Piccoli comuni si raccontano

Piccoli comuni si raccontano: Intervista a Roberto Giuliani, Direttore del Conservatorio di “Santa Cecilia” ed Eleonora Pacetti, Direttrice di “Fabbrica” Young Artist Program

Piccoli comuni si raccontano

Nonostante la nuova battuta d’arresto per le attività culturali e artistiche, imposta dal DPCM firmato il 24 ottobre scorso, prosegue la narrazione di Piccoli comuni si raccontano, il progetto di Regione Lazio sviluppato in collaborazione con ATCL Lazio e Lazio Crea. In un momento di grande spaesamento per l’intero settore culturale, la proposta artistica di Piccoli comuni si raccontano, ha posto l’attenzione, oltre che sulla circolazione della cultura in territori spesso esclusi dai circuiti di distribuzione ufficiali, anche sulle possibilità lavorative offerte ai giovani talenti.

A partire da questa volontà, è stata rinnovata la partnership con il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” di Roma, già istituita per la prima edizione di Piccoli comuni si raccontano, ed è stata indetta una nuova collaborazione con “Fabbrica” Young Artist Program, il progetto del Teatro dell’Opera di Roma, realizzato al fine di favorire la trasmissione di sapere e la promozione di nuovi talenti nel campo dell’opera lirica.

Molti sono stati, nel corso di questo primo mese di programmazione di Piccoli comuni si raccontano, i momenti dedicati all’arte musicale e all’opera lirica affidati a giovani studenti che hanno saputo incantare le platee dei borghi laziali coinvolti nel progetto. 

Del valore assunto da questa operazione culturale per i territori e per gli studenti e le studentesse che, con la loro arte, li hanno attraversati, abbiamo discusso con il M° Roberto Giuliani, Direttore del Conservatorio “Santa Cecilia” di Roma, e con Eleonora Pacetti, Direttrice di “Fabbrica” Young Artist Program, approfondendo la tematica della ripresa e della necessità di supporto economico e politico, espressa a gran voce dal settore dello spettacolo dal vivo.

Il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” di Roma è una delle massime istituzioni musicali sul territorio nazionale e internazionale. Su quali principi si fonda l’offerta formativa del Conservatorio?

Roberto Giuliani: L’offerta del Conservatorio è volta a formare un musicista completo, sia dal punto di vista della ampiezza e lunghezza della carriera formativa, sia dal punto di vista della completezza della formazione.  I Conservatori – come le altre Istituzioni del settore AFAM – Alta Formazione Artistica e Musicale: Accademie di Belle Arti, Danza, Arte Drammatica ecc. – sono un settore parallelo a quello dell’Università, e risultano quindi articolati in Trienni accademici e in successivi Bienni accademici specialistici. Prima però, è possibile seguire i Corsi Propedeutici, perché gli studi strumentali nella maggior parte dei casi vanno coltivati molto prima della maggiore età, motivo per cui è previsto l’accesso in Conservatorio anche per i piccoli “talenti precoci”, oltre alle possibilità offerte dalle convenzioni che il Conservatorio ha attive con associazioni che si occupano degli allievi più giovani.

All’altro estremo, dopo il Biennio, è stata attivata in questi ultimi anni un’offerta di Master post diploma  in grado di fornire un’ulteriore competenza professionale: Master in Artistic Research in Music (in collaborazione con l’Orpheus Institut di Gent), Canto (in collaborazione con il Conservatorio Nazionale Centrale di Pechino), in Film scoring, Improvvisazione coreutica e musicale (in collaborazione con l’Accademia Nazionale di Danza), Interpretazione della musica contemporanea, Musica per Videogiochi.

Per quanto riguarda la completezza della formazione, oltre alla riscrittura aggiornata dei programmi di Triennio e Biennio, in Conservatorio sono stati attivati oltre 200 corsi e, tra le numerose discipline a disposizione, lo studente ne può scegliere diverse per completare il suo percorso e per seguire le sue inclinazioni e i suoi interessi, anche in prospettiva occupazionale.

Inoltre, l’attività di produzione del Conservatorio, costituita da numerose stagioni di concerti nei quali suonano perlopiù i migliori studenti e diplomati, consente loro di entrare presto in contatto con il pubblico e con gli apparati produttivi

Nonostante la vocazione internazionale, il Conservatorio di musica “Santa Cecilia” mantiene aperto il dialogo con il territorio che ne ospita la sede. Ne è esempio la partnership avviata con il progetto Piccoli comuni si raccontano di Regione Lazio, sviluppato in collaborazione con ATCL e Lazio Crea. Che valore ha la presenza dell’istituzione sul territorio laziale e qual è la mission di tale collaborazione?

RG: Il Conservatorio “Santa Cecilia” è punto di approdo, da tutto il mondo, di studenti attratti dall’eccellenza delle scuole di Canto e di Strumento. Attualmente abbiamo studenti provenienti da ben 34 diversi Paesi, tanto da connotarci come l’ONU della musica. Una situazione privilegiata, di particolare importanza anche per la conoscenza reciproca delle differenze: sostengo spesso infatti che un quartetto, un coro o un’orchestra sono dei laboratori preziosi di dialogo e di pace, dove solo se ci si conosce e ci si rispetta si riesce a lavorare insieme, valorizzando le peculiarità.

Global, glocal, local…ci piace lavorare in tutte le dimensioni della comunicazione musicale, e non dobbiamo poi dimenticare come parte dell’utenza sia naturalmente quella del bacino romano e laziale. Per questo, pur avendo nella nostra sede di via dei Greci una delle sale da concerto più belle del mondo, siamo presenti a Roma in diversi luoghi, secondo una mia idea di “occupazione musicale” della città

Abbiamo così, per esempio, dato vita a una stagione di concerti dei nostri migliori giovani presso il Teatro Off off di via Giulia (I concerti della domenica); abbiamo recentemente partecipato, grazie alla collaborazione con Videocittà, alle cerimonie per la riapertura del monumentale Giardino delle cascate all’EUR, con l’Ensemble di trombe e percussioni, che ha dedicato un concerto alla memoria di Ennio Morricone, nostro ex allievo e prezioso amico, e in questi giorni siamo presenti ogni sabato (tempo e covid permettendo) con i nostri ensemble a Villa Borghese all’interno della mostra di arte contemporanea Back to Nature

Non solo Roma però, anche il territorio laziale è per noi da tempo oggetto di interesse, tant’è che già da prima della collaborazione con ATCL era stato varato il progetto della creazione di tre orchestre giovanili (ad Albano, Fiuggi e Rieti) di cui quella di Albano, la GIOCR – Giovane Orchestra dei Castelli Romani, ha già avuto il suo primo battesimo di pubblico lo scorso anno.

La collaborazione con il progetto Piccoli Comuni, oltre a essere quindi per noi naturale, in un progetto di comunicazione e diffusione più ampio possibile, da una parte permette ai nostri ragazzi di suonare in luoghi dove è possibile una dimensione rara del contatto col pubblico, dall’altra offre al pubblico occasioni che difficilmente – se si dovessero perseguire logiche commerciali – potrebbero aver luogo.

Quindi è un’occasione preziosa per avvicinare alla musica persone che ne sono costantemente private, vista l’assenza capillare sul territorio di “presidi musicali”, di questa possibilità. Il contatto visivo con il musicista, la magia delle prove, non possono infatti essere surrogati dai mass media, che non consentono un’esperienza profonda e partecipata del fare e ascoltare musica dal vivo.

La seconda edizione di Piccoli comuni si raccontano pone l’attenzione sui giovani talenti e sulle possibilità professionali loro offerte. Quali sono le azioni messe in campo dal Conservatorio di “Santa Cecilia” per accompagnare e immettere i propri studenti e le proprie studentesse nel mondo del lavoro?

RG: Come detto in parte precedentemente, una prima azione è costituita dallo strutturare dei percorsi di studio che tengano conto sia delle innovazioni didattiche, sia delle evoluzioni delle discipline, sia di un ampio spettro formativo, anche in prospettiva lavorativa. Così il musicista acquista anche una duttilità che nel mondo delle nuove professioni è particolarmente richiesta: non formiamo infatti solo ottimi cantanti e strumentisti, destinati per esempio a una carriera solistica o a un’attività orchestrale, ma anche insegnanti (nel corso di Didattica della musica), musicologi (nel corso di Discipline della storia della critica e dell’analisi musicale), compositori di Musica per le immagini ecc.

Dell’attività concertistica si è già detto, ma a questo deve aggiungersi il grande potere formativo offerto dalle esperienze internazionali: oltre ad avere una nutrita attività di scambi Erasmus (dedicata a studenti incoming e outcoming, per la quale il Conservatorio ha siglato più di 100 Inter-Institutional Agreement con le maggiori istituzioni formative europee), “Santa Cecilia” ha vinto come capofila importanti progetti europei estremamente innovativi (come Opera out of Opera, News in MAP, Italian film sounding ecc.) che coinvolgono diversi partner; a questo si aggiungono le attività di progettazione con Russia, Panama, Cina, Giappone ecc.), che consentono anch’esse a docenti e studenti di viaggiare, suonare con i colleghi stranieri, e conoscere gli altri sistemi formativi.  

La crisi sanitaria ha fortemente indebolito la dimensione live dei progetti artistici, musicali e spettacolari intervenendo, oltre che sull’ambito lavorativo e performativo, anche su quello didattico. Su quali criteri si basa il nuovo assetto formativo del Conservatorio? A pochi mesi dalla ripresa, qual è il bilancio delle difficoltà riscontrate dal settore e quali interventi ritiene necessari per la ripartenza? 

RG: Gli impatti sono stati diversi. La parte didattica, non appena tecnicamente possibile, è stata portata on line durante il periodo del lock down, grazie al grande impegno e disponibilità degli studenti e dei docenti.  È chiaro che se la normale didattica scolare soffre della dimensione non in presenza, si può facilmente immaginare quanto sia innaturale e poco produttivo far lezione di canto o di strumento attraverso un computer.

Per questo appena è stato possibile siamo tornati, seppur con le limitazioni dovute all’applicazione ferrea delle procedure di sicurezza, a diplomare gli studenti in Sala Accademica e a far lezione in presenza, anche se già in questi giorni riemergono ombre che minacciano non tanto le lezioni collettive (già programmate on line per l’anno accademico 2020/2021), ma anche le lezioni singole. Per non parlare dei problemi posti dagli ensemble, soprattutto canori e di fiati, nonostante siano stati acquistati pannelli di plexiglass ecc.

Per quanto riguarda la parte di ricerca e di progettazione, soprattutto internazionale, questa è proseguita on line, ma continuano a essere cancellati importanti incontri, come quello dell’AEC a Vienna, o il Cultural Forum a San Pietroburgo. Per i concerti, ovviamente tutte le stagioni  programmate nel 2020 si sono fermate, e per il momento siamo riusciti a riprendere con i concerti all’aperto già menzionati, e per i concerti al chiuso in Sala Accademica sono stati confermati per ora solo quelli legati a impegni internazionali, come la serie Europa in Musica, organizzata con il Cluster EUNIC – EU National Institutes for Culture, o il concerto Suoni del Mediterraneo per la presentazione dell’iniziativa Resq – People saving People, con Médecins sans Frontières.

La ripartenza non sarà un problema, quando le condizioni sanitarie lo permetteranno, e intanto il Conservatorio affronta giornalmente i problemi derivanti dalla estrema variabilità e imprevedibilità dell’emergenza Covid. Quello che preoccupa, e continuerà a preoccupare anche dopo, è la situazione della cultura in Italia. Comprendo i problemi economici del Paese, ma questa emergenza si è andata ad aggiungere a un’antica situazione di disinteresse nei confronti non solo della musica, ma in generale della conservazione produzione e diffusione culturale, con atteggiamenti che oscillano dall’infastidito assistenzialismo, alla malsana idea che la cultura debba e possa autofinanziarsi.

Nei Paesi compiutamente civili questo non accade: lo Stato investe in cultura e in formazione perché questo crea un cittadino migliore, e tra l’altro potenzia anche un indotto turistico e commerciale. Provate a pensare di chiudere musei e teatri italiani, e vedrete quale inabissamento in numero e in qualità avrebbero i flussi turistici. Ma questo bisogna ogni volta rispiegarlo alla classe politica di turno, perché ormai manca questa sensibilità nella formazione degli italiani e gli effetti si vedono, purtroppo in tutti i settori, nel peggioramento dei comportamenti e del tessuto sociale.

La grande tradizione dell’opera lirica italiana è un valore che rende il nostro paese un importante approdo per studenti e studentesse provenienti da ogni parte del mondo. Dal 2016, anno della sua fondazione, “Fabbrica” Young Artist Program promuove i giovani talenti dell’opera lirica sostenendone la formazione. Quali sono i punti cardine del progetto?

Eleonora Pacetti: La possibilità di esibirsi in palcoscenico e l’esperienza di un training specifico per le audizioni e le performance sono i punti cardine di “Fabbrica” Young Artist Program. 

“Fabbrica” Young Artist Program, oltre a sostenere la formazione, prevede l’inserimento nell’ambito professionale con un percorso costruito ad hoc per ciascun partecipante di studio e lavoro presso il Teatro dell’Opera di Roma. Quali sono gli step previsti dal progetto per condurre i partecipanti alla professionalizzazione?

EP: Si parte dall’esperienza di andare in scena con ruoli piccoli e cover per poi interpretare ruoli più importanti. Inoltre gli artisti vengono presentati alle agenzie che saranno coloro che costruiranno la loro carriera un domani.

A partire da quest’anno il Teatro dell’Opera di Roma, attraverso “Fabbrica” Young Artist Program, figura tra i partner del progetto Piccoli Comuni si raccontano, una collaborazione, questa, che rappresenta un impegno, da parte delle istituzioni nel fornire ai giovani nuove occasioni per esplorare le possibilità lavorative offerte dal territorio laziale e per entrare in relazione con il pubblico. Quanto conta per “Fabbrica” Young Artist Program diffondere la tradizione dell’opera lirica italiana anche nei piccoli borghi del Lazio, attraverso il talento dei propri studenti?

EP: E’ davvero molto importante: il contatto con la “base” è una benzina che ci aiuta a mantenere vivo l’entusiasmo per il lavoro, come accaduto nel 2017 e nel 2018 quando abbiamo portato l’Opera nelle piazze di Roma e del Lazio (Amatrice, Accumoli, Leonessa, Cittareale, Borbona, Poggio Bustone, Frascati, Alatri) con il progetto Opera Camion, in cui sono stati coinvolti gli artisti di “Fabbrica” YAP (non solo cantanti, ma anche pianisti ed il gruppo regia) e il pubblico ha risposto con tanto entusiasmo.

Alcuni giorni fa l’ANFOLS ha diffuso un appello dei teatri d’opera per sostenere le riaperture, ponendo l’attenzione sull’insostenibilità delle future programmazioni a seguito delle misure restrittive sulle capienze delle platee. Di quali condizioni necessita il settore per avviare una ripartenza che, nonostante l’incertezza, sia in grado di consentire il prosieguo delle attività dei teatri d’opera e l’impiego dei suoi lavoratori e delle sue lavoratrici?

EP: Difficile dirlo in un momento come questo. A nuove situazioni non si possono incollare modelli vecchi: la creatività e l’immaginazione dovranno, ora più che mai, dare luce ad idee nuove.

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Piccoli comuni si raccontano. Intervista ad Albino Ruberti, Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Lazio

Investire su progetti che mirino alla valorizzazione della cultura e del territorio è un valoroso atto di premura nei confronti della comunità. Atto che, nell’odierna, complessa condizione di incertezza, assume connotati politici e sociali. Piccoli comuni si raccontano, il progetto della Regione Lazio, realizzato con ATCL Lazio e Lazio Crea, inaugurato lo scorso anno con grande successo di pubblico, con questa seconda edizione rinnova la volontà di rendere l’offerta culturale accessibile a tutte e a tutti. Il talento di grandi artisti e artiste della scena musicale e teatrale italiana, ha allietato 33 borghi laziali, con meno di 5000 abitanti, per una ricca programmazione autunnale. 

Ponendo, inoltre, grande attenzione alle opportunità di lavoro offerte ai più giovani, con eventi della rassegna dedicati agli studenti e alle studentesse del Conservatorio di Santa Cecilia e di FABBRICA YOUNG ARTIST PROGRAM del Teatro dell’Opera di Roma, Piccoli comuni si raccontano si fa specchio dell’impegno mostrato, in tale direzione, dalle istituzioni.

A questo proposito abbiamo intervistato Albino Ruberti, Capo di Gabinetto del Presidente della Regione Lazio, che ha raccontato le azioni messe in campo dalla Regione a sostegno del settore, con particolare dedizione alla formazione dei giovani e all’inclusività culturale.

Con la seconda edizione di Piccoli comuni si raccontano, Regione Lazio con ATCL rafforza il sostegno rivolto al comparto culturale ponendo l’accento non solo sulla qualità della proposta artistica, ma anche sulla riscoperta del territorio. In cosa si sostanziano le azioni della Regione di incentivazione e supporto alla cultura e quali sono gli obiettivi?

Quella tra cultura e territorio è una sinergia inscindibile. Progetti come Piccoli comuni si raccontano rappresentano perfettamente la linea seguita in questi anni dal Presidente Zingaretti per la promozione e valorizzazione del patrimonio culturale e delle eccellenze artistiche del Lazio. La nostra storia, le nostre tradizioni, i nostri paesaggi non possono non diventare parte di una strategia integrata di rilancio del settore culturale e per questo stiamo agendo a 360 gradi, in un’ottica sempre di proficua collaborazione con le istituzioni locali e tutte le realtà del territorio.

Come Regione, anche nel 2020, un anno complesso in cui l’emergenza sanitaria ci ha posto di fronte a difficoltà prima inimmaginabili, abbiamo investito importanti risorse a sostegno dell’intero settore culturale. Dai luoghi della cultura al cinema, dallo spettacolo dal vivo alle associazioni e imprese culturali, ad ognuno di questi settori abbiamo dedicato diversi avvisi pubblici destinati allo sviluppo di progetti di promozione culturale, rassegne, eventi (sempre in grado di assicurare il rispetto del principio del distanziamento sociale), ma anche al sostegno di canoni di affitto, lavori di ristrutturazione, funzionamento e attività.

Per stimolare la ripresa, la Regione ha inoltre messo in campo diverse misure volte alla semplificazione amministrativa ma anche alla sperimentazione di nuove modalità di fruizione degli eventi da parte del pubblico al fine di garantire la diffusione della cultura in piena sicurezza. Il nostro obiettivo, ora ma anche e soprattutto quando ci saremo lasciati alle spalle l’emergenza sanitaria, è quello di portare la bellezza in ogni angolo del Lazio e dare a ogni lavoratore della cultura, dello spettacolo e del cinema la possibilità e la certezza di essere parte integrante e fondamentale di questo immenso patrimonio.

Il progetto Piccoli comuni si raccontano si inserisce nel più ampio quadro di delocalizzazione dei processi culturali che, nel Lazio come sull’intero territorio nazionale, sta incrementando la circolazione di un’offerta artistica anche in luoghi solitamente esclusi dai circuiti di distribuzione, facilitando ai cittadini di piccoli centri abitati l’incontro con l’arte e la cultura. Come si pone la Regione rispetto a questi nuovi criteri di circuitazione culturale e quali benefici, tenendo anche conto dei risultati della prima edizione di Piccoli comuni si raccontano, sono riscontrabili per le comunità locali?

La Regione sta lavorando molto per garantire a tutte e a tutti la fruizione di un’offerta culturale ampia e di qualità anche oltre i confini della Capitale. Iniziative come Piccoli comuni si raccontano rappresentano un’occasione unica per ogni cittadino del Lazio di incontrare i grandi protagonisti del mondo della cultura e dello spettacolo. In questo senso, abbiamo attivato da tempo collaborazioni importanti anche con le grandi istituzioni culturali del territorio come l’Accademia di Santa Cecilia e il Teatro dell’Opera che non solo hanno portato nel territorio regionale le loro produzioni ma hanno creato anche importanti occasioni di coinvolgimento e formazione del pubblico e delle comunità, in particolare per i più giovani.

Nel caso di Santa Cecilia, ad esempio, è stata intrapresa un’importante azione di coinvolgimento dei comuni dell’area del sisma, anche durante il lockdown, con corsi online per le realtà soprattutto bandistiche locali. È fondamentale per noi che la cultura esca anche fuori dalle sale e arrivi a quanti di solito non frequentano i luoghi della cultura tradizionali, in particolare i più giovani ma anche coloro i quali, ad esempio, vivono in territori lontani da Roma.

Tra i settori più colpiti a causa della diffusione della pandemia vi sono il turismo e lo spettacolo dal vivo. Uno dei punti di forza di Piccoli comuni si raccontano è la capacità di creare un ponte tra i due settori, generando un indotto per le imprese locali e tessendo nuove possibilità di accrescimento culturale. Quali sono, da tale punto di vista, i margini di crescita del progetto e che valore acquisisce Piccoli comuni si raccontano in questo momento storico?

Iniziative come Piccoli comuni si raccontano, grazie anche al prezioso lavoro di ATCL, sono l’esempio perfetto dell’impegno della Regione nel difendere e valorizzare l’immenso capitale culturale, urbano e sociale delle comunità locali. Queste iniziative sono fondamentali non solo perché ogni singolo abitante del Lazio possa partecipare alla vita culturale ma anche per promuovere le proprie bellezze naturali e storico-artistiche, l’artigianato locale e le produzioni di qualità.

Portare spettacoli come quelli contenuti in questa rassegna nei piccoli borghi della regione è un ulteriore passo in avanti verso una concezione più completa e inclusiva del territorio. I numeri sino ad ora ci hanno dato ragione: il pubblico non si è fatto attendere e, oltre i nostri confini, la visibilità  dei territori anche più lontani da Roma si sta allargando. Dobbiamo e vogliamo continuare a lavorare in questa direzione.

La collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia e con FABBRICA YOUNG ARTIST PROGRAM del Teatro dell’Opera di Roma, dimostra l’attenzione di Piccoli comuni si raccontano, e dunque della Regione, verso i giovani e verso le possibilità formative e professionali loro offerte. Quanto conta, considerando il tema della ripartenza del comparto culturale, investire sulla formazione e sull’inserimento dei giovani nel mondo del lavoro?

La formazione dei giovani e il loro inserimento lavorativo è certamente tra le nostre priorità e lo abbiamo dimostrato. Oltre alle esperienze da voi citate e fortemente sostenute dalla Regione, investiamo importanti risorse in percorsi formativi per i giovani del Lazio anche nell’ambito delle arti, della cultura e dell’enogastronomia. È il caso di Officina Pasolini, laboratorio gratuito di Alta Formazione del teatro, della canzone e del multimediale; c’è la Scuola d’Arte Cinematografica “Gian Maria Volonté”, anche questa pubblica e gratuita, che offre un percorso triennale dedicato alle principali professioni del cinema e dell’audiovisivo. Dedicati alla formazione, sono anche i nuovi piani che abbiamo inaugurato al WeGil, l’hub culturale della Regione nel cuore del quartiere Trastevere a Roma.

Qui sono già cominciate le lezioni della Scuola Volontè e, prossimamente, partirà anche il  WeGil Food Lab – Accademia del Cibo ARSIAL, un progetto inedito dedicato alla formazione enogastronomica d’eccellenza, pubblica e gratuita, a cui potranno accedere tanti giovani di talento grazie all’impegno dell’Agenzia regionale ARSIAL e di Agro Camera, l’Azienda speciale della Camera di Commercio di Roma. Tanti tasselli di un unico grande progetto: concedere a tutte e a tutti nuove prospettive affinché si possa contribuire insieme alla crescita del nostro territorio.

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PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO: teatro, musica, danza in 35 comuni del Lazio

Piccoli comuni si raccontano

Inizia oggi la seconda edizione di PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO, un progetto pensato per 35 piccoli comuni, comunità al di sotto di 5000 abitanti, un patrimonio storico culturale per la Regione e memoria storica delle nostre tradizioni. Per loro nasce il progetto PICCOLI COMUNI SI RACCONTANO della Regione Lazio realizzato da ATCL in collaborazione con LazioCrea, nella sua seconda edizione per la quale si sono sviluppate collaborazioni con importanti istituzioni: Teatro dell’Opera e Conservatorio di Santa Cecilia. Dal 2 ottobre ai primi giorni di novembre l’intero territorio sarà attraversato da concerti, spettacoli, attività per bambini, nuovo circo: un caleidoscopico calendario di eventi che disegnerà un itinerario “fantastico” di riscoperta del piccolo/grande territorio.

Dopo l’anteprima a Castel San Pietro Romano con Michele Placido ed a Ventotene con il Teatro Bertolt Brecht, dal 2 ottobre partirà la programmazione di Piccoli Comuni si raccontano con 33 nuovi appuntamenti in altrettanti Comuni del Lazio.

Ampio spazio alla musica di qualità a partire dal Jazz con una formazione d’eccezione: IMPERFECT TRIO con l’ecclettico Roberto Gatto alla batteria, Pierpaolo Ranieri al basso e contrabbasso, Marcello Allulli al sax per due grandi appuntamenti (Piglio 4 ottobre; Poggio Nativo 18 ottobre). Con questo trio Roberto Gatto si muove all’insegna della sperimentazione legata alle nuove sonorità e conduce il pubblico nel mondo dell’elettronica, del progressive rock e dell’improvvisazione, dando vita ad una performance multiforme.

Dopo l’incredibile consenso di pubblico nella passata edizione, è confermata la collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia nell’ottica di presentare quei giovani talenti che già stanno ottenendo successi nella carriera professionale. Sono 3 le formazioni che si alterneranno in diversi Comuni: dal quartetto d’archi con RACCONTO DI UN QUARTETTO D’ARCHI, TRA CONTRASTO E ARMONIA (Colonna 2 ottobre, Castelforte 9 ottobre, Maenza 11 ottobre, Roccagiovine 30 ottobre), al quartetto di chitarre con QUATTRO CHITARRE SUONANO LA GIOIA (Norma 31 ottobre, Capranica Prenestina 1 novembre), al duo CHITARRE A PASO DOBLE (Cantalupo 23 ottobre, Cerreto Laziale 24 ottobre, Collevecchio 25 ottobre). 

Importante la collaborazione avviata per questa edizione con “FABBRICA” YOUNG ARTIST PROGRAM del Teatro dell’Opera destinato a talenti nella produzione di opere liriche provenienti da tutto il mondo che abbiano già terminato un percorso di studi attinente o già maturato delle prime esperienze in palcoscenico. Saranno 3 concerti intimi e raffinati per presentare i giovani cantanti accompagnati al pianoforte in LE PIU’ BELLE ARIE D’OPERA (Castiglione In Teverina 2 ottobre, Allumiere 9 ottobre, Poggio Moiano 16 ottobre).

Per la sezione teatro, Sebastiano Somma ci porterà nelle pagine indimenticabili della grande letteratura americana con un reading tratto da IL VECCHIO E IL MARE di Ernest Hemingway con Cartisia J. Somma e accompagnato al violino il M° Riccardo Bonaccini (Oriolo Romano 3 ottobre, Roccasecca Dei Volsci 4 ottobre).

Massimo Wertmuller e Anna Ferruzzo danno voce e corpo ad una delle più belle storie mai raccontate, OMERO, ILIADE, e la musica dal vivo di Pino Cangialosi diventa suggestiva complice ed elegante compagnia di questo viaggio tratto dall’omonimo romanzo di Alessandro Baricco (Sant’Angelo Romano 25 ottobre) 

Un omaggio allo scrittore americano Charles Bukowski quello di Jacopo Ratini in SALOTTO BUKOWSKI, in cui le poesie saranno affiancate ai grandi successi della canzone d’autore italiana suonati, cantati e reinterpretati da Gianmarco Dottori. Al pianoforte il Maestro Luca Bellanova, curatore degli arrangiamenti musicali dello spettacolo (Canepina 31 ottobre, Mazzano Romano 1 novembre).

Spazio anche alle compagnie professioniste più interessanti che svolgono nel territorio laziale un’importante azione di diffusione teatrale e culturale. Venti Chiavi Teatro con COMPILATION, spettacolo/concerto, presenta un racconto generazionale per indagare il tema delle relazioni, un percorso sulla memoria e sulla creazione della nostra identità (Farnese 31 ottobre). Matutateatro in GARBATELLA. VIAGGIO NELLA ROMA DI PIER PAOLO PASOLINI ambientato nella Roma degli anni Cinquanta, esplora la lingua sperimentale di Pasolini e le canzoni romane di una volta, in una nuova modalità di teatro di narrazione (Forano in Sabina 4 ottobre, Città Ducale 18 ottobre).

Giannino Stoppani in arte Burrasca di Settimo Cielo è ispirato in parte alla mitica figura di Gianburrasca, un bambino di dieci anni nella Toscana di fine ‘800 (Montopoli 17 ottobre). Per i bambini una sezione dedicata al nuovo circo, con artisti che operano sia in Italia che all’estero, in grado di utilizzare varie tecniche come il teatro, la danza, la clownerie, l’acrobatica. Eugenio De Vito e Leonardo Varriale sono i protagonisti della slapstick comedy Backpack (Ponza 9 ottobre, Roiate 10 ottobre, Piansano 30 ottobre); Ivan Perretto in Bubble Concert si esibisce in un concerto con bolle di sapone (Fontechiari 3 ottobre, Vico Nel Lazio 11 ottobre, Vallerano 16 ottobre, Camerata Nuova 17 ottobre); Niccolò Nardelli in Mercante di Gravità è un giovane venditore con poteri straordinari (Esperia 23 ottobre, Torre Cajetani 24 ottobre, Poli 25 ottobre). 

I 35 Comuni coinvolti nelle 5 Province: Allumiere, Camerata Nuova, Canepina, Cantalupo, Capranica Prenestina, Castel San Pietro Romano, Castelforte, Castiglione in Teverina, Cerreto Laziale, Città Ducale, Collevecchio, Colonna, Esperia, Farnese, Fontechiari, Forano in Sabina, Maenza, Mazzano Romano, Montopoli, Norma, Oriolo Romano, Piansano, Piglio, Poggio Moiano, Poggio Nativo, Poli, Ponza, Roccagiovine, Roccasecca dei Volsci, Roiate, Sant’Angelo Romano, Torre Cajetani, Vallerano, Ventotene, Vico nel Lazio

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Spazio Rossellini

A.T.C.L. lancia il bando LIVE STREAMING THEATRE

Spazio Rossellini

L’Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio (A.T.C.L.) è il Circuito Multidisciplinare dello Spettacolo dal vivo regionale, nato su iniziativa di enti locali, partecipato dalla Regione Lazio e riconosciuto e finanziato dal MIBACT.

A.T.C.L. realizza programmi e attività per lo sviluppo dello spettacolo dal vivo, la valorizzazione di contesti territoriali e urbanistici, la formazione professionale e nella città di Roma gestisce lo Spazio Rossellini, immobile di proprietà della Regione Lazio, vocato all’innovazione, alla tecnologia e alla multimedialità.

Inaugurato a settembre 2019, Spazio Rossellini ha fin da subito sostenuto diverse tipologie di interventi che riguardano il teatro e le arti performative, nelle sue diverse declinazioni e sfaccettature, la danza, la musica, il cinema, dando spazio a realtà che affrontano con mezzi differenti la pluralità dei linguaggi dello spettacolo dal vivo, e diventando un luogo accogliente per le compagnie sostenute in periodi di residenza artistica.

Tra le mission dello Spazio, lo sviluppo di progetti multidisciplinari e cross mediali, dove la sfera culturale e quella sociale innescano processi di cittadinanza attiva in grado di formare attraverso lo sviluppo di progettualità integrate spettatori consapevoli e attori culturali. Fin dalla nascita la sua vocazione è stata quella di rappresentare un luogo per la comunità, in grado di accogliere le molteplici identità che la abitano, sviluppando percorsi inclusivi tra artisti e destinatari volti all’ampliamento del pubblico (audience development).

In questo 2020, a causa delle misure di sicurezza dovute alla diffusione del Covid-19, A.T.C.L. ha dovuto ripensare il proprio lavoro sviluppando nuove progettualità che hanno come obiettivo quello di mantenere il carattere fondante dello Spazio ma offrendo la possibilità a nuovi linguaggi di emergere.

A fronte degli investimenti che la Regione Lazio intende promuovere per sostenere e ripensare il settore dello spettacolo dal vivo supportando progetti crossmediali che comprendano l’utilizzo di strumenti e di modalità innovative di comunicazione e promozione, nonché di formazione di nuovo pubblico, aprendo la fruizione dello spazio teatrale a fasce di utenza che abitualmente non lo frequentano, e prendendo in considerazione le nuove attività del settore legate sicuramente all’esigenza contingente ma che possono svilupparsi ulteriormente per progettare un nuovo futuro, dove l’innovazione tecnologica consente di innovare prodotti e processi dello spettacolo dal vivo, Spazio Rossellini vuole offrire agli artisti il tempo e lo spazio per sperimentare nuove creatività, indagare nuove forme espressive, sviluppare un nuovo linguaggio alla luce di una ricerca teatrale o meglio artistica che tenga conto dell’esperienza vissuta nell’anno 2020.

Su questa sfida nasce LIVE STREAMING THEATRE, progetto a cura di Katia Caselli, coordinatrice dello Spazio. L’idea alla base è creare un format che possa far convergere linguaggi diversi e renderli  fruibili allo spettatore in modo assolutamente inedito e mai visto prima, che affianchi la consueta forma di fruizione fisica e dal vivo dello spettacolo. 

Attraverso una CALL destinata a compagnie professioniste,  verranno ricercati progetti artistici della scena contemporanea che siano nuove produzioni o riallestimenti pensati e rivisitati per il “live streaming”. Spazio Rossellini diventerà un SET dove la regia teatrale si sperimenterà e si confronterà con la regia video. 

A.T.C.L. riconoscerà ad ogni soggetto selezionato (max n. 3) un contributo di euro 2.000 oltre iva, e metterà a disposizione gratuitamente per sette giorni lo Spazio Rossellini, con le attrezzature e il personale necessario per la messa in onda (regia video multicamere, Jimmy 12 metri, 3 camere statiche, 2 radio camere, Stadycam, la dotazione audio e luci dello Spazio, direzione fotografica).

L’evento conclusivo a termine della residenza sarà on-line e in diretta streaming sulla piattaforma di A.T.C.L. Si tratterà quindi della messa in scena di un vero e proprio spettacolo LIVE che non sarà possibile reperire on demand ma esisterà solo nel preciso momento della diretta, mantenendo la peculiarità del qui e ora del teatro. In questo modo lo spettatore che vorrà assistere alla performance dovrà collegarsi nel giorno e nell’orario previsto provvedendo al pagamento di un biglietto quale forma di  valorizzazione del lavoro artistico. Il pubblico web assisterà non ad una visione tradizionale e frontale dello spettacolo ma vivrà un coinvolgimento inclusivo a fianco degli stessi artisti sul palcoscenico, godendo di una possibile moltiplicazione dei punti di vista del suo sguardo sulla scena.

Sarà inoltre cura di ogni progetto selezionato  contribuire allo story-telling dell’evento attraverso incontri e interviste promossi da A.T.C.L. allo scopo di documentare il back stage, e dare voce e visibilità ai lavoratori e ai mestieri dello spettacolo dal vivo. Le interviste raccolte andranno a comporre un docu-film finale.

L’obiettivo principale del progetto è mettere al centro lo spettatore, con una visione totalmente immersiva e mettendogli a disposizione un mix di contenuti: il dietro le quinte, la preparazione, la costruzione dello spettacolo fino alla sua messa in scena.

Ma chi è lo spettatore post Covid-19?  La chiusura degli spazi teatrali ha portato un moltiplicarsi dell’offerta culturale sul web, in particolar modo sui social. Ecco dunque che nasce un nuovo spettatore, trans-regionale, cultore dei social,  che va conosciuto. Per questo motivo proponiamo un  percorso di Guida alla Visione condotto dalla Associazione Dominio Pubblico che da anni si occupa di audience development e audience engagment, per accompagnare alla visione di queste nuove forme ibride di teatro e indagare sullo spettatore web e più in generale sulla nascita di un nuovo pubblico.

La Commissione sarà composta, oltre che da A.T.C.L., dai partner del progetto: Agis Nazionale, Arteven, Fondazione Piemonte dal Vivo – Circuito Multidisciplinare Regionale, Teatro Pubblico Pugliese, Film Commission Torino Piemonte, Roma Lazio Film Commission, Erma Pictures srl.

Leggi qui le modalità di partecipazione.

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Michele Sinsi Amleto

Festival Radure: teatro, musica e cultura sui Monti Lepini

È iniziata lo scorso 25 luglio la seconda edizione del Festival Radure. Spazi culturali lungo la Via Francigena del Sud, che porterà in 4 paesi dei Monti Lepini, a sud di Roma, il teatro, la musica e la cultura, gratuitamente  e in totale sicurezza.

Il festival che riporta alla luce gli antichi valori del teatro come condivisione e come arte di strada resa il più possibile partecipativa, è la prima azione di sistema del progetto integrato di ATCL Invasioni Creative supportato dal MIBACT. Obiettivo primario è la valorizzazione del territorio attraverso un processo di qualificazione artistica e rinnovamento dell’offerta culturale locale.

L’Amleto di Michele Sinisi nell’ex Infermeria dell’Abbazia di Fossanova

Festival
Amleto – Michele Sinisi

Ad aprire la rassegna teatrale del Festival, l’Amleto di Michele Sinisi, un incontro toccante tra l’architettura romanica e imponente dell’antico borgo medievale dell’abbazia di Fossanova e lo stile barocco, ipertrofico ma mai esagerato del testo shakespeariano. La spinta a quelle parole la danno l’impeto, la forza e il fiato di Sinisi, attore pugliese, non nuovo a riletture di testi shakespeariani, avendo già all’attivo un Riccardo III.

Michele Sinisi ritorna a uno dei suoi primi spettacoli da regista  e lo fa indossando i panni alla spagnola di Amleto, rigorosamente in nero, ma con la faccia pitturata di bianco, quasi fosse il fantasma di se stesso. In questa rivisitazione del dramma shakespeariano, l’attore giunge a un doppio lavoro di interpretazione, prima nel ruolo di Amleto, poi facendo calare il principe danese nei panni dei vari personaggi della tragedia: Polonio, Ofelia, Laerte, l’attore dello spettacolo messo in scena nell’Amleto e infine i regnanti, Re Claudio e la Regina Gertrude. 

Il personaggio principale portato in scena da Sinisi è un soliloquio mentale di Amleto, che lascia sospeso lo spettatore, ignaro se quanto sta accadendo in scena sia solo un sogno o se Amleto stia raccontando al pubblico, attraverso il proprio ricordo e quindi la propria mediazione, ciò che è avvenuto alla corte di Danimarca.

«Questa è la mia verità, tu decidi qual è la tua», urla Amleto mettendo alle strette Re Claudio, che da lì a breve verrà ucciso. Colpisce ancora il potere della parola che sia in Shakespeare, sia nella recitazione di Sinisi è ben presente quando Amleto, interpretando se stesso, in preda a una finta pazzia, dichiara secco a Ofelia: «Vattene in convento Ofelia”».

Parole che lacerano il cuore della sua amata e che poco dopo però rivelano l’amore di Amleto, quando ampliando il suo pensiero invita ancora una volta Ofelia ad andare in convento, per non diventare procreatrice di peccatori e non mettere al mondo altri furfanti. Quelle quattro parole, dunque, diventano atto d’amore di Amleto, un Amleto che infine termina la messinscena solo, che porta un cuscino rosso alla propria testa e lascia il pubblico al buio, con tre sospiri finali. Sogno o pazzia? 

Gli eventi di Segni

Terminati gli appuntamenti a Priverno, il festival si sposterà a Segni, dove nelle splendide cornici della Cisterna Romana e della Chiesa di San Pietro si darà vita a due reading. Il 7 agosto alle 21:00, Massimo Wertmuller e Anna Ferruzzo affronteranno Omero, Iliade di Alessandro Baricco, sulle musiche originali dal vivo di Pino Cangialosi.

Lo spettacolo mira a rivelare le emozioni, le debolezze, le paure e i sentimenti dei grandi personaggi omerici. Il 9 agosto alle 21:00, Giancarlo Loffarelli, della Compagnia Teatrale le Colonne, ripercorrerà la vicenda di Danny Boodman T. D. Lemon Novecento, un uomo che ha vissuto tutta la propria vita a bordo del transatlantico Virginian.

Gli eventi di Maenza

Festival
Tamara Bartolini e Michele Baronio

Al Castello Baronale di Maenza, martedì 18 agosto alle 21:00, Valentina Ferraiolo  racconterà, attraverso i ritmi e i repertori della tradizione italiana, la storia della donna e del tamburo, come strumento magico, nello spettacolo/concerto Tamburo Rosso – La pelle del tamburo è l’unica che puoi percuotere.

Giovedì 20 agosto invece presso la Loggia dei mercanti alle 19:00 andrà in scena il concerto del coro InCantu Racconti incantati sotto la loggia e, a seguire alle 21:00, di nuovo al Castello, Tamara Bartolini e Michele Baronio presentano Esercizi sull’abitare #2. Maenza – RedReading#13 Un giorno bianco, spettacolo che si concentra sui percorsi delle donne all’interno del territorio.

Cos’è casa, e dov’è casa fuori dalla casa? Dove sono i luoghi marginali di cui riappropriarci perché diventino spazi di resistenza, pratiche di cambiamento? Quali esercizi di cura? Queste le domande alla base di questa performance.

Gli eventi di Norma

A prendersi la scena sarà ancora una volta Shakespeare, nella Chiesa di San Rocco con lo spettacolo/concerto Shakespeare Kills Radio Stars di e con Alessandro Balestrieri di Matuta Teatro, musiche di Riccardo Romano e Alessandro Balestrieri, con i musicisti dal vivo Bernardino Balestrieri, Mattia Balestrieri, Amedeo Morosillo, con brani tratti dalle opere: Sogno di una notte di mezza estate, Romeo e Giulietta, Macbeth, Come vi piace, Amleto e Coriolano.

All’arte pittorica del pittore olandese Johannes Vermeer è dedicato Sguardi, scritto e interpretato da Riccardo Caporossi, insieme a Nadia Brustolon e Vincenzo Preziosa.  

Gli eventi di Sezze

Infine l’ultima tappa del festival a Sezze, si terrà sabato 29 agosto alle 19:00 a Palazzo Rappini – Centro sociale U. Calabresi andrà in scena Nel tempo. Un assolo per due corpi. Lo spettacolo, che prende le mosse dall’arte circense, è messo in scena da Francesco Sgro’, acrobata, giocoliere e performer insieme al musicista Pino Basile, prodotto dall‘Associazione Spellbound.

L’ultimo appuntamento della rassegna si terrà alla Casa di San Carlo, domenica 30 agosto alle 21:00, con il concerto degli Allegroamaro. La band grazie alla loro musica metterà in scena un vero e proprio viaggio tra l’Italia e il Portogallo, tra culture mediterranee e melodie antiche, con i musicisti Massimiliano Ottocento, Gianluca Masaracchio, Raffaele Esposito e i giochi di scena di Marina Tufo, Renzo Viglianti, Giampiero Fantigrossi.

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Alessandro Berdini

Trasparenze. Diari teatrali 1972-2016. 40 anni di teatro raccontati da Alessandro Berdini

Sotto forma di diario, in Trasparenze. Diari teatrali 1972-2016, il corposo volume edito da Editoria & Spettacolo, Alessandro Berdini, regista, organizzatore teatrale e direttore artistico del circuito multidisciplinare Atcl Lazio,  racconta 40 anni di carriera mappando l’universo teatrale italiano dagli anni ‘70 ad oggi. Recensioni, documenti, racconti di vita, passione fagocitante. Trasparenze è un’autobiografia generosa perché capace di concentrarsi sulla relazione con l’altro. Preziosa sintesi di un universo teatrale che non si esaurisce ma che si rinnova, mutando per mezzo dei lasciti dei grandi maestri, il volume è la narrazione di un percorso lavorativo multiforme che ha permesso all’autore di guardare il teatro da diverse angolazioni: ora con la prossimità dell’artista, ora con la distanza dell’organizzatore. Postazioni diverse, stessa passione. Di quest’opera approfondisce le tematiche Alessandro Berdini proponendo, attraverso il ricordo, importanti prospettive per il settore teatrale.

Trasparenze. Diari teatrali 1972-2016, Alessandro Berdini

La suddivisione cronologica in capitoli che sviscerano, decennio dopo decennio, quanto accaduto sulle scene romane e internazionali dà vita a una storia del teatro preziosa, fatta di aneddoti e precisi resoconti. Qual è la missione di questo libro oggi?

È un lungo racconto iniziato nel 1972, un vagare in piccoli e grandi fiumi, in stagni, torrenti e cascate le cui acque, prima o dopo, sfoceranno nel mare e, forse, solo qualche sbiadito ricordo sopravviverà. Tra qualche tempo, delle scene, degli attori, delle persone presenti in questo volume si perderanno le tracce, rimarranno labili reminiscenze. Mi viene in mente il film Morte a Venezia in cui il trucco di Dirk Bogarde si scioglie lentamente sulle sue guance e sulle sue labbra, portando via ricordi, sentimenti e visioni. Questo mio libro è una condensa di fatti, avvenimenti, spettacoli che fotografano un mondo del teatro che dagli anni Settanta si trasforma e si dischiude a percorsi estetici fino ad allora sconosciuti o tenuemente immaginati.

Trasparenze è anche una possente performance, a colori e in bianco e nero, in cui artisti, tecnici, organizzatori, danno vita a una grande messa in scena sulla quale, come accennavo, prima o poi calerà il sipario. Trasparenze, tra l’altro, è il titolo del mio primo importante spettacolo, tra eroi dell’antichità, sciamani e guaritori. Una miscela di musica e movimento, dove la parola è totalmente assente. Questo libro non ha una missione. Racconta la storia di tanti artisti e imprese di spettacolo che si sono rapportate con l’arte scenica, con il mondo politico e il pubblico. Come dichiara Romeo Castellucci in un’intervista di Andrea Porcheddu: «Il teatro è un’arte che non lascia traccia. Non è mai merce, ma esperienza. E questa sua fragilità è la sua potenza, gravida di futuro».

In che misura può dirsi autobiografica un’opera che, pur avendo la tua vita sullo sfondo, riesce ad ampliare il proprio orizzonte abbracciando il lavoro di innumerevoli artisti?

Non poteva essere altrimenti. In teatro non siamo mai soli. Si condividono con gli altri tante cose e tante pratiche. Il prodotto può raccontare anche le forme più estreme della solitudine, ma il percorso è condiviso: con il regista, con il drammaturgo, con gli attori, gli scenografi, i musicisti, i tecnici. Certamente questa mia opera è un’autobiografia ma vi prendono parte un’infinità di persone, sia per quanto riguarda il lavoro artistico sia per quello organizzativo e ricreativo. Per esempio, sul piano estetico, il mio spettacolo L’altra insonnia su Fernando Pessoa è stato pensato come avrebbe voluto il poeta portoghese: una miriade di immagini e personaggi che hanno trovato una propria forma sul palcoscenico, per poi essere di nuovo fagocitati nel suo baule di carte e documenti. Come direttore del circuito multidisciplinare Atcl Lazio la mia passione è stata alimentata dall’essere coinvolto direttamente nelle rappresentazioni dei grandi del teatro.

Quasi tutte le sere, per anni, in trasferta nei teatri del circuito ho assistito alle prove di spettacoli che mi hanno folgorato, formato, entusiasmato, coinvolto: come dimenticare Salvo Randone con la cicca tra le labbra mentre recita Pane altrui di Turgenev. Le performance di Alida Valli, Paolo Bonacelli, Valeria Moriconi, Luca De Filippo o Lilla Brignone in Così è se vi pare; Virgilio Gazzolo con Anna Maria Guarnieri ne Il gabbiano di Cechov; Una zingara mi ha detto con Gino Bramieri. Senza tralasciare la contemporaneità e la sperimentazione con la Raffaello Sanzio, la Gaia Scienza, Sosta Palmizi, Living Theatre, Peter Schumann, Leo de Berardinis, passando per le notti brave con Giuseppe Bartolucci, Nico Garrone, Mario Perniola, Maurizio Grande, Cesare Milanese e tanti altri.

La forza dei sogni, Il trionfo della letteratura e La fede nei drammaturghi, questi i titoli evocativi dei capitoli dedicati al teatro dagli anni ‘70 agli anni ‘90. Tre tappe di un cammino di trasformazione. Cosa è accaduto in quel ventennio? Siamo di fronte alla parabola di un’utopia che si esaurisce o alla sua trasmutazione in azione concreta per mezzo della penna dei grandi autori?

È stato un lungo sogno durato 27 anni. È iniziato nell’agosto del 1972 sulla spiaggia di Katerini in Grecia – da cui si potevano ammirare l’Olimpo e gli dei – e si è protratto fino al 1999, quando in un vecchio tendone da circo mettevo in scena Per tre sorelle di Cechov. Negli anni Settanta ho parlato a lungo con gli eroi, con il sacro, con le origini della nostra Tradizione: gli attori dovevano vedersela col corpo e con le ritualità richieste. Abbiamo avuto contro, fatte poche poche eccezioni, molti critici e studiosi. Negli anni Ottanta sono stato rapito dalla letteratura – Hesse, Céline, Borges, Pessoa, Kafka, Dostoevskij – che sulla scena prendeva vita grazie a un lavoro attento di alchimie e a una profonda connessione tra la drammaturgia del movimento e la poetica delle immagini.

Negli anna Novanta mi sono avvicinato alla figura del drammaturgo lavorando con autori come Franco Cordelli, Nico Garrone, Maurizio Grande, Franco Ruffini, finendo per svegliarmi definitivamente dal mio profondo sogno. In questo lunghissimo periodo, terminato nel 1999, ho fatto i conti con esoterismi, carezze, angosce, terrorismo, letteratura, poesia, su di un battello che ha circumnavigato il perimetro del mio cuore e del mio fegato, insieme al cuore e al fegato di tante persone che mi sono state vicine e che lo sono ancora oggi, mentre altri sono salpati su diversi bastimenti ammaliati da altre rotte.

Alessandro Berdini

Col nuovo millennio intraprendi una nuova strada fatta di argute e necessarie operazioni culturali disseminate sul territorio laziale e nazionale, testimoniate in Trasparenze da un’incredibile quantità di articoli di giornale. Cosa offri ai tuoi lettori nelle ultime pagine di quest’opera, l’analisi di un processo in atto o sottesi consigli per le generazioni future?

Gli inizi del terzo millennio sono stati caratterizzati dalla consapevolezza che il mio ruolo di operatore consistesse nel fare in modo che tutto ciò che era stato seminato precedentemente dovesse prendere forma in un sistema capace di dare concretezza e continuità alle imprese dello spettacolo e ai territori: la multidisciplinarietà, il sostegno ai nuovi talenti, l’avvicinamento delle nuove generazioni allo spettacolo, la promozione del patrimonio, il tutoraggio e il recupero delle sale. Ho dato vita a un reale osservatorio dello spettacolo che è riuscito a valutare i flussi della domanda e dell’offerta, individuando nuovi potenziali bacini di utenza, proponendo diverse strategie di carattere organizzativo ed economico.

Nello specifico, il circuito da me diretto ha voluto interpretare la cultura dello spettacolo come una nuova frontiera per lo sviluppo di una comunità, promuovendo la funzione educativo-pedagogica, la capacità di aggregazione sociale e di integrazione, e le progettualità per la valorizzazione dei contesti turistici. Alle pareti del mio ufficio sono affisse le foto di Orson Welles, di Friedrich Nietzsche, di Pier Paolo Pasolini, di mia moglie, del mio corto cinematografico Emilia Galotti, le locandine dei convegni su Kafka, Pessoa, Artaud, Hesse, Strindberg, di Sentieri d’Ascolto e delle Invasioni Creative. «Non basta morire per chiudere i conti col destino. Devono capirlo quelli che pretendono di essere vivi. Io ci sono per ricordarglielo…»

Qual è il ricordo più pregnante di questi quarant’anni di vita teatrale?

Sono talmente tanti e così preziosi che potrebbero essere racchiusi in un altro volume: le prove insieme alla Rampling presso il teatro comunale di Rieti; la cena a Latina con il giovanissimo maestro Gustavo Dudamel che quella sera aveva diretto l’orchestra dell’Accademia Santa Cecilia, sulla Nona Sinfonia di Beethoven, di fronte a diecimila persone; le chiacchierate senza fine al Teatro Nestor di Frosinone con Enrico Maria Salerno e Florinda Bolkan; le serate nell’area archeologica di Vulci parlando con Franco Battiato e Lucio Dalla; le due settimane trascorse al Teatro Delle Arti di Roma con Carmelo Bene e il suo cane Albertazzi. E mai dimenticherò l’incontro, a metà degli anni Settanta all’Università La Sapienza di Roma, con Mircea Eliade e la sua teoria sull’acquisizione della conoscenza che poteva avvenire trasferendosi in Tibet o semplicemente raccogliendo della cicoria sul monte Soratte.

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Racconti ritrovati - Compagnia Lacasadargilla

Racconti ritrovati: l’ultimo appuntamento di Piccoli comuni incontrano la cultura

Dopo tre mesi di continuo girovagare, si conclude in provincia di Rieti il percorso di scoperta e bonifica culturale del territorio laziale operato da Atcl Lazio e Regione Lazio, con la rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura. Lo scorso 30 novembre, il Teatro Comunale di Poggio Moiano ha ospitato Racconti ritrovati, un progetto della compagnia Lacasadargilla, per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli candidata ai Premi Ubu per la categoria “Miglior regia” con lo spettacolo When the rain stops falling

Racconti ritrovati – Compagnia Lacasadargilla

Racconti ritrovati è un reading musicale che vede in scena l’attrice Alice Palazzi e i musicisti Gabriele Coen e Stefano Saletti, incentrato sulle opere di Savyon Liebrecht, Dorothy Parker e Lynne Sharon Schwartz. Tre racconti, riscoperti e riadattati, di scrittrici che parlano di donne e del loro stare in società tra incontri, dubbi, riconquista dell’identità perduta e amori brucianti. La scrittura ebraica femminile diventa slancio per conoscere mondi lontani, tracciando una geografia di popoli e culture dall’America a Israele.

Tre donne per tre scrittrici

Alice Palazzi è, nelle parole della Liebrecht, una donna ebrea che diffida della sua stessa attrazione nei confronti dell’altro. Restando per giorni in contatto con gli operai arabi che stanno costruendo una stanza nel suo appartamento, coglie ora con disagio, ora con delicata sorpresa gli usi e i costumi di una società che non conosce. Una convivenza, dunque, che nell’oscillazione tra sospetto e curiosità, sorvola il conflitto israelo-palestinese per attestare, nell’universalità dell’umano sentire, l’esistenza di un cielo comune. Le musiche accompagnano con melliflue evoluzioni il viaggio della protagonista di Una stanza sul tetto, disegnando atmosfere arabeggianti che colorano il minimalismo della scena.

Clarinetto e chitarra elettrica prendono ora il sopravvento per fare dell’improvvisazione jazz, il sottofondo de La signora Saunders scrive al mondo. Lynne Sharon Schwartz racconta il percorso di autoaffermazione di una donna che, in quanto madre e moglie, perde la sua identità: il ruolo sociale e familiare da lei assunto, ha soffocato la sua persona al punto da essere pervasa da un fremito euforico al solo sentire pronunciare il suo vero nome. Il percorso di determinazione di sé, passa ora dall’infantile  autografare i muri della città con gessetti colorati.

Attende Una telefonata la protagonista del racconto di Dorothy Parker, cui Alice Palazzi presta la voce nel gioco della tentazione, in bilico tra desiderio e ritrosia. La musica si fa commento di un monologare indomabile e impetuoso, finalizzato all’impaziente conferma di un amore corrisposto. Il rapporto con Dio, continuamente invocato per sfuggire alla pena, intesse il sentimento nevrotico della protagonista.

Il progetto Piccoli comuni incontrano la cultura

Piccoli comuni incontrano la cultura ha rappresentato un’occasione: quella, per i 47 comuni coinvolti nell’iniziativa, di confrontarsi con proposte artistiche provenienti da tutto il territorio nazionale e di inserirsi, alla stregua delle realtà cittadine, nella programmazione culturale della regione. Un’iniziativa che, godendo del sostegno della politica e delle amministrazioni locali, dimostra l’urgenza di risolvere il problema della desertificazione culturale. Di questo virtuoso progetto, i cui semi sono stati piantati in territori antichi, bisognerà prendersi cura nel tempo, perché il fiore dell’arte decori rigoglioso anche i piccoli comuni di provincia.

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Piccoli comuni incontrano la cultura: l’arte per grandi e piccini

A due settimane dalla sua conclusione, Piccoli comuni incontrano la cultura, la rassegna organizzata da Atcl Lazio e Regione Lazio, propone nel  week-end tre spettacoli per l’intrattenimento di adulti e bambini. Ogni tappa di questo tour territoriale, prevede il supporto dei Comuni ospiti, attivando un percorso virtuoso di sostegno alla cultura. 

La Riscossa dei clown - Madame Rebiné
La riscossa dei clown – Madame Rebiné

La riscossa dei Clown della compagnia Madame Rebiné a Frosinone

Il 16 novembre alle ore 18:00 al Centro Studi Pasquale Mastroianni di CAMPOLI APPENNINO (FR), la compagnia Madame Rebiné presenta La riscossa dei clown: uno spettacolo in cui sono utilizzate tecniche di giocoleria, beat-box, rumorismo, commedia dell’arte, mimo, acrobatica, clown, tip tap e roue Cyr.

Racconta la compagnia: «La riscossa del clown nasce dal desiderio di tornare a sperare in un mondo che possa trasformarsi e in cui grazie all’impegno e alla partecipazione, anche i clown possano vincere. Tutto ciò al servizio di uno spettacolo comico in cui all’arte circense si unisce la spontaneità degli attori».

Dopo novant’anni di sfortuna, delusione e scivoloni un vecchio clown torna a cavallo della sua sedia a rotelle per farsi giustizia. Sarà un’impresa impossibile dove renne acrobate, giocolieri miopi e mosche assassine cercheranno di impedirglielo. A colpi di naso rosso, lotterà fino all’ultimo respiro per difendere la sua dignità. Se ci riuscirà sarà solo grazie al sostegno degli spettatori. Uno spettacolo di circo e teatro al servizio della leggerezza e del divertimento. Un cabaret alla riscossa in un cui il clown trionfa.

La compagnia Madame Rebiné racconta storie impregnate di una profonda coscienza ironica che permettono di giocare con le debolezze dell’essere umano. Convinti che le più grandi libertà nascano dall’accettazione dei propri limiti, hanno fatto della risata il proprio logo e della poesia lo strumento con cui trasmettere la  piena fiducia in tutto ciò che di bello c’è nel mondo.

L'albero di Rodari - Laboratorio integrato Piero Gabrielli
L’albero di Rodari – Laboratorio integrato Piero Gabrielli

L’albero di Rodari del Laboratorio integrato Piero Gabrielli a Viterbo

Il Laboratorio integrato Piero Gabrielli presenta L’albero di Rodari al Teatro Comunale di Canepina (VT), il 16 novembre alle ore 18:00. Le letture di fiabe e filastrocche drammatizzate dalla regia di Roberto Gandini e adattate da Attilio Marangon prendono vita per la gioia dei più piccoli che, insieme al pubblico dei più grandi, potranno lasciarsi rapire da un universo di fiaba, magici incanti e ricordi lontani. Storie di gioia e felicità, ma anche di solidarietà estrema. 

Soffici riflessioni sul rispetto dei diritti dei più piccoli, come quella di un tenero nonno alla ricerca dei giocattoli per i suoi nipotini, che si imbatterà in un ambiguo Mefistofele alle prese con un marchingegno che fa scomparire oggetti e persone non graditi ai bambini. O la tenera parabola di un presepe in cui verranno catapultati Toro Seduto, un tamburino e un aviatore con tanto di aereo. E ancora, il racconto della rivolta dei personaggi classici del presepe, pastori e vecchine delle caldarroste, con tre possibili finali a scelta, in un divertente gioco del destino nelle mani dei desideri dei bambini.

Letture recitate sotto l’albero, alla scoperta dei tesori che le fiabe e le filastrocche di Gianni Rodari raccontano e continuano a conservare, affascinando il pubblico con l’ironia, la fantasia e la capacità di immaginare un mondo migliore. 

Callas d'incanto - Debora Caprioglio
Callas d’incanto – Debora Caprioglio

Debora Caprioglio in Callas d’incanto a Rieti

Debora Caprioglio è la protagonista di Callas d’incanto, scritto e diretto da Roberto D’Alessandro, in scena il 16 novembre ore 21:00, presso il Teatro S. Michele Arcangelo di Montopoli (RI)

Bruna, fedele governante, è stata l’ombra della Callas e come una Vestale ne custodisce la memoria, i ricordi, l’idea di una donna che ha rappresentato tutta la sua esistenza. Così ascoltiamo la storia che Bruna ci racconta e ci troviamo al suo fianco a spiare, quasi con vergogna, i palpiti di quel cuore, la sua felicità, il suo tormento, tutta la tristezza del mondo. 

Cos’è un mito? Nelle religioni, è la narrazione sacra di gesta e origini di Dei ed Eroi. Può essere l’esposizione allegorica di un’idea, o il racconto di un’illusione. Per estensione, è l’immagine idealizzata di un evento o di un personaggio che svolge un ruolo determinante nel comportamento di un gruppo umano. Una leggenda

Maria Callas è tutto ciò. La sua statura artistica ha diviso il mondo dell’opera “in prima e dopo la Callas”. La sua capacità di interpretazione ha strappato la scena operistica all’artificio dei gorgheggi fini a se stessi, riuscendo a dare un’armonia ai personaggi del melodramma. La Callas nel nostro racconto non è una voce in una donna, bensì una donna con una voce. La sua vita, al di là della legenda, si consumò nella tragedia. 

Bruna racconta con fervore e passione quasi religiosa il tormento di Maria Callas per una grande storia d’amore, quella con Aristotele Onassis. La loro relazione e il suo triste epilogo concorrono ancor di più a dare alla vicenda una sacralità mitica. Bruna durante tutto lo spettacolo attende il ritorno della sua Madame. Alla fine il desiderio di veder rientrare Maria Callas si fa irresistibile. La divina non può tornare: Il suo corpo non c’è più ma il suo mito continua ad aleggiare in mezzo a noi.

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Mio padre, un magistrato – Intervista a Clara Costanzo

L’operazione messa in campo da Atcl Lazio e Regione Lazio persegue una volontà politica e sociale oltre che artistica: mirando a stabilire un contatto tra realtà territoriali poco note ed eventi culturali di rilievo, la rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura favorisce e rafforza il confronto con questioni d’interesse pubblico. L’atteso spettacolo Mio padre, un magistrato, in scena il 9 novembre alle ore 21:00 presso il Centro Polifunzionale di Fontana Liri (FR), riaccende il dibattito intorno alla lotta alla mafia. 

Rocco Chinnici

Clara Costanzo, attrice e regista, interpretando il ruolo di Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, magistrato assassinato da Cosa Nostra nel 1983, si fa portavoce di una storia di dolore e di ingiustizia che brucia sulla pelle di ogni cittadino onesto. Condannare la mafia che ammazza e distrugge, mantenendo vivo il ricordo di un uomo, di un padre, di un marito, di un magistrato sacrificatosi per il proprio Paese, è l’intento di questo lavoro ancora drammaticamente attuale. Clara Costanzo racconta genesi e obiettivi di Mio padre, un magistrato.

Il suo incontro con Caterina Chinnici, figlia del magistrato assassinato dalla mafia nel 1983, ha dato origine a Mio padre, un magistrato, spettacolo basato sulla vita di Rocco Chinnici, di cui è autrice e interprete. Come avvenne quell’incontro, cosa l’ha spinta a raccontare questa vicenda?

Sono siciliana ed ero in vacanza a casa, a Riposto, nell’agosto del 2015. Dal grande artista scultore Nino Ucchino, mi venne chiesto, in quanto attrice, di leggere alcuni estratti dal libro di Caterina Chinnici in occasione di una presentazione pubblica cui avrebbe partecipato anche l’autrice.  A Savoca, cittadina famosa per essere stata set del film Il Padrino, luogo dell’evento, arrivai con anticipo per avere il tempo di leggere con attenzione le pagine scelte. La lettura mi appassionò immediatamente e d’un fiato lessi tutto il libro. Fino a quel momento di Rocco Chinnici sapevo solo che era stato un magistrato ucciso da Cosa Nostra.

Mentre, di fronte a un folto pubblico, davo vita a quelle parole, sentivo su di me gli occhi attenti di Caterina, compiaciuta di quanto riuscissi a restituire verità alla sua semplice scrittura. Poi avemmo modo di parlare. Da quella sera per diversi giorni mi sentivo risuonare nell’anima quella storia e così chiamai Caterina per esprimerle la volontà di farne uno spettacolo. Lei si mostrò immediatamente lusingata. Avevo ben chiaro che tipo di spettacolo volessi allestire e sapevo che lo strumento imprescindibile sarebbe  dovuto essere il violino: Roberto Izzo è il miglior violinista che io conosca e appena gli raccontai al telefono il progetto, fu subito contagiato dal mio entusiasmo: sono sue tutte le musiche, eseguite dal vivo, e nostre le canzoni.

Attraverso il ricordo di Caterina Chinnici porta in scena la storia di un magistrato che, oltre a rappresentare un valoroso simbolo della lotta alla mafia, è qui presentato nelle vesti di uomo, padre e marito. In che modo ha lavorato sull’aspetto più intimo di una figura di tale rilevanza per l’intero Paese?

Ho studiato e letto molto su Rocco Chinnici e il periodo in cui è vissuto a Palermo. Quando ho incontrato nuovamente Caterina, mi sono fatta raccontare ancora altro anche per intuire quanto in lei ci fosse di suo padre. Dando spazio ai miei sentimenti di figlia orfana, ho lasciato che le parole riecheggiassero dentro di me. Ho cercato in me l’amore e il rispetto filiale, per dare verità al mio racconto, ho lasciato galoppare libere le mie emozioni prima di imbrigliarle nelle parole che ho scritto, scegliendole con cura una a una. Ho immaginato i luoghi, i colori, persino gli odori che racconto: li ho vissuti davvero.

Nella sua opera di debellamento di Cosa Nostra, Rocco Chinnici si è inoltre dedicato all’incontro con le nuove generazioni, convinto che l’acquisizione di una rinnovata coscienza da parte dei giovani, potesse donare vigore al futuro della Nazione. In questo senso, quanto la sua operazione artistica vuole perseguire gli intenti del magistrato favorendo, nella forma-spettacolo, la memoria e dunque la riattivazione di un dibattito intorno alla lotta alla mafia?

Vivo come una necessità incondizionata raccontare questa storia, raccontare di un eroe, un martire, un uomo, un marito, un padre. Credo che, affinché la memoria resti vivida in chi ascolta, l’unica via percorribile sia quella dell’evocare emozioni. La musica e le parole veicolano moti dell’anima che restano scavati dentro. Sono sicura che Rocco Chinnici, quando andava a parlare nelle scuole, primo tra i magistrati a farlo, riuscisse a trascinare i ragazzi toccandoli con la fiamma ardente  della propria passione e determinazione. Smuovere le coscienze attraverso le emozioni è per me l’unica strada.

Cosa ha significato per lei, come interprete e come donna, vestire i panni di Caterina Chinnici, portatrice di una storia personale così intensa e dolorosa?

Il complimento più frequente e gradito che mi viene rivolto a fine spettacolo, è che, dopo qualche minuto dall’apertura del sipario, ci si dimentichi ch’io sia un’ interprete e si creda che a parlare sia proprio la figlia di Rocco Chinnici, Caterina magistrato, madre, moglie, figlia soprattutto. Questo ripaga tutto l’impegno, la fatica, il durissimo lavoro, la solitudine, la sofferenza che una tale scelta comporta.

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Non domandarmi di me, Marta mia - Foto di Manuela Giusto

Non domandarmi di me, Marta mia – Intervista a Katia Ippaso

Non domandarmi di me, Marta mia ribalta la prospettiva di un sodalizio artistico e sentimentale che lega il nome di Marta Abba a quello di Luigi Pirandello, autore simbolo della letteratura italiana. Il testo di Katia Ippaso, portato in scena da Elena Arvigo, per la regia di Arturo Armone Caruso, sarà presentato al pubblico di Piccoli comuni incontrano la cultura, l’8 novembre alle ore 21:00 al Teatro Ignazio Gennari di Casperia (RI). Nell’ambito della rassegna è prevista una replica al Teatro comunale di Collevecchio (RI), il 9 novembre alle ore 21:00.

Non domandarmi di me, Marta mia testo di Katia Ippaso - Foto di Manuela Giusto
Non domandarmi di me, Marta mia – Foto di Manuela Giusto

La morte di Luigi Pirandello sancisce il momento di un’introspezione delicata e profonda per l’attrice Marta Abba, che si ritrova a far fronte alla solitudine e al senso di abbandono, mostrando un’inedità vulnerabilità. Intervistata, la drammaturga Katia Ippaso chiarisce gli intenti della propria operazione artistica.

Non domandarmi di me, Marta mia è il racconto di un rapporto elettivo e di un legame immutabile tra due personaggi che hanno fortemente influenzato la storia della letteratura e del teatro: Luigi Pirandello e Marta Abba. Da cosa nasce l’esigenza di raccontare questa vicenda?

Il mondo di Luigi Pirandello mi è sempre stato familiare. L’insularità  – anche io sono nata in Sicilia – mi ha portato a confrontarmi presto con il suo linguaggio e le sue figure. Negli anni dell’Università, a Roma, ho approfondito il versante saggistico di Pirandello, gli scritti sull’arte e la scienza. L’ho sempre considerato prima di tutto un pensatore, uno di quegli intellettuali ipersensibili capaci di cogliere l’assurdo e l’insensata meraviglia dell’esistere. Infine, si è presentata l’occasione di lavorare sull’epistolario tra Pirandello e Marta Abba, e l’ho considerata una benedizione. 

La narrazione si sviluppa a partire dal 10 dicembre 1936, data della morte di Luigi Pirandello, e si sofferma sulla solitudine di Marta Abba dopo la scomparsa del suo Maestro. In che modo ha lavorato sulla figura di Marta facendo emergere l’inedita vulnerabilità di una donna, rimasta a lungo soffocata dai personaggi che ha interpretato nel corso della sua carriera?

La vulnerabilità di Marta credo che sia una mia invenzione. Leggendo approfonditamente il carteggio, mi sono fatta l’idea che Marta Abba fosse fondamentalmente una donna pragmatica, concreta, molto poco idealista. Se non fosse stato così, non sarebbe riuscita nell’impresa di diventare capocomica a soli 29 anni. Marta era una donna molto vigile, controllata. Ho voluto però immaginare che quella notte, quell’unica notte di veglia, dopo aver dato l’annuncio a Broadway della morte di Luigi Pirandello, una volta tornata nel suo appartamento, in una città a lei estranea, Marta si fosse sentita tremendamente sola, abbandonata. 

Non domandarmi di me, Marta mia - Foto di Manuela Giusto
Non domandarmi di me, Marta mia – Foto di Manuela Giusto

Il profilo psicologico di Marta Abba, come donna e come artista, è indagato a partire dal carteggio intercorso tra Pirandello e l’attrice. Rispetto alle fonti, che tipo di operazione è stata svolta sui documenti e quanto di ciò che viene portato in scena prende fedelmente le mosse dal contenuto di quelle lettere?

Del gigantesco epistolario, che raccoglie dieci anni di corrispondenze – infinite le lettere di Pirandello, scarne le lettere di Abba –, ho isolato principalmente le parti in cui emergeva l’elemento della fragilità. Non è consueto confrontarsi con le insicurezze, le paure, gli smarrimenti di un premio Nobel, fanciullescamente innamorato di una attrice-musa alla quale riconosceva una fermezza e uno sguardo d’autore.

Elena Arvigo è un’interprete caleidoscopica che, nel ruolo principale di Marta, convoglia su di sé l’inquietudine di molte delle eroine pirandelliane cui il Maestro aveva dato vita pensando alla sua amata attrice. Come è riuscita a rievocare e a far convivere nel suo testo lo spettro di queste donne?

Il regista Arturo Armone Caruso, che è anche stato il primo lettore del mio testo, ha scelto un’attrice di grande talento e sensibilità come Elena Arvigo, per lavorare insieme sulla costruzione di una partitura molto raffinata che ha lo scopo di mettere lo spettatore in una condizione di sogno e di ragionamento. I testi di Pirandello che si ascoltano in questo spettacolo sono frammenti delle opere che lo scrittore compose proprio per Marta Abba. Già a livello testuale, ho immaginato che quella terribile notte del 1936 Marta, in uno stato di dormiveglia, si trovasse a rileggere brani delle lettere e a recitare frammenti dei testi che il suo maestro aveva scritto per lei. Pirandello muore e c’è il rischio che anche Marta muoia con lui. Per questo continua a recitare tutta la notte: le parole di Diana, Donata Gensi, Ilse, la tengono in vita. 

Che valore ha, in un periodo storico come quello in cui viviamo, intorbidito dal femminicidio e dalla violenza di genere, raccontare la storia di una donna – la cui fama sembra imprescindibilmente legata alla sua celebre liaison – liberandola dalla dipendenza da un uomo illustre che la sua figura sembra detenere?

Attraverso il gesto di ribellione di una donna, passa il destino dell’umanità. Non voglio fare di Marta Abba un’eroina. Ma è indubbio che sia stata una donna capace di dialogare con un uomo illustre senza farsi schiacciare dal giudizio sociale. La loro è stata una relazione elettiva, rispettosa, e soprattutto creativa. Ecco, se c’è un messaggio è proprio questo: le donne non dovrebbero mai aver paura delle proprie capacità creative e della propria facoltà di giudizio. Marta Abba ne era talmente consapevole che Pirandello arrivò spesso a chiedere a lei consiglio sulle opere che andava scrivendo.

Mi auguro che molte donne, vedendo questa pièce, riconoscano il proprio valore, introiettando lo sguardo di Pirandello dentro le loro stesse vite di donne combattenti. Spero anche che gli uomini arrivino ad ammettere con più agio le proprie stesse vulnerabilità, così come fece Pirandello quando arrivò a confessare alla sua Marta le sue più profonde paure.


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