Dell’incomunicabilità dell’essere. Intervista a Giacomo Sette, autore de “Il Pianeta”

 

Dopo il primo esito nell’aprile scorso presso Blue Desk in forma di lettura, dal 4 al 6 Ottobre 2018 Il Pianeta di Anonima Sette, co-prodotto da Blue Desk, approda nella versione spettacolare a Carrozzerie n.o.t, spazio nevralgico del teatro romano attorno al quale anche per questa stagione è stata costruita una struttura virtuosa di programmazione di eventi teatrali e di residenze produttive.

A partire dal romanzo Solaris di Stanislaw Lem, il regista e drammaturgo Giacomo Sette, prosegue la personale indagine, già affrontata in Arkady e in B/Ride , intorno alle dinamiche di immobilità e di incomunicabilità nei rapporti umani ed in particolare nella relazione fra uomo-donna. Nello scenario fantascientifico di una stazione spaziale sospesa sopra l’oceano del pianeta Solaris, tre scienziati si trovano di fronte alle rappresentazioni di figure umane generate dal pianeta stesso, fantasmi del passato con cui dover fare i conti. Uno degli scienziati, Kris, protagonista de Il Pianeta, dovrà ricostruire un rapporto con Harey, la ragazza che ha perso molti anni prima.

Abbiamo intervistato l’autore Giacomo Sette per esplorare il percorso di creazione artistica che dalla lettura appassionata del romanzo di Lem si è sviluppato nella produzione dello spettacolo “Il Pianeta”.

 

Solaris di Stanislaw Lem: dalla narrativa al teatro

Personalmente tutto ciò che c’è scritto in Solaris meriterebbe di essere riportato, però o fai una riproposizione integrale del romanzo per il teatro o invece segui il lumino di quella che è la tua urgenza. Ciò che mi colpì alla prima lettura di Solaris fu come gli scienziati bloccati nello spazio vivessero i rapporti umani attraverso le dinamiche di isolamento e di dolore provate. Nel romanzo ogni scienziato ha un fantasma del passato che il pianeta gli propone.

Ognuno di loro si vergogna di questo fantasma e si isola rispetto agli altri. Non c’è una dimensione solidale e collaborativa fra questi esseri umani per resistere a quella che sembra essere una violenza del pianeta alieno nel quale si trovano. Ma la cosa più importante è il rapporto di Kris Kelvin con il clone della sua compagna morta suicida, Harey che gli viene riproposta dal pianeta.

 

Come lui reagisce a questo evento mi ha colpito molto. Nel romanzo c’è tutta la confusione dello scienziato, un uomo iper-razionale abituato a ragionare coi numeri che si relaziona a quella che sembra essere la donna che ha sempre amato. Questa visione introspettiva piena di ragionamenti filosofici, molto astratta mi ha colpito moltissimo come lettore prima ancora che come drammaturgo. Mi ha commosso facendomi appassionare alla lettura. Io non ho capito fino in fondo il messaggio di Lem ma mi sono sentito Kris, perché mi sono accorto di quante volte io penso di aver capito le cose umane ma in realtà non ci ho capito niente.

A livello drammaturgico, il testo ha avuto molte stesure in virtù del confronto col co-produttore Simone Amendola e con Francesco Montagna e Maura Teofili di Carrozzerie n.o.t. Quindi è cambiato nel tempo ma ha mantenuto come radice la necessità di umanità nei rapporti e poi si è sviluppato anche nell’esigenza di riprendere quella sensibilità che c’è anche in Lem che scrisse Solaris nel 1956 nella Polonia comunista. A quei tempi i polacchi si sentivano controllati in ogni aspetto dai sovietici e Lem sottolinea questa mancanza di intimità e la traspone in parte nel romanzo. Inizialmente la drammaturgia è partita da un dialogo di Kris e Harey sulla loro relazione all’interno di una tessitura fantascientifica poi si è sviluppato il terzo personaggio deputato allo sviluppo della narrazione.

L’ambientazione fantascientifica e la direzione registica degli attori

Il discorso fantascientifico è partito in realtà dal confronto con Amendola che ci ha ospitati al Blue Desk per una lettura del testo nell’aprile scorso. Lui per primo mi ha invitato a far entrare la fantascienza in scena. La fantascienza è nata come gioco, come colore: portare tutti gli effetti speciali dello “sci-fi” cinematografico in teatro è molto difficile però una volta che hai dichiarato che stai parlando nello spazio in un pianeta alieno, cambia il patto col pubblico: nel senso che lo spettatore è portato a essere ancora più elastico dal punto di vista sensoriale e quindi puoi permetterti un uso della fantasia in scena che in una storia naturalistica non adotteresti.

Lo spazio di Carrozzerie n.o.t si presta molto bene all’ambientazione fantascientifica, con il pavimento bianco che favorisce un’immaginazione di quel tipo; in più usiamo moltissime luci led azionate dai personaggi. C’è un lavoro sorprendente su degli oggetti quotidiani anche molto semplici ma significativi come se fossero strumenti estranei venuti da un mondo futuro.

Abbiamo provato a vedere la fantascienza in una chiave onirica attraverso il sogno che ci precipita in situazioni che a raccontarle sembrano assurde ma non lo sono per niente. Storie personali che hanno significato e profondità. Abbiamo lavorato a livello scenico e scenografico sull’atmosfera che si portano dentro i protagonisti: piccole ossessioni e caratteristiche individuali che diventano elementi scenici. Allo stesso tempo con le luci, le musiche e i colori abbiamo cercato di ricreare l’atmosfera di una stazione di ricerca nello spazio gigante e desolato, pieno di uomini soli dove ognuno è chiuso nel suo piccolo mondo ed è in lotta con qualcosa che non capisce. Un’atmosfera, opprimente come nel romanzo, ma anche magica. Quindi dalla fantascienza abbiamo cercato di arrivare la magia.

Ho tradotto registicamente il problema dei protagonisti di entrare in comunicazione essendo tutti bloccati nei loro problemi, chiusi nei propri mondi. Continuando la mia ricerca sul tema dell’impossibilità del contatto diretto, ho immaginato sulla scena gli attori disposti su due binari diversi; essi, nonostante non si incontrino mai, parlano e si comportano come se fossero gli uni di fronte agli altri, come se ci fosse un contatto che in scena non si vede. Inoltre c’è tutta una narrazione al microfono con delle didascalie che raccontano ciò che in scena in realtà non avviene per sottolineare l’enorme freddezza nella quale sono incastrati i personaggi. Tutto è lasciato a come loro vivono questa difficoltà. È un lavoro sull’attore e sulla pulizia delle immagini.

Come si inserisce questo lavoro all’interno della tua ricerca artistica?

Prima de Il pianeta mi sono molto contenuto. Solo con l’ultimo spettacolo Il peccato ho cominciato a fare realmente quello che pensavo di voler fare: per cui questa è la prima volta che oso un po’ di più. Io sono fissato col discorso dell’immobilità umana, infatti con B/Ride ci sono i protagonisti che non si muovono mai, bloccati soprattutto a livello sociale. I miei spettacoli affrontano un lavoro di ricerca su questo tema: i personaggi cominciano la loro avventura in scena privati di ogni forma umana, per ora questa condizione la sto identificando nel movimento soprattutto perché teatralmente siamo nell’epoca delle contaminazioni col teatro-danza, quindi attraverso questa espressione artistica hai subito chiaro ciò che succede anche quando i corpi sono fermi. Vorrebbero aspirare a qualcosa ma non ci riescono, la grande difficoltà è nel dare movimento reale ai corpi. La mia ricerca va dall’immobilità al movimento non solo teatrale ma riconoscibile come reale, come quotidiano, come umano.

In Solaris le riproduzioni delle persone del passato rappresentano l’Altro per i personaggi che sono sul pianeta: in questo senso ho trattato teatralmente la riflessione sulle relazioni con l’Altro. Nello spettacolo ho insistito di più sulle emozioni dei protagonisti legate a queste immagini interne portatrici di ricordi e di dolori passati. Nel romanzo Kris è combattuto fra l’uccidere questa figura che torna e che lui ama tantissimo e il restare con lei. Nello spettacolo ho creato una spaccatura fra Kris che vorrebbe dare vita un rapporto vero con questa creatura e gli altri due scienziati che la rifiutano a prescindere in quanto estranea.

In generale, la nostra percezione è fondamentale per stabilire delle relazioni con gli altri: iI primo contatto con l’altro può essere straniante ma bisogna cercare un confronto, una dialettica propositiva con le persone. La paura dell’Altro porta a facili soluzioni, mentre la realtà è molto più complessa di come vogliono farci credere. In questo senso la ricerca di Anonima Sette parte dall’individuo e arriva al sociale.

Questa è una società malata e sta peggiorando sempre di più. Ciò che è successo al sindaco di Riace, a livello politico è grave quanto l’omicidio Matteotti. La situazione è gravissima e la cosa che mi terrorizza più di tutti e mi fa essere pessimista è il fatto che a molti di noi sta bene, siamo pronti sui social a commentare ma poi rimaniamo immobili, senza sentire l’urgenza di agire. Da quello che si legge sui social media ma anche quando ascolti i discorsi al bar, la sensazione è che ci siamo persi l’umanità per strada. Dieci anni fa un bambino che moriva in mare era una cosa molto grave e “sacra” come lo era la sepoltura del fratello Polinice per Antigone. Non serve una legge per sapere che cosa sia l’umanità e io penso che noi la stiamo perdendo.

Tutto quello che accade è una conseguenza coerente di questo. Soltanto a settembre c’è stato il 20% dei morti in più nel Mediterraneo perché abbiamo chiuso i porti ed è allucinante che nessuno si indigni per queste cose. Mi sembra chiaro che il rapporto con l’altro è difficile e conflittuale, però bisogna trovare una criticità vera nelle cose: andando avanti diventa tutto o bianco o nero soprattutto quando la realtà è molto complessa. La strage di semplificazione che stanno facendo sul senso delle cose ti obbliga a dover prendere delle posizioni senza problematicità: o sei con loro, o sei contro di loro, come col fascismo. D’altronde il raffreddamento totale di tutti i rapporti non può che portare al fascismo.

Anonima SetteBLUE DESK

presentano

IL PIANETA

scritto e diretto da Giacomo Sette
da Solaris di Stanislaw Lem
musiche originali di Luca Theos Boari Ortolani

con
Benedetta Rustici
Simone Caporossi
Ivano Conte

disegno luci
Luca Pastore
produzione creativa
Simone Amendola
assistente alla regia
Gemma Cossidente
comunicazione
Chiara Preziosa

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#Incontri: Arkady di Anonima Sette. Un viaggio nel mondo post-comunista

Dopo il debutto a Carrozzerie n.o.t, la compagnia Anonima Sette, torna a Roma presentando al Teatro Trastevere dal 23 al 26 gennaio ore 21.00, Arkady, spettacolo nato dall’estro drammaturgico di Giacomo Sette con la regia di Azzurra Lochi. Insieme a loro e ad alcuni degli attori e delle attrici/musiciste della compagnia abbiamo ragionato intorno alla genesi e all’evoluzione scenica dell’opera per conoscere meglio le storie dei protagonisti di questo viaggio in camion attraverso il mondo post-comunista.  

 

Arkady è un giovane camionista di origini moldavo-russe. La sua è una tratta molto particolare. Consegna tessuti a Le Havre (Francia) e Cabo de Roca (Portogallo), partendo da Taranto. Circa 40 ore di viaggio, con strettissime pause per mangiare e riposare. Il suo viaggio descrive un triangolo perfetto per l’Europa Occidentale. Ma Arkady avrebbe voluto fare il poeta e, soprattutto, è terrorizzato dalla prospettiva di un colpo di sonno. Il Sonno è il suo grande nemico. Per vincere la paura e superare indenne il suo viaggio, Arkady parla da solo. Lo troviamo che parla delle fatiche affrontate per corteggiare e conquistare Alina, laureanda in Storia Contemporanea con una tesi sulla nostalgia dei russi per l’Unione Sovietica. La personalità chiusa e incerta di Arkady incontra non poche difficoltà nell’impresa. Ad aiutarlo ed ostacolarlo ci sono suo Padre, (un ex dissidente sovietico, costretto alla miseria e all’emigrazione dopo la caduta del muro di Berlino), e una misteriosa ragazza, Azazael, narratrice onnisciente. Personaggi reali o semplici proiezioni? In un abitacolo sempre più simile alla mente di chi lo guida tutto è possibile: i piani e i temi si confondono, le voci si accumulano e la strada va, inesorabile. Con il Sonno. Davanti ad Arkady un bivio: la consegna precisa e puntuale dei tessuti o il volo meraviglioso nel paradiso dei camion? La strada da scegliere è tutta qui: chiudere gli occhi, o no.

 

Come nasce la storia di Arkady?

Risponde Giacomo Sette: « Il testo di Arkady è nato su richiesta di Giulio Clerici che è l’attore per cui è stato scritto e per un mio interesse sul mondo comunista e post-comunista per capire come l’ideologia del comunismo si sia strutturata al livello burocratico, militare e statale e come poi – nello specifico per la storia di Arkady – sia stato il dopo. Il comunismo sovietico ha rappresentato per settant’anni un’alternativa al sistema capitalistico. C’era una superpotenza, la Russia, che era il contraltare degli Stati Uniti poi da un giorno all’altro questa cosa non c’è stata più per cui si sono verificate una serie di conseguenze. Negli anni ’90 in quella parte dell’est europeo c’è stata  una ubriacatura per cui si è iniziato a spendere e spandere. Il passaggio al capitalismo è stato immediato, da un giorno all’altro come il crollo del muro in qualche modo. Dal momento che si è sciolta l’URSS c’è stato un cambiamento radicale; in un primo periodo c’è stato una grande ebbrezza per questa cosa ma poi sono arrivate le conseguenze. La cosa che interessava a noi era parlare di queste conseguenze non di natura economica ma morale, psicologica e sociale, al di là del confronto di due tipi di vita materiale. Volevamo capire cosa provano queste persone nei confronti della loro storia. Una cosa affascinante di cui in Italia si parla pochissimo, proprio qui dove ci sono centinaia di migliaia di persone che hanno un trascorso molto problematico con questa storia per cui almeno la metà del mondo russofilo dell’ex URSS è nostalgico e sente la mancanza del regime ma non come ad alcuni degli italiani manca il fascismo che non l’hanno nemmeno vissuto e conosciuto dal momento che questi due fenomeni storico-culturali rappresentano due realtà politiche completamente diverse. Il fascismo nasce da un’idea dell’umano totalmente distorta e malata mentre il comunismo, per quanto male possa essere applicato, nasce da un’idea di uguaglianza sociale fra tutte le persone che è giusta. Oltre l’economia e la politica, è proprio un discorso teorico: queste persone avevano un codice che a un certo punto è scomparso e questo enorme sistema di valori che ha rappresentato settant’anni di storia di quella parte del mondo che veniva a sua volta da un altro impero che era quello degli Zar con quella forma mentis della superpotenza, da un giorno all’altro si è trovata ad essere svenduta. Il lavoro che cerchiamo di fare è più sottile, non vogliamo stare da questa parte o dall’altra: noi vogliamo capire esattamente cosa è successo a queste persone e come il capitalismo, a differenza degli altri sistemi economici della storia, entra in testa e ti cambia psicologicamente e vederlo sul campione di queste persone che hanno vissuto questo passaggio è molto interessante.
Per la stesura del testo ho letto un libro che si chiama Tempo di seconda mano, di Svjatlana Aleksievič Premio Nobel per la Letteratura 2015 in cui l’autrice ha raccolto interviste di russi, bielorussi, ucraini sondando tutto il passaggio dallo scioglimento dell’URSS definitivo del ’94 fino all’intervento dei russi nel Donbass. Dal libro si rileva che la maggior parte della popolazione rimpiange in qualche modo quel periodo in cui nonostante vi fosse molta povertà i rapporti umani erano veri, ora invece che possono avere tutto sentono umanamente di non avere più niente. Una cosa che loro non si spiegano mentre per noi è all’ordine del giorno. Inoltre abbiamo lavorato su un saggio di Paolo Borgognoni “Capire la Russia” in cui si trovano numeri e statistiche ben dettagliati».

Dal testo alla scena: quali sono gli elementi utilizzati per affrontare questo passaggio?

Risponde Giacomo Sette: « A noi piace dire che è punk o in questo caso noise, cioè c’è tantissimo suono – è un regia di suono, giocata sul suono e sul ritmo. Il discorso di Arkady che è sempre al microfono viene constantemente ritmato da Ana Kusch con il violoncello e anche dalla cantante Alice Giorgi che suona continuamente attraverso la voce e anche il corpo – tipo body percussion». Continua Azzurra Lochi: « Il suono che viene prodotto lo vedo come il sesto personaggio in scena come se fosse la coscienza collettiva di tutti questi personaggi. Quando gli attori parlano la musica magari arriva a sottileneare la cosa che stanno portando o altrimenti, per assurdo, ci racconta l’altra faccia della medaglia. Ci sono dei passaggi precisi in cui gli attori lasciano il proprio posto e questo viene fatto con un ritmo, non sono mai lasciati al caso, come fosse veramente un viaggio. Arkady, per tutto il tempo, sta guidando un camion ed è come la musica dello stereo che accende e lo accompagna e muta l’atmosfera».

Come si è integrata la partitura musicale all’interno della dimensione attorale?

Risponde Alice Giorgi, attrice e cantante: « Le musiche vengono dalle nostre improvvisazioni quindi dal sentire e dall’osservazione di cosa avviene in scena riportandolo attraverso lo strumento e la voce. Un lavoro di costruzione collettiva e di sperimentazione fra l’immagine e il suono. Il lavoro sulla ritmica è partito dalle improvvisazioni: a volte venivano date delle sensazioni anche a partire dal testo per cui si partiva da un suono e poi cercavamo noi tre di amplificarlo, ognuno col suo strumento. Io mi sono accorta che anche con Giacomo non dovevo solo cantare ma che potevo esprimere il senso di quello che stavamo creando anche con dei suoni più umani, come può essere tossire oppure fare un verso che non era semplicemente un canto. Noi tre insieme siamo come il microfono che amplifica le parole di Arkady e ciò che avviene in scena; in un certo modo le nostre vibrazioni portano lui a cantare e le sue parole portano noi a vibrare. Un passaggio ulteriore è arrivato quando abbiamo deciso che io sarei stata anche il personaggio di Alina, quindi il mio canto è diventato anche il canto di Alina, quello che faccio col mio corpo è quello che fa il mio personaggio col corpo mentre aspetta Arkady. Si è caricato tutto di significato diventando più netto».

Rispetto alla co-direzione registica dello spettacolo come vi siete trovati a lavorare insieme?

Risponde Azzurra Lochi: « Io e Giacomo, pur provenendo da formazioni diverse, abbiamo in comune un’attenzione agli spazi, siamo innamorati dei luoghi che incontriamo. Ci siamo conosciuti un anno fa in una residenza artistica facendo un progetto di site specific dove ci siamo connessi e ci siamo legati particolarmente. Molto spesso ci incontriamo nelle proiezioni che facciamo: ci sono stati momenti di blocco perché ci sono due visione diverse e insieme si cerca di plasmarle. Poi effettivamente sono gli attori che ti rivelano qual è la scelta giusta. Noi abbiamo lavorato tantissimo dando molto spazio agli attori e in un quest’anno passato insieme sono cresciuti tantissimo. Arkady era dentro di Giulio perché è stato scritto per lui e oggi Arkady è uscito fuori ed è rappresentato dal corpo di Giulio. Così per il personaggio di Alina che è nato con l’arrivo in compagnia di Alice. Tecnicamente ci sono stati dei momenti in cui abbiamo lavorato in diverso modo: alcune volte dividevamo gli attori per cui Giacomo ha lavorato a stretto contatto con le musiciste mentre io lavoravo con Simone Caporossi alla figura del padre lavorando sul portare la favola degli omini di polvere. Infine provavamo tutti insieme e così sono nate le influenze: le musiciste sentivano la storia e improvvisavano oppure il padre si lasciava influenzare dalla musica proposta, quello che lasciavamo agli attori si incontrava e lì avviene una forma di selezione naturale. E’ il primo studio e veramente si rivelano tantissime cose durante la prima rappresentazione e non vediamo l’ora di vederli in scena dopo mesi e mesi di lavoro. Ci teniamo a ringraziare carrozzerie n.o.t, in special modo  Maura e Francesco, perno di ciò che c’è di buono nel panorama teatrale romano, che ci hanno dato una fiducia enorme».

 

ARKADY

di Giacomo Sette
regia Azzurra Lochi
con Giulio ClericiSimone CaporossiAlice GiorgiAna Kusch
musiche Alice Giorgi e Ana Kusch
luci Pietro Frascaro
collaborazione alla regia Giacomo Sette
ph Giulia Castellano Ph
locandina e grafica Beatrice Fonti
comunicazione Chiara Preziosa
DURATA 50′

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#FocusOn: Anonima Sette a Direction Under 30 con B/RIDE

A Direction Under 30, festival di mutuo soccorso teatrale dedicato alle compagnie under 30, hanno partecipato realtà artistiche di indubbio valore, alcune dal talento ancora non pienamente espresso, altre già pronte per calcare palcoscenici importanti come quello del Teatro Sociale di Gualtieri. Fra queste ultime si può annoverare la compagnia teatrale Anonima Sette, movimento teatrale fondato sull’idea di mutualità e solidarietà tra compagnie under 35 che si avvale per la produzione dei propri lavori della collaborazione fra giovani artisti col fine di creare performance che uniscano generi brillanti e classici a metodologie e ricerche contemporanee. Nel corso della sua esperienza Anonima Sette ha collaborato con la compagnia Coturno 15 (Plautus Festival 2016) e la compagnia Habitas (Fringe di Roma 2016). A maggio 2017 ha presentato, in forma di primo studio, lo spettacolo Arkady presso le Carrozzerie N.O.T. (Roma). Con Giacomo Sette, regista e drammaturgo , abbiamo avuto modo di parlare di B/RIDE, racconto teatrale ispirato al cortometraggio “Finché morte non ci separi” di Damian Szifron, vincitore del Premio della Giuria Critica della IV edizione di Direction Under 30, nato da un’idea di Martina Giusti in scena con Azzurra Lochi e Simone Caporossi, scritto e diretto dallo stesso direttore artistico della compagnia.

Come è nato lo spettacolo “B/RIDE”?

B/Ride è nato da un’idea di Martina Giusti. E dalla sua meravigliosa tigna. Voleva fare il suo dannato monologo, cascasse il mondo. Ha incontrato me in un bar del Pigneto e mi ha proposto di riscriverlo. Senza Martina B/Ride non esiste. Le mie personalissime suggestioni sono state inizialmente tutte nel rapporto con lei: nell’ambito lavorativo, delle prove, ci siamo molto suggestionati. Io sono una specie di spugna, prendo tantissimo dalle persone con cui lavoro e rielaboro. Lei seleziona tutto ciò che le arriva e sceglie cosa tenere e cosa no. Ad un tratto ho sentito la necessità di raccontare non più il personaggio della sposa tradita che scapoccia, ma il rapporto che porta a scapocciare. Inizialmente volevo scendere in dettagli psicologici, terreno minato nel quale mi muovo con fatica, poi… boom!, ho capito cosa volevo raccontare. L’immobilità. La coppia chiusa e ferma in una specie di bolla meccanica, ridotta alla ripetizione dei propri schemi mentali ormai perfettamente aderenti a quelli fisici. Niente di profondo o di rivoluzionario. Ma avevo bisogno di due pupazzi. Non c’è qualcosa di specifico che mi ha suggestionato, trovavo che erano già contenuti nella scena… allora ho semplicemente chiesto la professionalità e la bravura di Simone Caporossi e Azzurra Lochi, (che erano partiti come assistente il primo e aiuto regia la seconda), e li ho gettati nella “gabbia” con Martina. Ogni conflitto e difficoltà creava di giorno in giorno una mappa dello spazio scenico e della progressione registica. Nella confusione ed estrema libertà della “favola” s’imponeva, dalla scena stessa, dalla pulizia dei due pupazzi e dall’estro della “voce”, una specie di ordine, di equilibrio. Due pupazzi su un tappeto e una bimba che ci gioca.

Come si è strutturato il lavoro di ricerca e di produzione drammaturgica?

Io arrivavo con delle proposte. In parte pre-scritte, in parte scritte durante le prove. Queste proposte venivano accettate dagli attori e poi messe alla prova nel rapporto scenico. Il copione conta 49 pagine, ridotte poi a 9. C’era tutto un primo atto che ora è sparito. Inizialmente il centro di B/Ride doveva essere la parola veicolata dal talento della Giusti. Poi è successo qualcosa: mi sono accorto che la parola, per quanto uno provi ad assolutizzarla, ha un limite non meglio definito che la interrompe. Per la prima volta ho sentito che la parola “non mi bastava”, volevo che loro vivessero oltre quella. Martina ha avuto la bravura di “aggiustarsela” in modo creativo e rispettoso, aprendomi nuovi mondi drammaturgici. Ogni volta che tagliava inconsciamente o “storpiava” qualcosa, io valutavo se l’errore e la dimenticanza potevano diventare parte del copione o no. L’assenza di verbo nei due Pupazzi ha poi ulteriormente influenzato la scrittura che non poteva più fare a meno di questa presenza silenziosa. Il testo, cominciato come una specie di “denuncia poetica” del marcio di certi rapporti, estremamente lirico e visionario, (lo dico senza giudizio di qualità, a livello puramente tecnico), si è poi asciugato sulla scena, sul vivo degli attori, durante le prove e in alcuni casi addirittura durante le repliche, fino a diventare una specie di “beat” su cui gli attori e la musica di Luca Theos Boari Ortolani possono “cantare”.

In vista della prossima replica del 21 ottobre al Teatro Cavallerizza di Reggio Emilia quali aspetti scenici avete intenzione di perfezionare?

Credo che andremo a pulire ulteriormente. Personalmente vorrei lavorare di più sul rapporto con la musica, sull’uso dei pupazzi in un punto specifico dove mi sembra ancora poco chiaro e, con Martina, lavoreremo ancora di più sulle emozioni. Ci piace l’idea di fondere contesti teatrali e stilistici così lontani, mantenendo un finale aperto: vorremmo insistere, proseguire, rafforzare, approfondire, pulire, pulire, pulire. L’obiettivo è creare qualcosa che vada liscio, senza fraintendimenti e lasci qualcosa di grosso in chi lo guarda.

Com’è andata l’esperienza a Direction Under 30?

Bene! È semplice. Onestamente non so ancora dire, non ho ordinato troppo i pensieri. Le sensazioni, quelle me le sono tenute tutte. Vivide, con le loro immagini. Non so raccontare esattamente l’esperienza ad Under 30, ma posso dire che è qualcosa di unico. Al di là del risultato è semplicemente formativa. Il livello dei colleghi è altissimo e abbiamo avuto modo di apprezzare e percepire un’organizzazione fuori dal comune. Gentilezza, precisione. I rapporti con un reparto tecnico, anche in una situazione di emergenza e rapidità come quella della tre giorni di Gualtieri, non è mai stato così disteso e pulito. L’Associazione Teatro Sociale ci ha trattati tutti con cortesia e serietà uniche e noi di B/Ride ci siamo sentiti improvvisamente proiettati in un altro mondo. I colleghi che partecipavano con noi sono tutti bravissimi. Abbiamo visto spettacoli che “ci hanno fatto scuola” e, in generale, un ambiente “come dovrebbe sempre essere”. L’Esperienza di Gualtieri dovrebbe entrare in un progetto di Tirocinio delle sezioni umanistiche e dello spettacolo Italiane: ti fa vedere e vivere esattamente l’impatto del teatro su un ambiente sociale. Molto più di un esperimento Direction Under 30 ci è sembrato la realizzazione concreta dello scopo primario del teatro: fare comunità. Nel rapporto col luogo, (la comunità locale con il suo teatro – (e la gente ci va al Teatro di Gualtieri, che ha un suo pubblico comunitario il quale si occupa anche di partecipare ai lavori di rinnovamento dello spazio), e nel rapporto con la categoria, (non puoi non sentirti parte di una comunità più estesa, non puoi non sentirti un teatrante come tutti gli altri in un contesto come Direction. La competizione, comunque importante, passa in secondo piano. Resta l’idea che si è tutti parte di un qualcosa di enorme e plurimillenario).

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#FocusOn: 44 ARTI, a Roma nasce una nuova casa della creatività

44 ARTI è un’associazione culturale no-profit che nasce dall’esigenza di unione e sostegno reciproco tra alcune delle realtà artistico-artigianali presenti sul territorio romano. Uno spazio polifunzionale, un centro di aggregazione e residenza per l’attività artistica dedicato a workshop, laboratori, corsi e spettacoli, gestito da artisti dello spettacolo e professionisti del settore artigianale che fanno della complementarietà il loro punto di forza. Un ambiente in cui poter dare libero sfogo alla propria creatività, che si apre al quartiere in cui sorge, Centocelle, con l’obiettivo di creare un dialogo con gli abitanti. Abbiamo discusso con alcuni dei membri fondatori per capire la genesi e l’evoluzione di questo progetto fondato sulla strenua collaborazione di numerose compagnie under 35:

Come e quando è nata l’idea di fondare l’associazione culturale 44 Arti?

All’inizio è nata l’idea di comunicare con le realtà under 35 romane, composte da compagnie che lavorano principalmente nei teatri off di Roma, di creare una rete nella quale riconoscere i volti e le identità artistiche dei giovani professionisti che si mettono in gioco nel settore dello spettacolo dal vivo. Questa esigenza è partita in primis dalla compagnia teatrale artigianale I Cani Sciolti a seguito della riunione Roma Theatrum Mundi del 25 febbraio scorso al Teatro India, occasione a cui ha preso parte un caleidoscopio di identità teatrali molto diverse fra loro; la riunione ha mostrato frammentarietà e poca coesione fra i diversi ambienti teatrali e ha reso evidente quanto poco sia rappresentata la voce della fascia più giovane. Nonostante il panorama avvilente, si è sfruttata l’occasione per indire delle riunioni più piccole a cui invitare colleghi giovani, rappresentanti di altre compagnie, artisti singoli per dialogare sulle esigenze che ci accomunano: la voce si è diffusa e la partecipazione è cresciuta, sono state stilate delle proposte e si è giunti alla conclusione che fondare una casa dove creare che potesse essere un rifugio e residenza delle idee fosse uno degli step principali per avviare il cambiamento di cui sentiamo il bisogno e che vogliamo. La creazione dell’associazione è stata una piacevole conseguenza, un primo mattone posato come fondamenta di un progetto energico, condiviso e multiculturale.

Quanti e quali gruppi fanno parte di 44 Arti?

Oltre ai Cani Sciolti, le compagnie che hanno preso parte al progetto sono la Compagnia teatrale Oneiron, Rueda Teatro, la Compagnia delle Origini, Agiteatro, Compagnia Vocinterne, Kumpania. Numerosi i singoli che hanno aderito al progetto, fra cui due componenti di Anonima sette; last but not least i Mostri Sotto Il Letto, cooperativa di artigiani. Fra danzatori, attori, registi, drammaturghi, designer, costumisti, truccatori e artigiani siamo in tutto 33.

Quali sono le direttive artistiche e politiche alla base di questo progetto?

Il progetto è apolitico e apartitico. La direttiva artistica non è di certo univoca: la moltitudine di voci che sono coinvolte hanno la propria cifra e poetica, gli ingredienti sono diversi così come le competenze di ciascun singolo. Alla base c’è la voglia di far combaciare queste diverse competenze, di favorire un’osmosi fra ciascun gruppo o compagnia, di collaborare alla creazione di un polo culturale che possa fornire qualità ed eterogeneità, fortemente interessato a dialogare con il pubblico. La diversità è la forza del progetto, lente che permette di guardare da diverse angolazioni un problema, è la risorsa. Indubbiamente questo aspetto ha anche l’altra faccia della medaglia possibile, quella che mostra la difficoltà di creare sintonia in un coro di solisti così diversi: ad oggi non c’è il timore di dover affrontare questa possibilità, siamo tutti positivi nel voler dialogare per una soluzione. In ogni caso siamo un gruppo che lavora con passione e che vuole dare dignità al proprio mestiere, costruendo un’alternativa valida al sistema fermo di questi ultimi anni e ostile alla fusione e alla condivisione.

Da poco tempo è partita la campagna crowdfunding “44 ARTI – Costruisci la Cultura”, come pensate di investire i fondi ottenuti?

Principalmente i fondi saranno utilizzati per portare a termine i lavori di ristrutturazione nello spazio che abbiamo  trovato. Il progetto da realizzare è ambizioso ma possibile: vogliamo suddividere lo spazio in modo da accogliere gli artigiani e il loro laboratorio di manodopera e le sale prova per le attività artistiche. Lo spazio sarà inoltre adibito ad ospitare il pubblico per delle serate/evento: sarà una vera e propria casa delle arti, dove poter assistere al processo di creazione nelle sue fasi.

Quali saranno le attività artistiche e culturali che avete intenzione di proporre al pubblico?

Le porte del 44 ARTI si apriranno al pubblico per le prove aperte e per le rappresentazioni dei lavori. Stiamo già elaborando un ventaglio di proposte per gli abitanti del quartiere che possano coinvolgere in attività culturali: laboratori di teatro per tutte le fasce d’età, di artigianato, di scrittura creativa, di acrobatica e di danza. Le idee non ci mancano e nel momento in cui questa casa sarà pronta ad ospitare noi e il pubblico non perderemo occasione di proporle e metterle in atto. Non bisogna tralasciare un ingrediente fondamentale: il dialogo con il quartiere, che possa divenire fulcro della creazione della proposta, un momento di scambio utile e costruttivo, per creare dei veri e propri spazi di condivisione e di crescita con le persone in funzione del consolidare la relazione, di stimolare la curiosità.

 

“44 ARTI è aperta a professionisti, studiosi, creativi e curiosi. Si identifica come autonoma e indipendente, luogo di idee e processi in grado di offrire l’elaborazione di prodotti artistici a 360°. Il nostro lavoro si concentra sulla collaborazione, l’apprendimento reciproco e la tessitura di una rete unica e innovativa di realtà artistiche, che condividono un unico obiettivo comune, l’ARTE e l’importanza che essa ricopre nelle vite di ciascuno.”

 

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