Michele Sinsi Amleto

Festival Radure: teatro, musica e cultura sui Monti Lepini

È iniziata lo scorso 25 luglio la seconda edizione del Festival Radure. Spazi culturali lungo la Via Francigena del Sud, che porterà in 4 paesi dei Monti Lepini, a sud di Roma, il teatro, la musica e la cultura, gratuitamente  e in totale sicurezza.

Il festival che riporta alla luce gli antichi valori del teatro come condivisione e come arte di strada resa il più possibile partecipativa, è la prima azione di sistema del progetto integrato di ATCL Invasioni Creative supportato dal MIBACT. Obiettivo primario è la valorizzazione del territorio attraverso un processo di qualificazione artistica e rinnovamento dell’offerta culturale locale.

L’Amleto di Michele Sinisi nell’ex Infermeria dell’Abbazia di Fossanova

Festival
Amleto – Michele Sinisi

Ad aprire la rassegna teatrale del Festival, l’Amleto di Michele Sinisi, un incontro toccante tra l’architettura romanica e imponente dell’antico borgo medievale dell’abbazia di Fossanova e lo stile barocco, ipertrofico ma mai esagerato del testo shakespeariano. La spinta a quelle parole la danno l’impeto, la forza e il fiato di Sinisi, attore pugliese, non nuovo a riletture di testi shakespeariani, avendo già all’attivo un Riccardo III.

Michele Sinisi ritorna a uno dei suoi primi spettacoli da regista  e lo fa indossando i panni alla spagnola di Amleto, rigorosamente in nero, ma con la faccia pitturata di bianco, quasi fosse il fantasma di se stesso. In questa rivisitazione del dramma shakespeariano, l’attore giunge a un doppio lavoro di interpretazione, prima nel ruolo di Amleto, poi facendo calare il principe danese nei panni dei vari personaggi della tragedia: Polonio, Ofelia, Laerte, l’attore dello spettacolo messo in scena nell’Amleto e infine i regnanti, Re Claudio e la Regina Gertrude. 

Il personaggio principale portato in scena da Sinisi è un soliloquio mentale di Amleto, che lascia sospeso lo spettatore, ignaro se quanto sta accadendo in scena sia solo un sogno o se Amleto stia raccontando al pubblico, attraverso il proprio ricordo e quindi la propria mediazione, ciò che è avvenuto alla corte di Danimarca.

«Questa è la mia verità, tu decidi qual è la tua», urla Amleto mettendo alle strette Re Claudio, che da lì a breve verrà ucciso. Colpisce ancora il potere della parola che sia in Shakespeare, sia nella recitazione di Sinisi è ben presente quando Amleto, interpretando se stesso, in preda a una finta pazzia, dichiara secco a Ofelia: «Vattene in convento Ofelia”».

Parole che lacerano il cuore della sua amata e che poco dopo però rivelano l’amore di Amleto, quando ampliando il suo pensiero invita ancora una volta Ofelia ad andare in convento, per non diventare procreatrice di peccatori e non mettere al mondo altri furfanti. Quelle quattro parole, dunque, diventano atto d’amore di Amleto, un Amleto che infine termina la messinscena solo, che porta un cuscino rosso alla propria testa e lascia il pubblico al buio, con tre sospiri finali. Sogno o pazzia? 

Gli eventi di Segni

Terminati gli appuntamenti a Priverno, il festival si sposterà a Segni, dove nelle splendide cornici della Cisterna Romana e della Chiesa di San Pietro si darà vita a due reading. Il 7 agosto alle 21:00, Massimo Wertmuller e Anna Ferruzzo affronteranno Omero, Iliade di Alessandro Baricco, sulle musiche originali dal vivo di Pino Cangialosi.

Lo spettacolo mira a rivelare le emozioni, le debolezze, le paure e i sentimenti dei grandi personaggi omerici. Il 9 agosto alle 21:00, Giancarlo Loffarelli, della Compagnia Teatrale le Colonne, ripercorrerà la vicenda di Danny Boodman T. D. Lemon Novecento, un uomo che ha vissuto tutta la propria vita a bordo del transatlantico Virginian.

Gli eventi di Maenza

Festival
Tamara Bartolini e Michele Baronio

Al Castello Baronale di Maenza, martedì 18 agosto alle 21:00, Valentina Ferraiolo  racconterà, attraverso i ritmi e i repertori della tradizione italiana, la storia della donna e del tamburo, come strumento magico, nello spettacolo/concerto Tamburo Rosso – La pelle del tamburo è l’unica che puoi percuotere.

Giovedì 20 agosto invece presso la Loggia dei mercanti alle 19:00 andrà in scena il concerto del coro InCantu Racconti incantati sotto la loggia e, a seguire alle 21:00, di nuovo al Castello, Tamara Bartolini e Michele Baronio presentano Esercizi sull’abitare #2. Maenza – RedReading#13 Un giorno bianco, spettacolo che si concentra sui percorsi delle donne all’interno del territorio.

Cos’è casa, e dov’è casa fuori dalla casa? Dove sono i luoghi marginali di cui riappropriarci perché diventino spazi di resistenza, pratiche di cambiamento? Quali esercizi di cura? Queste le domande alla base di questa performance.

Gli eventi di Norma

A prendersi la scena sarà ancora una volta Shakespeare, nella Chiesa di San Rocco con lo spettacolo/concerto Shakespeare Kills Radio Stars di e con Alessandro Balestrieri di Matuta Teatro, musiche di Riccardo Romano e Alessandro Balestrieri, con i musicisti dal vivo Bernardino Balestrieri, Mattia Balestrieri, Amedeo Morosillo, con brani tratti dalle opere: Sogno di una notte di mezza estate, Romeo e Giulietta, Macbeth, Come vi piace, Amleto e Coriolano.

All’arte pittorica del pittore olandese Johannes Vermeer è dedicato Sguardi, scritto e interpretato da Riccardo Caporossi, insieme a Nadia Brustolon e Vincenzo Preziosa.  

Gli eventi di Sezze

Infine l’ultima tappa del festival a Sezze, si terrà sabato 29 agosto alle 19:00 a Palazzo Rappini – Centro sociale U. Calabresi andrà in scena Nel tempo. Un assolo per due corpi. Lo spettacolo, che prende le mosse dall’arte circense, è messo in scena da Francesco Sgro’, acrobata, giocoliere e performer insieme al musicista Pino Basile, prodotto dall‘Associazione Spellbound.

L’ultimo appuntamento della rassegna si terrà alla Casa di San Carlo, domenica 30 agosto alle 21:00, con il concerto degli Allegroamaro. La band grazie alla loro musica metterà in scena un vero e proprio viaggio tra l’Italia e il Portogallo, tra culture mediterranee e melodie antiche, con i musicisti Massimiliano Ottocento, Gianluca Masaracchio, Raffaele Esposito e i giochi di scena di Marina Tufo, Renzo Viglianti, Giampiero Fantigrossi.

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Alessandro Berdini

Trasparenze. Diari teatrali 1972-2016. 40 anni di teatro raccontati da Alessandro Berdini

Sotto forma di diario, in Trasparenze. Diari teatrali 1972-2016, il corposo volume edito da Editoria & Spettacolo, Alessandro Berdini, regista, organizzatore teatrale e direttore artistico del circuito multidisciplinare Atcl Lazio,  racconta 40 anni di carriera mappando l’universo teatrale italiano dagli anni ‘70 ad oggi. Recensioni, documenti, racconti di vita, passione fagocitante. Trasparenze è un’autobiografia generosa perché capace di concentrarsi sulla relazione con l’altro. Preziosa sintesi di un universo teatrale che non si esaurisce ma che si rinnova, mutando per mezzo dei lasciti dei grandi maestri, il volume è la narrazione di un percorso lavorativo multiforme che ha permesso all’autore di guardare il teatro da diverse angolazioni: ora con la prossimità dell’artista, ora con la distanza dell’organizzatore. Postazioni diverse, stessa passione. Di quest’opera approfondisce le tematiche Alessandro Berdini proponendo, attraverso il ricordo, importanti prospettive per il settore teatrale.

Trasparenze. Diari teatrali 1972-2016, Alessandro Berdini

La suddivisione cronologica in capitoli che sviscerano, decennio dopo decennio, quanto accaduto sulle scene romane e internazionali dà vita a una storia del teatro preziosa, fatta di aneddoti e precisi resoconti. Qual è la missione di questo libro oggi?

È un lungo racconto iniziato nel 1972, un vagare in piccoli e grandi fiumi, in stagni, torrenti e cascate le cui acque, prima o dopo, sfoceranno nel mare e, forse, solo qualche sbiadito ricordo sopravviverà. Tra qualche tempo, delle scene, degli attori, delle persone presenti in questo volume si perderanno le tracce, rimarranno labili reminiscenze. Mi viene in mente il film Morte a Venezia in cui il trucco di Dirk Bogarde si scioglie lentamente sulle sue guance e sulle sue labbra, portando via ricordi, sentimenti e visioni. Questo mio libro è una condensa di fatti, avvenimenti, spettacoli che fotografano un mondo del teatro che dagli anni Settanta si trasforma e si dischiude a percorsi estetici fino ad allora sconosciuti o tenuemente immaginati.

Trasparenze è anche una possente performance, a colori e in bianco e nero, in cui artisti, tecnici, organizzatori, danno vita a una grande messa in scena sulla quale, come accennavo, prima o poi calerà il sipario. Trasparenze, tra l’altro, è il titolo del mio primo importante spettacolo, tra eroi dell’antichità, sciamani e guaritori. Una miscela di musica e movimento, dove la parola è totalmente assente. Questo libro non ha una missione. Racconta la storia di tanti artisti e imprese di spettacolo che si sono rapportate con l’arte scenica, con il mondo politico e il pubblico. Come dichiara Romeo Castellucci in un’intervista di Andrea Porcheddu: «Il teatro è un’arte che non lascia traccia. Non è mai merce, ma esperienza. E questa sua fragilità è la sua potenza, gravida di futuro».

In che misura può dirsi autobiografica un’opera che, pur avendo la tua vita sullo sfondo, riesce ad ampliare il proprio orizzonte abbracciando il lavoro di innumerevoli artisti?

Non poteva essere altrimenti. In teatro non siamo mai soli. Si condividono con gli altri tante cose e tante pratiche. Il prodotto può raccontare anche le forme più estreme della solitudine, ma il percorso è condiviso: con il regista, con il drammaturgo, con gli attori, gli scenografi, i musicisti, i tecnici. Certamente questa mia opera è un’autobiografia ma vi prendono parte un’infinità di persone, sia per quanto riguarda il lavoro artistico sia per quello organizzativo e ricreativo. Per esempio, sul piano estetico, il mio spettacolo L’altra insonnia su Fernando Pessoa è stato pensato come avrebbe voluto il poeta portoghese: una miriade di immagini e personaggi che hanno trovato una propria forma sul palcoscenico, per poi essere di nuovo fagocitati nel suo baule di carte e documenti. Come direttore del circuito multidisciplinare Atcl Lazio la mia passione è stata alimentata dall’essere coinvolto direttamente nelle rappresentazioni dei grandi del teatro.

Quasi tutte le sere, per anni, in trasferta nei teatri del circuito ho assistito alle prove di spettacoli che mi hanno folgorato, formato, entusiasmato, coinvolto: come dimenticare Salvo Randone con la cicca tra le labbra mentre recita Pane altrui di Turgenev. Le performance di Alida Valli, Paolo Bonacelli, Valeria Moriconi, Luca De Filippo o Lilla Brignone in Così è se vi pare; Virgilio Gazzolo con Anna Maria Guarnieri ne Il gabbiano di Cechov; Una zingara mi ha detto con Gino Bramieri. Senza tralasciare la contemporaneità e la sperimentazione con la Raffaello Sanzio, la Gaia Scienza, Sosta Palmizi, Living Theatre, Peter Schumann, Leo de Berardinis, passando per le notti brave con Giuseppe Bartolucci, Nico Garrone, Mario Perniola, Maurizio Grande, Cesare Milanese e tanti altri.

La forza dei sogni, Il trionfo della letteratura e La fede nei drammaturghi, questi i titoli evocativi dei capitoli dedicati al teatro dagli anni ‘70 agli anni ‘90. Tre tappe di un cammino di trasformazione. Cosa è accaduto in quel ventennio? Siamo di fronte alla parabola di un’utopia che si esaurisce o alla sua trasmutazione in azione concreta per mezzo della penna dei grandi autori?

È stato un lungo sogno durato 27 anni. È iniziato nell’agosto del 1972 sulla spiaggia di Katerini in Grecia – da cui si potevano ammirare l’Olimpo e gli dei – e si è protratto fino al 1999, quando in un vecchio tendone da circo mettevo in scena Per tre sorelle di Cechov. Negli anni Settanta ho parlato a lungo con gli eroi, con il sacro, con le origini della nostra Tradizione: gli attori dovevano vedersela col corpo e con le ritualità richieste. Abbiamo avuto contro, fatte poche poche eccezioni, molti critici e studiosi. Negli anni Ottanta sono stato rapito dalla letteratura – Hesse, Céline, Borges, Pessoa, Kafka, Dostoevskij – che sulla scena prendeva vita grazie a un lavoro attento di alchimie e a una profonda connessione tra la drammaturgia del movimento e la poetica delle immagini.

Negli anna Novanta mi sono avvicinato alla figura del drammaturgo lavorando con autori come Franco Cordelli, Nico Garrone, Maurizio Grande, Franco Ruffini, finendo per svegliarmi definitivamente dal mio profondo sogno. In questo lunghissimo periodo, terminato nel 1999, ho fatto i conti con esoterismi, carezze, angosce, terrorismo, letteratura, poesia, su di un battello che ha circumnavigato il perimetro del mio cuore e del mio fegato, insieme al cuore e al fegato di tante persone che mi sono state vicine e che lo sono ancora oggi, mentre altri sono salpati su diversi bastimenti ammaliati da altre rotte.

Alessandro Berdini

Col nuovo millennio intraprendi una nuova strada fatta di argute e necessarie operazioni culturali disseminate sul territorio laziale e nazionale, testimoniate in Trasparenze da un’incredibile quantità di articoli di giornale. Cosa offri ai tuoi lettori nelle ultime pagine di quest’opera, l’analisi di un processo in atto o sottesi consigli per le generazioni future?

Gli inizi del terzo millennio sono stati caratterizzati dalla consapevolezza che il mio ruolo di operatore consistesse nel fare in modo che tutto ciò che era stato seminato precedentemente dovesse prendere forma in un sistema capace di dare concretezza e continuità alle imprese dello spettacolo e ai territori: la multidisciplinarietà, il sostegno ai nuovi talenti, l’avvicinamento delle nuove generazioni allo spettacolo, la promozione del patrimonio, il tutoraggio e il recupero delle sale. Ho dato vita a un reale osservatorio dello spettacolo che è riuscito a valutare i flussi della domanda e dell’offerta, individuando nuovi potenziali bacini di utenza, proponendo diverse strategie di carattere organizzativo ed economico.

Nello specifico, il circuito da me diretto ha voluto interpretare la cultura dello spettacolo come una nuova frontiera per lo sviluppo di una comunità, promuovendo la funzione educativo-pedagogica, la capacità di aggregazione sociale e di integrazione, e le progettualità per la valorizzazione dei contesti turistici. Alle pareti del mio ufficio sono affisse le foto di Orson Welles, di Friedrich Nietzsche, di Pier Paolo Pasolini, di mia moglie, del mio corto cinematografico Emilia Galotti, le locandine dei convegni su Kafka, Pessoa, Artaud, Hesse, Strindberg, di Sentieri d’Ascolto e delle Invasioni Creative. «Non basta morire per chiudere i conti col destino. Devono capirlo quelli che pretendono di essere vivi. Io ci sono per ricordarglielo…»

Qual è il ricordo più pregnante di questi quarant’anni di vita teatrale?

Sono talmente tanti e così preziosi che potrebbero essere racchiusi in un altro volume: le prove insieme alla Rampling presso il teatro comunale di Rieti; la cena a Latina con il giovanissimo maestro Gustavo Dudamel che quella sera aveva diretto l’orchestra dell’Accademia Santa Cecilia, sulla Nona Sinfonia di Beethoven, di fronte a diecimila persone; le chiacchierate senza fine al Teatro Nestor di Frosinone con Enrico Maria Salerno e Florinda Bolkan; le serate nell’area archeologica di Vulci parlando con Franco Battiato e Lucio Dalla; le due settimane trascorse al Teatro Delle Arti di Roma con Carmelo Bene e il suo cane Albertazzi. E mai dimenticherò l’incontro, a metà degli anni Settanta all’Università La Sapienza di Roma, con Mircea Eliade e la sua teoria sull’acquisizione della conoscenza che poteva avvenire trasferendosi in Tibet o semplicemente raccogliendo della cicoria sul monte Soratte.

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Racconti ritrovati - Compagnia Lacasadargilla

Racconti ritrovati: l’ultimo appuntamento di Piccoli comuni incontrano la cultura

Dopo tre mesi di continuo girovagare, si conclude in provincia di Rieti il percorso di scoperta e bonifica culturale del territorio laziale operato da Atcl Lazio e Regione Lazio, con la rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura. Lo scorso 30 novembre, il Teatro Comunale di Poggio Moiano ha ospitato Racconti ritrovati, un progetto della compagnia Lacasadargilla, per la regia di Lisa Ferlazzo Natoli candidata ai Premi Ubu per la categoria “Miglior regia” con lo spettacolo When the rain stops falling

Racconti ritrovati – Compagnia Lacasadargilla

Racconti ritrovati è un reading musicale che vede in scena l’attrice Alice Palazzi e i musicisti Gabriele Coen e Stefano Saletti, incentrato sulle opere di Savyon Liebrecht, Dorothy Parker e Lynne Sharon Schwartz. Tre racconti, riscoperti e riadattati, di scrittrici che parlano di donne e del loro stare in società tra incontri, dubbi, riconquista dell’identità perduta e amori brucianti. La scrittura ebraica femminile diventa slancio per conoscere mondi lontani, tracciando una geografia di popoli e culture dall’America a Israele.

Tre donne per tre scrittrici

Alice Palazzi è, nelle parole della Liebrecht, una donna ebrea che diffida della sua stessa attrazione nei confronti dell’altro. Restando per giorni in contatto con gli operai arabi che stanno costruendo una stanza nel suo appartamento, coglie ora con disagio, ora con delicata sorpresa gli usi e i costumi di una società che non conosce. Una convivenza, dunque, che nell’oscillazione tra sospetto e curiosità, sorvola il conflitto israelo-palestinese per attestare, nell’universalità dell’umano sentire, l’esistenza di un cielo comune. Le musiche accompagnano con melliflue evoluzioni il viaggio della protagonista di Una stanza sul tetto, disegnando atmosfere arabeggianti che colorano il minimalismo della scena.

Clarinetto e chitarra elettrica prendono ora il sopravvento per fare dell’improvvisazione jazz, il sottofondo de La signora Saunders scrive al mondo. Lynne Sharon Schwartz racconta il percorso di autoaffermazione di una donna che, in quanto madre e moglie, perde la sua identità: il ruolo sociale e familiare da lei assunto, ha soffocato la sua persona al punto da essere pervasa da un fremito euforico al solo sentire pronunciare il suo vero nome. Il percorso di determinazione di sé, passa ora dall’infantile  autografare i muri della città con gessetti colorati.

Attende Una telefonata la protagonista del racconto di Dorothy Parker, cui Alice Palazzi presta la voce nel gioco della tentazione, in bilico tra desiderio e ritrosia. La musica si fa commento di un monologare indomabile e impetuoso, finalizzato all’impaziente conferma di un amore corrisposto. Il rapporto con Dio, continuamente invocato per sfuggire alla pena, intesse il sentimento nevrotico della protagonista.

Il progetto Piccoli comuni incontrano la cultura

Piccoli comuni incontrano la cultura ha rappresentato un’occasione: quella, per i 47 comuni coinvolti nell’iniziativa, di confrontarsi con proposte artistiche provenienti da tutto il territorio nazionale e di inserirsi, alla stregua delle realtà cittadine, nella programmazione culturale della regione. Un’iniziativa che, godendo del sostegno della politica e delle amministrazioni locali, dimostra l’urgenza di risolvere il problema della desertificazione culturale. Di questo virtuoso progetto, i cui semi sono stati piantati in territori antichi, bisognerà prendersi cura nel tempo, perché il fiore dell’arte decori rigoglioso anche i piccoli comuni di provincia.

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Piccoli comuni incontrano la cultura: l’arte per grandi e piccini

A due settimane dalla sua conclusione, Piccoli comuni incontrano la cultura, la rassegna organizzata da Atcl Lazio e Regione Lazio, propone nel  week-end tre spettacoli per l’intrattenimento di adulti e bambini. Ogni tappa di questo tour territoriale, prevede il supporto dei Comuni ospiti, attivando un percorso virtuoso di sostegno alla cultura. 

La Riscossa dei clown - Madame Rebiné
La riscossa dei clown – Madame Rebiné

La riscossa dei Clown della compagnia Madame Rebiné a Frosinone

Il 16 novembre alle ore 18:00 al Centro Studi Pasquale Mastroianni di CAMPOLI APPENNINO (FR), la compagnia Madame Rebiné presenta La riscossa dei clown: uno spettacolo in cui sono utilizzate tecniche di giocoleria, beat-box, rumorismo, commedia dell’arte, mimo, acrobatica, clown, tip tap e roue Cyr.

Racconta la compagnia: «La riscossa del clown nasce dal desiderio di tornare a sperare in un mondo che possa trasformarsi e in cui grazie all’impegno e alla partecipazione, anche i clown possano vincere. Tutto ciò al servizio di uno spettacolo comico in cui all’arte circense si unisce la spontaneità degli attori».

Dopo novant’anni di sfortuna, delusione e scivoloni un vecchio clown torna a cavallo della sua sedia a rotelle per farsi giustizia. Sarà un’impresa impossibile dove renne acrobate, giocolieri miopi e mosche assassine cercheranno di impedirglielo. A colpi di naso rosso, lotterà fino all’ultimo respiro per difendere la sua dignità. Se ci riuscirà sarà solo grazie al sostegno degli spettatori. Uno spettacolo di circo e teatro al servizio della leggerezza e del divertimento. Un cabaret alla riscossa in un cui il clown trionfa.

La compagnia Madame Rebiné racconta storie impregnate di una profonda coscienza ironica che permettono di giocare con le debolezze dell’essere umano. Convinti che le più grandi libertà nascano dall’accettazione dei propri limiti, hanno fatto della risata il proprio logo e della poesia lo strumento con cui trasmettere la  piena fiducia in tutto ciò che di bello c’è nel mondo.

L'albero di Rodari - Laboratorio integrato Piero Gabrielli
L’albero di Rodari – Laboratorio integrato Piero Gabrielli

L’albero di Rodari del Laboratorio integrato Piero Gabrielli a Viterbo

Il Laboratorio integrato Piero Gabrielli presenta L’albero di Rodari al Teatro Comunale di Canepina (VT), il 16 novembre alle ore 18:00. Le letture di fiabe e filastrocche drammatizzate dalla regia di Roberto Gandini e adattate da Attilio Marangon prendono vita per la gioia dei più piccoli che, insieme al pubblico dei più grandi, potranno lasciarsi rapire da un universo di fiaba, magici incanti e ricordi lontani. Storie di gioia e felicità, ma anche di solidarietà estrema. 

Soffici riflessioni sul rispetto dei diritti dei più piccoli, come quella di un tenero nonno alla ricerca dei giocattoli per i suoi nipotini, che si imbatterà in un ambiguo Mefistofele alle prese con un marchingegno che fa scomparire oggetti e persone non graditi ai bambini. O la tenera parabola di un presepe in cui verranno catapultati Toro Seduto, un tamburino e un aviatore con tanto di aereo. E ancora, il racconto della rivolta dei personaggi classici del presepe, pastori e vecchine delle caldarroste, con tre possibili finali a scelta, in un divertente gioco del destino nelle mani dei desideri dei bambini.

Letture recitate sotto l’albero, alla scoperta dei tesori che le fiabe e le filastrocche di Gianni Rodari raccontano e continuano a conservare, affascinando il pubblico con l’ironia, la fantasia e la capacità di immaginare un mondo migliore. 

Callas d'incanto - Debora Caprioglio
Callas d’incanto – Debora Caprioglio

Debora Caprioglio in Callas d’incanto a Rieti

Debora Caprioglio è la protagonista di Callas d’incanto, scritto e diretto da Roberto D’Alessandro, in scena il 16 novembre ore 21:00, presso il Teatro S. Michele Arcangelo di Montopoli (RI)

Bruna, fedele governante, è stata l’ombra della Callas e come una Vestale ne custodisce la memoria, i ricordi, l’idea di una donna che ha rappresentato tutta la sua esistenza. Così ascoltiamo la storia che Bruna ci racconta e ci troviamo al suo fianco a spiare, quasi con vergogna, i palpiti di quel cuore, la sua felicità, il suo tormento, tutta la tristezza del mondo. 

Cos’è un mito? Nelle religioni, è la narrazione sacra di gesta e origini di Dei ed Eroi. Può essere l’esposizione allegorica di un’idea, o il racconto di un’illusione. Per estensione, è l’immagine idealizzata di un evento o di un personaggio che svolge un ruolo determinante nel comportamento di un gruppo umano. Una leggenda

Maria Callas è tutto ciò. La sua statura artistica ha diviso il mondo dell’opera “in prima e dopo la Callas”. La sua capacità di interpretazione ha strappato la scena operistica all’artificio dei gorgheggi fini a se stessi, riuscendo a dare un’armonia ai personaggi del melodramma. La Callas nel nostro racconto non è una voce in una donna, bensì una donna con una voce. La sua vita, al di là della legenda, si consumò nella tragedia. 

Bruna racconta con fervore e passione quasi religiosa il tormento di Maria Callas per una grande storia d’amore, quella con Aristotele Onassis. La loro relazione e il suo triste epilogo concorrono ancor di più a dare alla vicenda una sacralità mitica. Bruna durante tutto lo spettacolo attende il ritorno della sua Madame. Alla fine il desiderio di veder rientrare Maria Callas si fa irresistibile. La divina non può tornare: Il suo corpo non c’è più ma il suo mito continua ad aleggiare in mezzo a noi.

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Mio padre, un magistrato – Intervista a Clara Costanzo

L’operazione messa in campo da Atcl Lazio e Regione Lazio persegue una volontà politica e sociale oltre che artistica: mirando a stabilire un contatto tra realtà territoriali poco note ed eventi culturali di rilievo, la rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura favorisce e rafforza il confronto con questioni d’interesse pubblico. L’atteso spettacolo Mio padre, un magistrato, in scena il 9 novembre alle ore 21:00 presso il Centro Polifunzionale di Fontana Liri (FR), riaccende il dibattito intorno alla lotta alla mafia. 

Rocco Chinnici

Clara Costanzo, attrice e regista, interpretando il ruolo di Caterina Chinnici, figlia di Rocco Chinnici, magistrato assassinato da Cosa Nostra nel 1983, si fa portavoce di una storia di dolore e di ingiustizia che brucia sulla pelle di ogni cittadino onesto. Condannare la mafia che ammazza e distrugge, mantenendo vivo il ricordo di un uomo, di un padre, di un marito, di un magistrato sacrificatosi per il proprio Paese, è l’intento di questo lavoro ancora drammaticamente attuale. Clara Costanzo racconta genesi e obiettivi di Mio padre, un magistrato.

Il suo incontro con Caterina Chinnici, figlia del magistrato assassinato dalla mafia nel 1983, ha dato origine a Mio padre, un magistrato, spettacolo basato sulla vita di Rocco Chinnici, di cui è autrice e interprete. Come avvenne quell’incontro, cosa l’ha spinta a raccontare questa vicenda?

Sono siciliana ed ero in vacanza a casa, a Riposto, nell’agosto del 2015. Dal grande artista scultore Nino Ucchino, mi venne chiesto, in quanto attrice, di leggere alcuni estratti dal libro di Caterina Chinnici in occasione di una presentazione pubblica cui avrebbe partecipato anche l’autrice.  A Savoca, cittadina famosa per essere stata set del film Il Padrino, luogo dell’evento, arrivai con anticipo per avere il tempo di leggere con attenzione le pagine scelte. La lettura mi appassionò immediatamente e d’un fiato lessi tutto il libro. Fino a quel momento di Rocco Chinnici sapevo solo che era stato un magistrato ucciso da Cosa Nostra.

Mentre, di fronte a un folto pubblico, davo vita a quelle parole, sentivo su di me gli occhi attenti di Caterina, compiaciuta di quanto riuscissi a restituire verità alla sua semplice scrittura. Poi avemmo modo di parlare. Da quella sera per diversi giorni mi sentivo risuonare nell’anima quella storia e così chiamai Caterina per esprimerle la volontà di farne uno spettacolo. Lei si mostrò immediatamente lusingata. Avevo ben chiaro che tipo di spettacolo volessi allestire e sapevo che lo strumento imprescindibile sarebbe  dovuto essere il violino: Roberto Izzo è il miglior violinista che io conosca e appena gli raccontai al telefono il progetto, fu subito contagiato dal mio entusiasmo: sono sue tutte le musiche, eseguite dal vivo, e nostre le canzoni.

Attraverso il ricordo di Caterina Chinnici porta in scena la storia di un magistrato che, oltre a rappresentare un valoroso simbolo della lotta alla mafia, è qui presentato nelle vesti di uomo, padre e marito. In che modo ha lavorato sull’aspetto più intimo di una figura di tale rilevanza per l’intero Paese?

Ho studiato e letto molto su Rocco Chinnici e il periodo in cui è vissuto a Palermo. Quando ho incontrato nuovamente Caterina, mi sono fatta raccontare ancora altro anche per intuire quanto in lei ci fosse di suo padre. Dando spazio ai miei sentimenti di figlia orfana, ho lasciato che le parole riecheggiassero dentro di me. Ho cercato in me l’amore e il rispetto filiale, per dare verità al mio racconto, ho lasciato galoppare libere le mie emozioni prima di imbrigliarle nelle parole che ho scritto, scegliendole con cura una a una. Ho immaginato i luoghi, i colori, persino gli odori che racconto: li ho vissuti davvero.

Nella sua opera di debellamento di Cosa Nostra, Rocco Chinnici si è inoltre dedicato all’incontro con le nuove generazioni, convinto che l’acquisizione di una rinnovata coscienza da parte dei giovani, potesse donare vigore al futuro della Nazione. In questo senso, quanto la sua operazione artistica vuole perseguire gli intenti del magistrato favorendo, nella forma-spettacolo, la memoria e dunque la riattivazione di un dibattito intorno alla lotta alla mafia?

Vivo come una necessità incondizionata raccontare questa storia, raccontare di un eroe, un martire, un uomo, un marito, un padre. Credo che, affinché la memoria resti vivida in chi ascolta, l’unica via percorribile sia quella dell’evocare emozioni. La musica e le parole veicolano moti dell’anima che restano scavati dentro. Sono sicura che Rocco Chinnici, quando andava a parlare nelle scuole, primo tra i magistrati a farlo, riuscisse a trascinare i ragazzi toccandoli con la fiamma ardente  della propria passione e determinazione. Smuovere le coscienze attraverso le emozioni è per me l’unica strada.

Cosa ha significato per lei, come interprete e come donna, vestire i panni di Caterina Chinnici, portatrice di una storia personale così intensa e dolorosa?

Il complimento più frequente e gradito che mi viene rivolto a fine spettacolo, è che, dopo qualche minuto dall’apertura del sipario, ci si dimentichi ch’io sia un’ interprete e si creda che a parlare sia proprio la figlia di Rocco Chinnici, Caterina magistrato, madre, moglie, figlia soprattutto. Questo ripaga tutto l’impegno, la fatica, il durissimo lavoro, la solitudine, la sofferenza che una tale scelta comporta.

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Non domandarmi di me, Marta mia - Foto di Manuela Giusto

Non domandarmi di me, Marta mia – Intervista a Katia Ippaso

Non domandarmi di me, Marta mia ribalta la prospettiva di un sodalizio artistico e sentimentale che lega il nome di Marta Abba a quello di Luigi Pirandello, autore simbolo della letteratura italiana. Il testo di Katia Ippaso, portato in scena da Elena Arvigo, per la regia di Arturo Armone Caruso, sarà presentato al pubblico di Piccoli comuni incontrano la cultura, l’8 novembre alle ore 21:00 al Teatro Ignazio Gennari di Casperia (RI). Nell’ambito della rassegna è prevista una replica al Teatro comunale di Collevecchio (RI), il 9 novembre alle ore 21:00.

Non domandarmi di me, Marta mia testo di Katia Ippaso - Foto di Manuela Giusto
Non domandarmi di me, Marta mia – Foto di Manuela Giusto

La morte di Luigi Pirandello sancisce il momento di un’introspezione delicata e profonda per l’attrice Marta Abba, che si ritrova a far fronte alla solitudine e al senso di abbandono, mostrando un’inedità vulnerabilità. Intervistata, la drammaturga Katia Ippaso chiarisce gli intenti della propria operazione artistica.

Non domandarmi di me, Marta mia è il racconto di un rapporto elettivo e di un legame immutabile tra due personaggi che hanno fortemente influenzato la storia della letteratura e del teatro: Luigi Pirandello e Marta Abba. Da cosa nasce l’esigenza di raccontare questa vicenda?

Il mondo di Luigi Pirandello mi è sempre stato familiare. L’insularità  – anche io sono nata in Sicilia – mi ha portato a confrontarmi presto con il suo linguaggio e le sue figure. Negli anni dell’Università, a Roma, ho approfondito il versante saggistico di Pirandello, gli scritti sull’arte e la scienza. L’ho sempre considerato prima di tutto un pensatore, uno di quegli intellettuali ipersensibili capaci di cogliere l’assurdo e l’insensata meraviglia dell’esistere. Infine, si è presentata l’occasione di lavorare sull’epistolario tra Pirandello e Marta Abba, e l’ho considerata una benedizione. 

La narrazione si sviluppa a partire dal 10 dicembre 1936, data della morte di Luigi Pirandello, e si sofferma sulla solitudine di Marta Abba dopo la scomparsa del suo Maestro. In che modo ha lavorato sulla figura di Marta facendo emergere l’inedita vulnerabilità di una donna, rimasta a lungo soffocata dai personaggi che ha interpretato nel corso della sua carriera?

La vulnerabilità di Marta credo che sia una mia invenzione. Leggendo approfonditamente il carteggio, mi sono fatta l’idea che Marta Abba fosse fondamentalmente una donna pragmatica, concreta, molto poco idealista. Se non fosse stato così, non sarebbe riuscita nell’impresa di diventare capocomica a soli 29 anni. Marta era una donna molto vigile, controllata. Ho voluto però immaginare che quella notte, quell’unica notte di veglia, dopo aver dato l’annuncio a Broadway della morte di Luigi Pirandello, una volta tornata nel suo appartamento, in una città a lei estranea, Marta si fosse sentita tremendamente sola, abbandonata. 

Non domandarmi di me, Marta mia - Foto di Manuela Giusto
Non domandarmi di me, Marta mia – Foto di Manuela Giusto

Il profilo psicologico di Marta Abba, come donna e come artista, è indagato a partire dal carteggio intercorso tra Pirandello e l’attrice. Rispetto alle fonti, che tipo di operazione è stata svolta sui documenti e quanto di ciò che viene portato in scena prende fedelmente le mosse dal contenuto di quelle lettere?

Del gigantesco epistolario, che raccoglie dieci anni di corrispondenze – infinite le lettere di Pirandello, scarne le lettere di Abba –, ho isolato principalmente le parti in cui emergeva l’elemento della fragilità. Non è consueto confrontarsi con le insicurezze, le paure, gli smarrimenti di un premio Nobel, fanciullescamente innamorato di una attrice-musa alla quale riconosceva una fermezza e uno sguardo d’autore.

Elena Arvigo è un’interprete caleidoscopica che, nel ruolo principale di Marta, convoglia su di sé l’inquietudine di molte delle eroine pirandelliane cui il Maestro aveva dato vita pensando alla sua amata attrice. Come è riuscita a rievocare e a far convivere nel suo testo lo spettro di queste donne?

Il regista Arturo Armone Caruso, che è anche stato il primo lettore del mio testo, ha scelto un’attrice di grande talento e sensibilità come Elena Arvigo, per lavorare insieme sulla costruzione di una partitura molto raffinata che ha lo scopo di mettere lo spettatore in una condizione di sogno e di ragionamento. I testi di Pirandello che si ascoltano in questo spettacolo sono frammenti delle opere che lo scrittore compose proprio per Marta Abba. Già a livello testuale, ho immaginato che quella terribile notte del 1936 Marta, in uno stato di dormiveglia, si trovasse a rileggere brani delle lettere e a recitare frammenti dei testi che il suo maestro aveva scritto per lei. Pirandello muore e c’è il rischio che anche Marta muoia con lui. Per questo continua a recitare tutta la notte: le parole di Diana, Donata Gensi, Ilse, la tengono in vita. 

Che valore ha, in un periodo storico come quello in cui viviamo, intorbidito dal femminicidio e dalla violenza di genere, raccontare la storia di una donna – la cui fama sembra imprescindibilmente legata alla sua celebre liaison – liberandola dalla dipendenza da un uomo illustre che la sua figura sembra detenere?

Attraverso il gesto di ribellione di una donna, passa il destino dell’umanità. Non voglio fare di Marta Abba un’eroina. Ma è indubbio che sia stata una donna capace di dialogare con un uomo illustre senza farsi schiacciare dal giudizio sociale. La loro è stata una relazione elettiva, rispettosa, e soprattutto creativa. Ecco, se c’è un messaggio è proprio questo: le donne non dovrebbero mai aver paura delle proprie capacità creative e della propria facoltà di giudizio. Marta Abba ne era talmente consapevole che Pirandello arrivò spesso a chiedere a lei consiglio sulle opere che andava scrivendo.

Mi auguro che molte donne, vedendo questa pièce, riconoscano il proprio valore, introiettando lo sguardo di Pirandello dentro le loro stesse vite di donne combattenti. Spero anche che gli uomini arrivino ad ammettere con più agio le proprie stesse vulnerabilità, così come fece Pirandello quando arrivò a confessare alla sua Marta le sue più profonde paure.


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Radio Maigret - Settimo Cielo

Piccoli comuni incontrano la cultura: Roma, Viterbo e Frosinone accolgono l’arte

Nel prossimo week-end Piccoli comuni incontrano la cultura farà tappa a Roma, Viterbo e Frosinone con tre eventi di teatro e letteratura. Durante il primo mese di attività, la rassegna organizzata da Atcl Lazio e Regione Lazio, ha coinvolto l’intero territorio regionale regalando eventi artistici di grande interesse.

La chitarra tra sogno e gioia: il Conservatorio di Santa Cecilia in concerto a Poli (RM)

Lo scorso 18 ottobre, nella piccola cittadina di Poli (Rm) si è tenuto il concerto La chitarra tra sogno e gioia, eseguito dai musicisti laureandi del Conservatorio di Santa Cecilia di Roma. Un antico organo svetta tra gli affreschi della Chiesa di San Pietro Apostolo, uno strumento musicale che diventa simbolo di speranza per l’intera comunità: nel dare il benvenuto ai cittadini accorsi per l’evento, il Sindaco Federico Mariani ricorda il lavoro di restauro cui l’organo della Chiesa è sottoposto da alcuni mesi.

La chitarra tra sogno e gioia - Conservatorio di Santa Cecilia di Roma
La chitarra tra sogno e gioia – Conservatorio di Santa Cecilia di Roma

La musica, che da quella cassa armonica tornerà a risuonare, si farà portavoce e metafora di una rinascita culturale che luoghi come Poli tentano faticosamente di ottenere. Un’azione rilevante che si fa sintesi concreta delle volontà perseguite dal progetto Piccoli comuni incontrano la cultura: far rivivere cittadine di grande fascino, puntando sui processi culturali su di esse innestati.

Il quartetto di chitarre classiche ha invaso la navata della Chiesa di San Pietro Apostolo con l’esecuzione di brani di grandi compositori come Hendel, Bach, Pachelbel, Giuliani, fino ad arrivare a Vivaldi e Piazzolla regalando una serata dalle atmosfere raffinate, a tinte barocche. Federico Attanasio, Marco Caponegro, Riccardo Colini e Federica Sanzolini, i quattro giovani chitarristi del Conservatorio di Santa Cecilia, riproporranno il loro repertorio il 27 ottobre alle ore 18:00, presso la Chiesa di S. Lucia di Castrocielo (FR).

Paola Quattrini a Sant’Oreste (RM) con Oggi è già domani

Il 26 ottobre alle ore 21:00, al Teatro Comunale di Sant’Oreste (RM), Paola Quattrini sarà protagonista di Oggi è già domani. Lo spettacolo racconta di una casalinga, Dora, con un marito distratto e quasi sempre assente, due figli egoisti che si ricordano di avere una madre soltanto quando hanno bisogno di aiuto. Quella di Dora sembrerebbe un’esistenza grigia ma, invece, non è così, perché Dora è una donna dotata di eccezionali risorse e riesce a vincere la solitudine sfogandosi con un’amica che sa ascoltare: il muro della cucina. Al muro, Dora confida sogni, desideri e felici ricordi.

Oggi è già domani - Paola Quattrini
Oggi è già domani – Paola Quattrini

Racconta gli accadimenti delle sue giornate ed alcuni divertenti incontri con una antipatica vicina di casa, una sorprendente compagna di scuola, un cane forzatamente vegetariano e con Pia la sua unica amica femminista. Se un muro potesse ridere e commuoversi, non c’è dubbio che il “suo” muro lo farebbe perché Dora esprime tenerezza, fantasia ed un irresistibile umorismo. Grazie a queste doti, Dora riesce ad evadere dalla prigione domestica e non solo metaforicamente. Perché, un bel giorno, ritrova tutto il suo coraggio: pianta la famiglia ingrata e si tuffa in una esotica avventura partendo per la Grecia insieme con l’amica Pia.

E non importa se anche l’amica si rivela un’egoista e la lascia sola per godersi un’avventura amorosa. Uno scoglio in riva al mare diventa il nuovo confidente di Dora. Allo scoglio, come prima al muro della cucina, Dora parla con la sincerità e libertà di linguaggio, senza mai perdere la fiducia nella gente e nella vita.

Radio Maigret: Settimo Cielo in scena a Carbognano (VT)

A Carbognano (VT), nello spazio culturale Ex Chiesa di S.Maria, il 27 ottobre alle ore 21:00, Piccoli comuni incontrano la cultura porterà in scena Radio Maigret di Settimo Cielo, ideazione e testo di Gloria Sapio e Maurizio Repetto.

Radio Maigret nasce da uno studio progressivo sulla scrittura di Simenon, sul clima dei suoi romanzi, del genere poliziesco, dalle immagini d’antan di un certo cinema francese e di sceneggiati nostrani entrati nell’immaginario collettivo, come certe indimenticabili modulazioni della voce che ci riconducono a un teatro d’attore “che non si fa più”. 

Piccoli comuni incontrano la cultura: Radio Maigret - Settimo Cielo
Radio Maigret – Settimo Cielo

I chiaro scuri d’epoca inducono a immaginare una scansione recitativa da vecchia radio, dove ritmi sincopati si accendono in prossimità dei microfoni. Ma la teoria dei rumori, quelli archetipici della paura, del brivido notturno, lo scricchiolio delle scale, della porta che si apre, i passi dell’inseguitore, lo sparo, sono qui distorti e giocati su una resa anche visiva che li strania e li deforma, spesso cogliendo di sorpresa l’attore con dei riverberi in differita e inquietanti fuori onda. Un tappeto sonoro che allude alla vecchia postazione del rumorista ma ha i suoi riferimenti nella musica contemporanea e si intreccia con le voci, le sostiene, le annulla, le porta lontano.

Al doppio binario di questo Maigret, si aggiunge la teoria dei personaggi, colpevoli e innocenti, tutti “sotto il cielo di Parigi” confusi tra gli amanti di sempre e quel corollario di immagini che Simenon e il mito ci hanno reso consuete. Ma la proverbiale umanità del commissario, la penna empatica di Simenon, non riescono a dissimulare la ferocia di una caccia che spinge il commissario (con la complicità del pubblico che viene invitato a entrare nel vivo del plot) a braccare i colpevoli, bestie sanguinose, sospinte dalla miseria verso l’emarginazione e quindi alla delinquenza. Sono la folla di immigrati che già preme alle porte di Parigi e colpisce con determinazione cieca una società che li ghettizza e respinge. Una storia che prelude e allude al presente, tanto da confondersi con esso.

Radio Maigret è anche un omaggio a Parigi attraverso le parole suggerite da un autore belga che amava quella città con la tenerezza di un esule. Lo spettacolo rievoca uno dei romanzi più nostalgici di Simenon – Maigret et son mort – che, lontano da Parigi, in America, chiude gli occhi e enumera le strade, le piazze, i quai e i boulevard con la nitidezza ossessiva del ricordo.

Va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar: Edoardo Siravo e Gabriella Casali a San Donato Val di Comino (FR)

Edoardo Siravo sarà protagonista insieme a Gabriella Casali di una serata letteraria, Va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar, dedicata al nettare degli dei, il vino, presso il Teatro di San Donato Val di Comino (FR), il 27 ottobre alle 18:30 in cui racconta di come il vino sia da sempre protagonista della letteratura, tanto che numerosi poeti e scrittori della storia hanno dedicato proprio a questa bevanda alcuni dei loro più importanti passi.

Edoardo Siravo e Gabriella Casali
Edoardo Siravo e Gabriella Casali

“Mescete, o amici, il vino. Il vin fremente / scuota da i molli nervi ogni torpor, / purghi le nubi de l’afflitta mente, / affoghi il tedio accidioso in cor”. Così cantava Giosuè Carducci, inneggiando a quella salutare e schietta bevanda che fa decisamente buon sangue, che ormai ha assunto un posto d’onore sulle tavole della buona borghesia, e non più solo su quelle aristocratiche, come lamentava l’abate Parini, il quale per le sue origini prediligeva il vino ugualitario al più raffinato e blasonato caffè. Un dualismo che diventa anche contrapposizione fisica di luoghi, di comportamenti, tra il caffè degli illuminati fratelli Verri e le taverne popolari. Queste ultime in particolare celebrate da Giuseppe Gioacchino Belli, per il quale il vino è forza, salute, vita, compagno di bisbocce e di invettive, e anche animatore di risse feroci.

Anche nelle opere di Giovanni Verga il vino assume un posto particolare, insieme al pane. Anche simbolico. Non solo per i derelitti dei Malavoglia. Pensiamo a Cavalleria rusticana. Turiddu ha una colpa da espiare: un’ultima cena, un bicchiere di vino rifiutato, il bacio del tradimento. Una “passione” laica dove vino e sangue si mischiano.

Per gli Scapigliati, invece, il vino diventa trasgressione e assume i colori dell’autodistruzione in compagnia del verde assenzio, riecheggiando solo alla lontana le esaltazioni di Baudelaire e di Rimbaud.

E potrebbe continuare a lungo questo viaggio sulla presenza di Bacco nella letteratura, un viaggio che comincia da Alceo, Anacreonte, Euripide, Omero, Virgilio e Ovidio, passando tra le opere di Parini e Carducci, Trilussa e Campanile e altri grandi autori.



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Piccoli comuni incontrano la cultura: il nuovo progetto di valorizzazione del territorio della Regione Lazio e di ATCL

Il terzo week-end di “Piccoli comuni incontrano la cultura” tra musica e teatro

La chitarra tra sogno e gioia - Conservatorio Santa Cecilia di Roma
La chitarra tra sogno e gioia – Conservatorio Santa Cecilia di Roma

Per il terzo week-end di programmazione della Rassegna Piccoli comuni incontrano la cultura, Atcl Lazio e Regione Lazio, invitano a visitare le province di Roma e Viterbo per due imperdibili serate di musica e teatro.

La chitarra tra sogno e gioia a Poli (RM)

Si inizierà venerdì 18 ottobre alle ore 21:00, presso la Chiesa di San Pietro Apostolo a Poli (RM), con La chitarra tra sogno e gioia: gli studenti laureandi presso il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma, ci condurranno in un percorso onirico e gioioso, proponendo brani di Bach, Haendel, Pachelbel, Vivaldi, Giuliani, in un tripudio di energia benefica. Sognare e gioire della Musica, suonata in quest’occasione da quattro dolcissime chitarre può aiutare a vivere un’esperienza meravigliosa, rilassante e rigenerante.

Requiem for Pinocchio a Vallerano (VT)

Requiem for Pinocchio - Leviedelfool

Sabato 19 ottobre, alle ore 19:00, presso la Sala Otello Benedetti di Vallerano (VT), si terrà lo spettacolo Requiem for Pinocchio della compagnia Leviedelfool. Simone Perinelli, attore e regista, racconta l’attualità attraverso la favola per bambini più famosa del mondo:

Nel dare voce al famoso burattino, abbiamo lavorato cercando di immaginare un possibile percorso che desse un seguito alla favola stessa raccontando la vita che Pinocchio “vivrà” nel mondo reale. Pinocchio diventa così un pretesto, uno sguardo preso in prestito dal quale osservare con occhio limpido, infantile e ribelle il mondo che ci circonda e la vita che affrontiamo quotidianamente.

Così ci siamo concessi questa chiave di lettura per andare più a fondo nell’affrontare le tematiche del lavoro totalizzante e precario, dell’emancipazione, della mercificazione del tempo e dell’essere, dell’anestesia dei sogni e del consumismo di ennesima generazione per operare un’analisi attenta e reattiva rispetto ad un quesito significativo della vita: cosa significhi essere umano. Il burattino diventato umano suo malgrado si stacca dalla classica messa in scena del testo di Collodi, per destreggiarsi nel nostro mondo dove la favola non è che un lontano ricordo, una delle tante versioni dei fatti.

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Piccoli comuni incontrano la cultura

Piccoli comuni incontrano la cultura: l’epitome cinematografica di Nicola Piovani

Delocalizzare i processi culturali è la sfida di Piccoli comuni incontrano la cultura, il nuovo progetto di Regione Lazio e Atcl: il primo dei 47 comuni coinvolti nella rassegna è stato Castel San Pietro Romano (RM), che il 28 settembre ha accolto, nella chiesa di San Pietro Apostolo, “La musica è pericolosa-Lezione/concerto” del maestro Nicola Piovani

Piccoli comuni incontrano la cultura

La razionalità che si dirada, l’emozione che si dipana, l’arte dei suoni che come uno spillo trapunta il cuore di chi l’ascolta, ora inumidendone le ciglia, ora guidandone il tremito delle ginocchia. “La musica è pericolosa”, tuona il maestro Nicola Piovani dal pulpito della Chiesa di San Pietro Apostolo, posta tra le irte stradine di Castel San Pietro Romano, delizioso borgo medievale distante un pugno di chilometri dalla Capitale. 

La lesson-concerto tra ricordi e cinematografia

La marmorea cornice di quest’intimo concerto da camera, accoglie il rimbombo di temibili note che, come il canto attraente delle mostruose Sirene odissee, conquistano e avvolgono avventori famelici in cerca di aneddotica e musica mitica. La lesson-concerto proposta da Piovani è un’epitome di ricordi e leggendarie visioni, cinematografiche epifanie rievocate per colorare il racconto di una carriera prepotentemente irrompente nella memoria di ciascuno di noi. Le melodie del maestro sono sofisticato unguento cosparso su soffi di vita, sottofondo incessante di fotografie esistenziali.

Il cinema italiano tra le dita di Nicola Piovani

Accanto al lucido smalto nero del pianoforte, riflettente la pala d’altare, svettano contrabbasso e ottoni convogliando in una danza mistica pellicole senza tempo. Muovendo dal racconto di un Fellini stregato da una marcetta malinconica che diventerà colonna sonora del suo indimenticabile L’intervista; passando per un sinuoso arabesque dedicato alla Signora Parthenope; omaggiando con le musiche de La notte di San Lorenzo dei Fratelli Taviani le “genialità anonime che nelle tombe dei film muti sedevano al pianoforte”, Nicola Piovani domina la tastiera per giungere a due delle sue creazioni più note: l’adagio del Caro Diario morettiano e il tragicomico inno de La vita è bella di Roberto Benigni.

Piccoli comuni incontrano la cultura

Piccoli comuni incontrano la cultura e reagiscono alla desertificazione culturale

La navata gremita è il chiaro segnale lanciato da una piccola comunità che non vuole spegnersi, pronta a mescolare la propria storia con quella degli artisti che ospita. Piccoli comuni incontrano la cultura nasce con quest’intento: farsi amplificatore della richiesta di aiuto di chi, non volendo sprofondare nel deserto culturale cui la provincia pare tristemente destinata, reagisce rifocillandosi alla sorgente dell’arte.

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Piccoli comuni incontrano la cultura: il nuovo progetto di valorizzazione del territorio della Regione Lazio e di ATCL

Piccoli comuni incontrano la cultura: il nuovo progetto di valorizzazione del territorio della Regione Lazio e di ATCL

Piccoli comuni incontrano la cultura: il nuovo progetto di valorizzazione del territorio della Regione Lazio e di ATCL

“L’Italia per ripartire ha bisogno di tanti piccoli comuni” scrive Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio, a proposito della rassegna Piccoli Comuni incontrano la cultura che si terrà dal 28 settembre al 30 novembre, coinvolgendo 47 comuni laziali. Sono intervenuti alla conferenza di presentazione della rassegna Pasquale Ciacciarelli, Presidente della Commissione Cultura della Regione Lazio, Rodolfo Lena, Presidente I Commissione della Regione Lazio e Alessandro Berdini, direttore artistico di ATCL Lazio.

Combattere la desertificazione culturale attraverso un’azione coordinata tra la Regione e il circuito multidisciplinare ATCL è la missione che questo progetto si pone. Un tripudio di musica, letteratura, teatro e danza investirà luoghi di indiscussa bellezza, la cui identità è stata fagocitata dal potere attrattivo delle metropoli.  Sviluppando un’accurata strategia di aggregazione sociale, sostenendo l’imprenditoria locale e valorizzando un territorio antico ma ancora turisticamente da scoprire, si tenterà di colmare quella frattura profonda che si è venuta a creare tra le grandi città e i piccoli comuni. Allora, le occasioni per fare e promuovere la cultura si spostano lì, in quei luoghi da cui i cittadini scappano per cercare incontri artistici e possibilità professionali; in quei luoghi da cui l’intera nazione ha necessità di ricominciare, per riscoprire e godere nuovamente di quell’autenticità che la frenesia delle città inghiotte e fa dimenticare. 

Un progetto pensato per piccoli comuni, comunità al di sotto di 5000 abitanti, un patrimonio storico culturale per la Regione e memoria storica delle nostre tradizioni. Per loro nasce il progetto Piccoli Comuni incontrano la cultura della Regione Lazio realizzato da ATCL in collaborazione con LazioCrea, per il quale si sono sviluppate tante importanti collaborazioni: Teatro di Roma, Conservatorio di Santa Cecilia, Lazio Film Commission, Progetti Speciali – ABC della Regione Lazio, ma soprattutto tutte le amministrazioni locali. Per poco più di 2 mesi, dal 28 settembre al 30 novembre, l’intero territorio sarà attraversato da concerti, spettacoli, attività per bambini, danza, incontri per un totale di 25 compagnie, 110 tra attori e tecnici, 20 tra studiosi e scrittori.

La programmazione di Piccoli Comuni incontrano la cultura

L’apertura è affidata ad uno dei più grandi compositori e musicisti italiani: Nicola Piovani con La musica è pericolosa. Lezione – concerto, il 28 settembre ore 21 alla Chiesa di San Paolo Apostolo a Castel San Pietro Romano (RM), una sorta di racconto autobiografico, commissionato per la prima volta dal Festival di Cannes nel 2003. Nicola Piovani condivide con il pubblico, esperienze, ricordi ed emozioni di oltre quaranta anni di carriera. Sulla scia di ricordi ed aneddoti, il Maestro ripercorre i grandi incontri che hanno segnato il suo percorso, da Federico Fellini, ricordato con affetto nelle piccole manie e ammirazione per la maestria di regista, e Vincenzo Cerami e Benigni, con episodi divertenti e commoventi insieme.  Nella sezione musica del progetto, importante la collaborazione con il Conservatorio di Santa Cecilia che proporrà 2 progetti degli studenti laureandi: La chitarra tra sogno e gioia e C.T. (Crossin Time) Ensemble. Marco Lo Russo alla fisarmonica con il soprano Min Ji Kang danno vita a Variazioni linguistiche, un percorso dalla canzone d’autore, al jazz, alla musica classica. 

Grandi interpreti del teatro italiano affronteranno importanti pagine della nostra letteratura o testi inediti: Iaia Forte si farà interprete delle pagine di La storia di Elsa Morante, mentre Isabel Russinova è autrice e interprete di Galla Placidia. Edoardo Siravo e Gabriella Casali con Va l’aspro odor dei vini l’anime a rallegrar propongono un viaggio che comincia da Alceo, passando tra le opere di Parini e Carducci, Trilussa e Campanile. Ovidio Heroides Metamorphoyses con Manuela Kustermann e Cinzia Merlin al pianoforte è una profonda riflessione artistica sul concetto di mutamento, di cambiamento e trasformazione. Oggi è già domani di Willy Russel, regia Pietro Garinei è un’esilarante commedia, in cui Paola Quattrini è in grado di dare i suoi mille volti e le sue mille voci alla protagonista. 

Ha da poco debuttato Non domandarmi di me Marta mia di Katia Ippaso, regia Arturo Armone Caruso con Elena Arvigo sul rapporto tra Luigi Pirandello e Marta Abba. Le vie del Fool con Requiem for Pinocchio porta avanti un’analisi profonda del personaggio Pinocchio diventato uomo, mentre lacasadargilla firma il progetto Racconti ritrovati, adattamento e voce recitante Lisa Ferlazzo Natoli con musiche originali di Gabriele Coen, ai sassofoni e clarinetto, e con Stefano Saletti, oud e chitarra elettrica.

Acino Brillo Production presenta Lo stretto indspensabile uno spettacolo scritto da Dodi Conti, anche in scena, e Paola Mammini, con le voci e le chitarre di Alessio Corasaniti e Carlo Martinelli. Lullaby. Tragedia aerobica è scritto e diretto da Erika Z. Galli e Martina Ruggeri (Industria Indipendente) ambientato negli Stati Uniti d’Europa nel 2059 che debutterà al Romaeuropa Festival. Mio Padre, un magistrato un progetto che nasce dall’incontro di Clara Costanzo, autrice ed interprete, con Caterina Chinnici, figlia del magistrato ucciso dalla mafia il 29 luglio 1983. La compagnia Settimo Cielo presenta RADIO MAIGRET da Georges Simenon, di e con Gloria Sapio e Maurizo Repetto, uno studio progressivo sulla scrittura del noto autore e sul clima dei suoi romanzi, e dalle immagini di certo cinema francese.

Al mondo dei bambini e delle famiglie è dedicata una programmazione di teatro, danza e circo contemporaneo che vedranno coinvolte compagnie provenienti da tutto il territorio nazionale tra cui Teatro delle Apparizioni con Fiabe da tavolo, Cie Twain con Il mago dei fiori, Madame Rebiné e La riscossa dei clown, Gruppo Panta Rei in Il giardino del gigante, la compagnia Bartolini/Baronio con Il giardino del tempo che passa, Marlon Banda con il  ed il Laboratorio teatrale Integrato Piero Gabrielli con L’albero di Rodari in collaborazione con il Teatro di Roma. 

A Roccasecca dei Volsci e a Guarcino farà tappa TEATRO IN PROVINCIA, un progetto CeNDIC, format inedito e interattivo ideato Duska Bisconti proprio per i piccoli comuni d’Italia. L’altro progetto inedito e pensato per Piccoli Comuni incontrano la cultura sarà Sorush La danza del Sufi a cura della compagnia Mish Mash Quarttet Yasmin Sannino che andrà in scena a Piansano.  

Nel programma anche una sezione dedicata alle Conversazioni

Due appuntamenti da svolgere in collaborazione con i Progetti Speciali-ABC della Regione Lazio in due piccoli comuni del territorio regionale, per valorizzare il nostro patrimonio storico e culturale narrando il passato e il presente attraverso “altri sguardi” e punti di vista, attraverso l’Arte, la Bellezza, la Cultura. A spasso con ABC, uno sguardo sulle cose che “non” vediamo ogni giorno. Un percorso attraverso il luogo prescelto accompagnati da figure guida – scrittori, musicisti, attori – narratori di suggestioni in grado di offrire una nuova e diversa chiave di lettura storica, artistica e sociale del territorio. LA CITTÀ INCANTATA, un incontro con artisti ed esperti del fumetto, dell’animazione e della street art per un racconto del presente ma anche del futuro attraverso quella che ormai viene considerata la “nona” arte.

DIALOGHI TRA VICOLI E MURA porterà nei piccoli comuni del Lazio scrittori, giornalisti, attori, artisti che, nei vicoli e tra le mura, dialogheranno con la popolazione su temi d’attualità. Condurranno questi Dialoghi i “primi cittadini”, i sindaci che rappresentano e conoscono le comunità che vivono e amministrano, comunità che, molto spesso, sono realtà virtuose. Questo piccolo evento, che s’inserisce nel più ampio programma “Piccoli comuni incontrano la cultura”, vuole agire nel rispetto di uno dei diritti essenziali, la comunicazione e l’informazione.

INCONTRI CON IL CINEMA, in collaborazione con Roma Lazio Film Commission, sono colloqui tra registi, sceneggiatori, attori ed autori del cinema italiano con il pubblico, per raccontare un “dietro le quinte” di un mondo affascinante: quello del cinema.

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