Karamazov della Compagnia Vico Quarto Mazzini. Intervista a Michele Altamura, Gabriele Paolocà e Francesco d’Amore

Karamazov della Compagnia Vico Quarto Mazzini. Intervista a Michele Altamura, Gabriele Paolocà e Francesco d’Amore

Lo spettacolo “Karamazov” della Compagnia VicoQuartoMazzini è andato in scena in prima nazionale il 27 e 28 dicembre al Teatro Petruzzelli all’interno della stagione teatrale del Comune di Bari – Teatro Pubblico Pugliese 2017/2018.

Liberamente ispirato all’opera di Dostojevski, “Karamazov” è uno spettacolo su come ognuno di noi può fare della propria colpa un tormento o un ornamento, dei propri ricordi uno scudo o una lancia, e della propria famiglia un nido o una gabbia. Quattro tra i migliori attori della scena teatrale e televisiva pugliese per la prima volta si sono trovati insieme sulla scena diretti da due giovani registi Michele Altamura e Gabriele Paolocà. La drammaturgia è di Francesco d’Amore (Compagnia Maniaci d’Amore).

Riportiamo di seguito un’intervista con Michele Altamura, Gabriele Paolocà e Francesco d’Amore a partire dallo spettacolo “Karamazov” visto al Petruzzelli il 27 dicembre.

 

D: A chi è venuta la folle idea di trasportare i fratelli Karamazov a Bari?

Gabriele e Michele: A noi due!

Michele: Era una cosa che avevamo in testa da tempo. Da sempre, un po’ per gioco, sognavamo di prendere un grande titolo, una grande riscrittura, e di affrontarla con attori che di solito fanno tutt’altro genere, per cercare una lingua comune e un modo per stare tutti insieme e fare un grande evento. Poi, quando abbiamo cominciato a parlarne con altri, qualcuno ha detto: “È bellissima quest’idea!” e le cose sono andate avanti.

Gabriele: Sì, sempre sul percorso, che ci appartiene ormai da due o tre anni, di riscrittura dei grandi classici. Abbiamo affrontato Shakespeare, Pirandello, Ibsen… Il nostro motto è alzare sempre la posta e quale modo migliore di Dostoevskij per alzare la posta? I fratelli Karamazov è un testo che ci ha sempre spaventato e allo stesso tempo stimolato, perché è quel tipo di arte che ti porta a pensare: “Okay, io quando sarò grande spero di fare qualcosa di simile, anche solo in minima parte”. In questa operazione di riscrittura abbiamo scelto grandi attori, ma che fossero allo stesso tempo avulsi dal contesto che uno si immaginerebbe per un’operazione del genere.

 

D: “Senza tradizione, l’arte è un gregge di pecore senza pastore. Senza innovazione, è un cadavere.”, scrive Winston Churchill. I Karamazov ha messo a confronto due generazioni e due modi diversi di fare teatro. Problemi nella direzione degli attori? Come siete riusciti a creare una lingua comune?

Michele: Lavorando. Semplicemente provando a fare teatro.

Gabriele: In realtà quando li abbiamo chiamati eravamo sulle spine. Però eravamo talmente elettrizzati e contenti di avere questa opportunità, talmente appassionati a quello che avevamo in testa che quando li abbiamo incontrati siamo riusciti a trasmettere questa nostra urgenza. Loro si sono affidati completamente, noi abbiamo costruito una struttura dove potessero avere ampi spazi di scelta e di decisionalità: hanno deciso molto dei propri personaggi, hanno stravolto a loro volta lo stravolgimento di Francesco. Era ciò che volevamo: far sì che si appropriassero delle parole, per rendere originale e unico il lavoro. 

 

D: Francesco è riuscito a creare un testo in cui si alternano la comicità popolare e i temi di Dostoevskij. Quali sono state le fasi di lavoro?

Gabriele: Avevamo un soggetto chiaro, che era quello dei Fratelli Karamazov quarant’anni dopo, e c’era la voglia di renderli rincoglioniti. Così abbiamo bussato alla porta di Francesco e abbiamo selezionato insieme i temi. Quando sono cominciate le prove con gli attori, il testo era già scritto.

 

D: Dopo la seconda e ultima replica, Michele ha scritto su Facebook: “Non voglio dire che siano stati i giorni più belli della mia vita (tanti ce ne sono stati e tanti, si spera, ce ne saranno), ma poco ci manca.” Qual è lo spettacolo di cui andate più fieri?

Francesco (suggerendo): Il prossimo! Si dice sempre il prossimo!

Michele: Ogni spettacolo ha la sua storia e la sua fascinazione. È chiaro che per me, che sono nato qui, arrivare al Petruzzelli è stata una cosa grande, che fa paura. Passando da Corso Cavour, l’altro giorno, ci siamo chiesti: “Ma è successo davvero?”

Gabriele: Io sono l’eterno insoddisfatto, non mi sento mai all’altezza di quello che faccio, quindi forse “il prossimo” è davvero la risposta giusta!

 

D: Nel suo articolo “La fine che rischia una giovane compagnia” (ilpickwick.it, 29 dicembre 2017), Alessandro Toppi denuncia un sistema teatrale che non lascia alle giovani compagnie, che pur contribuisce a promuovere, il tempo per il consolidamento del proprio linguaggio artistico, la possibilità di maturare, l’opportunità dell’errore e sottolinea “il contrasto tra le urgenze creative e la ricerca del consenso, tra il bisogno di un giusto ritmo di lavoro e la paura di essere fatti fuori dal sistema, tra la libertà di sbagliare e un mercato che contempla sempre meno la fallibilità”. Quanto vi riconoscete in questa riflessione?

Francesco: Nella mia – come penso anche nella loro – esperienza non c’è uno spettacolo di riferimento iniziale a cui vogliamo in qualche modo tener fede, per dimostrare che siamo all’altezza di quel lavoro passato.

Sia ai Maniaci d’Amore che ai VQM piace fare sempre una cosa un po’ più difficile di quella precedente, quindi forse sì, il sistema cerca delle conferme, noi cerchiamo invece di fare sempre cose diverse, forse perché ci annoieremmo a fare una cosa che sappiamo già fare. So cosa mi viene facile e non lo faccio. Gabriele e Michele con i Karamazov mi hanno proposto qualcosa che era oltre il mio oltre. Intanto perché non avevo mai riscritto un classico, poi per via dei tanti paletti… Era una cosa per me molto difficile. Quindi secondo me no, noi non rientriamo in questa trappola, o almeno non mi sembra.

Gabriele: No, poi ci sono delle dinamiche opinabili come quella per cui il debutto deve essere la prima assoluta. Ne parlavamo di recente proprio con Nicola Pignataro: in America uno spettacolo viene prima sperimentato in provincia e solo quando è pronto arriva a Broadway. Invece qui è il contrario. La prima occasione è quella buona. I critici lo sanno e ultimamente tendono sempre di più a difendere gli artisti. Se hai a disposizione 20, massimo 30 giorni di prove, che sottraendo il tempo perso per le questioni tecniche e logistiche diventano 15, alla prima non sei mai all’altezza della situazione. Ma magari lo spettatore questo non lo sa e ti brucia.

Quest’ansia qui che ci contraddistingue – perché siamo sempre di fronte a quest’aspettativa, perché il mercato è sempre più piccolo, perché la gente che va a teatro è sempre di meno e paradossalmente i gruppi teatrali sono sempre di più – implica l’aspirazione ad essere sempre più infallibili. Noi vogliamo essere infallibili, ma allo stesso tempo sperimentatori. Continuare ancora a rischiare, ma cercando progetti che possano comunque garantire una rete di protezione, una sicurezza, una comprensibilità. Karamazov rappresenta per noi un’apertura totale verso un pubblico che non ci ha mai seguito, ma che ama gli attori che abbiamo scelto. I fan di Dante Marmone, Nicola Pignataro, Tiziana Schiavarelli e Pinuccio Sinisi hanno apprezzato tantissimo l’operazione e vederli in questa veste inedita è stato per loro un po’ come vedere l’amico che si sposa. Cerchiamo di costruire operazioni che ci permettano sempre di rimanere noi stessi, ma allo stesso tempo di costruire una corazza per questo momento storico che viviamo adesso.

Michele: La questione è che le occasioni di visibilità non mancano. Se uno si impegna e poi pian piano allarga il giro delle persone che conosce, riesce a far vedere il proprio lavoro. È la protezione di quel momento di visibilità che a volte manca. Io credo sia anche un dovere da parte di chi decide di sostenere il tuo lavoro poi proteggerti nel momento in cui vai a presentarlo. Seguire tutti i passi che hai fatto per arrivare lì, seguirti prima e dopo il debutto. Quello a volte sento che manca. Sei in una condizione in cui entri nella fossa dei leoni. Noi cerchiamo di tutelarci, e lo faremo ancora di più per la prossima produzione, cercando sempre momenti intermedi per mostrare il lavoro ad amici, parenti e colleghi, per arrivare al debutto con qualche errore in meno. Perché se sbagli il debutto è la fine.

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#Incontri: Intervista a Valeria Simone Monti sul progetto collaborativo Sworkers

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(S)WORKERS è un progetto collaborativo che coinvolge cinque drammaturghi/e italiani/e che racconteranno storie relative al mondo della prostituzione dal punto di vista delle e dei sex workers, considerando come l’offerta e la diffusione del lavoro sessuale sta mutando le relazioni di coppia, e investigando, allo stesso tempo, come la crisi all’interno delle relazioni tra uomini e donne, sta incrementando il mercato del sesso. La crisi economica degli ultimi due decenni ha inoltre mutato lo stesso mercato del sesso, ricollocando nel nostro paese migliaia di donne straniere (trafficate e non), allo stesso tempo si sono inserite nel target dei sex workers anche molte minorenni e persone appartenenti a classi sociali medie e con alti livelli di istruzione.

Dopo un precedente lavoro collaborativo, “H24_Acasa”, che raccontava le storie delle donne che migrano nel nostro paese dedicandosi ai lavori di cura (colf e badanti) mostrando un cambiamento nella nostra società rispetto alle relazioni familiari, la compagnia Acasă, adesso, racconta le storie relative al mercato del sesso, utilizzando lo stesso approccio: fare ricerca insieme e confrontarsi sui vari aspetti della questione con l’obiettivo di creare uno spettacolo che tenga conto della pluralità dei punti di vista.

Il debutto dello spettacolo è avvenuto lo scorso 21 e 22 ottobre a Bari, presso Spazio 13, come evento speciale in apertura della Stagione di prosa del Comune di Bari – Teatro Pubblico Pugliese.

Giulia Sangiorgio ha intervistato Valeria Simone Monti, regista dello spettacolo (S)workers:

• Avete inaugurato la stagione di prosa del Comune di Bari e del Teatro Pubblico pugliese con uno spettacolo itinerante, incentrato sul tema della prostituzione, in un luogo non convenzionale come lo Spazio 13 di Bari, dove la distanza tra performers e spettatori è abbattuta: come ha reagito il pubblico e che ruolo ha all’interno di questo spettacolo?

La drammaturgia di uno spettacolo itinerante è molto diversa da quella di uno spettacolo pensato per il palcoscenico. Implica una relazione completamente diversa con il pubblico e quindi nella ricerca e nella fase di creazione la considerazione di questo elemento è stata centrale e ne abbiamo analizzato i diversi aspetti. In effetti, la distanza tra performers e pubblico viene abbattuta e nella relazione al ‘voi’ si alterna un ‘tu’. Inoltre il teatro itinerante, così come lo intendo io, mette inevitabilmente (se non altro logisticamente) il pubblico in una situazione di scomodità. Mi sembra che, ad ogni modo, il pubblico abbia reagito bene e non si sia sottratto alla vicinanza.

 • Oltre che come autrice di due testi, Interno e Gramigna, compari in locandina come ideatrice e dramaturg: in che modo hai lavorato con i sette attori coinvolti? Quali i punti di forza e le difficoltà di uno spettacolo collaborativo? Quale apporto hanno dato all’opera i singoli artisti, con le loro differenti esperienze e personalità?

Il lavoro intorno a Sworkers è iniziato più di due anni fa, con una fase di ricerca sulla prostituzione. Dopo un anno, ho coinvolto gli autori e attori che avrebbero fatto parte del progetto e insieme abbiamo continuato la ricerca. È stato il ruolo di dramaturg a tenere insieme i pezzi, nati da un lungo confronto tra gli autori. La collaborazione permette una pluralità di punti di vista e l’argomento trattato, a mio avviso, ne aveva bisogno. Le difficoltà sono puramente organizzative e pertanto risolvibili. Ogni artista porta la sua visione e questa è la ricchezza di un progetto come Sworkers, ma ci vogliono anche molto ascolto, molta attenzione e generosità verso il lavoro degli altri da parte di ogni artista; senza queste qualità, un progetto collaborativo non è possibile.

• Dopo il percorso di ricerca sulle badanti e le colf straniere in Italia con H24 _ aCasǎ e la denuncia dello sfruttamento dei lavoratori nei campi di pomodori con Paradise, la compagnia Acasa torna a parlare di un tema scottante come quello della prostituzione. Credete che il teatro possa e debba essere utile alla società?

Per me il teatro è fondamentalmente il luogo dove porre delle domande. Dome mostrare quello che non vogliamo vedere e che, invece, è davanti ai nostri occhi; dove far ascoltare quelle voci che non riusciamo o non vogliamo sentire.

 

#AnticipAzione: la nuova stagione della Compagnia Diaghilev

#AnticipAzione: la nuova stagione della Compagnia Diaghilev

Riprende l’attività della Diaghilev con un’intensa e qualificata programmazione che si svilupperà nella Stagione 2017 | 2018 sul doppio fronte del Teatro Van Westerhout di Mola di Bari e dell’Auditorium Vallisa di Bari (“Le direzioni del racconto”), con il sostegno del Ministero ai Beni Culturali, Regione Puglia, Comune di Bari e Comune di Mola di Bari.

Ad aprire la programmazione, un’importante operazione produttiva della compagnia, con il coinvolgimento delle stesse forze creative che hanno determinato il successo de “La dodicesima notte” lo scorso anno: giovedì 12 ottobre al Teatro van Westerhout debutta Satyricon, da Petronio, ideato e diretto da Massimo Verdastro che ne è anche principale interprete, insieme a Paolo Panaro, Elisabetta Aloia, Antonella Carone, Marco Cusani, Francesco Lamacchia, Loris Leoci, Giulia Sangiorgio; scene e costumi di Tommaso Lagattolla, luci di Marcello D’Agostino, musiche di Marco Ortolani. Il “Satyricon” è un’opera-mondo, un capolavoro che racchiude tutta l’esperienza umana. E’ lo spietato ritratto di un’epoca inquieta che sorprendentemente somiglia alla nostra. I frammenti che ci sono giunti illustrano creature ansiose che non sanno nulla del loro domani, che vivono alla giornata, solo di espedienti. Sperduti nel buio, i protagonisti si aggirano in una realtà sempre più irriconoscibile, misteriosa, in cui gli dei (oggi rappresentati dal potere della politica) tengono gli uomini in scacco e li manipolano a loro piacimento. Repliche per un mese sino al 5 novembre, con recite riservate alle scuole della provincia.

Il progetto artistico complessivo, mettendo proficuamente in congiunzione i percorsi e le collaborazioni delineati negli anni a Bari e Mola, si articola in una serie di interessanti eventi che si susseguiranno sino a maggio, utilizzando al meglio gli spazi dell’Auditorium Vallisa e del Van Westerhout in base alle loro specifiche peculiarità e alle particolari caratteristiche delle proposte. In totale 42 titoli differenti, tra nuove produzioni, riprese e ospitalità, per complessive 160 recite tra appuntamenti serali e matinée, con prestigiose partecipazione e giovani e promettenti talenti.

Tanti i generi affrontati: dalla rilettura dei grandi classici alla commedia, dal teatro di impegno civile alla sperimentazione, dal teatro per i più piccoli e le famiglie alle contaminazioni tra poesia e musica contemporanea, dal recital letterario al cabaret teatrale e musicale, dal teatro di parola allo spettacolo senza parole.

Da Paolo Panaro, principale artista della compagnia, a Massimo Verdastro, che ha stabilito con la Diaghilev una bellissima e fruttuosa intesa, a Roberto Herlitzka, Lina Sastri, Moni Ovadia, Lello Arena, Virginio Gazzolo, Marina Confalone, I Virtuosi di San Martino, Nicola Pistoia, Paolo Triestino, Giuseppe Marini, Giuseppe Sollazzo, Spiro Scimone, Francesco Sframeli, Damiano Nirchio, sono tante le personalità di rilievo che animeranno la stagione. Insieme ad essi i bravi attori della Diaghilev e diverse significative realtà pugliesi: il Granteatrino Casa di Pulcinella, il Teatro dei Borgia, Astragali Teatro, il Teatro delle Forche, Terrammare Teatro.

La rassegna Le direzioni del racconto, dedicata alla narrazione letteraria, partirà alla Vallisa il 31 ottobre (repliche nei giorni successivi) con l’ultima produzione della compagnia Diaghilev “In arte Moliére”, per la regia di Paolo Panaro. Uno spettacolo dove la vita e le vicende artistiche del commediografo francese assurgono ad allegoria della vita quotidiana di ogni teatrante e diventano una meditazione sul senso dell’arte nella società moderna. Roberto Herlitzka (16 dicembre) incontra il padre della lingua italiana in una sua magistrale “Lectura Dantis”, occasione imperdibile in cui la voce del grande attore è lo strumento ritmico-sonoro che permette ai versi di scendere nell’intima coscienza umana e di toccare il cuore di chi ascolta. Al mito di Ulisse, invece, si affida un altro signore del palcoscenico, Virginio Gazzolo, con ”Ulisseide” (7 dicembre), che evoca il lungo e avventuroso itinerario dell’eroe per un misterioso e ancora inesplorato mar Mediterraneo. Con “Serata Leopardi” e “Canti Orfici” (1 e 2 dicembre) la parola tornerà a ‘volare alta’ grazie a Massimo Verdastro, che metterà a confronto il nostro più grande poeta ottocentesco e la misteriosa, inquieta e sofisticata prosa ritmica di Dino Campana. La parola nella sua accezione civile è al centro dello spettacolo “Il caso Braibanti” (5 novembre) scritto da Massimiliano Palmese, per la regia di Giuseppe Marini, in cui, con toni avvincenti e commoventi, si ricordano le inquietudini, le testimonianze e alcuni passaggi del processo subito negli anni Sessanta da Aldo Braibanti, intellettuale omosessuale accusato di aver plagiato il suo giovane compagno, mentre divampavano nel Paese e in Europa i fermenti e i movimenti contestatari del ‘68. La pungente e divertita lingua di Erri De Luca è lo strumento scelto dal quartetto musicale Ánema e dall’attore Cosimo Damiano Damato per effettuare, con “Concerto Napolide” (4 novembre), un appassionante incursione nella vecchia e nuova canzone napoletana e una riflessione sulla condizione di quanti si staccano dalla propria città di origine. Al pubblico dell’infanzia e della prima adolescenza è destinato lo spettacolo della Diaghilev “Don Chisciotte” (dal 22 novembre), scritto e diretto da Damiano Nirchio, dove la storia del celebre hidalgo e del suo buffo e comico scudiero si trasforma in una avventura umana contemporanea. E ancora Elisabetta Aloia ne “La Ianara” di Licia Giaquinto e Paolo Panaro con il suo ricco e variegato repertorio, che spazia da “La morte di Ivan Il’Ic” di Tolstoj a “La favola de Zoza” di Basile, “Gerusalemme liberata” di Tasso, “Orlando furioso” di Ariosto, “Il racconto di Enea” di Virgilio.

Da segnalare la rinnovata collaborazione con il Festival Time Zones per una tre giorni (7-8-9 novembre) di musica e poesia, dove i versi di Francesco Redi (“Bacco in Toscana”), di autori italiani dal ‘200 al ‘500 fino ad arrivare al Baudelaire di “Les fleurs du mal”, recitati da Panaro, si intrecceranno con le differenti sonorità delle chitarre di Christian Lavernier, Paki Zennaro, Pietro Romano Matarrese.

Al Van Westerhout di Mola, dopo il “Satyricon”, tornano I Virtuosi di San Martino (26 novembre), con il loro teatro musicale ironico e surreale, in “Totò, che tragedia”, omaggio al principe della risata nel 50° anniversario della scomparsa. Il 17 dicembre Lina Sastri presenta “Appunti di viaggio”, un itinerario nel teatro, nella musica e nel cinema, attraverso le storie, gli incontri indimenticabili di una delle più straordinarie e complete artiste della scena italiana, accompagnata da un gruppo di valenti musicisti. Intriso di atmosfere beckettiane, il lavoro di due personalità di rilievo del teatro contemporaneo, Spiro Scimone e Francesco Sframeli, che in “Bar” (13 gennaio), per la regia di Valerio Binasco, raccontano i quattro giorni cruciali della vita di due uomini, un barista e un disoccupato, chiusi in un luogo pubblico per nascondersi al resto del mondo. “Raccionepeccui” ( 3 febbraio) di Giuseppe Bertolucci è il titolo di uno spettacolo comico, tragico, nero, rosa, lugubre, poetico in cui Marina Confalone, con impareggiabile capacità, vomita in scena l’incredibile vicenda di una povera disperata meridionale. Lello Arena è il protagonista di “Parenti Serpenti” (9 febbraio) di Carmine Amoruso, regia di Luciano Melchionna, una metafora di pungente sarcasmo e travolgente umorismo sulla falsità dei rapporti familiari. La lingua, quell’inafferrabile miscuglio di tedesco, ebraico, polacco, russo, ucraino e romeno, la condizione universale dell’Ebreo errante, il suo essere senza patria sempre e comunque, la musica klezmer, sono alla base di “Cabaret Yiddish” (23 febbraio) spettacolo cult di quell’eclettico e artista unico, qual è Moni Ovadia. Dal 1 al 18 marzo l’originale e affascinante produzione della Diaghilev, “Il giorno in cui ci siamo incontrati e non ci siamo riconosciuti”, drammaturgia e regia di Giuseppe Sollazzo, dove quindici attori, senza l’uso di parole, danno vita, nella strada di una metropoli, al gioco scenico dell’esistenza. “Ben Hur, storia di ordinaria periferia” (24 marzo) è una commedia nata dalla penna di Gianni Clementi che, in un mix di divertimento, emozioni e cattiverie, affronta il tema dell’integrazione dei migranti, per l’interpretazione di Paolo Triestino, Nicola Pistoia ed Elisabetta De Vito. In aprile, dall’11 al 22, la compagnia Diaghilev sarà impegnata ne “Le smanie per la villeggiatura”, per la regia di Paolo Panaro, prima tappa della trilogia sulla villeggiatura scritta da Goldoni per sottolineare con scherno il bisogno della borghesia di apparire ad ogni costo, mostrando il proprio benessere, spesso al di sopra delle reali possibilità. Il cartellone comprende, inoltre, il “De vulgari eloquentia” con Virgino Gazzolo, che curerà anche la regia di uno studio sull’ Odissea con gli attori e gli allievi del laboratorio della Diaghilev; la ripresa de “Il pranzo di Babette” di Francesco Niccolini con Paolo Panaro; “Cabaret Sacco & Vanzetti” di Michele Santeramo con Gianpiero Borgia e Valerio Tambone e altre proposte.

La Fondazione Petruzzelli inaugura la nuova sede

La Fondazione Petruzzelli inaugura la nuova sede

Ieri mattina il sindaco Antonio Decaro, il soprintendente Massimo Biscardi insieme alla dr.ssa Eugenia Vantaggiato, Segretario Regionale del Mibact per la Puglia, all’architetto Francesco Longobardi, responsabile unico del procedimento dei lavori del Segretariato Regionale e all’architetto Francesca Marmo, Direttore dei Lavori del Segretariato Regionale hanno inaugurato i nuovi spazi restaurati di Palazzo San Michele.
Sono infatti terminati gli interventi di restauro del Palazzo a Bari vecchia, ceduto sei anni fa dal Comune di Bari alla Fondazione Petruzzelli, con l’obiettivo di patrimonializzare la Fondazione. I lavori, finanziati con 4 milioni e 900mila euro rivenienti da fondi POIN dell’Unione europea e CIPE statali, hanno interessato l’antico bene architettonico, situato a Bari vecchia, con un restauro importante e complesso ad opera del Segretariato Regionale per i Beni Culturali.
Palazzo San Michele ospiterà al piano inferiore uno spazio espositivo destinato ad eventi culturali, non solo della Fondazione, ma anche del Comune di Bari.
La Convenzione con il Ministero per i Beni e le Attività Culturali prevede anche l’organizzazione in loco di eventi a cura dello stesso Mibact e la possibilità per il pubblico di visitare il “Percorso Medievale”.
Al piano superiore sono già operativi gli uffici della Fondazione Petruzzelli.
La disdetta dei contratti di affitto dei locali che finora hanno ospitato la Fondazione permetterà di risparmiare oltre 80mila euro all’anno, grazie all’eliminazione dei fitti passivi. Inoltre l’investimento pubblico consentirà alla Fondazione Petruzzelli di consolidare ulteriormente il proprio valore patrimoniale.
“Voglio ringraziare la Soprintendenza per il lavoro straordinario svolto per il recupero di un edificio storico come Palazzo San Michele – ha dichiarato il sindaco Decaro -. Don Franco, che oggi ci accompagna in questa inaugurazione, ha detto giustamente che le pietre parlano e, grazie a un intervento accurato, effettuato con grande professionalità, oggi possiamo osservare queste pietre che parlano lingue diverse, culture diverse e raccontano tante storie a seconda degli strati in cui sono state posizionate. Questo è un momento importante per noi tutti e per la Fondazione Petruzzelli, che trasferisce i suoi uffici in questo immobile, che ha una valenza storica e architettonica quasi maggiore del Teatro Petruzzelli, che pure è uno dei nostri gioielli più importanti. Questo è un edificio bellissimo, un luogo simbolico con un valore notevole anche dal punto di vista religioso, perché in questo monastero benedettino, ubicato accanto alla chiesa dove sono anche state custodite per un breve periodo le spoglie di San Nicola.
Al primo piano di questo edificio apriremo uno spazio che potrà accogliere anche piccole mostre storiche e d’arte contemporanea che permetteranno a tanti cittadini di visitarlo e conoscerlo. Già sabato e domenica prossimi Palazzo San Michele sarà aperto al pubblico perché il FAI l’ha scelto tra i 5 luoghi regionali da far conoscere ai cittadini in modo da permettere a tutti di godere di questo spettacolo. Dal punto di vista amministrativo raggiungiamo anche un altro risultato fondamentale perché risparmieremo 80mila euro l’anno di fitti passivi che serviranno a rafforzare il bilancio della Fondazione.
Credo che, dopo un periodo in cui è stata percepita come esempio negativo di amministrazione, la Fondazione Petruzzelli oggi sia in grado di dimostrare un cambio di passo importante: questo risparmio rappresenta una nota positiva per la nostra comunità e per il suo stesso bilancio”.
Il Segretario regionale Mibact, Eugenia Vantaggiato ha ricordato:“ Oggi è stato raggiunto un importante risultato che tutti possono ammirare finalmente e che è il frutto di un lavoro di squadra e una felice realizzazione con fondi pubblici del Ministero dei Beni Culturali.
L’apertura di Palazzo San Michele è la restituzione di un bene culturale alla città di Bari”.