THEATROPEDIA #13 – Il grande attore

Sono emozionato, ho trovato il biglietto per la prima del teatro “alla Scala” e con esso tra le mani attraverso, a passi felpati, il corridoio dei palchetti, pensando già alla meraviglia che da qui a poco si magnificherà davanti ai miei occhi. Con accuratezza tento di aprire la porta, devo fare forza, fino a che una volta riuscitoci l’imbarazzo più totale mi fa desistere dall’entrare. Chiedo scusa a chi, all’interno, dopo aver chiuso le tendine del palco, si sta scambiando effusioni; chiudo la porta. È lunedì 26 dicembre 1831, Santo Stefano; a alla Scala di Milano c’è la prima della Norma di Vincenzo Bellini e a teatro è possibile fare anche questo: l’amore, come in un moderno privé. Guardo bene il biglietto, è colpa mia, ho sbagliato palco, entro in quello affianco, quello giusto, ci sono due signorotti per bene che gentilmente mi salutano, ricambio, noto che hanno con loro del cibo, stanno mangiando, per ora, dopo chissà; nel dubbio mi siedo.

Nel XIX secolo il teatro di prosa perde la sua rilevanza, gli attori, quelli importanti, sono i tenori, considerati interpreti completi che danno forma al genere teatrale più in voga: l’opera lirica. Sono questi gli anni del grande attore. Qui, oggi, nel 1831, quando lo spettatore si reca ad uno spettacolo l’unica cosa di cui si interessa, anticipatamente, è sapere da chi l’opera sarà interpretata, quali sono gli interpreti protagonisti. Nasce il gossip, quello sui vip. Questo grazie anche ai giornali che si occupano sempre di più, seriamente (e non), di critica teatrale, seguendo spesso le vite dei protagonisti della scena e generando così il mito del grande attore che cambierà la concezione del teatro avuta finora: il teatro degli attori, la compagnia, diventa dell’attore, il divo.

Nel frattempo il sipario si alza, inizia l’opera, il coro canta: “Ita sul colle, o Druidi, Ite a spar ne’ cieli…”; ed io mi perdo nella magnificenza della scena che soddisfa del tutto la mia curiosità. Appena il coro finisce di cantare sento sbatter le porte degli altri palchi e poi anche quella che chiude il mio posto… è incredibile, gli spettatori si fanno visita tra loro come se fossero ognuno a casa propria ad ospitare l’amico. C’è chi è addirittura appoggiato al parapetto del palco con le spalle rivolte al palcoscenico, disinteressato completamente allo spettacolo. Ogni tanto qualcuno butta un occhio, qualcun altro esclama, “io vedo solo gli intermezzi ballati”, qualcuno poi, “ancora deve uscire Donzelli”, il tenore. Mi vien da pensare: possibile che solo io trovo insensato questo comportamento? Mi guardo meglio intorno e la risposta è: no! C’è pure chi con un monocolo all’occhio guarda interessato ma infastidito l’opera proprio come a chi, invece, sembra dar fastidio la musica che di sottofondo (dell’opera) disturba le sue ciarle. Il teatro è un momento centrale della vita degli uomini dell’Ottocento, un momento di svago, un occasione di incontro. Non c’è la televisione, il cinema, il campionato di calcio, Sanremo e le canzonette, il concerto, non c’è nient’altro che il teatro come fonte di divertimento. Ed è una macchina economica non di poco conto; proprio per questo lo Stato italiano nel 1868 introdurrà una tassa del 10% sugli introiti lordi delle rappresentazioni teatrali per far fronte ai debiti finanziari del Bel Paese.

Finita la prima della Norma, tra applausi scroscianti e gente in visibilio, tutti si portano all’uscita degli artisti, vogliono vedere, alcuni toccare, conversare con il tenore Domenico Donzelli e la soprano Giuditta Pasta, sanno tutto di loro; un signore mi ha mostrato su di un foglio le loro carriere, anno per anno, le opere a cui hanno preso parte, proprio come si farebbe oggi con i calciatori e le squadre in cui questi hanno militato. Io, mi allontano dalla calca, dalla confusione e gironzolo nella capitale del Regno Lombardo-Veneto pensando a quel che sarà il teatro negli anni venturi, non so cosa mi piaccia di più. Ora, immaginatevi questa situazione sociale del teatro e pensate a come un attore di prosa si possa inserire nel divismo perpetrato dall’opera lirica, a come possono reggere il confronto quelle piccole compagnie di guitti con le grandi compagnie iper-finanziate dell’opera. Per scoprirlo ci dobbiamo spingere giusto di qualche anno più in là del 1831 e andare a Firenze.

Tredici maggio 1865, in occasione di alcune celebrazioni per il sesto centenario della nascita di Dante Alighieri, al Teatro Cocomero (oggi Niccolini) di Firenze va in scena Francesca da Rimini di Silvio Pellico. Fin qui niente di importante per gli uomini di quel tempo, lo abbiamo detto, gl’interessa soltanto sapere chi è il grande attore che si esibirà. Lo spettacolo è significativo perché vede in scena, insieme, i tre attori considerati “i più grandi del tempo”: Adelaide Ristori; Ernesto Rossi; Tommaso Salvini. A guardarli in scena la prima cosa che si nota è la loro tecnica attorica con la quale riescono a fronteggiare il successo di quelli dell’opera lirica. Il grande attore di prosa è riuscito a forgiare un tipo di comunicazione che accomuna volto, gesto, voce, creando una tensione drammatica che riesce ad attrarre anche lo spettatore più distratto. Difatti l’attore Salvini, interpretando con la sua verità il personaggio cattivo del Lancillotto riesce a far affezionare il pubblico anche al suo personaggio negativo. La sua interpretazione sarà ritenuta da tutti fenomenale. Il grande attore di prosa si è adattato agli ampi palcoscenici dei teatri dell’opera con i suoi movimenti balenanti; con gli intervalli di musica sotto forma di partitura musicale. È il cosiddetto animale da palcoscenico: Salvini intona le sue battute con le tonalità da basso, Ernesto Rossi con quelle del baritono, Adelaide Ristori recita in inglese pur non conoscendolo. Nessuno ai loro spettacoli ha nostalgia del melodramma, recitano le parole in modo armonioso, il loro copione è un vero e proprio spartito musicale.

Il teatro di prosa alla fine dell’Ottocento è ad appannaggio del divo. Il grande attore non si preoccupa più del valore artistico del testo che è visto come una intelaiatura in cui agisce il personaggio da interpretare a proprio gusto, spesso lo stesso personaggio, infatti, infonde nel pubblico un’impressione contraria a quella prevista dal drammaturgo. Per meglio far comprendere la situazione ho tra le mani alcune lettere intercorse tra Adelaide Ristori e il drammaturgo Paolo Giacometti, in una in particolare si legge della preoccupazione dell’attrice sui costumi di Maria Antonietta, personaggio che la stessa dovrà interpretare in un’opera drammatica che l’autore, a cui l’attrice si rivolge, ancora non ha scritto; difatti la Rinaldi ci tiene a precisare al povero drammaturgo: “il costume viene prima del testo”.

Sto per lasciare Firenze e il 1865 con una certezza, questi appariscenti divi del teatro hanno donato l’intera vita alla loro arte attorica che non consiste nel ritrovare, “semplicemente”, ogni volta se stesso nel personaggio, ma piuttosto nello sforzo di annullare sé nel momento stesso in cui si crea il personaggio. D’altronde negli anni a venire la Rinaldi rinfaccerà alla sua erede, Eleonora Duse, il fatto che la giovane interpreti un repertorio limitato di personaggi tutti uguali, e sostanzialmente tutti eguali a se stessa, invece di cimentarsi nello sforzo dilacerante di annullarsi per dar vita all’altro. Un attore può avere tutte le doti possibili, ma se gli manca quella “della trasformazione della sua soggettività”, proprio come un autore fa quando compone, resta solo un semplice attore, afferma Ernesto Rossi che dà a questa attitudine, del grande attore, una malcelata qualità divina, innata, che non si può “acquistare mediante lo studio”.

Gli attori dell’Ottocento, dunque, vissero anche di vana gloria, ma gli va ascritta col senno di poi che la loro fama fu davvero costruita con fatica e meticolosa dedizione, oggi che i divi son ben altri, beh non vedo poi così strano il secolo del romanticismo e, come un grande attore, solo me ne vo per la città a intonare anche io la mia voce e non chiedetemi chi sono perché son pronto a diventare un altro.

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Theatropedia è un blog di Aniello Nigro concepito come enciclopedia essenziale, raccontata, del Teatro. Fonte di informazioni per un primo approccio alla materia e spunto prolifico di approfondimenti tecnici. Segue un suo percorso tematico (non sempre cronologico) dall’origine del Teatro ai giorni nostri, ogni voce è formata da una parte romanzata ed una parte tecnica dell’argomento in questione. Ad affiancare le voci principali ci saranno poi quelle correlate dei protagonisti che siano essi drammaturghi, registi, attori o altro.

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Tips 4 Actors #10 – Chi ha paura dei buchi neri? Come affrontare il blue mood

Nella fantasia popolare il buco nero è un pozzo senza fine, dove l’ipotetica astronave in missione esplorativa è inghiottita, senza più speranza di ritorno. A me piace di più la versione in cui il buco nero è visto come porta su un altro universo, o ponte per infiniti viaggi nel tempo. Buco nero si definisce anche lo stato depressivo.

Tutti gli attori attraversano dei momenti di grande stress psico-fisico. Come riconoscerlo è abbastanza facile, ma come affrontarlo per passarci dentro e crearne qualcosa di utile è quello su cui mi sto interrogando.

Qualche giorno fa scrollavo Facebook e sono capitata sui sempre lucidi e pungenti meme de L’Attore Dinamico – #ilmestierepiùbellodelmondo. Nell’immagine una donna domandava “Ah, sei un attore. E com’è?”. La risposta, quanto mai efficace, diceva “È come un eterno alternarsi di sabato sera e lunedì mattina”.

In effetti molto spesso gli attori, soprattutto quelli noti, sono famosi anche per le loro fragilità e intemperanze. C’è chi ha dichiarato di essere spesso depresso, chi ha chiesto aiuto ad alcol o droghe, chi è andato incontro ad altre dipendenze.

Mi piacerebbe sconfessare il mito che per creare, per essere artisti, si debba necessariamente soffrire. Non ho abbastanza argomentazioni a riguardo se non che, per essere artisti generosi, ci si dovrebbe augurare di riuscire a fare tesoro della più vasta gamma di esperienze, ma anche questo sarebbe una banalità. Più probabilmente la verità è che non esiste un modo “giusto” di praticare la vita da artista, e che ci sono tanti modi diversi per lavorare e mantenersi in salute attoriale. Ma non si può negare che l’autogestione e la cura di sé, nell’affrontare le esigenze del nostro mestiere, siano aspetti cruciali per la longevità della nostra carriera.

Ecco dunque qualche consiglio personale (e non) per affrontare i momenti di stallo emotivo, venirne fuori e trovare nuovi stimoli di crescita e miglioramento.

#1 – CURA L’ALIMENTAZIONE

Il blue mood, la tristezza, quel senso di stanchezza e apatia che spesso si accompagnano ai nostri più memorabili momenti di buio cosmico, possono essere dovuti alla carenza di alcune sostanze. Perciò, una delle prime cose da fare quando ti senti giù è provare a integrare nella tua dieta alcuni di questi alimenti:

  • vitamine del gruppo B, fondamentali per il tono dell’umore. Le trovi nella verdura a foglia verde, crusca, carni rosse, frutti di mare, prodotti di soia fortificati e banane
  • magnesio, che incide sul nervosismo. È contenuto in lenticchie, soia, cereali integrali, latticini magri e frutta secca
  • zinco, utile a tutto il corpo, cervello incluso. Lo trovi nel cioccolato fondente (yeeeeh!), nella carne di manzo magra, germe di grano, spinaci e semi di zucca
  • iodio. Anche questa sostanza è una preziosa alleata del nostro organismo. Rafforza il sistema immunitario e migliora la memoria, e chi più di noi ne ha dunque bisogno? Si può trovare in formaggi, sale iodato, patate, mirtilli, pesce e gamberetti.

Ovviamente i miei consigli sono e restano tali. In caso di stanchezza prolungata il medico è sempre la strada migliore.

#2 – GRATIFICATI

Altro motivo di tristezza può venire semplicemente dalla fine di un lavoro bello, che ci ha impegnato per lungo tempo; o dal suo opposto, cioè da un periodo prolungato d’inattività; oppure da un periodo di forte stress e tensione, dal quale siamo usciti molto affaticati; oppure ancora, abbiamo ricevuto qualche feedback spiacevole che ha intaccato la nostra autostima (succede!).

Qualunque sia il caso, un mio amico e collega – saggio e istrionico – una volta mi ha consigliato di “fare qualcosa che ti gratifichi”. In effetti, può capitare di perdersi un po’ nel flusso delle mille cose da fare e, alla fine, ritrovarsi svuotati e smarriti. Che sia attività fisica, meditazione, un aperitivo con gli amici, una giornata di mare… dopo avrai più energie per rimetterti a lavorare su te stesso. Un po’ come dire “aiutati, che il ciel ti aiuta”, insomma. E da qui mi viene il successivo punto. 

#3 – SPOSTA LO SGUARDO

Certe volte, a causa dei cattivi pensieri, entriamo in un loop paranoide che ci fa andare ancora più giù. Appena ti viene in mente un pensiero negativo, prova a capovolgerlo.

Il blue mood ci fa distogliere l’attenzione dai nostri veri obiettivi.
Il blue mood ci fa distogliere l’attenzione dai nostri veri obiettivi.

Un esempio? Se ti viene in mente una roba tipo “Io non sono bravo abbastanza”, prova a dirti “voglio essere bravo come (che ne so) Viola Davis”. Provare per credere: il macigno che ti rende pesanti i piedi lascerà un po’ di spazio a una piccola carica energetica. Tu cavalcala. Quello che succede, secondo me, è molto semplice. Laddove prima c’era un mare magnum di confusione, improvvisamente, viene lanciato un indizio per seguire una strada. Un qualcosa su cui lavorare. Voglio arrivare là, ho bisogno di fare questi passi

E ancora, salto al punto successivo.

> Se vuoi sapere di più su come trasformare una credenza negativa in una potenziante, butta un occhio qui.

#4 – ORGANIZZATI

Nei momenti di depressione è facile lasciarsi andare. Fai un piccolo sforzo per cercare di non vanificare quello che hai fatto fino a quel momento. Butta giù una lista di obiettivi a breve-medio periodo. Cambiare stile, rifare il book, aggiornare il tuo materiale, preparare due nuovi monologhi, etc.

Inserisci qualcosa per il corpo, qualcosa per lo spirito, qualcosa per la tecnica e qualcosa per te.

Ad esempio: fai un piccolo work out di 15 minuti al mattino; leggi ogni giorno qualcosa (una poesia, un saggio breve, un aforisma, etc.); riscalda la voce e giocaci, oppure inventa una storia e provala, oppure scegli una scena e giratela con il cellulare; esci a prendere un caffè con un amico e magari gli fai leggere quello che hai scritto. Chi lo sa… potrebbe nascerne una collaborazione! Attento solo a fare una pianificazione sostenibile e a non tradirla.

#5 – RITORNA ALL’ORIGINE

Queste fasi sono molto utili per interrogarsi sullo stato della tua arte. Se ti senti smarrito, frustrato, demotivato, ritorna alla domanda di base “Perché lo fai?”. Potresti scoprire di avere una nuova necessità da soddisfare. E allora ecco spiegato perché non andassi più d’accordo con te stesso. Potresti, invece, trovarti a confermare le tue motivazioni di sempre. E allora buon lavoro!

#6 – GUARDA FILM IN LINGUA

E questo è un consiglio che sicuramente già seguirete, ma provate a prenderlo come un esercizio diverso. A segnalarlo è niente po’ po’ di meno ché James Sweeny (Neighbors, Love Child, Secret Daughter). “Guarda film stranieri. Andare al cinema a guardare qualsiasi film non è solo catartico per un attore, ma aiuta anche a ricordare perché lo facciamo. Trovo che guardare film stranieri possa separare l’attore dal film. Possiamo considerarlo come una forma d’arte più pura. Senza una solida conoscenza della lingua, possiamo tornare a studiare l’atto attoriale senza pregiudizio. Lo stesso si può dire con l’arte visiva, la musica e il linguaggio stesso.”

Se vuoi provare a vedere qualche film in lingua originale, Youtube a parte, ecco un articolo del preziosissimo Aranzulla che raccoglie un po’ di portali su cui trovate film originali legali.

#7 – TORNA ALL’ASCOLTO

Anche questo può sembrare un consiglio banale, invece la chiusura è quello che sperimentiamo nei momenti tormentati. Ci attorcigliamo sul malessere, sulle convinzioni distorte che abbiamo, e ritardiamo il momento in cui imbocchiamo la nuova strada. Perciò ascolta con il corpo quanto con le orecchie e ricorda di respirare ciò che hai intorno, prova veramente a farle entrare dentro di te. Anche se si tratta di una critica. Sarà utile a tracciare una strada per superare un ostacolo.

L’ascolto è da sempre una delle qualità principe per un attore. Ricordarcelo è sempre utile, soprattutto se non è un talento naturale, ma uno strumento acquisito con lavoro e dedizione.
L’ascolto è da sempre una delle qualità principe per un attore. Ricordarcelo è sempre utile, soprattutto se non è un talento naturale, ma uno strumento acquisito con lavoro e dedizione.

Un momento di debolezza spesso può diventare l’anticamera di un cambiamento importante. Fa’ in modo che sia così. Infatti, preso in esame tutto ciò, rimettiti a studiare. Workshop e seminari sono il Glassex dello spirito. Alcuni saranno su selezione e non passerai (questa volta), altri sono a pagamento, quindi organizzati.

Io, personalmente, faccio in modo da avere una piccola riserva invernale ed estiva per potermi fermare un paio di volte l’anno (se e quando posso) a studiare. Altri sono una via di mezzo. Tutte sono delle esperienze umane e artistiche indimenticabili. Tra quelle che porto dentro con dolcezza e riconoscenza c’è il seminario residenziale di Danio Manfredini al Centro Teatrale Umbro. Prova a dare un occhio alle loro classi di questa estate o ai seminari del CTR Teatro di Venezia. Altro riferimento d’eccellenza per la formazione d’alto profilo è il Centro Teatrale Santacristina.

Insomma, il blue mood c’è e può esserci amico, ma non perdiamoci di vista. Perché quando i nostri bisogni di base escono dalla finestra, tutto il resto soffre.

 

Immagine di copertina Photo by Ahmed zayan on Unsplash

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Photo by Mohammad Metri on Unsplash

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AS-SAGGI DI DANZA #18 – La danza di confine di Luca Silvestrini

Border Tales – Racconti di frontiera
Border Tales – Racconti di frontiera

Border Tales Racconti di frontiera è il titolo della performance della compagnia londinese Protein, diretta da Luca Silvestrini e basata sul tema della migrazione e dell’integrazione nel Regno Unito. Questa produzione è il risultato di una ricerca iniziata nel 2013 con migranti e rifugiati nei vari paesi e sviluppata attraverso un laboratorio con il Centre for Refugees and Migrants di Londra, e portato a Torino grazie alla Fondazione Piemonte dal Vivo e Associazione Filieradarte, Associazione Didee e Università degli Studi di Torino.

Il coreografo e regista ha analizzato la sua esperienza di artista italiano residente da diversi anni all’estero: nell’intervista con Rita Maria Fabris, nell’incontro Scuola dello Spettatore organizzato prima dello spettacolo, Silvestrini ripercorre i diversi approcci con i soggetti che ha incontrato nella fase di ideazione dello spettacolo, senza distogliere l’attenzione dai grandi stravolgimenti politici degli ultimi anni (la Brexit, l’elezione di Trump, la deriva populista in Europa). Uno spettacolo che apre con una potente suggestione sul tema del confine, con un danzatore che danza in bilico su una linea che divide il palco in tutta la sua lunghezza. Se questa scelta può sembrare troppo dichiarata rispetto al tema dello spettacolo, non lo è stata la trattazione fisica e tematica di questo confine: i sei danzatori – e il musicista, sempre presente sul palco – definiscono il confine del loro corpo, difendendolo dagli altri, ma proteggendo anche il proprio spazio personale con una danza dalla potente dinamica e dominata da un forte senso di propriocezione.

I vari personaggi presentano sé stessi attraverso quelli che sono gli stereotipi legati alla loro cultura, in un’esasperazione continua di stilizzazioni e monologhi iperbolici, rimanendo comunque aderenti a un approccio teatrale che amalgama danza e parola in modo strutturale in tutto lo spettacolo.

Il fulcro centrale è l’ambientazione di una festa, dove il “maestro di cerimonie” è il tipico uomo inglese che accoglie i propri ospiti ingabbiandoli in quelli che presume possano essere le loro preferenze musicali, religiose e alimentari (ad esempio, il saluto alla ragazza cinese con l’inchino e del tè al gelsomino, o chiedere all’ospite arabo se fosse di religione musulmana). Questa volontà di integrazione, velata dal falso perbenismo di chi non vuole mancare di rispetto rimarca però forti differenze e distanze (Just saying…). I punti culturali dove corrono i binari dello scontro culturale sono la religione, la differenza fra paese di nascita e paese di origine, le domande continue sulle motivazioni dello spostamento e le risposte che circoscrivono l’individuo a uno spazio “riservato” a lui. Un’accoglienza “condizionata” che però nello spettacolo viene ribadita in maniera prolungata ed insistente fino a toccare momenti attoriali iperbolici: in alcuni punti fanno perdere l’effetto di straniamento desiderato.

Border Tales – Racconti di frontiera
Border Tales – Racconti di frontiera

I danzatori incorporano egregiamente il senso di dislocamento che hanno provato nella loro famiglia di origine o dal loro paese: l’uso dello spazio aperto, circoscritto e condiviso apre il senso di questa percezione nei confronti dello spettatore. La musica del colombiano Anthar Kharana, eseguita in parte dal vivo, è strutturale alla solida drammaturgia dello spettacolo e lascia spazio ai danzatori per creare uno spazio di comunicazione ampio.

Questo lavoro, in conclusione, è un’eccellente dimostrazione di come la danza possa rendersi consapevole dei cambiamenti sociali, ma soprattutto delle influenze antropologiche che questi cambiamenti causano. Scoprendo come l’Arts Council of England abbia finanziato un progetto di questo spessore sociale, rimane da chiedersi quanto in Italia potremmo imparare da questo modello di creazione veramente “contemporanea”: una progettualità nata non da un’elaborazione esclusivamente intellettuale, ma da un’esperienza laboratoriale che va ad operare in precisi contesti sociali e li porta a conoscenza di un pubblico preparato.

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DIETRO LE QUINTE #8 – Breve storia del plagio musicale

Luis Bacalov
Luis Bacalov

La legge italiana sul diritto d’autore (n. 633/1941) disciplina il reato di contraffazione (la cd. “pirateria”) all’art. 171, punendo con una multa chiunque riproduca, trascriva, reciti in pubblico, diffonda o ponga in commercio un’opera altrui senza averne diritto. Nello stesso articolo si punisce con una pena aggravata (la reclusione fino a un anno o la multa non inferiore a 516 euro) chi commette il medesimo reato, fra le altre cose, “con usurpazione della paternità” dell’opera.

Ed è qui, fra le maglie del reato di contraffazione, che risiede lo spazio assegnato dal nostro ordinamento al reato di plagio musicale, ovvero il ‘furto’ di una melodia altrui, quel saccheggio di pentagramma al centro di interminabili battaglie legali.

Sebbene la dottrina si sia più volte sforzata di identificare dei criteri costanti per l’accertamento del plagio (ad esempio le famose “otto battute uguali” o le “sette note consecutive”), la giurisprudenza ha sempre preferito valutare caso per caso, nella certezza per cui a comporre una canzone, oltre alla linea melodica – che è senz’altro il parametro principale – concorrano anche il ritmo, il timbro, gli accordi armonici e il testo. Così, oltre all’ascolto comparativo fra i due brani, in diversi casi si è ritenuta necessaria un’analisi più approfondita, in particolare per verificare se la canzone di musica leggera sia sufficientemente originale o al contrario troppo semplice per essere tutelata. Ancora, si è in taluni casi ritenuto necessario che l’opera secondaria suscitasse nell’ascoltatore medio “le stesse emozioni” dell’originale.

In ordine di tempo, l’ultima volta che si è chiamato in causa il plagio in maniera piuttosto rumorosa ha visto protagonisti Ermal Meta e Fabrizio Moro. Prima di trionfare al festival di Sanremo 2018, i due cantanti hanno rischiato la squalifica per aver portato in gara un brano in parte identico a un pezzo già presentato alle preselezioni di Sanremo Giovani 2016. Ma la vicenda si è conclusa in un fuoco di paglia: l’autore dei due brani era lo stesso, Andrea Febo, e il caso è stato con urgenza classificato come “autocitazione rispettosa del regolamento del Festival”.

Diversamente erano andate le cose a Loredana Bertè, che nel 2008 aveva visto il suo brano “Musica e parole” squalificato dal concorso canoro perché quasi coincidente con la canzone “Sesto Senso” di Ornella Ventura, scritto dagli stessi autori esattamente vent’anni prima.

Allontanandoci dalla Città dei Fiori, altre vicende hanno fatto non di meno discutere. Su tutte, naturalmente, i famigerati “cigni di Balaka”, che Al Bano sostenne aver ispirato “Will you be there” di Michael Jackson, dando inizio a un lungo iter giudiziario colorato di grottesco. Se era difficile credere che il re del pop ascoltasse il divo di Ciellino San Marco, non per questo poteva negarsi quanto i due componimenti fossero straordinariamente simili. In seguito alla denuncia di Al bano e dopo il parere di Ennio Morricone, nel 1994 il disco di Jackson fu ritirato dal mercato italiano e poi rimesso in vendita senza il brano incriminato. Qualche anno più tardi, però, il Tribunale di Roma, dopo aver interrogato lo stesso Jackson in un’audizione-evento, revocò l’ordine di sequestro ritenendo mancare una prova convincente che Jackson conoscesse la canzone italiana. Dopo altre pronunce intermedie, nel maggio del 1999 i periti del Pretore Penale di Roma riscontrarono la presenza di ben 37 note consecutive identiche nei ritornelli dei due brani, e Jackson fu condannato a pagare quattro milioni di lire di multa per plagio. Nel novembre del 1999, infine, la Corte di Appello di Milano mise fine alla querelle con una pronuncia che era l’unica verità possibile: i due brani erano entrambi figli di una terza canzone, una fonte comune priva di copyright e corrispondente a “Bless You For Being An Angel” degli Ink Spots. Al Bano fu condannato a pagare le spese processuali e rifiutò di ricorrere in Cassazione dopo un accordo riservato con Jackson.

Fra i cantanti maggiormente accusati di plagio figurano senza dubbio Gigi D’Alessio e Zucchero. Quest’ultimo ha affrontato un’aspra causa penale avviata da Michele Pecora a cavallo fra i due secoli. La canzone “Blu” di Fornaciari, con le sue “sere d’estate dimenticate”, sarebbe stata troppo simile alle “poesie d’estate dimenticate” della hit anni ’80 “Era lei”. Ad avere la meglio, alla fine, è stato Zucchero, che è riuscito a convincere i giudici di Milano dell’estrema diffusione di quella scala discendente e forse, più in generale, dell’ormai conclamata impossibilità di un “originale assoluto”.

Ancor più drammatiche le circostanze che hanno visto scontrarsi in tribunale il cantautore Sergio Endrigo, (in)dimenticato interprete di “Io che amo solo te”, e Luis Bacalov, premio Oscar per le musiche del Postino. Endrigo, per anni collaboratore di Bacalov, pretese di essere riconosciuto coautore della colonna sonora del film di Troisi, in gran parte ispirata alla sua canzone “Nelle mie notti”. Dopo diciotto anni di battaglie e due sentenze a favore di Endrigo, ormai defunto, Bacalov riconobbe nel 2013 il ruolo autoriale di Endrigo modificando l’iscrizione Siae e concedendogli, di fatto, un premio Oscar postumo.

Spostandoci fuori dall’Italia scopriamo come il subire un plagio, o meglio una “campionatura” non autorizzata, possa alle volte far piovere oro sulla testa della vittima. Il bellissimo brano di Puff Daddy “I’ll be missing you” è notoriamente costruito sul ritornello di “Every breath you take” dei Police, ma l’operazione fu compiuta dal rapper prima di acquisire i diritti di cover. Quando Sting citò in giudizio Puff Daddy per plagio, ottenne la totalità dei diritti sulla canzone, che ancora oggi corrispondono a decine di migliaia di dollari l’anno.

In mezzo ai casi di plagio più clamorosi gravita una galassia di episodi incompiuti o esagerati. Vengono sempre ricordate, per esempio, le somiglianze fra “I giardini di marzo” di Battisti e “Mr Soul” di Neil Young; fra “Ballo Ballo” della Carrà e “Eleanor Rigby” dei Beatles; fra “Viva la Vida” e “I could fly”; Lady Gaga e Madonna.

Il sito internet Plagimusicali.net offre una formidabile campionatura dei casi di plagio veri o presunti, con audio-comparazioni, commenti di appassionati e votazioni pubbliche. Talvolta i risultati sono interessanti, mentre il più delle volte le segnalazioni appaiono come una caccia alle streghe troppo severa.

Il numero di canzoni prodotte ogni giorno nel mondo, infatti, unito alla finitezza delle composizioni melodiche, non può che invitare ad essere quanto più clementi possibile nell’identificazione del plagio. Non solo, come ci insegnano dall’Asia, copiare vuol dire prima di tutto ammirare, ma è indiscutibile come la produzione artistica sia sempre il prodotto dell’elaborazione dell’esistente, l’esito (anche inconscio) di mille ispirazioni. Nel saggio “Anche Mozart copiava” (2004), Michele Bovi richiama l’osservazione di Morricone per cui “la musica orecchiabile, proprio perché tale, assomiglia a qualche cosa già scritta”. Tutti noi ci emozioniamo di fronte al ‘già sentito’. Tutti noi siamo in debito, ad ogni lampo di genio, con chi ci ha preceduto.

Quando il richiamo a un altro brano offende davvero il valore della paternità e dell’impegno individuale – in quanto volto a trarre vantaggi ingiusti dall’altrui genialità – allora quell’atto va senz’altro represso. Negli altri casi, a fare da guida dovrà essere l’indiscutibile e ancor più prezioso valore della conoscenza comune e dell’impegno collettivo.

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Tips 4 Actors #09 – Il Leprecauno e la pentola d’oro. Il mito di trovarsi un agente

L'agente. La prima persona che crede nella nostra arte. Colui che, dopo la mamma, è il primo alleato nel nostro business.
L’agente. La prima persona che crede nella nostra arte. Colui che, dopo la mamma, è il primo alleato nel nostro business.

L’agente. La prima persona che crede nella nostra arte. Colui che, dopo la mamma, è il primo alleato nel nostro business.
Senza un agente la nostra carriera non ha prospettiva.
Alt! Fermi un attimo. Facciamo un passo indietro e prendiamoci un caffè.
Lo sapevi che Bill Muray non ha agenti o manager? Ha un semplice numero di telefono, al quale risponde personalmente.
Ok. È pur vero che noi non siamo star internazionali e che, spesso e volentieri, ci risulta quanto mai difficile venire a conoscenza di casting e occasioni interessanti.
Tra mito e realtà, un paio di volte l’anno (almeno) finiamo con il chiederci come faccio ad avere un agente o un manager o entrambi?

Le risposte che più spesso ci sentiamo dare sono (a titolo esemplificativo ma non esaustivo)
• “Sii davvero talentuoso”
• “Sii bello, bello, bello in modo assurdo”
• “Devi bucare lo schermo”
• “Partecipa ad un reality”
• “Sii grasso/alto/efebico/androgino/brutto/etc”
• “Fai un’accademia prestigiosa, parla tre lingue, suona due strumenti e ama gli sport estremi”.

Ok. La smetto con le provocazioni. La verità è che non esiste una risposta univoca, o una formula che si traduca automaticamente nell’ottenere un agente.
O forse si, esiste: talento + aspetto giusto + momento giusto
Non sorridere. È meno scontato di quello che pensi.
Provo quindi a trarre delle sommarie conclusioni sulla base della mia esperienza e di colleghi a me vicini. Un piccolo corollario di suggerimenti che potrebbero indirizzarti verso una direzione.

Supponendo che ti stia mantenendo in allenamento – attoriale e fisico – che hai book e reel aggiornati, sito web, profili IMDB, e-talenta coerenti, ecc. la prima cosa che devi cercare di raggiungere è ottenere un incontro con un agente.

> Dai un’occhiata anche a Tips 4 Actors #06 – Don’t look back in camera. La grande incognita del book fotografico

Per prima cosa, non farti prendere dall’entusiasmo ed evita di telefonare, o presentarti di persona senza appuntamento.
In generale ricordati di una regola: quello che romperebbe le scatole a te, rompe anche a loro. Il vecchio “non fare agli altri quello che non vorresti facessero a te” è sempre valido.
Puoi provare una delle seguenti strade:

#1 – LE RACCOMANDAZIONI BUONE
Quelle che in inglese chiamano reference. Un riferimento. Attenzionare qualcuno, sulla base delle sue specifiche competenze.
Se hai amici, compagni di classe e colleghi con agenti o conoscenti manager, chiedi cortesemente di far passare le tue foto e cv.

#2 – LA CLASSE NON È ACQUA
Se non hai amici con gli agenti, prova a farti coinvolgere in una comunità di attori rappresentati (ad esempio una classe di training, un workshop ecc.); poi, educatamente, chiedi loro di inviare le tue cose.
Avrai bisogno di una raccomandazione per incontrare un agente o un manager, e un riferimento da uno dei loro clienti sarà utile.

#3 – FACCELA VEDE’
La tua arte, si intende. Cerca di sfruttare ogni occasione di lavoro per farti vedere. Meglio se sei coinvolto in un progetto di qualità o in cui credi. Prova ad invitare registi, casting e agenti alle tue rappresentazioni o proiezioni.
Se riuscissi a fare qualche replica a Roma sarebbe meglio, dato che nella maggior parte dei casi le persone che ti interessano hanno sede lì.
Fidati del fatto che buoni agenti e manager (ma anche registi e produttori) vanno a vedere molti spettacoli e visionano i video che gli consigliano.

#4 – SIAMO L’ESERCITO DEI SELFIE
In poche parole sfrutta i social media. Utilizza Facebook, Twitter, Youtube, Vimeo, ecc al massimo potenziale. Sono tra le prime cose che chi ti cerca visiona e sono più efficaci di una chiamata dal nulla e impersonale.
Ovviamente devi curarli con molta attenzione. Anche in questo caso, non postare/scrivere/streammare ciò che non vorresti tua nonna vedesse.
Inoltre, se ti capita di interagire con gli agenti sui social media, fai attenzione. Non essere invadente, ossessivo, presuntuoso, etc. Perderesti in partenza.

#5 – LA TECNICA DEL COCKTAIL PARTY
Non fare o dire nulla – sia live che sui Social – che non faresti o diresti in una situazione pubblica, se ti trovassi di fronte ad una persona che ti interessa.
La cosa migliore da fare è fornire contenuti.
Va bene sfoggiare i propri interessi e passioni. Punta sulle idee comuni, ma attento a non risultare troppo autoreferenziale o sottomesso.
Quello che annoierebbe te, annoia anche loro.

#6 – LA FORTUNA AIUTA GLI AUDACI
Prova a frequentare i posti bazzicati da chi lavora nel tuo settore. Un incontro informale e casuale potrebbe rivelarsi più utile di mille e-mail o telefonate. Arriva preparato, però.
Ti ricordi il film “Il Diavolo veste Prada”? Anne Hathaway accompagna il suo temibile capo ad un’importante occasione di lavoro, con il compito di suggerirle il nome e la mansione di tutti quelli che incrocia. Ecco, prova a interagire consapevolmente con chi hai davanti.

Socialità e consapevolezza sono un’arma in più nella ricerca di un agente… o di un ingaggio.

Socialità e consapevolezza sono un’arma in più nella ricerca di un agente… o di un ingaggio.
Socialità e consapevolezza sono un’arma in più nella ricerca di un agente… o di un ingaggio.

#7 – SII IL TUO PRIMO AGENTE
Il rapporto con l’agente si basa su uno scambio attivo. Lui aiuta te, tu aiuti te. Tutti aiutano l’agenzia. Spesso l’agente, da solo, potrà aiutarti poco.

OK, quindi ti sei procurato un incontro. Ma come si trasforma un incontro in rappresentazione?
Iniziamo chiarendo cosa stai chiedendo ad un agente.
Non gli stai solo chiedendo di condurti da un direttore casting.
Stai chiedendo di investire parte del suo tempo su di te e sulla tua carriera. È un investimento di denaro. E sei tu a dover farlo guadagnare.
Una bella responsabilità! No?
Il rapporto, come vedi, è biunivoco.

Come si realizza questa prospettiva? O sei affascinante e hai il look perfetto, hai lavorato in modo coerente-recente-efficace, o hai tanto talento e talento anche per i provini.
Tuttavia molte cose non dipendono da te.
Quello che puoi sicuramente controllare sono talento e il tuo duro lavoro. Lavorare costantemente in classi di recitazione e sul palco per coltivare il tuo talento, in modo da renderlo forte e unico.

> Leggi qualche spunto su “Come scoprire la nostra unicità attoriale”

Parallelamente sii il tuo editor-social media, il tuo autore e fotoreporter. Crea il tuo materiale, scrivi, scatta e pubblica contenuti in modo coerente, facendo sempre tutto il possibile per renderti visibile a chi ti cerca (o a chi ti cerca e non sa che ha bisogno proprio di te).
Convinci il tuo potenziale agente che sei un professionista, affidabile e preparato. Lui potrà scommettere volentieri su di te.

Prendi il tuo potere. Fai la tua fortuna.

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Tips 4 Actors #08 – Actress Life. Resoconto di un bimestre da attrice

Ciao Tipper, in primo luogo mi scuso per la latitanza degli ultimi mesi. Ho vissuto un periodo molto affascinante e faticoso, dal quale ho tratto qualche riflessione, che ovviamente voglio condividere con te. Ragionando sul titolo, ho iniziato a ripetermi in testa qualche gioco di parola. La prima cosa che ho pensato rimettendomi a scrivere i tip è stato Actress Life – hashtag noto e abusato – seguito da Life for an actress. Live as actress. Actress alive. Live for life. Subito dopo mi è tornata in mente una canzone di Amalia Gré, artista che probabilmente continua a piacere solo a me (ma questa è una illazione, anche se non so che fine abbia fatto).

Io cammino di notte da sola è la canzone, ed in effetti rappresenta un buon riassunto di quello che penso e che ho vissuto, oltre ad essere un buono spunto per un repetition game (ma anche questa è un’illazione). Breve riassunto degli ultimi 64 giorni: un debutto in una commedia, due spot – che sarebbe meglio definire corti web, un ruolo in una serie, un debutto nazionale con una produzione inedita della mia compagnia, un ruolo da protagonista in un film saltato, alcuni provini e tanti mezzi presi e persi. Totale ore di lavoro (non retribuite e senza copertura assicurativa): 580; limite decibel raggiunto con i litigi in produzione: 130dB; persone incontrate-incrociate-superate: circa 82; ore di sonno: non pervenute; totale caffè consumati: non pervenuto; totale litigi in famiglia: non pervenuto.

La domanda quindi nasce spontanea. Cosa significa vivere da attore? Stamattina leggevo un articolo su uno dei portali di riferimento anche per i miei contenuti, sul quale era riportato “Acting is a desease”. Ora, senza farla così tragica la verità è una e indiscutibile: sebbene molte persone abbiano la passione di recitare, la realtà di essere un attore professionista è inconcepibile dall’esterno. Una volta che si prova ad assumerla come professione, ci sono altri fattori che si intromettono, come mangiare o pagare l’affitto, o dover fare i conti con genitori o partner delusi. Ed ecco che tornano le parole della canzone: “Io cammino di notte da sola, poi piango poi rido e aspetto l’aurora. Ed è una vita d’artista, così altalenante, ma quello che creo è importante per me”.

Ecco allora alcuni consigli su come affrontare le problematiche più frequenti di questo mestiere, così bello e contemporaneamente così provante.

1. IO CAMMINO DI NOTTE DA SOLA
Ovvero come affrontare la solitudinev

Fare l’attore di carriera è un mestiere di grande solitudine.
Quando sei coinvolto in una produzione lunga, la situazione più favorevole è che tu lavori sempre con le stesse persone a strettissimo contatto per un tempo più o meno lungo. Queste persone diventano i tuoi amici, i tuoi confidenti, i tuoi compagni.
Finita la festa, gli amici se ne vanno e ognuno per la propria strada.
Se, come me, lavori spesso ma a sbocconcellate su set brevi, i contatti sono più fugaci. Arrivi la mattina presto, ti prepari, giri e saluti. Fine. Come Pic: rapido e indolore.
A questo (sempre come nel mio caso) si devono aggiungere una manciata consistente di prove, magari a margine di una giornata di riprese.
Rientro stimato a casa propria per le 23:30 circa. Il tuo partner dorme, tuo figlio di 15 mesi no; poco importa, tanto giusto il tempo di ingurgitare qualcosa e sei già nel mondo dei sogni con tuo figlio che ti salta sulla pancia.
Sabato e domenica, in scena. Gli amici escono, ma non per venire a vedere te (a meno che non sia coinvolta in una grande produzione, e/o non possano farsi un selfie con qualcuno o davanti a qualcosa di importante).

Dall’altro lato, anche dopo un lungo periodo di lavoro, rientrare nella normalità può essere destabilizzante. Ricordo sempre le parole di una mia buona amica, in merito alle dinamiche di gruppo: “Se ci sei esisti!”, che in soldoni vuol dire essere presente sempre all’interno del gruppo di amici, per poter contare sul fatto di avere amici.
Insomma, apri la porta di casa e ti trovi a dover fare i conti con un domani di nuovo incerto, ma con un pizzico di stanchezza in più.

Il mio consiglio per evitare le scene da film in cui la protagonista cammina per strada con il volto solcato da romantiche lacrime, magari sotto la pioggia, mentre tutto attorno risuona qualcosa tipo “Moon River” è questo: ricordati che la tua vita è fuori, è intorno, non solo dentro il tuo mestiere. È un mantra che fatico a ripetermi, ma è l’unica soluzione.
Coltiva i tuoi rapporti veri. Basta un messaggio, una telefonata, una visita inaspettata, ma fallo. Quando il lavoro gira bene è facile perdersi; difficile è ritrovarsi nei momenti bui. Amici e famiglia sono i nostri più grandi alleati per costruire una carriera solida e lunga.

2. E SI POTEVANO MANGIARE ANCHE LE FRAGOLE
Ovvero dei sensi di colpa

I sensi di colpa che appesantiscono la tua scelta artistica, rallentano solo il tuo passo.
I sensi di colpa che appesantiscono la tua scelta artistica, rallentano solo il tuo passo.

Tempo fa il regista di un film di cassetta mi confessò che aveva nel cast un’attrice di nome e che era in difficoltà perché non riusciva a gestirla. Lei aveva partorito da due mesi ed era in piena depressione post partum.
Dall’altro lato c’è la mia più umile e limitata esperienza. In questi ultimi 64 giorni, più volte mi è capitato di non riuscire a vedere mio figlio per molti giorni consecutivi; con il mio compagno sono arrivata a discutere spesso a causa della mia prolungata assenza; non ho fatto la spesa per più di un mese.
Il senso di colpa più grande, però, è sempre relativo al risvolto economico. Perché alla fine della giostra, ti siedi a tavolino e sai che non potrai concederti più di uno o due giorni di stacco (definirlo relax è troppo). Un grande sforzo che serve a malapena a coprire qualche spesa e, verosimilmente, a contrarre qualche altro debito. Ma come si dice? I debiti allungano la vita!
In questo scenario, la mia soluzione è forzarsi un po’. Imporsi disciplina, per ritagliarsi un po’ di spazio per sé. Sarà un tempo da prendersi per osservare, studiare, accantonare, far decantare e magari creare.

3. UN ANTICO IDIOMA CHE NON SAI DECIFRARE.
Ovvero dell’attesa e della lotta contro la paura

Gaber diceva “No, non muovetevi. C’è un’aria stranamente tesa e un gran bisogno di silenzio. Siamo tutti in attesa.”
È un verso che mi aiuta tanto, perché spesso finisco un lavoro e vado mentalmente alla ricerca di un altro lavoro. Per paura di uscire dal giro, per paura di restare senza soldi, per paura di dimenticare quello che so fare.
Poi è successo che ho sbagliato. Non tutti i lavori fanno bene, non tutti i lavori sono utili, non tutti i lavori arrivano al momento giusto.
Un lavoro fatto male è più dannoso dello stare un po’ di tempo senza lavorare.

La mia soluzione è creati una piccola alternativa che non ti distolga troppo dalle necessità attoriali. Impiegarsi in qualcosa che possa andare bene per brevi periodi, o che si possa gestire da casa. Alternativamente puoi proporti come sottoaiuto di qualcosa in produzioni teatrali o cinematografiche. Spesso torna utile. Ancora, candidati come spalla ai casting… non paga, ma insegna tanto.
Libero dalla morsa del devo lavorare a tutti i costi, la tua carriera ti assomiglierà di più. Ne sono quasi certa!
Inoltre condurre consapevolmente la propria vita attoriale, ti renderà anche più sereno difronte a scelte e rinunce.
In buona sostanza si tratta di avere la forza di difendere un po’ il proprio lavoro e (perché no) la categoria.

4. QUANDO TI ADDORMENTERAI CON LE SCARPE SUL LETTO
Ovvero della stanchezza.

È indubbio che questo mestiere, come tanti, ti possa mettere spesso alla prova. Ci sono giorni in cui vorresti fermarti, gridare e fare un concorso pubblico.
Non è la verità. Il lavoro che fai è imposto da quello che sei e poco puoi forzare la tua natura. Ha più senso fermarti (ok), respirare e accogliere questa stanchezza. Può darsi che tu stia muovendo tanti passi in una direzione poco utile, o semplicemente che tu abbia bisogno di riposarti.

Allora torna a fare qualcosa che ti piace, con persone che ti fanno stare bene. Potresti prendere l’abitudine di segnare su un taccuino “cose che vorrei fare quando avrò il tempo”. Avrai la sensazione di non stare con le mani in mano e, contemporaneamente, farai qualcosa per ricaricarti. Geniale!
[Nei cambi di stagione prenditi anche un integratore. Male non fa!]

Insomma, la vita da attore non è sempre piacevole, anche se l’uomo della strada pensa l’esatto opposto. Non è detto che arrivino i red carpet o le copertine dei giornali, potremmo non vincere mai nessun riconoscimento. Ci sono giorni in cui si fa veramente fatica, ma facciamo il mestiere più bello del mondo. Vivere bene i giorni bui, con onestà, fa parte del gioco e ogni gioco ha delle regole. Poche, semplici e banali regole per uscire dal flusso e godersi la meraviglia della contemplazione di un momento.
Vale la pena!

Photo by Heather Schwartz e JESHOOTS.COM on Unsplash

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Tips 4 Actors #07 – Béccati sta Magnum. Tiè! Come non posare per il book fotografico

Anche questa settimana continua il cammino nell’intricato bosco del book fotografico. La settimana scorsa abbiamo visto come arrivare preparati al momento dello shooting. Adesso che sei brutalmente onesto, hai fatto ginnastica, bevuto e dormito a sufficienza, ti sarai sicuramente posto una domanda: cosa NON devo fare mentre poso per il book?

In effetti arrivare preparati e poi sbagliare alla fine della partita fa sempre rodere un po’. Ecco, perciò, alcuni tips per non vanificare il tuo investimento economico. Ovviamente si tratta di consigli che derivano dalla mia esperienza, o che mi hanno dato e che ho trovato utili. Quindi, come dice sempre Paolo Fox – un alleato prezioso nella vita di ogni attore – “Non credete, verificate!”.

Parti da una riflessione: il book serve a mostrare a casting e registi come staresti in un ruolo. Esatto! Non serve a far vedere come sei figo e fotogenico. Lo so che già lo abbiamo detto, ma è il punto fondamentale da tenere sempre in mente (come l’obiettivo di scena della Chubbuck).

Per prima cosa prova a rispondere a queste domande:

  • Cosa emerge di me dalla foto?
  • Che sensazione resta in chi mi guarda?
  • A chi assomiglio?

Se non sai rispondere a queste domande, ti consiglio un piccolo esperimento che uso nel mio seminario di Personal Branding per attori.

  1. scegli lo scatto che senti ti rappresenti meglio;
  2. raduna un gruppo di amici/colleghi;
  3. dai loro carta e penna e chiedi di rispondere alle domande scritte sopra;
  4. chiedi di fare lo stesso guardandoti in quel momento, dal vivo.

Il nostro lavoro non può prescindere dall’immagine che diamo di noi; con questo semplice esercizio potresti scoprire di dover allineare quello che sei con quello che proponi.

Quando non hai chiaro che attore sei, non sai cosa puoi fare e dove puoi arrivare. L’allineamento tra quello che sei e quello che mostri è fondamentale per la tua carriera. Photo by Brendan Church on Unsplash

Benissimo! Adesso ti trovi davanti alla fotocamera. Sei abituato (o quasi) a stare davanti un obiettivo, nel tuo flusso emotivo; ma quando devi posare per una foto ti senti come a inizio carriera, quando non sapevi nemmeno dove tenere le mani.

Esaminiamo alcune regole generali per la posa in primo piano, e alcune COSE CHE DEVI EVITARE:

  • tenere le mani sul viso
  • alzare le spalle
  • metterti troppo di tre quarti o, addirittura, di profilo
  • sporgerti troppo in avanti, perché perderai la lunghezza del collo (se, invece hai un collo troppo lungo, questo potrebbe aiutarti, ma se è un tuo tratto caratteristico non vedo perché dovresti nasconderlo)
  • inclinare la testa troppo in alto (farai fare l’inventario del contenuto delle tue narici)
  • inclinare la testa troppo in basso (il bianco sotto l’iride dell’occhio è un po’ inquietante, ma se sei inquietante potrebbe aiutare)
  • non tenere le mani sui fianchi alla stessa altezza
  • non stare a braccia conserte

Se proprio non sai come posare, parti da un semplice presupposto: non metterti in una posizione che non assumeresti durante una qualsiasi conversazione.

La tentazione dello scatto glam può venire. Ricordati il tuo obiettivo e tieni sempre in mente che il tuo volto deve sempre essere ben visibile. Qualsiasi cosa ne alteri i tratti non ti è utile. Photo by Jez Timms on Unsplash

Anche in questo caso ti ricordo che il tuo moodboard può tornarti molto utile. Se non ti ricordi cosa sia, butta un occhio all’articolo scorso Tips 4 Actors #06

Colgo l’occasione di questo post per cominciare a dirti “Grazie!”. La settimana scorsa mi sono arrivati alcuni messaggi da Tippers come te, che mi hanno scaldato il cuore e motivata ulteriormente ad andare avanti in questa avventura di Tips 4 Actors. Spero che i miei consigli ti portino presto dei risultati.

Tienimi aggiornata e, come sempre, Stay Tippers &Go Deeper

P.S. Si faccio un seminario di Personal Branding per attori. Cosa significa? Significa capire come valorizzarti al meglio e come sfruttare i Social per crearti delle nuove occasioni di contatto e di lavoro. Se vuoi partecipare, scrivi a me o a Theatron 2.0
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Tips 4 Actors #06 – Don’t look back in camera. La grande incognita del book fotografico

Ti sei mai chiesto perché i tuoi colleghi vengono chiamati per i casting e tu no? Che cosa arriva di te a chi è incaricato di scegliere un interprete per un ruolo?

È giunto il momento di capire come promuoversi al meglio per ottener più provini e più callback. In una parola, come fare personal branding.

Senza scendere troppo nei dettagli personali (anche se un check di quello che fai per essere attore non è mai tempo perso), la prima cosa da fare è rispolverare il materiale con cui ti presenti al mondo. Già ad agosto ho dato qualche suggerimento su come impostare il materiale da inviare ai casting.

Adesso però inoltriamoci nell’annosa, quanto economicamente onerosa, questione del book. Si tratta della prima finestra sulla tua attorialità. Infatti, la maggior parte delle audizioni inizia con qualcuno che scorre sul tuo volto da un computer, o sul proprio cellulare. Quindi devi assicurarti che quell’immagine rispecchi veramente ciò che vuoi proporre come artista.

> Vedi anche Come impostare il materiale per presentarsi al meglio

 L’ultima cosa da fare è scegliere il fotografo. “Come l’ultima?” ti starai chiedendo. In effetti, ci sono alcune cose alle quali devi prestare attenzione prima di arrivare alla sessione di shooting. È qualcosa che abbiamo già detto in tante occasioni, ma la prima cosa importantissima è conoscere la tua essenza come attore.

Se non sai cosa puoi fare, qual è la tua proposta al mondo, di certo è difficile che potrà suggerirtelo chi ti deve fotografare. C’è quindi, anche in questo caso, da lavorare un po’ sulla consapevolezza e sulla sincerità. Ecco quello che cerco di fare io, da qualche anno a questa parte, quando devo rifarmi il book. Pronto per i tips?

# 1. ESSERE BRUTALMENTE ONESTI

Esatto! Non è importante quanto tu possa essere figo, magro e con i denti bianchi. Conta cosa puoi raccontare. Se sei carino, ma non strafigo (come nel mio caso), forse non è questo il modo più utile per te per presentarti. Io ho iniziato a fare un’analisi delle volte in cui i provini mi hanno dato dei feedback positivi e sono partita da quei caratteri per strutturare la mia offerta attoriale. Certe volte non siamo consapevoli di quello che gli altri – casting director inclusi – vedono e ci ostiniamo a proporci in un modo che non ci appartiene. Questo perché magari vorremmo assomigliare a un determinato attore, o recitare in un certo modo.

Prendo ispirazione da una nota, quanto mai alta e appropriata citazione… “perché io sono io e voi non siete un cazzo!”. Questo solo per dire che tu sei unico e su questo devi fare leva.

# 2. SII CONSAPEVOLE

Un fotografo non vale l’altro, premesso che ogni professionista è più che capace di ritrarvi. Più costoso non vuol dire necessariamente migliore. Prima di investire denaro, investi tempo a fare una ricerca sui fotografi che lavorano con gli attori. Individua chi per stile, tagli e atmosfere sembra essere più adatto a te.

Prova a cercare su Google, ma chiedi anche ai tuoi colleghi e sbircia sui loro profili e su quelli dei fotografi. Così sarai libero di scegliere chi per estetica e filosofia ti convince di più. Vedrai che alla fine il risultato ti convincerà. Sappi che sulla pagina di Tips 4 Actors sto cercando di realizzare una mini vetrina dedicata proprio ai fotografi che lavorano con gli attori, così da semplificarti un po’ il compito. Tienici d’occhio.

Mettere a fuoco la tua proposta attoriale ti aiuta a essere più efficace durante lo shooting del tuo book. 

# 03. PREPARATI

Scegli un look che ti valorizzi, ma che non sia troppo caratterizzato (a meno che non voglia presentarti esattamente in quel modo). Infine presentati al fotografo con un look ordinato e pulito. Anche il trucco deve essere discreto, quasi invisibile. Così sarai tu e il tuo sguardo al centro dello scatto.

# 04. ELABORA UN MOODBOARD

Prova a elaborarne uno anche per i tuoi scatti. Da buona indecisa cronica, il moodboard mi aiuta molto a orientarmi. Richiede un tempo minimo di aggiornamento, ma poi mi velocizza tutta la preparazione (certe volte anche di un personaggio).

Scegli come vuoi presentarti; seleziona pose che ti comunicano quello che cerchi da riviste/internet/etc; stesso dicasi per l’abbigliamento. Alla fine confrontati con il fotografo. Sicuramente saprà indicarti cosa indossare e cosa no. Io ci metto anche riferimenti a brani musicali o poesie. Sono tutti elementi che mi aiutano a evocare una narrazione davanti alla fotocamera.

# 05. ATTENZIONE ALL’ABBIGLIAMENTO

Il fotografo che sceglierai sicuramente te lo dirà: evita scritte, fantasie troppo piccole, righe, colori troppo accessi e troppo spenti.

Cerca di tenere sempre a mente che al centro di tutto devi esserci tu e le tue specifiche peculiarità interpretative. Metti in risalto quelle!

Ricorda, inoltre, di dare “aria” al volto. Quindi attenzione a collane, sciarpe, colli alti, cappelli, etc. 

# 06. IL GIORNO PRIMA

Bevi molta acqua il giorno prima, e fai un po’ di esercizio: ti aiuterà ad avere la pelle idratata e a dormire meglio, grazie alle endorfine sviluppate con l’attività fisica. Prepara i cambi, almeno tre. Per gli uomini, valutare l’opportunità di lasciarti la barba un po’ incolta e di togliertela durante lo shooting. Così avrai la versione bel tenebroso e faccia d’angelo.

# 07. ALLO SHOOTING

Portati un pettine o una spazzola, delle forcine per capelli e della cipria (magari quella trasparente, così da tamponare il lucido. Se hai fatto tutto quello che era in tuo potere, non ti resta che una cosa da fare: rilassati. Lasciati guidare dal fotografo. Divertiti! Come quando reciti.

Riassumendo quindi: IDEE CHIARE E ONESTÀ. Ci sono anche delle cose da evitare, ma le vediamo più avanti. Mi farebbe piacere sapere tu come ti prepari per il tuo book. Per ora ti rinnovo l’invito a contattarmi tramite la pagina Tips 4 Actors se hai dubbi o domande, oppure se hai bisogno semplicemente di un suggerimento su fotografi e truccatori. Per il resto, come sempre,

Stay Tippers &Go Deeper

 

 

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Tips 4 Actors #05 – L’inverno sta arrivando. Come preparare un casting e scacciare le nubi dell’ansia

Il tuo agente, o direttamente il casting, ti ha chiamato. Vogliono incontrarti. 

Fantastico!

Protagonista di puntata. 

Eccezionale!

Il tuo personaggio non muore.

Mitico!

E non viene nemmeno arrestato!!!

Se foste entrambi nella stessa stanza iniziereste a saltare abbracciati come due indiani in una danza propiziatoria. La fortuna vuole che tu sia da solo e possa conservare intatta la tua dignità. Metti giù. Apri l’allegato e… ti metti a lavoro. Hai poco meno di due giorni per prepararti al meglio.

Bene. Da dove inizi? Sale l’ansia.

La verità è che situazioni del genere dovrebbero essere la normalità. Dovremmo poter essere talmente persi tra la preparazione di un provino e un altro, e un altro ancora, da non avere tempo per la sperimentazione personale. La realtà parla di altre statistiche, e lo sappiamo. C’è una verità di fondo però: sostenere un’audizione è un talento ma anche qualcosa che può essere raffinato con esperienza e duro lavoro. Tutti dobbiamo fare delle audizioni audaci prima di iniziare a sentirci a nostro agio, ma, per quanto familiare potrà esserti questa situazione, sarai sempre emozionato e teso prima di un casting.

Una sola arma aiuta in questi casi. LA PREPARAZIONE.

E allora ecco alcuni consigli, che ho sperimentato in prima persona e che negli ultimi anni mi hanno portato risultati concreti. Ogni attore ha la propria tecnica perciò sarei felice se mi deste anche i vostri suggerimenti. Iniziamo con i Tips su come preparare un provino e scacciare le nubi dell’ansia.

# 1 – UNA SPOLVERATA

Leggi tutto. Ma proprio tutto tutto tutto. Anche due o tre volte. Non ti curare in questo momento dell’interpretazione. Cerca solo di farti un’idea di insieme priva di un pregiudizio iniziale.

Più vai avanti nelle letture, più ti sarà facile evidenziare punti chiave del flusso dello stralcio. Individuane la dinamica, intesa proprio come “movimento” della tensione della scena.

Immagina lo stralcio come una strada: in alcuni momenti va dritta, in altri sale o scende, o ti costringe a sterzare bruscamente.

Più spolveri il tuo testo, più sarai in grado di leggere anche la strada. Allora comincia ad appuntarti dove cambia. Cerca di individuare il climax.

Io traccio una linea, per divedere il mio stralcio in blocchi e uso un triangolo con un punto esclamativo all’interno per indicare il climax. Ma, ovviamente, fate vobis.

# 2 – CLUEDO

Ora sei pronto per fare un passo nel testo. E indovina? Leggi!

Sicuramente conoscerai Cluedo, il gioco di investigazione. Sicuramente, quando ci giochi, provi a carpire indizi ai tuoi avversari da ogni minimo atteggiamento, micro-movimenti del volto, riflesso negli occhiali.

Fai lo stesso con il tuo stralcio. Ti viene dato così poco per aiutarti a capire un personaggio, che è folle non leggere tutto ciò che ti viene inviato.

Inizia dall’intestazione. Numero di scena, ambientazione e tempo sono lì e sono i tuoi primi indizi.

# 3 – SIGNOR SI, SIGNORE!

Comincia a individuare la gerarchia tra i tuoi personaggi. Dopodiché inizia a ragionare su gli obiettivi:

  • Cosa vuole il tuo personaggio dall’altro?
  • Cosa lo muove durante la scena?

In questo modo non rischi di perderti lungo la strada.

# 4 – ALZA IL TAPPETO

Ora, in genere, io sono pronta per alzare il tappeto e andare a scavare a fondo nel testo. Spulcio parola per parola senso e sottotesto. Generalmente, nel vostro stralcio le battute sono formattate con un ampio margine sia a destra sia a sinistra.

A destra io segno la linea delle azioni, cioè le emozioni che con ogni battuta devo restituire; a sinistra, invece, segno tutti i sottotesti. La formulazione deve essere molto facile. Una semplice frase: soggetto-verbo-complemento. Se non riesco a semplificare il pensiero, non riesco ad esprimerlo attorialmente (mi ci sono dovuta allenare un po’, ma mi ha molto aiutato a focalizzare i pensieri e di conseguenza le emozioni).  

# 5 – IN PRINCIPIO ERA IL VERBO

Arrivata a questo punto, memorizzo prima la sequenza dei sottotesti a cui associo la linea delle azioni.

Già così riesco a farmi un’idea del tempo della scena e a capire se è troppo lento e se il climax l’ho messo nel punto giusto.

Fatto questo, memorizza le battute.

Se senti la necessità di modificare qualche parola, in genere non è un problema per i casting. L’unica cosa importante: tenete presente che un testo è frutto del lavoro di una persona o di una squadra. Rispettatelo!

# 6 – A BEAUTIFUL MIND

Torno a dire che tutto quello che ti serve sapere è nel tuo stralcio. Ora puoi dare sfogo alla tua immaginazione. Di solito una stanza delle audizioni assomiglia a una cosa del genere: un muro bianco, luci ovunque (forse), una sedia e una telecamera puntata su di te. Non è esattamente il meglio per esprimerti. Eppure tu devi fare in modo da restituire un intero ambiente. Perciò cerca di farlo rivivere rispondendo a tutte le domande che ti vengono in mente. Domande tipo: dove sono? C’è rumore? Che ore sono? Dov’è il mio interlocutore? Com’è fatta la stanza? etc.

Più è dettagliato il mondo nella tua testa, più puoi trascenderlo nel ruolo. Questo lavoro si leggerà nella macchina da presa.  

# 7 – ALICE ATTRAVERSO LO SPECCHIO

Adesso recita! Ma registrati. In questo modo potrai vedere tu stesso se quello che fai funziona o no. Potrai controllare la tua maschera e nel caso asciugare i movimenti di troppo.

Una volta Danio Manfredini mi disse che il pubblico dovrebbe poter capire una scena anche se tra te e lui c’è una parete di vetro insonorizzante. Perciò una cosa molto utile è rivedere le scene che hai girato, ma senza audio. Questo esercizio l’ho svolto durante un’esperienza molto bella ed efficace (e che sinceramente rifarei e consiglio sempre), grazie alla quale ho imparato molto (e in seguito alla quale ho preso diversi ruoli). Si tratta della Masterclass Audition, una realtà altamente professionalizzante – diretta da Francesca Romana de Martini – che lavora in partnership con l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio d’Amico.

Fatevi aiutare da un collega:  un occhio esterno fa sempre bene.

Senza audio riuscite veramente a capire se le scelte che avete fatto funzionano o meno. In media io faccio tra le 20 e le 50 clip. Perciò armati di santa pazienza!

A questo punto la tua scena dovrebbe essere pronta per il suo pubblico e tu dovresti aver acquisito la sicurezza necessaria a non farti fare lo sgambetto dall’emozione. Tuttavia c’è una piccola premessa che dovresti soddisfare. Si tratta, in realtà, di una buona pratica che vale anche per la vita quotidiana e che riassumerei con un poco laconico # ZERO – CONOSCI IL TUO NEMICO.

Che si tratti di un’audizione teatrale, di un casting per il cinema o la tv, ma anche di un colloquio di lavoro “normale” devi informarti su chi hai davanti. Se il provino è per un programma TV esistente, guarda le serie precedenti. Oppure, se il regista del film per il quale dovresti lavorare ha crediti precedenti, butta un occhio ai i suoi lavori.

Guarda il più possibile per ottenere un riferimento di registro per la scena.

È importante comprendere il tono di un progetto se si desidera prendere il ruolo. Un’audizione per un sapone è molto diversa da un film indipendente drammatico.

Più sai, più fai; più fai, più farai; più fai, più sai e più restituirai. E ti divertirai. Sembra una canzone della Disney, ma alla fine è solo una sequenza logica di causa-azione.

Insomma, questo è il mio metodo per arrivare preparata ad un casting. Quando sono riuscita a metterla in pratica bene, sono sempre uscita dalla casting room con il sorriso. Qualche volta con un contratto, ma mai con un feedback negativo.

Spero che possa esserti utile e mi farebbe molto piacere sapere che ne pensi. Insomma: in bocca al lupo per i tuoi prossimi casting! Per il resto…

Stay Tipper & Go Deeper

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Tips 4 Actors #04 – E i Marò?! Metonimia di un attore

Questo 2018 voglio iniziarlo con una riflessione sulla paura e su come affrontarla per liberare la tua creatività e il tuo talento.

Vi siete mai chiesti perché molti attori sono buddisti? Ad un certo punto tra fine anni ’90 e la prima decade del 2000 era un continuo “outing” di celebs (e meno) che dichiaravano di aver trovato nella Pratica il balsamo ai propri demoni. Lasciando nell’Olimpo i vari Richard Gere (precursore e iper-buddhista), Tina Turner, Geri Halliwell (che ha a sua volta fatto convertire Robbie Williams), Orlando Bloom e… ebbene si, Roberto Baggio, anche io ho incontrato nel mio cammino diversi colleghi che hanno abbracciato discipline orientali. Inizialmente li guardavo negli angoli dei teatri, a gruppetti di 5 o 6 persone, in attesa del loro turno tra cinquecento altri candidati ad un provino, mentre recitavano tutti insieme e ad alta voce il Nam-myoho-renge-kyo. “Fanatici!” pensavo.

Successivamente ho avuto modo di collaborare con un’attrice del Maestro De Simone. Anche lei buddista ma, a prescindere da questo, quello che colpiva era la luce che ti investiva anche solo quando entrava nella stanza. “Dono di Dio!” pensavo io. Lei invece cercò di farmi capire quanto il Buddismo in questo le fosse stato d’aiuto.

Ora ti starai domandando il perché di tutto questo preambolo. Ebbene, ecco la mia versione dei fatti. Ogni attore desidera essere apprezzato. Ogni attore lavora per dare alla gente ciò che vuole. Ogni attore mette in mostra le sue fragilità. Pochi attori sanno convivere tranquillamente con questo. L’essere giudicati, l’assumersi la responsabilità di una scelta che potrebbe non farci prendere un ruolo, sono dinamiche emotive che conosciamo bene e non importa se siamo allievi o attori di carriera. Il tarlo ci sarà sempre. A questo aggiungiamoci la vita “normale”. Quando sono rimasta incinta volevo fuggire. Mi sono sentita spesso finita. Avevo paura che si sarebbero dimenticati di me, che non avrei lavorato mai più e che avrei dimenticato quello che sapevo fare. Ero talmente concentrata su di me, che dimenticavo la grande possibilità che mi si stava offrendo.

Stacco. Interno. Teatro. Roma. Pochi minuti prima che si aprisse il sipario, sentii nel buio delle quinte “Possiamo mai soffrire così ogni volta?”. Era il primo attore. Con una carriera di profilo internazionale e una serie (non fiction!) in onda in quei giorni.

Torniamo a noi: io non sono Buddista, ma ecco che torna il concetto – buddista, appunto – di non attaccamento al mondo pieno di drammi (sia dentro che fuori scena) e di una vita da recitare, invece che da vivere. Troppo IO e troppo poco NOI. Troppo IN e troppo poco OUT. Insomma, c’è tutto un Mondo intorno a noi!

Allora ecco che, in questo primo vagito di 2018, prendo in prestito un po’ qua e un po’ là ispirazioni pseudo spirituali e filo orientaleggianti per trovare la strada della semplicità e soprattutto della libertà nel nostro lavoro. Accettiamo il fatto di essere destinati a provare un senso di incertezza e dubbio. Dopo tutto, “di umanità si tratta”. È il nostro lavoro veicolare emozioni e, se è vero che “Il pericolo non viene da quello che non conosciamo, ma da quello che crediamo sia vero e invece non lo è”, allora siamo deontologicamente tenuti a scendere nella nostra vita emotiva.

Se la paura e i nostri dubbi personali ci impediscono di essere creativi ed espressivi, di assumerci dei rischi e di godere del nostro lavoro, dobbiamo occuparci di loro e imparare a gestirli. Ecco pochi consigli:

IMPARARA AD ARRENDERTI

Ciò a cui resisti, persiste. Ciò a cui ti arrendi può essere affrontato in modo più efficace. Il più delle volte siamo noi stessi l’ostacolo più grande da superare. Non il Casting, non la sceneggiatura, etc. Ogni tanto prova a concederti la possibilità di non controllare tutto. È decisamente liberatorio.

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FOCALIZZA IL PERCHÈ

Purifica i tuoi pensieri e le tue azioni. Come? Vai alla radice della motivazione. Spesso invito i miei amici ad interrogarsi nella “stanza buia” dentro di sé. Lì non abbiamo pubblico o giudizio, se non noi stessi. E lì possiamo concederci allo sforzo di sincerità dovuto.

Chiediti onestamente e senza giudicare le seguenti domande:

  1. Sto andando sul palco o davanti alla telecamera per i giusti motivi?
  2. Sono lì per avere lodi, per ottenere la parte, o per sentirmi talentuoso invece di perseguire semplicemente il mio obiettivo?
  3. Le mie motivazioni sono un po’ più egocentriche di quelle che mi piace ammettere e quindi mi sto proteggendo senza nemmeno rendermene conto.

SEMPLICE È BELLO

“Guarda l’altro negli occhi e dì la verità” ecco cosa sei chiamato a fare in quanto attore. Dobbiamo esistere, respirare, ascoltare, e perseguire un obiettivo. Il resto è un utile corollario.

Non smetterai per questo di interrogarti su te stesso, ma potrai liberare la tua creatività. E se hai dubbi su una strada o su una scelta attoriale… praticala! Il risultato parlerà per te. Se una cosa funziona, funziona e basta. Come si dice: la pratica vale più della grammatica.

Ricorda che recitare equivale a to play o a jouer?

> Qui qualche riflessione sul rapporto tra creatività e semplicità

L’UNIONE DÀ LA FORZA

Per il resto, l’unico consiglio che posso darti ancora è impara ad essere la metonimia dell’attore. Siamo una parte fragile di un tutto bellissimo e cattivo. Insieme cresciamo, insieme possiamo allenarci, confrontarci e migliorarci. Alla fine è un mestiere che facciamo per gli altri e allora è giusto scendere in comunione con questi altri. Fa finta di essere in Jumanji. È un gioco, quindi divertiamoci, ma ad altro coefficiente di rischio. E allora rischiamo!

Un post un po’ più filosofico per questo inizio d’anno, ma certe volte è giusto fermarsi un attimo. Io riparto dalla paura, che sento come un grande limite. Se ti interessa, sulla pagina di Tips 4 Actors parlo spesso di questo argomento.

Spero di esserti stata utile. E, come sempre, Stey Tipper & Go Deeper!

Alla prossima settimana.

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