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Riaprire i teatri. Drammaturgie per la ripartenza di Monica Capuani

Monica Capuani è traduttrice, scout e promotrice culturale. Lo scorso ottobre ha avviato una serie di laboratori dal titolo WWTT, Women Writers in Today’s Theatre, dedicati esclusivamente alle donne: attrici, drammaturghe e registe. I workshop riprenderanno in presenza appena le disposizioni in merito alla pandemia lo consentiranno, con appuntamenti itineranti in diverse città italiane, in collaborazione con l’acting coach Federica Rossellini. Tradotto da Monica Capuani, è in libreria e acquistabile online The Spank di Hanif Kureishi, edito dalla milanese Scalpendi. In uscita anche le sue nuove traduzioni di Improvvisamente l’estate scorsa di Tennessee Williams, Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee.

Contrariamente a quanto annunciato, non si leverà il sipario del teatro italiano il prossimo 27 marzo. I teatri restano chiusi e chissà ancora per quanto. Ma quando riapriranno, quali drammaturgie sapranno disegnare il dolore che quest’anno ha generato? Quali autori e autrici saranno in grado di farci riflettere, per mezzo delle loro penne, su questioni che necessitano l’urgenza del dibattito?

Risponde Monica Capuani, tracciando in questo editoriale l’itinerario internazionale di un viaggio introspettivo che culmina in generosi consigli di lettura (e di messinscena).

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Donna che legge con parasole – Henri Matisse

Chiusi. Da un più di un anno. I teatri sono chiusi da più di un anno. Mai avremmo potuto pensarlo. Lesi nel nostro senso di onnipotenza, riapriremo. Riapriremo perché il teatro è una creatura tenace, che ha a che fare con il desiderio, e finché c’è vita il desiderio non muore. Il problema – che è però anche una grande opportunità – è che non si potrà riaprire facendo finta di niente. Con spettacoli in cartellone che non segnino in modo deciso una discontinuità. Quando sento qualcuno dire: “Dopo, la gente avrà voglia di ridere”, mi si accappona la pelle. Per me, “dopo” la gente avrà bisogno di pensare, di confrontarsi con i propri simili, di identificare affinità e intimità, di combattere il futile, l’inutile, la superficialità suicida. Avremo bisogno anche di ridere, sì. E tanto. Ma anche nel ridere dovrà esserci discontinuità. Dovrà essere una risata vitale, empatica, intelligente.

Il 2020 per me è stato un anno importante. Perché ha visto nascere progetti significativi, proprio nel senso di cui sopra. Un sogno che si avvera, per me, è la produzione di Chi ha paura di Virginia Woolf? di Edward Albee, nella mia nuova traduzione (la prima dopo sessant’anni), che Antonio Latella sta provando in questi giorni a Spoleto con Sonia Bergamasco, Vinicio Marchioni, Paola Giannini, Ludovico Fededegni, prodotto dallo Stabile dell’Umbria. Il tema del crollo delle illusioni, che può purificarci prima che sia troppo tardi, è di estrema, dolorosa attualità.

Albee, che aveva 34 anni quando nel 1962 il testo sbancò a Broadway con 664 repliche, diceva che gli spettatori erano diventati “mucche placide” e intendeva riportarli a un coinvolgimento intenso in quel rito che è il teatro, impossibile senza la partecipazione attiva del pubblico. Sono certa che Latella non tradirà questo mandato, soprattutto nell’era post-Covid. Il testo è uno dei più grandi capolavori del teatro americano e quando qualche estate fa lo traducevo mi sembrava denso come il nucleo incandescente dell’universo prima del Big Bang. Sarà questa l’impressione che spero farà al pubblico di oggi: uno shock violento ma vivificante.

The Spank di Hanif Kureishi è un altro spettacolo che non vedo l’ora di vedere. Avevo incontrato Kureishi anni fa a Londra per un’intervista. Il taxi aveva fatto una strada sbagliata, arrivai tardi. Lui era molto seccato, io in imbarazzo per essermi macchiata del cliché del pressappochismo italiano. L’ho rivisto tempo fa, sempre a Londra. Conoscevo da anni Isabella D’amico, la sua attuale compagna, frequentata in ambito editoriale. Lei ha parlato a Hanif del lavoro di scouting, traduzione e promozione di testi di drammaturgia contemporanea che sto facendo in questi anni.

Mi ha detto: “Sto scrivendo un two-hander. Ti interessa leggerlo?”. E ha cominciato a inviarmi il work-in-progress. Poi mi ha invitato a un reading di The Spank in un teatro di Londra. Da noi era appena iniziato il lockdown, così mi ha fatto solo leggere il testo. L’ho tradotto, con la condizione stabilita dai suoi agenti che avrebbe dovuto debuttare prima a Londra. Durante l’estate Hanif e Isabella sono passati per Roma. La prima bozza di traduzione era pronta. Ho lanciato l’idea: “Se riesco a trovare due ottimi attori amici, ti interessa sentirla?”. “Assolutamente sì”, ha risposto.

Così io, Isabella e Hanif ci siamo trovati sulla terrazza a Trastevere di Viola Graziosi e Graziano Piazza, insieme a Tommaso Ragno, e abbiamo ascoltato il testo. La storia di un’amicizia di lunghi anni tra due uomini di mezza età, le cui famiglie sono intrecciate come i rami di due alberi vicini, che si incrina per un incidente di vita. Che gioia, ascoltare quel testo in piena pandemia. Hanif mi ha detto che, se avessi trovato un bel debutto, The Spank sarebbe potuto andare in scena prima qui. Ho telefonato a Filippo Fonsatti, che 36 ore dopo mi ha chiamato per dirmi che lo Stabile di Torino avrebbe prodotto il testo, mettendo in campo il direttore artistico Valerio Binasco e il regista residente Filippo Dini.

È cominciato un bellissimo lavoro sul testo, con Filippo e Hanif, il lavoro che il drammaturgo inglese fa sempre con gli attori e il regista per collaudare la pièce e portarla al suo meglio. “Il teatro è un’arte collettiva”, dice Hanif, e Dini ha potuto sperimentare che non sono solo parole. Il debutto continua a slittare, ma è appena uscita la traduzione, che inaugura – un vero miracolo! – una nuova collana di teatro dell’editore milanese Scalpendi. Il docu-film di Lucio Fiorentino, accessibile sul sito dello Stabile di Torino, è un’incursione nel “making of” dello spettacolo, che andrà in scena quando si riaprirà. Si parlerà di famiglia, di figli, d’amore, d’amicizia, di vita, di senso, di paura della morte. Tutti temi, credo, su cui per forza ci siamo dovuti interrogare in questo dolorosissimo anno di prigionia forzata.

Altri due testi necessari, sono quelli prodotti dal Teatro Nazionale di Genova, nella nuova direzione di Davide Livermore. Era il 2019 quando, a Ortigia, ho preso un caffè con Linda Gennari. Cercava un monologo. L’ho vista in scena qualche sera dopo nell’Elena diretta da Livermore. Autorevole, di una femminilità forte, contemporanea. Mi è tornato in mente un testo che avevo visto qualche mese prima a Londra, al Gate Theatre, e che avevo intenzione di tradurre: Grounded di George Brant. Lo aveva anche interpretato con grande successo Anne Hathaway a NewYork. È la storia di una donna che pilota un caccia da guerra e si è fatta faticosamente strada in un mondo di maschi. Innamorata del volo, del suo aereo, del suo mestiere. Poi resta incinta, di un uomo che la apprezza, che capisce chi è. Così decide di tenere quel bambino, anche se era l’ultima cosa che aveva in mente, ma è una bella sorpresa.

Per regolamento, viene destinata a terra, “grounded”. Che però significa anche “punita”, “messa in castigo”. Esattamente la sua percezione quando viene assegnata alla guida di un drone da guerra e prende pian piano consapevolezza di ciò che fa: mettere fine a delle vite, spesso di civili innocenti, anche bambini. Purtroppo, non sono potuta andare alle prove, ma chi le ha viste mi dice che Livermore ha costruito uno spettacolo mozzafiato e che Linda Gennari è stellare. Ne sono felicissima, perché il teatro degli ultimi dieci anni ha molto penalizzato le attrici e io ci tengo particolarmente a cercare testi con grandi ruoli femminili. E poi in Grounded si parla di acquisire consapevolezza di chi siamo, e oggi mi sembra un tema ineludibile.

Mentre scrivo, da Genova sono appena tornata: mi sono concessa due giorni alle prove di Solaris, il romanzo di Stanislaw Lem nel bellissimo adattamento del drammaturgo inglese David Grieg. Altro progetto nato durante il primo lockdown. Federica Rosellini, che è un’attenta lettrice e un’amica, a volte leggeva qualche mia traduzione al telefono. Un modo per continuare a lavorare – e a sognare – in cattività. Questo testo l’ha toccata particolarmente. Mi ha chiesto di poterlo dare ad Andrea De Rosa, che molti anni fa aveva diretto nella mia traduzione Molly Sweeney di Brian Friel, quest’anno rimesso in scena da Valerio Binasco. “Certo”, le ho detto. Andrea ne è rimasto folgorato: l’idea di questo pianeta, di cui noi siamo il virus, che ci rimanda persone morte con cui in vita abbiamo avuto rapporti traumatici, irrisolti, gli è sembrata da cogliere al volo. I Nazionali di Genova e Napoli sono entrati subito in co-produzione.

E in questi giorni ho avuto il privilegio di vedere le immagini forti che De Rosa sta costruendo: l’interno dell’astronave imbrattata di nera sostanza aliena, il grande oblò da cui invece di Solaris si vede la nostra povera Terra, Federica Rosellini/Kelvin alle prese con il suo struggente visitatore Ray/Giulia Mazzarino, e i due scienziati provati da due anni di vita a bordo della stazione che orbita intorno al pianeta – Sandra Toffolatti/Sartorius e Werner Waas/Snow – segnati dalla morte del comandante Gibarian/Umberto Orsini, che si vede solo in video ma con quale potenza. Un’incursione ipnotica nel cuore di questioni cardinali: identità, amore, umanità. Chi siamo, quanto abbiamo ferito il nostro pianeta, quanto siamo insignificanti nel contesto dell’universo infinito. Virus, noi stessi, banalmente. Destinati, come il Covid19, a sparire dopo un piccolo grande exploit.

Un evento epico, che sono felicissima di aver contribuito a creare, sarà il ritorno di Franca Nuti a 92 anni sul palcoscenico del Piccolo Teatro di Milano (che è anche produttore) con Una vita tedesca di Christopher Hampton. La Nuti è la più grande attrice/attore del nostro teatro e incarnerà il ruolo di Brunhilde Pomsel, la segretaria di Goebbels, che parlò del nazismo solo a 105 anni. È un monito a tutti noi sul pericolo dei fascismi e dei fondamentalismi. Adoro i testi per attrici molto anziane, ci possono insegnare molto. Chissà se Lisa Natoli riuscirà a portare in scena Escaped Alone della gigantesca Caryl Churchill, andato in scena al Royal Court nel 2016, un quartetto di anziane che si alternano in una partitura di saggezza, leggerezza, lucida follia sull’orlo dell’abisso.

In questi giorni sto traducendo per MaMiMò di Reggio Emilia 4000 miglia di Amy Herzog, un’altra drammaturga americana che mi interessa molto. C’è il ruolo di una nonna newyorkese novantunenne che accoglie in casa per un po’ il nipote ventenne, che arriva in bici dal Minnesota, in crisi, in cerca di risposte. Il confronto con la generazione dei vecchi è qualcosa che dovremmo assolutamente recuperare. Tutto il teatro che cerco altrove – ad oggi sono arrivata a quota 126 testi teatrali tradotti – è quello che vorrei vedere in scena in Italia.

Dopo questa pandemia, però, ci sono testi più urgenti. Il primo che vorrei fosse prodotto subito è The Contingency Plan di Steve Waters. È composto di due testi – On the Beach e Resilience – e il tema è quello del “climate change”. Sono andati in scena la prima volta al Bush Theatre di Londra nel 2009. Quest’anno sarebbero dovuti tornare in scena al Donmar Warehouse, totalmente revisionati e aggiornati. Sono riuscita a chiudere le due traduzioni solo con l’aiuto di un climatologo, Sandro Calmanti, che si è molto appassionato al progetto perché ha visto in questi due testi teatrali una possibilità straordinaria di comunicare informazioni di non semplice veicolazione. Ne ho letti degli stralci durante i miei laboratori, e ho visto la presa potentissima che hanno sulle giovani generazioni, giustamente molto sensibili ai temi dell’ecologia e della tutela del pianeta.

Un altro testo che vorrei si facesse presto è Gli antipodi di Annie Baker. Americana, classe ’81, premio Pulitzer nel 2014 per The Flick, è una delle grandissime della drammaturgia americana di oggi. Ne Gli antipodi mette in scena un gruppo di sceneggiatori che devono concepire una nuova serie tv di successo. Il tempo passa, le idee scarseggiano, la dimensione si fa sempre più surreale e claustrofobica: forse siamo alla fine della specificità umana, perché forse non siamo neanche più in grado di raccontare storie, una delle caratteristiche distintive degli umani.

Un’altra questione che mi piacerebbe vedere affrontata sui nostri palcoscenici è quella del gender. Due testi inglesi l’hanno di recente attraversata in modi diversissimi. The Writer di Ella Hickson, andato in scena all’Almeida nel 2018 con Romola Garai protagonista, è un’incursione nel patriarcato che ancora vige nei teatri. Protagonista della pièce è una giovane drammaturga che vediamo lottare, sia nella vita privata sia in quella professionale, per affermare la propria originale idea di teatro contro quella degli uomini che ancora per lo più gestiscono tutte le posizioni di potere e manovrano le leve del mercato.

Anche The Doctor di Robert Icke, enfant prodige della scena londinese oggi conteso dai più grandi teatri d’Europa, è un tuffo nel cuore degli stereotipi di genere, razza, religione. Liberissima riscrittura di Il professor Bernhardi di Arthur Schnitzler, è la storia di un medico (una strepitosa Juliet Stevenson) che fonda una clinica all’avanguardia nella cura del morbo di Alzheimer. Un giorno ricovera una ragazzina che ha tentato di praticarsi un aborto in casa per nascondere la gravidanza ai genitori ultracattolici, partiti per un viaggio. L’infezione è irrecuperabile e il dottore vuole assicurare alla paziente una morte ignara e pacifica. Arriva un prete, su richiesta dei genitori che stanno rientrando, ma il dottore si rifiuta di lasciarlo passare. La ragazzina muore e scoppia uno scandalo che porterà alla luce temi caldi come etica, misoginia, oscurantismo delle religioni, linciaggi mediatici.

Vorrei anche vedere Come trattenere il respiro di Zinnie Harris, drammaturga scozzese di grande talento. È un Faust al femminile: una ragazza è perseguitata dal diavolo che ha contratto un debito con lei e tenta in modo sempre più violento di liberarsene. In un contesto futuro ribaltato, in cui la gente tenta di andare da Berlino ad Alessandria d’Egitto sui barconi. E poi vorrei vedere due testi di Nathalie Fillion, che riesce a far ridere in maniera intelligente parlando di temi di un peso specifico non da poco. In Sulla luna, i nipoti fanno appello alla nonna, energica mater familias, perché intervenga sul figlio bipolare che, avendo cambiato farmaci, minaccia di sperperare il patrimonio di famiglia accumulato da generazioni. Il problema è che lui mantiene un’allegra famiglia allargata di figli che vivono tutti a casa, laureati e nullafacenti, e così deve continuare a essere.

In Spirit, tre sorelle figlie della stessa madre e di padri diversi, vanno a vivere insieme in un appartamento dove ha abitato per qualche tempo Lenin con la moglie, visitato spesso dall’amante. Tra funghetti allucinogeni e fisica quantistica, le epoche si mescolano con esiti comici, sì, ma anche estremamente sofisticati. Fillion ci porta a riflettere sugli esiti della storia, la perdita degli ideali sociali e politici che animavano la società di cent’anni fa, la teoria delle stringhe, Tre sorelle di Čechov. E non mi sembra poco.

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Pandora: il non-luogo della vita. Intervista a Riccardo Pippa di Teatro dei Gordi

Un bagno in fondo a un corridoio o sotto la piazza di una città, o di un aeroporto, di un club o di una stazione di servizio. Lo attraversa un’umanità variegata e transitoria. È un luogo di passaggio, d’attesa, d’incontro tra sconosciuti, un camerino improvvisato dove fare scongiuri, nascondersi, sfogarsi. È un covo per i demoni, un’anticamera, una soglia prima di un congedo o un battesimo del fuoco.

Pandora
Pandora – Teatro dei Gordi. Ph Noemi Ardesi

Con Pandora, che ha debuttato a Venezia per la Biennale Teatro 2020, si conclude la Trilogia della Soglia di Teatro dei Gordi: in Sulla morte senza esagerare la soglia è lo spazio tra l’aldiquà e l’aldilà, in Visite tra il presente e il passato; in Pandora la soglia è il corpo, che, con la sua straziante fragilità, separa e congiunge noi e il mondo.

Ne abbiamo parlato con il regista Riccardo Pippa, intervistato in occasione della replica di Pandora al Teatro Franco Parenti di Milano.

Com’è nato il collettivo Teatro dei Gordi?

Siamo tutti diplomati in Paolo Grassi. Il gruppo è nato nel 2010, io sono arrivato dopo. Ho conosciuto i Gordi durante un laboratorio di drammaturgia con Renata Molinari: mi ero già diplomato, ma stavo frequentando il laboratorio perché mi interessava molto il suo lavoro e stavo scrivendo una tesi di laurea su di lei. Così ho conosciuto la loro classe.  Avevo scritto il canovaccio del mio primo spettacolo, che poi è diventato Sulla morte senza esagerare, avevo in mente questa follia, uno spettacolo sulla morte con le maschere, e ho pensato di iniziare con loro.  Da lì è nato un percorso nuovo, insieme.

Avete appena debuttato alla Biennale Teatro 2020 con Pandora. Come siete approdati all’idea di ambientare il vostro nuovo lavoro in un bagno pubblico?

La scintilla iniziale per Pandora è stata una richiesta esterna. A giugno dell’anno scorso, Antonio Latella, che aveva visto il nostro secondo spettacolo, Visite, ci ha invitati in Biennale per l’edizione 2020 che avrebbe ospitato solo debutti nazionali e per la quale ha attivato una call tra gli artisti italiani, intorno al tema della censura

Pensando alla censura, il primo riferimento che mi è venuto in mente è stato il mito di Pandora, perché tendo a usare il mito come punto di partenza. Abbiamo dovuto comunicare il titolo con largo anticipo. Pandora vuol dire “tutti i doni”, è un titolo abbastanza onnicomprensivo, per cui sarebbe stato difficile andare fuori traccia. Sono venute fuori tante idee e ci sono stati molti cambi di rotta, finché, a un certo punto, è saltata fuori la soluzione del bagno pubblico. 

Inizialmente avevo immaginato lo spazio di un camerino teatrale, pieno di vestiti, dove un’umanità variegata andava a cambiarsi, come fosse un camerino della vita. Poi mi son detto che questa idea, già teatrale, inserita all’interno di un teatro avrebbe creato un doppio. Bisognava dare vita a una prospettiva altra, a qualcosa che potesse essere l’equivalente di un camerino nella vita: dove gestire imprevisti di vario tipo, appartarsi, piangere. Ecco perché come luogo abbiamo scelto quello di un bagno pubblico.

Il bagno pubblico innesca subito un immaginario collettivo, è qualcosa a cui ognuno di noi collega ricordi e sensazioni. Mi è sembrato un non-luogo prima di tutto adatto al tema, perché fa i conti con la nudità, col nascondersi, con un qualcosa che deve essere necessariamente privato, inoltre adatto al momento che stiamo vivendo: il bagno pubblico è il luogo per eccellenza in cui risulta problematica la presenza dell’altro, è un non-luogo familiare e ostile allo stesso tempo. Non è certo una sala d’aspetto in cui ci si siede a leggere. Ha a che fare col corpo, coi confini del corpo, con la paura del mostrarsi e del contatto fisico.   

In termini del processo creativo, in cosa consiste il rapporto tra te, ideatore e regista, e la dramaturg Giulia Tollis?

Ho sempre avuto una predilezione per questa figura, difatti la mia tesi di laurea era su Renata Molinari, che è stata soprattutto una dramaturg. In Italia il dramaturg viene spesso confuso col drammaturgo, che ha un ruolo invece più autorale. Il dramaturg è una sorta di tramite, è come se creasse ponti, e ha ruoli differenti a seconda dei contesti. È una figura secondo me essenziale, basilare. Il dramaturg potrebbe per esempio lavorare per uno Stabile all’interno di un ufficio letterario, per collegare i teatri nazionali alle nuove drammaturgie, per indicare quella che potrebbe essere una linea di proposta artistica, che sembra sempre debba essere demandata a un’unica grande testa e questo è un peccato.

All’interno del lavoro scenico, il dramaturg crea dei contatti tra gli attori e il testo, può essere un consulente letterario, può curare l’adattamento di un testo. Nel nostro caso il dramaturg può dare anche delle suggestioni creative, ma ha prima di tutto una grande capacità di ascolto, più che un approccio autorale. Mi ricorda la gioia e lo stupore di certe scoperte, perché nella ripetizione a un certo punto ci si annoia e si cambiano le cose semplicemente perché le abbiamo viste ripetersi.  

Giulia ha un orecchio veramente attento e una sensibilità altissima. Il momento della creazione è difficile: a volte, se ti immagini da solo, davanti al foglio bianco ti blocchi. Se invece devi raccontare qualcosa a qualcuno riesci a formalizzare meglio ciò che hai in testa. Giulia si sorbisce i miei deliri e i miei momenti di frustrazione, ma ha anche quella distanza sana che le permette di vedere ciò che è più conveniente e giusto fare.

Qualsiasi tipo di lavoro creativo ha dei confini impalpabili, quello del dramaturg forse ancora di più. Per noi che lavoriamo molto con le improvvisazioni, avere fiducia nel lavoro e nello sguardo di chi ci osserva è fondamentale.

L’umanità variegata di Pandora, che si mostra sul palco in un’alternanza di momenti comici e tragici, poetici e prosaici, mi ha fatto pensare a Cinema Cielo di Danio Manfredini o a certi lavori di Maguy Marin o dei Peeping Tom. Quali sono i tuoi riferimenti, teatrali e non? 

Mi sento abbastanza onnivoro, sono annoiato da una certa prosa, sento che c’è un problema legato all’interpretazione, alla credibilità. Con questo gruppo sto cercando di fare innanzitutto qualcosa di credibile, a prescindere dalle scelte formali. Ti faccio un esempio: in Pandora abbiamo abbandonato la maschera, che tanti credevano fosse lo stile distintivo del nostro lavoro. Per noi la maschera non è mai stata una scelta stilistica, ma drammaturgica.

Ci servono le maschere per raccontare qualcosa? Le usiamo. Ma non è che dobbiamo usare le maschere perché siamo i Gordi. Mi piace vedere delle cose che posso vedere solo a teatro, fare un’esperienza altra senza frustrarmi per una prosa cinematografica che, nel cinema, ha i mezzi per essere molto più permeante ed esaustiva, anche a livello interpretativo. Un regista cinematografico che ha influenzato il mio immaginario è sicuramente Roy Andersson, amo di lui la sobrietà, il ritmo e l’ironia. I suoi personaggi parlano poco, la parola è scarna ed essenziale.

Faccio fatica a individuare all’interno del percorso dei Gordi dei riferimenti precisi. Una suggestione forte per noi è stata Die Stunde da wir nichts voneinander wußten, L’ora in cui non sapevamo niente l’uno dell’altro, tratto da una drammaturgia di Peter Handke. Era uno spettacolo fatto di passaggi e il nostro è un non-luogo dello stare. È stato per noi un riferimento importante.

Se parliamo degli spettacoli precedenti, chiunque ci abbia chiesto in passato dei nostri riferimenti, ci ha anche chiesto dei Familie Flöz.  Quando abbiamo cominciato a usare le maschere, ovviamente ognuno di noi conosceva il loro lavoro che ha in primis il merito di averci mostrato un teatro possibile, cioè fatto interamente con maschere integrali mute. Ma il nostro percorso è stato da subito diverso. Per loro la maschera è una scelta stilistica a priori e si tratta di una drammaturgia fatta per sketch, dove non mancano i virtuosismi dal punto di vista musicale e circense. 

Noi di virtuosi non ne abbiamo, cerchiamo di raccontare storie e pezzi di vita; inoltre, in passato, abbiamo sempre lavorato sulla compresenza di attori con la maschera e senza. In Sulla morte senza esagerare ci occorreva la maschera per rappresentare una morte riconoscibile, proprio col teschio, e per portare in scena il trapasso, la compresenza di due mondi, così come nel secondo, Visite, per rappresentare la soglia tra presente e passato. 

Nominando alcuni riferimenti mi sembra di fare un torto agli altri. Uno spettacolo che porto nel cuore è The Crying Body di Jan Fabre, sempre a proposito di teatri possibili. Potrei elencarti tanti altri incontri folgoranti.

Perché la scelta di un teatro del silenzio, che rinuncia alla parola?

Non c’è una scelta a monte nel rinunciare alla parola. A noi interessa andare a vedere le situazioni in cui la parola non basta, o non serve o fallisce. Abbiamo voglia di indagare il gesto e di esplorare le commistioni di linguaggi. Magari nel prossimo spettacolo ci sarà più parola o più canto, non escludo nulla.

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Teatro, musica e danza: i programmi della Biennale di Venezia per il 2020

I programmi di Danza Musica Teatro della Biennale di Venezia si svolgeranno quest’anno senza soluzione di continuità:

  • dal 14 al 25 settembre il 48. Festival Internazionale del Teatro, quarto atto del progetto del Direttore Antonio Latella, quest’anno pensato come una sorta di “collettiva” di artisti italiani, sollecitati a comporre tutte nuove opere attorno all’unico tema della censura
  • dal 25 settembre al 4 ottobre il 64. Festival Internazionale di Musica Contemporanea, che il Direttore Ivan Fedele ha focalizzato sul dialogo tra generazioni, grandi personalità della musica del passato recente in dialogo con autori della più stringente contemporaneità
  • dal 13 al 25 ottobre il 14. Festival Internazionale di Danza Contemporanea diretto da Marie Chouinard, che completa il suo quadriennio di direzione perseguendo un’idea di danza inclusiva, praticata come un territorio senza limiti.

“La collaborazione virtuosa fra Teatro, Danza e Musica rappresenta l’esempio più calzante di un progetto più ampio che prevede di sviluppare il dialogo fra le arti che costituiscono l’anima della Biennale” afferma Roberto Cicutto, Presidente della Biennale di Venezia. E prosegue: “Le condizioni imposte dalla pandemia hanno dato anche qualche frutto involontariamente positivo. E’ infatti una buona cosa che in un periodo concentrato da fine agosto a fine novembre si svolgano la Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica seguita, come in un passaggio di testimone, dai Festival di Teatro, Musica e Danza. E che ciò avvenga attraverso un legame profondo con Architettura e Arte che, se pur rinviate al 2021 e al 2022, saranno presenti nella Mostra curata dai sei direttori (Hashim Sarkis, Cecilia Alemani, Alberto Barbera, Antonio Latella, Ivan Fedele e Marie Chouinard) che al Padiglione Centrale dei Giardini racconterà i momenti chiave della storia della Biennale lunga 125 anni (1895-2020). In questo modo la Biennale si ripresenta al mondo dando un segnale importante e forte di unità e compattezza nella promozione della ricerca nel campo delle arti contemporanee”.

Osserva ancora Cicutto: “Teatro Musica e Danza hanno mantenuto i loro programmi (salvo qualche cambiamento per Danza che contava su presenze internazionali provenienti da Paesi che non possono ancora garantire la totale mobilità) allineandosi alla conferma di date e programmi della Mostra del Cinema. Da subito è stato chiaro che non ci saremmo “accontentati” di Mostre e Festival on line, ritenendo la presenza fisica un elemento fondamentale e insostituibile della piena fruizione dell’offerta della Biennale. Una scelta dettata anche dal rispetto per il grande lavoro fatto in questi anni con dedizione e passione dai Direttori Artistici delle tre discipline che oggi presentano i loro programmi”.

BIENNALE TEATRO

Con 27 artisti, 28 titoli – tutte novità assolute – per un totale di 40 recite, Antonio Latella allestisce il suo “Padiglione Teatro Italia che costituisce il 48. Festival Internazionale del Teatro (14 > 25 settembre). Dichiara il Direttore Antonio Latella: “Abbiamo cercato di costruire una mappatura di artisti che sono al di fuori di queste leggi e che raramente vengono programmati dai teatri istituzionali, ma che si stanno imponendo all’attenzione della critica e degli operatori; artisti che, soprattutto, stanno costruendosi un loro pubblico, fortemente trasversale e che esce dalla costrizione dell’abbonamento. Molti artisti invitati sono giovani, alcuni giovanissimi usciti dal College di Regia della Biennale(per valorizzare il percorso fatto in questi anni, che si è preso la responsabilità di provare a lanciare nuovi talenti italiani), altri più grandi ma solo per questioni anagrafiche”.

Provengono dal vivaio di Biennale College: Leonardo Lidi, Fabio Condemi, Leonardo Manzan, Giovanni OrtolevaMartina Badiluzzi, vincitrice dell’edizione 2019/2020 di Biennale College Registi Under 30 con The Making of Anastasia, frutto di un percorso biennale che vede il tutoraggio di Antonio Latella, e  Caroline Baglioni, vincitrice di Biennale College Autori Under 40 con Il lampadario, che debutta nel Festival dopo un percorso lungo l’arco di un triennio (2018/2019/2020) con il tutoraggio di due importanti autrici del panorama nazionale: Linda Dalisi e Letizia Russo. Vicini, per generazione, sono anche Pablo Solari e Alessandro Businaro. Mentre alla generazione immediatamente precedente (primi anni ’80) appartengono Daniele BartoliniFilippo CerediLiv Ferracchiati, Antonio Ianniello, Giuseppe Stellato. Fra le compagnie, nate tutte nel nuovo millennio, ci sono: AstorriTintinelliBiancofangoIndustria IndipendenteBabilonia TeatriNina’s Drag QueensTeatro dei GordiUnterWasser. E ancora: figure consolidate nel panorama nazionale come Fabiana IacozzilliGiuliana MussoJacopo Gassmann. Infine, Mariangela Gualtieri, poetessa, attrice, autrice, cui è affidata l’inaugurazione del 48. Festival Internazionale del Teatro con uno dei suoi preziosi “riti sonori”, come sempre guidato da Cesare Ronconi, un rito pensato come inaugurale.

A tutti gli artisti – scrive Latella – è stato proposto di lavorare sul tema della censura, cercando di uscire dall’ovvietà di questa proposta per pensarla come valore “alto” da proporre al pubblico e agli operatori, pensando che i teatranti italiani faticano a entrare in un mercato internazionale e che quindi, in qualche modo, vengono censurati o nascosti, per il solo fatto di essere teatranti italiani”. Da autori come Fassbinder, D’Annunzio e Nabokov a personaggi storici come George W. Bush o il regista Elia Kazan, tantissime, diversificate e sorprendenti sono state le risposte che gli artisti hanno dato alla sollecitazione del tema.

Come ogni anno, le masterclass di Biennale College sono parte integrante del festival, pensate in funzione del tema comune affrontato. Una mastercalss sarò dedicata alla direzione artistica con Umberto Angelini e una sulla critica teatrale con  Claudia Cannella. Avrà esito pubblico la terza masterclass tenuta dal regista, coreografo e pedagogo Alessio Maria Romano, Leone d’argento di questa edizione del festival. 

Il bando di Biennale College – Masterclass è on line all’indirizzo: www.labiennale.org/it/biennale-college  fino al 12 luglio.

I Leoni del Teatro quest’anno vogliono premiare “artisti che danno e fanno tantissimo per il teatro ma che spesso restano in seconda linea, anche per responsabilità del regista, troppo spesso accentratore, che dimentica quanto il risultato finale sia spesso legato ai collaboratori che sceglie” (A. Latella). Il premio alla carriera è attribuito a Franco Visiolisound designer al fianco di Thierry Salmon, Peter Stein, Massimo Castri, Antonio Latella, autore di drammaturgie sonore che diventano parte essenziale di uno spettacolo sempre più polifonico, dove ogni elemento concorre ugualmente alla sua definizione. Il Leone d’argento è assegnato ad Alessio Maria Romano, regista e coreografo che ha lavorato ai movimenti scenici di spettacoli di Luca Ronconi, Carmelo Rifici, Valter Malosti, Sonia Bergamasco, fra gli altri, oltre a impegnarsi nella pedagogia del movimento per la formazione degli attori. 

BIENNALE MUSICA

10 giorni con 18 appuntamenti che riservano 28 novità, di cui 15 in prima assoluta (7 commissionate dalle Biennale) e 13 in prima nazionale compongono il 64. Festival Internazionale di Musica Contemporanea.

Il Direttore Ivan Fedele ha voluto ricordare gli anniversari di Bruno MadernaLuigi NonoFranco DonatoniLudwig Van Beethoven. Con il FontanaMix e il Collettivo In.Nova Fert, autori e interpreti di Sette Canzoni per Bruno; con il violino di Francesco D’Orazio, il pianoforte di Francesco Prode e la tuba del giovanissimo Arcangelo Fiorello per tre brani di Nono per strumento solo ed elettronica; il Divertimento Ensemble di Sandro Gorli per Donatoni; i pianisti Leonardo ColafeliceWilliam GrecoPasquale Iannone per i tre concerti dove “trait d’union” è l’opera di Beethoven, proposta in un gioco di scambi con pagine della letteratura pianistica del secondo novecento di Karlheinz Stockhausen, Pierre Boulez, Franco Donatoni.

Sul fronte del teatro musicale: I Cenci di Giorgio Battistelli, opera che trova la sua prima versione in italiano a oltre 20 anni dal suo debutto con l’Ensemble900 del Conservatorio della Svizzera Italiana diretto da Francesco Bossaglia; e il visionario teatro di suoni di Instrumental Freak Show di Giovanni Verrando, ideatore di nuovi strumenti che vanno oltre l’orchestra acustica occidentale, interpreti i componenti dell’Interface Ensemble di Francoforte diretti da Francesco Pavan

Fra gli ensemble, gli undici elementi del Cairn Ensemble, fondato nel 1998 dal compositore Jérôme Combierl’Ensemble Fractales, nata a Bruxelles nel 2012, fra le più giovani e dinamiche formazioni della scena europea; l’Oktopus Ensemble che la compositrice, direttrice d’orchestra e docente Konstantia Gourzi ha avviato nel 2003 alla Hochschule für Musich und Theater di Monaco. 

Infine, l’Orchestra di Padova e del Veneto diretta da Marco Angius per il concerto inaugurale dedicato a Luis De Pablo e l’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento diretta da Timothy Redmond, con un trittico di autori di prestigio (Fabio Vacchi Fabio NiederDai Fujikura).

Per Biennale College – Musica, quest’anno debutteranno 4 composizioni multimediali originali, grazie all’attività inaugurata lo scorso anno dal CIMM – Centro di Informatica Multimediale Musicale della Biennale di Venezia. Opere originali firmate da compositore e video artista: Matteo Gualandi e Silvio PetronzioLuca Guidarini e Andrea OmodeiMatteo Tomasetti Filippo Gualazzi, Francesco Pellegrino e Roberto Cassano

Sempre per Biennale College, sono in corso al CIMM di Mestre – Bissuola, l’infrastruttura che la Biennale, dallo scorso anno, ha dedicato alla multimedialità e alle tecnologie digitali, workshop dedicati a dj e producer di base, cui si aggiunge per la prima volta quest’anno un workshop per producer – performer.

Per la Musica il Leone d’oro alla carriera va al magistero del più grande compositore spagnolo vivente, Luis De Pablo, classe 1930, autore onnivoro e originalissimo, determinante nel rinnovamento musicale del suo Paese; e il Leone d’argento al compositore francese Raphaël Cendo, classe 1975, fondatore di un vero e proprio movimento estetico, il “saturazionismo”, che ha rivoluzionato il modo di concepire e scrivere musica attirando tanti giovani compositori. A De Pablo è dedicato il concerto inaugurale con la prima assoluta di Concierto para viola y orquesta e la prima italiana diFantasíasUn’altra prima italiana per Raphaël Cendo: Delocazione.

BIENNALE DANZA

Due settimane (13 > 25 ottobre) di spettacoli per il 14. Festival Internazionale di Danza Contemporanea diretto da Marie Chouinard con 19 coreografi autori di 23 titoli (7 in prima assoluta e 5 in prima nazionale), ma anche incontri e film.

Nel solco delle edizioni passate, i coreografi invitati, fra cui molti appartenenti alle generazioni degli anni ’80 e ’90, fanno della danza un territorio senza limiti, fra i più permeabili all’ibridazione, una danza che trova spazio in teatri, gallerie, musei e anche fiere. 

Il Festival vedrà ospiti: Olivier Dubois con Pour sortir au jour, un assolo intimo sulla memoria del corpo in cui si inscrive la storia stessa dell’arte della danza; la catalana Maria Campos e il libanese Guy Nader, con Times Takes the Time Time TakesNoè Soulier, apripista di una nuova generazione di coreografi,  con The Waves e Portrait of Frédéric Tavernini,; Lisbeth Gruwez, proveniente dal laboratorio artistico di Jan Fabre dopo una formazione nel classico, con Piano Works Debussy Lisbeth Gruwez dances Bob Dylan; la basca Jone San Martín conLegitimo/Rezo, il suo personale “diario di appunti” degli oltre vent’anni di lavoro con William Forsythe; Claudia Catarzi, interprete per i maggiori coreografi ma anche autrice di raffinati assoli e duetti, come Posare il tempo.

E ancora saranno ospiti del Festival: Matteo Carvone che rivisita un classico della danza con (Faun); Silvia Gribaudicon il successo di Graces, un’apoteosi della potenza liberatoria dell’imperfezione; Chiara Bersani, artista attiva nell’ambito delle arti performative e visive, con Gentle Unicornspettacolo manifesto della sua ricerca sul corpo politico; Marco D’Agostin, attivo in proprio dal 2010,  alla Biennale con Avalanche, che ha debuttato ai Recontreschorégraphique internationale de Seine-Saint-Denis.

Dopo l’esordio dello scorso per Biennale College, tornano sul palcoscenico del Festival Sofia Nappi e Adriano Bolognino, autori di una commissione della Biennale per due nuove opere, rispettivamente Ima Your Body is a Battleground.

Diversi sono gli appuntamenti di quest’anno con Biennale College – Danza. Silvia Giordano,  Emese NagyMelina Sofocleous, vincitori del bando coreografi, presenteranno tre creazioni libere e originali a conclusione di due mesi di lavoro, ricerca ed elaborazione con 7 danzatori professionisti e il confronto con esperti del settore. Tre i lavori presentati anche dai 12 danzatori del relativo College, al termine di un percorso intensivo di oltre tre mesi: una nuova creazioneideata da Marco D’Agostin, In Museum dal repertorio di Marie Chouinard e una nuova versione, ideata appositamente per i danzatori del College, del celebre Sacre du printemps di Xavier Le Roy. 

Infine, i Leoni della Danza premiano la dinamicità e la permeabilità di questa disciplina, con il Leone d’oro alla carriera all’artista ispano-elvetica La Ribot, personalità unica nel mondo dell’arte coreografica in cui si è imposta costruendo pezzo dopo pezzo, nell’arco di oltre un ventennio, quei Piezas distinguidas che la imporranno dalla Tate Modern al Théâtre de la Ville di Parigi, passando per il Museo Reina Sofia, il Centre Pompidou e tutti i maggiori festival. Il Leone d’argento premia Claudia Castellucci, drammaturga, coreografa e didatta che ha costruito un’architettura teorico-pratica di assoluto rigore. La Ribot presenterò in prima italiana Panoramix e Another Distinguée; Fisica dell’aspra comunione è il titolo presentato da Claudia Castellucci in prima assoluta.

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Registe alla Biennale di Venezia. Una mostra virtuale

Nuovo appuntamento con le Mostre virtuali dell’Archivio Storico sul sito web della Biennale di Venezia www.labiennale.org.

Dopo L’idea del corpo, sempre disponibile online (https://www.labiennale.org/it/asac/mostre-virtuali), da mercoledì 3 giugno è la volta di Registe alla Biennale – Biennale Teatro 1934-2016, che ripropone l’esposizione presentata a Ca’ Giustinian nel 2017, in occasione del 45. Festival Internazionale del Teatro intitolato alla regia.

Attingendo alla collezione dell’Archivio Storico delle Arti Contemporanee della Biennale di Venezia, la mostra è un excursus cronologico sulla presenza delle donne registe nella storia della Biennale Teatro a partire dalle origini, nel 1934, fino ai nostri giorni. 

Fotografie, locandine, manifesti delle passate edizioni del Festival del Teatro sono state selezionate dal Direttore del settore Antonio Latella, che spiega come la mostra intenda “recuperare, attraverso adeguata documentazione, anche frammenti di esperienze forse cadute nell’oblio, passaggi di artiste che soltanto il necessario, fondamentale contributo offerto dal patrimonio dell’Archivio storico può permettere di riportare alla luce, offrendoci la possibilità di comprendere che ciò che siamo e ciò che ci permettiamo di fare oggi lo dobbiamo a chi ci ha preceduto. Un viaggio cronologico nella memoria, quindi, che non è solo ricordo ma testimonianza viva, racconto delle infinite possibilità di linguaggio che il teatro offre e che le artiste della storia della Biennale Teatro possono continuare a raccontarci nel loro silenzioso essere state ed essere di nuovo insieme”.

Pescando nella storia della Biennale Teatro, negli anni ‘50 si trovano figure di attrici – registe come Edwige Feuillère, considerata “la nuova Sarah Bernhardt”, interprete e regista di una memorabile Madama delle Camelie, o Shelah Richards, che da Dublino approda a Broadway, o ancora la polacca Krystyna Skuszanka.

Negli anni ’60 la Biennale testimonia la rivoluzione del teatro con figure fondanti come Judith Malina, che con Julian Beck è stata anima del Living Theater, Ariane Mnouchkine, fondatrice del Théâtre de Soleil che trova casa nella periferia parigina della Cartoucherie, Mina Mezzadri, prima regista teatrale in Italia, promotrice della Compagnia della Loggetta e pioniera del teatro-documento. 

Negli anni ’70  e ’80 fanno la loro comparsa alla Biennale le esperienze multidisciplinari di Meredith Monk, quelle intellettuali e politiche di Dacia Maraini e Annabella Cerliani, fra le fondatrici dell’associazione La Maddalena Teatro e della rivista effe, quelle squisitamente letterarie di Marguerite Duras, autrice e regista di Savannah Bay, presentato nella struttura ad arca di Noè che Renzo Piano aveva ideato nella Chiesa di San Lorenzo per Nono, interpreti due grandi attrici, Madeleine Renaud e Bulle Ogier. E soprattutto l’esperienza che più ha influito sul teatro di quegli anni: Pina Bausch, invitata da Franco Quadri con una storica antologica dei suoi capolavori.

Un filone che attraversa la storia della Biennale è quella del teatro ragazzi e del teatro di figura, testimoniato da esponenti importanti come Catherine Dasté, erede diretta della tradizione di Jacques Copeau, Marise Flach, grandissima pedagoga oltre che artista, formata alla scuola di Etienne Decroux, Leokadia Serafinowicz con il suo teatro di marionette polacco; e ancora Mara Baronti con i suoi racconti fiabeschi e Loredana Perissinotto, che dell’animazione ha fatto una missione.

È storia recente, invece, quella di artiste e registe che ancora oggi contribuiscono a scrivere la storia della scena internazionale, come, per citarne solo alcune: Monica ContiAlessandra Vanzi (La gaia scienza), Kirsten Dehlholm(Hotel Pro Forma), Maria Donata D’UrsoEmma DanteSophiline Cheam ShapiroYael DanielsSilvia RampelliLiza May PostCéline Astrié (compagnia Nanaqui), Christiane JatahyGabriela Carrizo (Peeping Tom), Daniela Nicolò (Motus), Valeria Raimondi (Babilonia Teatri), Angélica Liddell.

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Biennale di Venezia: Leone d’oro alla carriera per il teatro a Jens Hillje

È Jens Hillje, drammaturgo tedesco e condirettore artistico del Maxim Gorki Theater, fulcro della nuova scena berlinese, il Leone d’oro alla carriera per il Teatro 2019. Al regista-autore olandese Jetse Batelaan, creatore di innovativi spettacoli per ragazzi e non solo, va il Leone d’argento per il Teatro 2019. Lo ha stabilito il Consiglio di Amministrazione della Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta, accogliendo la proposta del Direttore di settore Antonio Latella. Il Leone d’oro e il Leone d’argento verranno consegnati nel corso del 47. Festival Internazionale del Teatro che si svolgerà a Venezia dal 22 luglio al 5 agosto.

Cresciuto tra Italia e Germania, per anni condirettore artistico della Schaubühne di Berlino con Thomas Ostermeier e Sasha Waltz, prima di approdare al Gorki Theater, Jens Hillje, secondo la motivazione, “riassume nella sua figura professionale tutte le caratteristiche che oggi definiscono il ruolo del drammaturgo, non più solamente artefice della scrittura o dell’elaborazione di testi teatrali come in un recente passato.

Hillje ha ricoperto negli anni gran parte dei ruoli che qualificano un drammaturgo contemporaneo, partecipando alla programmazione di importanti teatri, creando sinergie tra attori, autori e registi, collaborando con i più importati nomi della scena internazionale nella proposta di inedite tematiche di lavoro, in grado di orientare le scelte di una direzione artistica. Con grande coerenza, ha cercato di scoprire e lanciare nuovi autori per la scena, occupandosi di scegliere, per i teatri nei quali ha lavorato e lavora, attori giovanissimi, affiancandoli a registi altrettanto giovani o già affermati. Grazie al suo operato, ha contribuito alla creazione di un nuovo pubblico, proveniente da differenti ceti sociali ed aree geografiche, un risultato sorprendente ed esemplare, capace forse di mettere in discussione la logica commerciale a cui spesso si piega il teatro di oggi”.

Poco più che quarantenne, il regista Jetse Batelaan, secondo la motivazione, “si è imposto nel panorama internazionale come artista singolare e innovativo, artefice di un teatro dalla forte e riconoscibile impronta personale. Proponendo opere di forte impatto visivo, Batelaan rilegge i miti contemporanei creando una magia scenica in grado di sedurre anche lo spettatore più scettico. Grazie a un uso sapiente della macchina teatrale, il regista olandese, che, per scelta, rivolge le sue opere principalmente a un pubblico di adolescenti o bambini, riesce a coinvolgere persone di ogni età, caratteristica che è propria del grande teatro popolare. Con Batelaan il teatro per ragazzi, che spesso viene a torto considerato di serie B o comunque di una categoria inferiore rispetto a quello ‘ufficiale’, torna a rivestire l’importanza che merita e che ha avuto in passato, come peraltro insegna la storia della Biennale Teatro”. Due gli spettacoli che Jetsi Batelaan presenterà nel corso del 47. Festival Internazionale del Teatro a Venezia (22 luglio > 5 agosto): The Story of the Story, un’archeologia del racconto, e War, che affronta temi tragici con inaspettata e profonda leggerezza.

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Antonio Latella: la Biennale Teatro come processo creativo collettivo

Pubblichiamo l’intervento di Antonio Latella, direttore del Settore Teatro della Biennale di Venezia, in occasione della presentazione del programma della biennale Teatro 2017 (Leggi il programma)

” Da quando sono stato scelto per dirigere la Biennale Teatro, insieme ai miei collaboratori leggo, cerco, ascolto tutto ciò che la Biennale è stata ed è; accompagnarla per quattro anni vuol dire essere accompagnato da lei, capirla e intravedere come riuscire a dare e ricevere. La Memoria è scritta, testimoniata, perché ci racconta e ci rende ciò che siamo e ci consiglia ciò che potremmo essere. Ciò che mi sembra di aver capito, in questo breve periodo, è che la Biennale Teatro rappresenta qualcosa di diverso, perché la sua storia la rende diversa. La Biennale Teatro non può e non deve essere una sorta di clonazione dei tanti Festival che ci sono in Europa e non solo, non può essere un contenitore, una vetrina di spettacoli; per il suo valore storico e culturale, è quel luogo dove una volta all’anno gli spettatori, gli operatori e tutti gli addetti del settore si incontrano per vivere insieme alcune giornate di cultura teatrale e per osservare i tanti linguaggi del teatro e il loro continuo evolversi. Un luogo dove possiamo vedere più opere di maestri, di registi, o più frammenti d’opera che ci concedono al contempo di assistere da vicino al processo creativo di un amato maestro o di un nuovo regista che traccia nuovi alfabeti, nuove grammatiche che possono evolversi in linguaggio. Su come nasca un processo creativo cala sempre uno spietato velo di silenzio, neppure un regista, o un autore, è in grado di spiegare a posteriori il momento dell’ispirazione. Spesso, una volta che la creazione è compiuta, l’artista non sa più nulla della sua origine, né di come essa sia maturata o come si sia formata. Mai, o quasi mai, è capace di spiegare come le parole si siano combinate per dar vita a una strofa, come le successioni di immagini sono divenute un atto teatrale; la sola cosa che può aiutarci a comprendere è la possibilità di tentare di segnalare o seguire un processo artistico, capace di condurci in quella zona di mistero che ci avvicina alla creazione di nuovi linguaggi. Per far questo non basta uno spettacolo, non si possono mettere in mostra gli spettacoli, ma bisogna tentare di mettere in mostra i registi e le loro opere. Per questo motivo, pur nel nostro piccolo, tentiamo di creare per ogni regista ospite delle piccole “personali”, che possano aiutare ad avvicinarci ai differenti mondi creativi dei vari artisti.

Quest’anno, l’accostamento di spettacoli, e quindi la creazione di mini-personali, ha evidenziato che soprattutto nelle registe donne è più facile, anche in un breve tempo, intravedere la nascita, o meglio, l’evoluzione dei linguaggi, e ovviamente questo ci ha stimolato a dare, per questa nostra prima Biennale, per questa nostra apertura di porte su un quadriennio, il passo di entrata alle registe donne. Molte di loro capaci di evolvere con grande naturalezza, ma al contempo con profondo senso critico, l’unione dei linguaggi che fanno da ponte tra il secolo scorso e questo. E’ proprio nella concentrazione di una ricerca del linguaggio che, soprattutto nelle registe donne, abbiamo riscontrato un’esigenza, una necessità mai gratuita, mai legata a un bisogno puramente carrieristico o di affermazione, ma da una sincera urgenza creativa. A loro il nostro inizio di questo quadriennio, Ladies first! ”

Antonio Latella

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