Itaca per sempre – Intervista a Woody Neri e Maura Pettorruso

Itaca per sempre – Intervista a Woody Neri e Maura Pettorruso

Itaca per sempre di Andrea Baracco e TrentoSpettacoli è uno spettacolo che trova la propria linfa poetica nell’epica dell’Odissea, così densa di significati e simbologie, con il preciso intento di raccogliere i suoi protagonisti, Ulisse e Penelope, per sottrarli da quel mondo mitologico e consegnarli al teatro solo come due vecchi amanti, che dopo venti anni si rincontrano.

Itaca per Sempre

Itaca per Sempre

Il progetto nasce dall’incontro tra due realtà diverse: insieme a TrentoSpettacoli, una piccola compagnia in espansione, formatasi nel 2010 e con base logistica allo Spazio Off di Trento, la produzione di Itaca Per Sempre si è arricchita grazie all’intervento registico di Andrea Baracco, regista romano di grande esperienza, che affonda le radici del proprio lavoro nei grandi classici della letteratura come in quella contemporanea. Il ponte che ha permesso il contatto fra questi due nomi, così lontani per background e luoghi di provenienza, viene fuori grazie alla decennale amicizia tra Woody Neri e Maura Pettorruso, che abbiamo intervistato dopo essere stati in scena al Teatro Argot Studio di Roma dal 12 al 17 marzo con Itaca per sempre.

Maura PettorrusoLa compagnia TrentoSpettacoli di cui io faccio parte e con la quale ogni tanto Woody, che conosco da dieci anni ormai, collabora da freelance, è una realtà che ha sede in Trentino e che spesso si appoggia a professionisti esterni e ad altre persone fuori dalla regione. La compagnia ha una decina di anni di vita, è una compagnia ministeriale e quindi stiamo seguendo un percorso. Per questo è molto importante poter aprire a professionalità come nel caso di Andrea Baracco. Noi lavoriamo quasi sempre sulla drammaturgia contemporanea e su testi scritti da autori contemporanei; l’incontro con Maria Teresa Berardelli, la drammaturga, rientra in questo genere di operazione. 

Woody Neri: Conosco Andrea dal 2014, quando abbiamo fatto insieme Hamlet. Questo è il quinto spettacolo che faccio con lui. Ci piaceva l’idea di fare una cosa diversa rispetto al suo standard abituale di grandezza, sia per quanto riguarda il testo sia per gli allestimenti. Ci piaceva l’idea di lavorare su una drammaturgia che ci sembrava più intima, lavorare su un progetto più piccolo. Questa ci è sembrata l’occasione giusta!

Itaca per Sempre

Itaca per Sempre

Itaca per sempre è un adattamento teatrale, ad opera della drammaturga Maria Teresa Berardelli, dell’omonimo romanzo di Luigi Malerba

Nel libro, l’autore si poneva come obiettivo quello di umanizzare le figure epiche di Ulisse e Penelope, prendendole in uno dei momenti più toccanti dell’Odissea: il ritorno a Itaca dell’eroe ed il ricongiungimento con la sua sposa.

Malerba apporta delle modifiche rispetto all’XIII libro dell’opera di Omero. Non solo un Ulisse meno eroico e molto più insicuro, ma anche una Penelope che, nonostante l’immediato riconoscimento del marito, elemento questo del tutto assente nel testo epico, si ritrova combattuta sui propri sentimenti di fronte a un uomo ormai sconosciuto. In scena non più due grandi archetipi della letteratura occidentale, ma due persone che vivono il dramma dell’incomunicabilità e dell’incomprensione. Gli attori ci parlano della difficoltà non solo nel vestire i panni di due figure così grandi, ma soprattutto quella di vivere un dolore e un’angoscia così umane e drammatiche sulla scena.

M: Penso sia stato il lavoro più complesso in assoluto. Sono due personaggi, oltre che epici, archetipi di un’intera cultura. La necessità della drammaturga, ma anche quella di Andrea, era di accompagnarci in qualcosa di più profondo: qualcosa che dovesse parlare all’umano. Questo vuol dire calarsi drasticamente e faticosamente, cercando di mettere in conflitto quello che è il mito con qualcosa di molto più piccolo che deve appartenere a noi. La strada più difficile è stata sicuramente trovare questo accordo.

W: Quando affronti dei personaggi di questo tipo che sono degli archetipi quasi freudiani, l’errore che puoi fare è partire dal piedistallo, mettendoli sull’altare. Da lì invece devi toglierli, come poi fa Malerba: umanizzarli e portarli a una dimensione quasi domestica. In questo terreno, dove ci sono due esseri umani che si rincontrano dopo venti anni di lontananza, risiede il nocciolo centrale del discorso, da qui devi partire: da due solitudine che si incontrano. 

Itaca per Sempre

Itaca per Sempre

I due sposi separati dal Fato si portano con loro un conflitto di simboli profondi: Ulisse il mare, l’instabilità e il viaggio mentre Penelope la Terra, la stabilità, l’attesa ma anche la fertilità

Lo svolgimento è quello dell’epos, ciò che cambia però è il rapporto tra i due. Entrambi per ragioni diverse sono insicuri e confusi di fronte all’altro. Il tanto atteso ricongiungimento ora assume una piega inaspettata, amara.

Penelope non riconosce più l’uomo che la lasciò venti anni prima e invece di accoglierlo lo affronta, armata di profondo risentimento per la lunga attesa. Ulisse, che dopo aver affrontato incredibili imprese in mare ed aver sterminato i proci nella sala del trono, si ritrova incapace di decifrare i comportamenti della moglie; né la sua astuzia, la quale gli si ritorce contro invece di favorirlo come nel mito, né le cicatrici e neppure i suoi ricordi riescono a ricucire il rapporto con Penelope. L’eroe, dopo tanto penare nella propria Itaca, deciderà infine di abbandonare il mare, compagno e nemico nelle proprie avventure: cederà la propria natura eroica ed irrequieta per la stabilità ma anche per la maturità. Solo così potrà veramente ricongiungersi con la sua sposa.

MQuesto testo parla in particolare di solitudine, di lontananza, di tempo sprecato ma soprattutto di incapacità di comunicare. Banalmente, dopo venti anni si cambia e non ci si riconosce, anche per la vita che ti porti addosso. Come ci si riconosce? Come davvero io posso sapere che tu sei tu? Stante il fatto che siamo quello che viviamo. Credo sia questa la potenza dei miti: essi non rimangono staccati ma continuano a risuonare.

W: Quello di Ulisse non è semplicemente un ritorno a casa. Il difficile non è sgominare i proci, perché quello ha a che fare con il mito, rientra nell’Ulisse classico, l’Ulisse che conosciamo e che tutti vogliamo vedere. La conquista è tutta un’altra: la partita è tutta un’altra ed è su un piano più intimo che c’entra con il riconoscimento. Il riconoscimento ha a che fare con l’identità.
Ulisse non è più quell’Ulisse del cavallo, della guerra, l’eroe multiforme. Deve scegliere. Scegliere vuol dire essere maturi perché bisogna scegliere di essere mariti, compagni, padri. Sceglie di essere quell’Ulisse. Sceglie Itaca. Da un certo punto di vista sceglie di smettere di fuggire, sceglie di stare. Questa è la sua vera battaglia.

Itaca per Sempre

Itaca per Sempre

La cura della dimensione spaziale

Prestigiosa la messa in scena, fatta di vasche d’acqua dove nuotano oggetti e tende, elemento apparentemente casalingo dove Penelope si rifugia, ma che con Ulisse si gonfiano di vento come vele in tempesta.

Uno spazio scenico suggestivo dove i personaggi si muovono come persi in quello che assume le sembianze di un labirinto, tanto per attingere a un altro mito e a un’altra coppia, quella di Teseo e Arianna. Il labirinto delle vasche dove i due sposi si affrontano e si ritrovano è quello dell’Io, fatto di ricordi, di esperienze, ma anche di irrazionalità e di paura.

Ulisse spesso si bagna nell’acqua delle vasche, come per ritrovare sé stesso nella rocciosa spiaggia di Itaca. Il massacro dei proci è la dimostrazione di questo: Ulisse colpisce l’acqua con cieca feroce inondando il palco, la manifestazione della sua forza che ne sancisce il ruolo di eroe tornato dalla guerra di Troia. L’acqua simboleggia il sangue ma quello stesso sangue che inonda la sala è l’affermazione del sé attraverso la violenza; Penelope però, in questa interpretazione del mito, rifiuta il gesto, reagendo con orrore. Non importano le cicatrici, la violenza del massacro e neppure i ricordi: Ulisse non avrà la sua sposa fino a che non ammainerà la vela della propria nave decidendo di rimanere a terra.

M: Nella mia suggestione quest’acqua, queste vasche, sono come delle sfere di ricordi dove galleggiano dei mondi che oramai sono chiusi in loro stessi; in questi però c’è tutta la divisione fra loro due. Questi acquari sono anche il confine che io come Penelope non posso varcare e la decisione fondamentale per la quale lui deve abbandonare il mare. È stato un lavoro complesso quello con la scenografia perché è molto suggestiva. Trovare la concretezza dentro questo mondo evocato è stata una sfida grande. Non si tratta di un’installazione ma è come se fosse un terzo personaggio in scena.

W: Innanzitutto appena le ho viste mi è sembrato una sorta di museo paleontologico: mi è sembrato un po’ il museo di Ulisse, con quello che si è portato dal viaggio, con i suoi ricordi, le sue cose, il suo mito, che però ora, lì ad Itaca, non vale più. L’acqua è l’elemento in cui lui è sé stesso, il mare è il suo compagno di tanti anni, mentre adesso lì sulla terra ferma, in casa, non sa più chi sia. Come i grandi campioni che hanno la teca con le coppe. C’è un rapporto d’affetto di quegli oggetti, ma anche di timore: come se stessero lì a ricordargli che lui non sarà più il suo mito. Questo è il processo decisivo per abbandonare l’eroe Ulisse e arrivare ad essere l’uomo Ulisse.

Febbraio d’ossessioni e dipendenze. La gelosia, l’amore e gli istinti da Shakespeare agli anni ‘70

Febbraio d’ossessioni e dipendenze. La gelosia, l’amore e gli istinti da Shakespeare agli anni ‘70

Con un salto indietro nel passato, raccontando le storie di re, regine e cortigiani, i destini segnati dagli oracoli del dio Apollo, le stragi degli anni di piombo, le cellule terroristiche, i rapimenti di persona, lo sfondo nero dell’omicidio di Pasolini, si possono descrivere e interpretare il presente e l’attualità. Altrimenti si può rimanere tra le storie dei giorni nostri, in mezzo alle inquietudini di ragazzi quasi adulti.

M.C. Escher

M.C. Escher

Da sempre l’uomo si è chiesto il senso di un eterno fluire, di una cronologia che potrebbe sembrare un insieme casuale di eventi, tra i decenni e i secoli. È uno studio continuo, una lezione: tutto ha un inizio e una fine. Questo vale per le cose, le persone, gli animali. La vita inizia e termina, il resto è solo transitorio. José Mujica scrisse che: “La vita è questo, un minuto e se ne va. Abbiamo a disposizione l’eternità per non essere e solo un minuto per essere”.

Un concetto simile lo aveva espresso William Shakespeare, molto tempo prima dell’ex Presidente dell’Uruguay, nel celebre monologo di Amleto. Il racconto d’inverno di Shakespeare, andato in scena al Teatro India dal 7 al 10 febbraio, con la Compagnia dei Giovani del Teatro dell’Umbria, è una delle sue opere più complesse dal punto di vista narrativo, fa parte delle cosiddette “Romances”.

Scritta intorno al 1610, debuttò il 15 maggio 1611 al Lobe Theatre di Londra. Rappresenta l’ultima fase della produzione shakespeariana insieme a Pericle, Cimbellino e La Tempesta. Gli studiosi del Bardo ascrivono The winter’s tale – Il racconto d’inverno a un “tardo romanticismo” ma forse l’uomo, non il celebre drammaturgo di Stratford-upon-Avon, era sofferente. Shakespeare aveva pianto la morte del figlio Hamnet, avvenuta a soli 11 anni e questo è difficile non sentirlo vibrare ancora oggi.

Andrea Baracco ha curato l’allestimento, insieme a Maria Teresa Berardelli, e ha firmato la regia dell’opera che egli stesso definisce come una “favola nera” che inizia con “C’era una volta un uomo che abitava vicino a un cimitero”.

La storia ha per protagonista Leonte, re di Sicilia, grande amico del re di Boemia Polissene. Due fratelli, senza legame di sangue, definiti “agnelli gemelli”. Un’ossessione cieca, la gelosia, li dividerà per sempre. Sospettando una relazione tra l’amico e la moglie, la regina Ermione, Leonte distruggerà tutto ciò che ha di più caro. Perderà la moglie, vittima di un ingiusto processo e a nulla servirà il coraggioso appello della dama Paulina. La sposa innocente morirà in prigione, dopo aver partorito la loro figlia Perdita, la quale, ritenuta dal padre sovrano come il frutto di un adulterio, verrà scacciata, abbandonata nei boschi.

Morirà Mamilio, il figlio maschio, l’erede. La bambina si salverà e si innamorerà di Florizel, figlio di Polissene. L’epilogo avverrà in Sicilia tra melodramma e magia. Ermione, conservata come statua viene riportata in vita da Paulina, custode della sua memoria, si ricongiungerà con la figlia e il marito. Il peso dello spettacolo si regge su un gruppo coeso di attori: Mariasofia Alleva, Luisa Borini, Edoardo Chiabolotti, Jacopo Costantini, Carlo Dalla Costa, Giorgia Filippucci, Silvio Impegnoso, Daphne Morelli, Ludovico Röhl.

IL RACCONTO D’INVERNO di William Shakespeare, regia di Andrea Baracco

IL RACCONTO D’INVERNO di William Shakespeare, regia di Andrea Baracco

12 baci sono lunghi come 12 mesi, un anno immaginato e vissuto tra il 1974 e il 1975

Il tempo e gli eventi possono usurare gli affetti, le passioni, le relazioni. In un gorgo di sentimenti non sempre limpidi. È sempre possibile redimersi, rimediare ai propri errori, alla brutalità, anche quando non c’è rimedio? C’erano due fratelli, il loro legame era di sangue in questo caso. Vivevano in provincia, a Napoli, città che un tempo fu la capitale del Regno delle Due Sicilie. Erano gli anni ’70, periodo di disordini, di conflitti sociali e politici. Il 14 novembre 1974, il Corriere della sera pubblicava l’editoriale con il titolo “Che cos’è questo golpe?”. Un forte j’accuse, scritto da Pier Paolo Pasolini quel testo convergerà in Scritti corsari, pubblicato successivamente nel 1975

12 baci sulla bocca è lo spettacolo scritto da Mario Gelardi, con la regia di Giuseppe Miale di Mauro. È il secondo appuntamento, dopo “Gli Onesti Della Banda”, che il Teatro di Roma ha riservato alla Compagnia NEST di Napoli al Teatro India. Massimo (Andrea Vellotti) sta per prendere in sposa l’unica donna che ha avuto nella sua vita. Dovrebbe essere felice, invece sembra non esserci conforto al suo malessere interiore. Suo fratello Antonio (Stefano Meglio) è un uomo che sa stare in quel mondo, con un ruolo a metà tra il giustiziere e il criminale, un picchiatore fascista.

Tra i due fratelli si inserisce Emilio (Francesco Di Leva). Un giovane lavapiatti con l’obiettivo di essere promosso in sala, in quel ristorante a conduzione familiare, e il sogno di andare a vivere a Londra. La sua “colpa”, se così potrebbe definirsi, è di aver fatto emergere una passione latente, quella di Massimo nei suoi confronti. La loro è inizialmente un’attrazione fisica, una lotta erotica.

Successivamente inizia a diventare qualcosa di diverso, che è intrinsecamente eversivo, un atto rivoluzionario contro l’ordine eterosessuale e patriarcale. Andrà punito con la stessa condanna barbara che verrà emessa contro Pasolini. Un atto di verità il sentimento di Emilio, cancellato con il suo sangue, perché nessuno osi turbare gli equilibri di una società. E di due fratelli maschi che hanno fin dalla nascita il vincolo precostituito alla riproduzione della specie. L’amore può avere una forte connotazione politica quando implica il coraggio di una scelta, tra sapere e tacere, essere e non essere. L’emancipazione dalla sottomissione e dalla dipendenza.

E quel sangue deve essere mostrato ed esibito. È una traccia di memoria, una prova del delitto e di un candore che è andato perso. Di un silenzio che è complice e carnefice. C’è il dramma in 12 baci sulla bocca, passa attraverso la violenza, così come avviene nella fabbrica shakespeariana. C’è il senso della tragedia dell’animo umano, in una battuta finale di 12 baci sulla bocca: “Tutti tenimm’ dint’ nu mariuolo, nu fetente” (Teniamo tutti una carogna, un fetente dentro).

12 baci sulla bocca

12 baci sulla bocca

L’Operazione – lo spettacolo da vedere per forza!

C’è un gruppo, anzi, un collettivo di quattro attori di oggi. È come se vivessero e si ispirassero agli anni ’70. Quello scantinato dove provano e si confrontano, quello spazio sotterraneo è come se fosse una bolla spazio-temporale. Uno di loro è l’autore del testo che porteranno in scena e che ha come protagonisti una cellula di terroristi negli anni di piombo, ma c’è un’altra storia che si sviluppa parallelamente.

In scena fino al 3 marzo allo Spazio Diamante di Roma, lo spettacolo L’Operazione è stato scritto da Rosario Lisma ( potete ascoltare qui l’intervista radiofonica a Clusteradio ) il quale lo interpreta con Fabrizio Lombardo, Andrea Narsi, Alessio Piazza e con la partecipazione di Gianni Quillico. La produzione è a cura del Teatro Franco Parenti, con la collaborazione di Jacovacci e Busacca.

Parla di quel lavoro che gli uomini non nobilitano, soprattutto quando le tutele vengono a mancare. Racconta di quanta incertezza ci sia in un paese come l’Italia, dove “si è giovani finché non si svolta”. Anche fino ai quarant’anni. “E se non si è svoltato, si passa dall’essere giovani all’essere falliti”, come recitano i protagonisti in scena. Intrappolati nella morsa di un precariato permanente, in un sistema che non è fondato sulla meritocrazia. Dove gli attori dipendono dal giudizio di un critico teatrale che può determinare, con il suo potere, la felicità o l’oblio, la buona o la cattiva sorte. Una figura quella di Mezzasala che viene continuamente evocata e ricercata in modo ossessivo dai quattro personaggi-attori.

La riflessione contenuta tra i quadri de L’Operazione è un approfondimento, un’analisi, senza la presunzione dell’assolutezza, sulla tendenza a ricercare nuove forme espressive. Una corsa a volte audace, a volte sregolata. Sperimentare e reinventare l’arte rischia di trasformarsi così in un’ossessione. E tra una frenesia e l’altra, una celebre citazione di Eduardo De Filippo: “Chi cerca lo stile trova la morte, chi cerca la vita trova lo stile”, finisce nei dialoghi dei quattro protagonisti.

Alla fine della storia cercheranno di trasformarsi in brigatisti, nel disperato tentativo di recuperare un po’ di dignità, ma il loro atto finale durerà il tempo di un’improvvisazione teatrale. C’è bisogno di tanto carattere, non solo di studio dei personaggi, sembra che suggerisca questo Rosario Lisma, come autore del testo e come regista, affinché possa essere messo in atto fino in fondo un progetto sovvertitore dell’ordine delle cose. L’Operazione parla molto di questi nostri tempi in cui l’assuefazione è forte al punto che tutto sembra iniziare e finire nello stesso momento, come una storia di Instagram.

L'Operazione di Rosario Lisma

L’Operazione di Rosario Lisma

“Posso lasciare il mio spazzolino da te?”

È ancora la vita, con le sue difficoltà e con le sue due metà di tragedia e commedia che ispira l’ultima proposta teatrale che abbiamo inserito nel nostro piccolo racconto di febbraio. Il suo titolo è un riflesso di una quotidianità, mediante una semplice domanda che contiene una richiesta sottintesa. Di quelle che una ragazza qualunque può rivolgere al suo fidanzato: “Posso lasciare il mio spazzolino da te?”. In altri termini significa: possiamo dare una svolta al nostro rapporto?

Massimo Odierna è l’autore del testo Posso lasciare il mio spazzolino da te? e il regista dello spettacolo che dal 18 al 20 febbraio è andato in scena al Teatro de’ Servi di Roma e al Nuovo Teatro Sanità di Napoli, dal 23 al 24 febbraio. Il cast che ha interpretato quella che viene definita come una “black comedy” è costituito da Martina Galletta, Luca Mascolo, Alessandro Meringolo e Luca Pastore.

Tre ragazzi sono i protagonisti: “Lei”, una ragazza in cerca della giusta occasione come attrice che costringe “Lui” , il suo fidanzato un po’ succube, a giocare alle storie inventate da “Lei”. C’è anche “L’amico” cinico, il coinquilino che abusa di alcool e sostanze di vario genere. Storie di insoddisfazione, di frustrazione e di inquietudine. C’è, infine, una quarta presenza, la figura inquietante dello speziale. Il medico della peste, con il becco di uccello e un lungo pastrano nero, appare e svanisce di tanto in tanto. Quella maschera è come un segnale di pericolo che quando si accende indica un’istanza nascosta.

Bisogna correre il rischio, osare, è il messaggio che ci lascia Massimo Odierna. È necessario continuare a raccontare, a condividere le storie, i nostri sogni.

Posso lasciare il mio spazzolino da te?

Posso lasciare il mio spazzolino da te?

E allora ecco che tutta l’eternità che spendiamo per “non essere” davanti a un breve, intenso minuto di “essere” comporta la scelta tra vivere da morti o morire da vivi. Raymond Chandler ne “Il grande sonno” si chiede:

“Che importa dove si giace quando si è morti? In fondo a uno stagno melmoso o in un mausoleo di marmo alla sommità di una collina? (…) Si dorme il grande sonno senza preoccuparsi di essere morti male, di essere caduti nel letame”.