visiva, la musica e il linguaggio stesso.”

Se vuoi provare a vedere qualche film in lingua originale, Youtube a parte, ecco un articolo del preziosissimo Aranzulla che raccoglie un po’ di portali su cui trovate film originali legali.

#7 – TORNA ALL’ASCOLTO

Anche questo può sembrare un consiglio banale, invece la chiusura è quello che sperimentiamo nei momenti tormentati. Ci attorcigliamo sul malessere, sulle convinzioni distorte che abbiamo, e ritardiamo il momento in cui imbocchiamo la nuova strada. Perciò ascolta con il corpo quanto con le orecchie e ricorda di respirare ciò che hai intorno, prova veramente a farle entrare dentro di te. Anche se si tratta di una critica. Sarà utile a tracciare una strada per superare un ostacolo.

L’ascolto è da sempre una delle qualità principe per un attore. Ricordarcelo è sempre utile, soprattutto se non è un talento naturale, ma uno strumento acquisito con lavoro e dedizione.

L’ascolto è da sempre una delle qualità principe per un attore. Ricordarcelo è sempre utile, soprattutto se non è un talento naturale, ma uno strumento acquisito con lavoro e dedizione.

Un momento di debolezza spesso può diventare l’anticamera di un cambiamento importante. Fa’ in modo che sia così. Infatti, preso in esame tutto ciò, rimettiti a studiare. Workshop e seminari sono il Glassex dello spirito. Alcuni saranno su selezione e non passerai (questa volta), altri sono a pagamento, quindi organizzati.

Io, personalmente, faccio in modo da avere una piccola riserva invernale ed estiva per potermi fermare un paio di volte l’anno (se e quando posso) a studiare. Altri sono una via di mezzo. Tutte sono delle esperienze umane e artistiche indimenticabili. Tra quelle che porto dentro con dolcezza e riconoscenza c’è il seminario residenziale di Danio Manfredini al Centro Teatrale Umbro. Prova a dare un occhio alle loro classi di questa estate o ai seminari del CTR Teatro di Venezia. Altro riferimento d’eccellenza per la formazione d’alto profilo è il Centro Teatrale Santacristina.

Insomma, il blue mood c’è e può esserci amico, ma non perdiamoci di vista. Perché quando i nostri bisogni di base escono dalla finestra, tutto il resto soffre.

 

Immagine di copertina Photo by Ahmed zayan on Unsplash

Photo by Elena Taranenko on Unsplash

Photo by Mohammad Metri on Unsplash

AS-SAGGI DI DANZA #18 – La danza di confine di Luca Silvestrini

AS-SAGGI DI DANZA #18 – La danza di confine di Luca Silvestrini

Border Tales – Racconti di frontiera

Border Tales – Racconti di frontiera

Border Tales Racconti di frontiera è il titolo della performance della compagnia londinese Protein, diretta da Luca Silvestrini e basata sul tema della migrazione e dell’integrazione nel Regno Unito. Questa produzione è il risultato di una ricerca iniziata nel 2013 con migranti e rifugiati nei vari paesi e sviluppata attraverso un laboratorio con il Centre for Refugees and Migrants di Londra, e portato a Torino grazie alla Fondazione Piemonte dal Vivo e Associazione Filieradarte, Associazione Didee e Università degli Studi di Torino.

Il coreografo e regista ha analizzato la sua esperienza di artista italiano residente da diversi anni all’estero: nell’intervista con Rita Maria Fabris, nell’incontro Scuola dello Spettatore organizzato prima dello spettacolo, Silvestrini ripercorre i diversi approcci con i soggetti che ha incontrato nella fase di ideazione dello spettacolo, senza distogliere l’attenzione dai grandi stravolgimenti politici degli ultimi anni (la Brexit, l’elezione di Trump, la deriva populista in Europa). Uno spettacolo che apre con una potente suggestione sul tema del confine, con un danzatore che danza in bilico su una linea che divide il palco in tutta la sua lunghezza. Se questa scelta può sembrare troppo dichiarata rispetto al tema dello spettacolo, non lo è stata la trattazione fisica e tematica di questo confine: i sei danzatori – e il musicista, sempre presente sul palco – definiscono il confine del loro corpo, difendendolo dagli altri, ma proteggendo anche il proprio spazio personale con una danza dalla potente dinamica e dominata da un forte senso di propriocezione.

I vari personaggi presentano sé stessi attraverso quelli che sono gli stereotipi legati alla loro cultura, in un’esasperazione continua di stilizzazioni e monologhi iperbolici, rimanendo comunque aderenti a un approccio teatrale che amalgama danza e parola in modo strutturale in tutto lo spettacolo.

Il fulcro centrale è l’ambientazione di una festa, dove il “maestro di cerimonie” è il tipico uomo inglese che accoglie i propri ospiti ingabbiandoli in quelli che presume possano essere le loro preferenze musicali, religiose e alimentari (ad esempio, il saluto alla ragazza cinese con l’inchino e del tè al gelsomino, o chiedere all’ospite arabo se fosse di religione musulmana). Questa volontà di integrazione, velata dal falso perbenismo di chi non vuole mancare di rispetto rimarca però forti differenze e distanze (Just saying…). I punti culturali dove corrono i binari dello scontro culturale sono la religione, la differenza fra paese di nascita e paese di origine, le domande continue sulle motivazioni dello spostamento e le risposte che circoscrivono l’individuo a uno spazio “riservato” a lui. Un’accoglienza “condizionata” che però nello spettacolo viene ribadita in maniera prolungata ed insistente fino a toccare momenti attoriali iperbolici: in alcuni punti fanno perdere l’effetto di straniamento desiderato.

Border Tales – Racconti di frontiera

Border Tales – Racconti di frontiera

I danzatori incorporano egregiamente il senso di dislocamento che hanno provato nella loro famiglia di origine o dal loro paese: l’uso dello spazio aperto, circoscritto e condiviso apre il senso di questa percezione nei confronti dello spettatore. La musica del colombiano Anthar Kharana, eseguita in parte dal vivo, è strutturale alla solida drammaturgia dello spettacolo e lascia spazio ai danzatori per creare uno spazio di comunicazione ampio.

Questo lavoro, in conclusione, è un’eccellente dimostrazione di come la danza possa rendersi consapevole dei cambiamenti sociali, ma soprattutto delle influenze antropologiche che questi cambiamenti causano. Scoprendo come l’Arts Council of England abbia finanziato un progetto di questo spessore sociale, rimane da chiedersi quanto in Italia potremmo imparare da questo modello di creazione veramente “contemporanea”: una progettualità nata non da un’elaborazione esclusivamente intellettuale, ma da un’esperienza laboratoriale che va ad operare in precisi contesti sociali e li porta a conoscenza di un pubblico preparato.

DIETRO LE QUINTE #8 – Breve storia del plagio musicale

DIETRO LE QUINTE #8 – Breve storia del plagio musicale

Luis Bacalov

Luis Bacalov

La legge italiana sul diritto d’autore (n. 633/1941) disciplina il reato di contraffazione (la cd. “pirateria”) all’art. 171, punendo con una multa chiunque riproduca, trascriva, reciti in pubblico, diffonda o ponga in commercio un’opera altrui senza averne diritto. Nello stesso articolo si punisce con una pena aggravata (la reclusione fino a un anno o la multa non inferiore a 516 euro) chi commette il medesimo reato, fra le altre cose, “con usurpazione della paternità” dell’opera.

Ed è qui, fra le maglie del reato di contraffazione, che risiede lo spazio assegnato dal nostro ordinamento al reato di plagio musicale, ovvero il ‘furto’ di una melodia altrui, quel saccheggio di pentagramma al centro di interminabili battaglie legali.

Sebbene la dottrina si sia più volte sforzata di identificare dei criteri costanti per l’accertamento del plagio (ad esempio le famose “otto battute uguali” o le “sette note consecutive”), la giurisprudenza ha sempre preferito valutare caso per caso, nella certezza per cui a comporre una canzone, oltre alla linea melodica – che è senz’altro il parametro principale – concorrano anche il ritmo, il timbro, gli accordi armonici e il testo. Così, oltre all’ascolto comparativo fra i due brani, in diversi casi si è ritenuta necessaria un’analisi più approfondita, in particolare per verificare se la canzone di musica leggera sia sufficientemente originale o al contrario troppo semplice per essere tutelata. Ancora, si è in taluni casi ritenuto necessario che l’opera secondaria suscitasse nell’ascoltatore medio “le stesse emozioni” dell’originale.

In ordine di tempo, l’ultima volta che si è chiamato in causa il plagio in maniera piuttosto rumorosa ha visto protagonisti Ermal Meta e Fabrizio Moro. Prima di trionfare al festival di Sanremo 2018, i due cantanti hanno rischiato la squalifica per aver portato in gara un brano in parte identico a un pezzo già presentato alle preselezioni di Sanremo Giovani 2016. Ma la vicenda si è conclusa in un fuoco di paglia: l’autore dei due brani era lo stesso, Andrea Febo, e il caso è stato con urgenza classificato come “autocitazione rispettosa del regolamento del Festival”.

Diversamente erano andate le cose a Loredana Bertè, che nel 2008 aveva visto il suo brano “Musica e parole” squalificato dal concorso canoro perché quasi coincidente con la canzone “Sesto Senso” di Ornella Ventura, scritto dagli stessi autori esattamente vent’anni prima.

Allontanandoci dalla Città dei Fiori, altre vicende hanno fatto non di meno discutere. Su tutte, naturalmente, i famigerati “cigni di Balaka”, che Al Bano sostenne aver ispirato “Will you be there” di Michael Jackson, dando inizio a un lungo iter giudiziario colorato di grottesco. Se era difficile credere che il re del pop ascoltasse il divo di Ciellino San Marco, non per questo poteva negarsi quanto i due componimenti fossero straordinariamente simili. In seguito alla denuncia di Al bano e dopo il parere di Ennio Morricone, nel 1994 il disco di Jackson fu ritirato dal mercato italiano e poi rimesso in vendita senza il brano incriminato. Qualche anno più tardi, però, il Tribunale di Roma, dopo aver interrogato lo stesso Jackson in un’audizione-evento, revocò l’ordine di sequestro ritenendo mancare una prova convincente che Jackson conoscesse la canzone italiana. Dopo altre pronunce intermedie, nel maggio del 1999 i periti del Pretore Penale di Roma riscontrarono la presenza di ben 37 note consecutive identiche nei ritornelli dei due brani, e Jackson fu condannato a pagare quattro milioni di lire di multa per plagio. Nel novembre del 1999, infine, la Corte di Appello di Milano mise fine alla querelle con una pronuncia che era l’unica verità possibile: i due brani erano entrambi figli di una terza canzone, una fonte comune priva di copyright e corrispondente a “Bless You For Being An Angel” degli Ink Spots. Al Bano fu condannato a pagare le spese processuali e rifiutò di ricorrere in Cassazione dopo un accordo riservato con Jackson.

Fra i cantanti maggiormente accusati di plagio figurano senza dubbio Gigi D’Alessio e Zucchero. Quest’ultimo ha affrontato un’aspra causa penale avviata da Michele Pecora a cavallo fra i due secoli. La canzone “Blu” di Fornaciari, con le sue “sere d’estate dimenticate”, sarebbe stata troppo simile alle “poesie d’estate dimenticate” della hit anni ’80 “Era lei”. Ad avere la meglio, alla fine, è stato Zucchero, che è riuscito a convincere i giudici di Milano dell’estrema diffusione di quella scala discendente e forse, più in generale, dell’ormai conclamata impossibilità di un “originale assoluto”.

Ancor più drammatiche le circostanze che hanno visto scontrarsi in tribunale il cantautore Sergio Endrigo, (in)dimenticato interprete di “Io che amo solo te”, e Luis Bacalov, premio Oscar per le musiche del Postino. Endrigo, per anni collaboratore di Bacalov, pretese di essere riconosciuto coautore della colonna sonora del film di Troisi, in gran parte ispirata alla sua canzone “Nelle mie notti”. Dopo diciotto anni di battaglie e due sentenze a favore di Endrigo, ormai defunto, Bacalov riconobbe nel 2013 il ruolo autoriale di Endrigo modificando l’iscrizione Siae e concedendogli, di fatto, un premio Oscar postumo.

Spostandoci fuori dall’Italia scopriamo come il subire un plagio, o meglio una “campionatura” non autorizzata, possa alle volte far piovere oro sulla testa della vittima. Il bellissimo brano di Puff Daddy “I’ll be missing you” è notoriamente costruito sul ritornello di “Every breath you take” dei Police, ma l’operazione fu compiuta dal rapper prima di acquisire i diritti di cover. Quando Sting citò in giudizio Puff Daddy per plagio, ottenne la totalità dei diritti sulla canzone, che ancora oggi corrispondono a decine di migliaia di dollari l’anno.

In mezzo ai casi di plagio più clamorosi gravita una galassia di episodi incompiuti o esagerati. Vengono sempre ricordate, per esempio, le somiglianze fra “I giardini di marzo” di Battisti e “Mr Soul” di Neil Young; fra “Ballo Ballo” della Carrà e “Eleanor Rigby” dei Beatles; fra “Viva la Vida” e “I could fly”; Lady Gaga e Madonna.

Il sito internet Plagimusicali.net offre una formidabile campionatura dei casi di plagio veri o presunti, con audio-comparazioni, commenti di appassionati e votazioni pubbliche. Talvolta i risultati sono interessanti, mentre il più delle volte le segnalazioni appaiono come una caccia alle streghe troppo severa.

Il numero di canzoni prodotte ogni giorno nel mondo, infatti, unito alla finitezza delle composizioni melodiche, non può che invitare ad essere quanto più clementi possibile nell’identificazione del plagio. Non solo, come ci insegnano dall’Asia, copiare vuol dire prima di tutto ammirare, ma è indiscutibile come la produzione artistica sia sempre il prodotto dell’elaborazione dell’esistente, l’esito (anche inconscio) di mille ispirazioni. Nel saggio “Anche Mozart copiava” (2004), Michele Bovi richiama l’osservazione di Morricone per cui “la musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta”. Tutti noi ci emozioniamo di fronte al ‘già sentito’. Tutti noi siamo in debito, ad ogni lampo di genio, con chi ci ha preceduto.

Quando il richiamo a un altro brano offende davvero il valore della paternità e dell’impegno individuale – in quanto volto a trarre vantaggi ingiusti dall’altrui genialità – allora quell’atto va senz’altro represso. Negli altri casi, a fare da guida dovrà essere l’indiscutibile e ancor più prezioso valore della conoscenza comune e dell’impegno collettivo.

Tips 4 Actors #09 – Il Leprecauno e la pentola d’oro. Il mito di trovarsi un agente

Tips 4 Actors #09 – Il Leprecauno e la pentola d’oro. Il mito di trovarsi un agente

L'agente. La prima persona che crede nella nostra arte. Colui che, dopo la mamma, è il primo alleato nel nostro business.

L’agente. La prima persona che crede nella nostra arte. Colui che, dopo la mamma, è il primo alleato nel nostro business.

L’agente. La prima persona che crede nella nostra arte. Colui che, dopo la mamma, è il primo alleato nel nostro business.
Senza un agente la nostra carriera non ha prospettiva.
Alt! Fermi un attimo. Facciamo un passo indietro e prendiamoci un caffè.
Lo sapevi che Bill Muray non ha agenti o manager? Ha un semplice numero di telefono, al quale risponde personalmente.
Ok. È pur vero che noi non siamo star internazionali e che, spesso e volentieri, ci risulta quanto mai difficile venire a conoscenza di casting e occasioni interessanti.
Tra mito e realtà, un paio di volte l’anno (almeno) finiamo con il chiederci come faccio ad avere un agente o un manager o entrambi?

Le risposte che più spesso ci sentiamo dare sono (a titolo esemplificativo ma non esaustivo)
• “Sii davvero talentuoso”
• “Sii bello, bello, bello in modo assurdo”
• “Devi bucare lo schermo”
• “Partecipa ad un reality”
• “Sii grasso/alto/efebico/androgino/brutto/etc”
• “Fai un’accademia prestigiosa, parla tre lingue, suona due strumenti e ama gli sport estremi”.

Ok. La smetto con le provocazioni. La verità è che non esiste una risposta univoca, o una formula che si traduca automaticamente nell’ottenere un agente.
O forse si, esiste: talento + aspetto giusto + momento giusto
Non sorridere. È meno scontato di quello che pensi.
Provo quindi a trarre delle sommarie conclusioni sulla base della mia esperienza e di colleghi a me vicini. Un piccolo corollario di suggerimenti che potrebbero indirizzarti verso una direzione.

Supponendo che ti stia mantenendo in allenamento – attoriale e fisico – che hai book e reel aggiornati, sito web, profili IMDB, e-talenta coerenti, ecc. la prima cosa che devi cercare di raggiungere è ottenere un incontro con un agente.

> Dai un’occhiata anche a Tips 4 Actors #06 – Don’t look back in camera. La grande incognita del book fotografico

Per prima cosa, non farti prendere dall’entusiasmo ed evita di telefonare, o presentarti di persona senza appuntamento.
In generale ricordati di una regola: quello che romperebbe le scatole a te, rompe anche a loro. Il vecchio “non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te” è sempre valido.
Puoi provare una delle seguenti strade:

#1 – LE RACCOMANDAZIONI BUONE
Quelle che in inglese chiamano reference. Un riferimento. Attenzionare qualcuno, sulla base delle sue specifiche competenze.
Se hai amici, compagni di classe e colleghi con agenti o conoscenti manager, chiedi cortesemente di far passare le tue foto e cv.

#2 – LA CLASSE NON È ACQUA
Se non hai amici con gli agenti, prova a farti coinvolgere in una comunità di attori rappresentati (ad esempio una classe di training, un workshop ecc.); poi, educatamente, chiedi loro di inviare le tue cose.
Avrai bisogno di una raccomandazione per incontrare un agente o un manager, e un riferimento da uno dei loro clienti sarà utile.

#3 – FACCELA VEDE’
La tua arte, si intende. Cerca di sfruttare ogni occasione di lavoro per farti vedere. Meglio se sei coinvolto in un progetto di qualità o in cui credi. Prova ad invitare registi, casting e agenti alle tue rappresentazioni o proiezioni.
Se riuscissi a fare qualche replica a Roma sarebbe meglio, dato che nella maggior parte dei casi le persone che ti interessano hanno sede lì.
Fidati del fatto che buoni agenti e manager (ma anche registi e produttori) vanno a vedere molti spettacoli e visionano i video che gli consigliano.

#4 – SIAMO L’ESERCITO DEI SELFIE
In poche parole sfrutta i social media. Utilizza Facebook, Twitter, Youtube, Vimeo, ecc al massimo potenziale. Sono tra le prime cose che chi ti cerca visiona e sono più efficaci di una chiamata dal nulla e impersonale.
Ovviamente devi curarli con molta attenzione. Anche in questo caso, non postare/scrivere/streammare ciò che non vorresti tua nonna vedesse.
Inoltre, se ti capita di interagire con gli agenti sui social media, fai attenzione. Non essere invadente, ossessivo, presuntuoso, etc. Perderesti in partenza.

#5 – LA TECNICA DEL COCKTAIL PARTY
Non fare o dire nulla – sia live che sui Social – che non faresti o diresti in una situazione pubblica, se ti trovassi di fronte ad una persona che ti interessa.
La cosa migliore da fare è fornire contenuti.
Va bene sfoggiare i propri interessi e passioni. Punta sulle idee comuni, ma attento a non risultare troppo autoreferenziale o sottomesso.
Quello che annoierebbe te, annoia anche loro.

#6 – LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI
Prova a frequentare i posti bazzicati da chi lavora nel tuo settore. Un incontro informale e casuale potrebbe rivelarsi più utile di mille e-mail o telefonate. Arriva preparato, però.
Ti ricordi il film “Il Diavolo veste Prada”? Anne Hathaway accompagna il suo temibile capo ad un’importante occasione di lavoro, con il compito di suggerirle il nome e la mansione di tutti quelli che incrocia. Ecco, prova a interagire consapevolmente con chi hai davanti.

Socialità e consapevolezza sono un’arma in più nella ricerca di un agente… o di un ingaggio.

Socialità e consapevolezza sono un’arma in più nella ricerca di un agente… o di un ingaggio.

Socialità e consapevolezza sono un’arma in più nella ricerca di un agente… o di un ingaggio.

#7 – SII IL TUO PRIMO AGENTE
Il rapporto con l’agente si basa su uno scambio attivo. Lui aiuta te, tu aiuti te. Tutti aiutano l’agenzia. Spesso l’agente, da solo, potrà aiutarti poco.

OK, quindi ti sei procurato un incontro. Ma come si trasforma un incontro in rappresentazione?
Iniziamo chiarendo cosa stai chiedendo ad un agente.
Non gli stai solo chiedendo di condurti da un direttore casting.
Stai chiedendo di investire parte del suo tempo su di te e sulla tua carriera. È un investimento di denaro. E sei tu a dover farlo guadagnare.
Una bella responsabilità! No?
Il rapporto, come vedi, è biunivoco.

Come si realizza questa prospettiva? O sei affascinante e hai il look perfetto, hai lavorato in modo coerente-recente-efficace, o hai tanto talento e talento anche per i provini.
Tuttavia molte cose non dipendono da te.
Quello che puoi sicuramente controllare sono talento e il tuo duro lavoro. Lavorare costantemente in classi di recitazione e sul palco per coltivare il tuo talento, in modo da renderlo forte e unico.

> Leggi qualche spunto su “Come scoprire la nostra unicità attoriale”

Parallelamente sii il tuo editor-social media, il tuo autore e fotoreporter. Crea il tuo materiale, scrivi, scatta e pubblica contenuti in modo coerente, facendo sempre tutto il possibile per renderti visibile a chi ti cerca (o a chi ti cerca e non sa che ha bisogno proprio di te).
Convinci il tuo potenziale agente che sei un professionista, affidabile e preparato. Lui potrà scommettere volentieri su di te.

Prendi il tuo potere. Fai la tua fortuna.