Nasce BrancaccioDanza: formazione dai 4 ai 24 anni al centro di Roma

Un’oasi della formazione al centro di Roma per studiare e apprendere i diversi linguaggi della danza, destinata ad accogliere bambini/e e ragazze/i dai 4 ai 24 anni con una scuola e un triennio professionale dove incontrare coreografi e danzatori di fama internazionale. Un centro specializzato, creato per coltivare e trasmettere l’amore per la danza e l’arte performativa: BrancaccioDanza nasce dalla volontà di Alessandro Longobardi, direttore artistico del Teatro Brancaccio, di promuovere la danza non solo in forma didattica ma favorendo l’accesso al lavoro. 

Un’oasi della danza che prenderà vita in uno spazio culturale davvero speciale: si tratta del Teatro Brancaccio e dei suoi meravigliosi giardini adiacenti al Brancaccino che includono una serie di aree adibite a studio danza, luogo perfetto per valorizzare il benessere degli allievi. Il Teatro Brancaccino sarà una luminosa sala polifunzionale aperta agli appassionati e agli aspiranti professionisti per intraprendere un’esperienza formativa completa. BrancaccioDanza, ben collegato e facilmente raggiungibile con i trasporti pubblici, unirà architettura sostenibile, pratica artistica ed esperienze immersive nella natura, in un luogo incantevole.

La doppia direzione artistica affidata ad Alessia Gatta, coreografa della [RITMI SOTTERRANEI] contemporary dance company nonché docente internazionale, e ad Alessandro Rende, docente di danza classica e danzatore del teatro dell’Opera di Roma, connota la qualità della proposta. Formare un danzatore completo, colto, versatile, che sappia muoversi in un panorama variegato di linguaggi differenziati e che, seppur specializzato nel classico o nel contemporaneo, venga fin dalla scuola abituato a studiare e a confrontarsi  con diversi stili e forme di comunicazione, avendo cura del suo benessere psicofisico.

La formazione, motore pulsante di tutta l’attività, è articolata su più livelli e diversificata nei programmi e negli intenti. La scuola, fino ai 18 anni, offre programmi e corsi distinti per disciplina e intensità: danza baby, propedeutica, modern e break dance per adolescenti, fino ad arrivare a un ciclo di studi di otto anni, indirizzo classico e contemporaneo, in grado di fornire ai giovani una formazione adeguata per inserirsi in ambito lavorativo o per proseguire gli studi nel triennio professionale. 

Rebecca Bianchi Étoile internazionale e prima ballerina del teatro dell’opera di Roma. ©Viola Pantano

Il corso triennale W.O.M. – where opposites meet (dove gli opposti si incontrano) è riservato a danzatori dai 18 ai 24 anni, ed è volto ad assicurare un’adeguata padronanza di metodi e tecniche in ambito coreutico, nonché l’acquisizione di specifiche competenze disciplinari e professionali, lavorando sulla ricerca, la sperimentazione, l’intersezione e lo scambio di differenti linguaggi. Un corso professionale, dove danzatori classici e contemporanei condivideranno lo studio delle discipline fondamentali e delle materie teoriche, per poi continuare a formarsi ciascuno nel proprio ambito. 

Un luogo unico nel suo genere con programmi di formazione innovativi e trasversali, docenti altamente qualificati e un respiro internazionale che guideranno lo studente a scoprire una propria identità artistica che sia riconoscibile e matura, anche attraverso workshop e masterclass. Al termine del progetto formativo, BrancaccioDanza si prenderà cura dei propri allievi, tutelando l’inserimento nelle produzioni di spettacoli e performance, attivando network professionali e favorendo esperienze formative con artisti e organizzazioni affermate nel panorama nazionale e internazionale. 

Audizioni corsi pre-professionali: 10 e 19 settembre al Teatro Brancaccio

Audizioni triennio professionale W.O.M: 20 settembre al Teatro Brancaccio

La scuola comincerà il 23 settembre, il corso professionale avrà invece inizio il 12 ottobre. 

Programma, costi e convenzioni su www.brancacciodanza.com; per maggiori informazioni chiamare 377 5515549 o scrivere a info@brancacciodanza.com.

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La seconda edizione del Festival inDivenire. Intervista a Giampiero Cicciò

 

Il Teatro fatto dalle persone, per le persone, oggi più di ieri è uno strumento indispensabile per migliorare la nostra vita. Citare in parte Alessandro Longobardi, l’ideatore, insieme a Livia Clementi, del Festival inDivenire, progetto che chiama e riunisce una nuova generazione di talenti in un luogo “in crescita” come lo Spazio Diamante a Roma, è doveroso per comprendere l’urgenza, la mission di tale iniziativa.

C’è una mente lucida e fervida, ma c’è anche un cuore pulsante, rappresentato simbolicamente dalla direzione artistica curata da Giampiero Cicciò, il quale è un uomo di teatro, attore e regista, un addetto ai lavori che conosce bene quel mare magnum dove anch’egli pratica la nobile arte della recitazione. Difficile è stabilire, però, dove inizia, dove finisce, come e quando la ragione incontra e si connette con la passione e il sentimento.

La seconda edizione del festival inDivenire si è conclusa domenica 14 ottobre; per la sezione Prosa hanno consegnato i premi Anna Bonaiuto, Giuseppe Manfridi, Peppino Mazzotta e Lorenzo Gioielli. La giuria era invece composta da Sonia Barbadoro, Giampiero Cicciò, Alessandro Machìa, Rossella Marchi, Giuseppe Marini e Luciano Melchionna.

Il Premio inDivenire 2018 è andato a Indra, di Ilenia D’Avenia e Francesco Governa. Il premio migliore attrice è stato assegnato, ex aequo, a Lucia Bianchi e Serena Borelli per Crave di Sarah Kane, mentre il premio al miglior attore, sempre ex aequo, è andato a Davide Logrieco e Paolo Camilli per Crave di Sarah Kane.

La miglior regia è stata quella di Ilenia D’Avenia e Francesco Governa per Indra, mentre il premio alla migliore drammaturgia è stato riconosciuto ad Attesa (da un’idea di Elena Oliva), autore Dino Lopardo.

La giuria ha espresso una menzione speciale a Giulio Guarino, autore di Waffandisney e una ad Alessandro Lenzi autore e regista di Apocalisse. La Giuria Popolare del Festival InDivenire 2018 ha decretato vincitore Il Mostro di Luca Buongiorno, regia Martin Loberto con Yuri Napoli, Luca Buongiorno, Laura Schettino.

Qualche giorno prima, giovedì 10 ottobre, sono stati assegnati i premi e la menzione speciale per la sezione danza ed è stata una serata ricca di eventi: la presentazione del libro Luciana Savignano. L’eleganza interiore dell’autore Emanuele Burrafato e l’omaggio del Balletto Di Roma alla famosa étoile. La stessa Luciana Savignano, ha consegnato il premio al Miglior Progetto di Danza a Equilibrio Dinamico Dance Company per Simple Love, con la coreografia di Roberta Ferrara, alla presenza della giuria formata da Marco Angelilli, Emanuele Burrafato, Giampiero Cicciò, Aurelio Gatti, Gloria Pomardi Zurcher, Monica Vannucchi.

A Gennaro Maione è stata riconosciuta la menzione speciale della giuria per Sex-thing Chapter Two dell’associazione culturale Korper. L’altra menzione speciale è andata alla Compagnia Progetto S per Vincere! Vincere! Vincere? con la coreografia Mario Coccetti. Danzatori Rocco Suma e Salvatore Sciancalepore.

Il premio al miglior danzatore è stato riconosciuto a Nicola De Pascale per “Simple Love” di Equilibrio Dinamico Dance Company e a Tonia Laterza è andato il premio come miglior danzatrice per il medesimo spettacolo.

Quella che segue è una breve intervista a caldo a Giampiero Cicciò, volta a raccogliere le sue riflessioni e le sue sensazioni:

Al termine della seconda edizione di Indivenire, quali sono state le tue emozioni e le difficoltà incontrate? Più in generale, qual è la tua esperienza e la cronaca dei momenti più significativi osservati attraverso la grande lente del tuo osservatorio ?

Sono felice che a prescindere da chi ha vinto, attraverso questo premio tanti progetti chiusi in un cassetto abbiano comunque avuto la possibilità di andare in scena e quindi di avere una vetrina. E tutte le nostre compagnie adesso hanno un lavoro tra le mani, anche se solo in work in progress, che grazie al festival hanno potuto approfondire e che potranno sviluppare in futuro. Le difficoltà, inevitabili, le ho già dimenticate visto che le cose belle sono tante di più. Tra i momenti più significativi, durante le due premiazioni delle sezioni danza e prosa, ci sono gli abbracci sinceri di tutti i partecipanti con i vincitori.

Una considerazione sul “work in progress” in scena, lo studio che rende bello ciò che è imperfetto.

L’andare verso è già bellezza, spesso più dell’approdo. Uno vero studio è vivo anche se incompleto. E le imperfezioni sono il nostro sprone per progredire.

Da attore, regista, direttore artistico, quali sono e quali “imperfezioni” percepisci nel teatro del nostro tempo presente?

Un certo naturalismo che offende il palcoscenico. Una recitazione televisiva che non arriva nemmeno in terza fila. La mancanza di veri maestri che sono perlopiù purtroppo morti. E l’incultura di molti giovani registi che credono di fare sperimentazione e, l’ho scoperto con mia somma meraviglia, non sanno nemmeno che è esistito Tadeusz Kantor.

Un’anticipazione sui tuoi prossimi progetti e su cosa muove la tua curiosità ed “emergenza artistica”.

Farò uno spettacolo con Maurizio Marchetti e con le musiche di Giovanni Renzo dal titolo “Da dove vieni? – Terraferma, Terrachiusa”. Oggi più che mai dobbiamo parlare di razzismo, di paura immotivata dell’altro, del “diverso” impropriamente detto, e dell’ottuso attribuire a chi vive ai margini colpe che non ha, questa è la mia emergenza. Poi riprendo “I miei occhi cambieranno” di Celeste Brancato con in scena Federica De Cola, spettacolo al quale sono molto legato. E a gennaio inizio una tournée di tre mesi con il bellissimo “Ragazzi di vita” di Pasolini diretto da Massimo Popolizio prodotto dal Teatro di Roma.

Il mondo è ovunque, tutto il mondo è un teatro e tutti gli uomini e le donne non sono che attori, il mondo è nostro. Quale passaggio è mancato in questa evoluzione (o involuzione) umana?

L’evoluzione dell’uomo è sempre in atto. Persino l’ombra nera del Nazismo e questo nuovo neofascismo in Europa sono e saranno spazzati via. Se a Lodi tolgono un piatto di pasta a dei bambini, ci si ribella e si fa una colletta. Se c’è Hitler, ci sono di contro Bartali, Schindler, De Sica… e una marea di uomini che nasconderanno un altro uomo per salvargli la vita. Io ho fiducia nell’evoluzione.
A volte avviene anche in modo violento purtroppo, vedi Piazzale Loreto, dittatori bruciati vivi, vedi le ghigliottine per chi ha affamato e preso in giro le persone, ma avviene. Servirà molto tempo ma l’unione tra i popoli è scritta nella Storia. Basta saperla leggere.

I talenti da difendere, i sogni nel cassetto… la speranza da promuovere?

Sono esattamente il fine mio e di Alessandro Longobardi, che ha avuto l’idea di realizzare questo festival che io amo molto fare.

Giampiero Cicciò e Alessandro Longobardi

Giampiero Cicciò confessa un po’ di comprensibile stanchezza, ma anche tanta soddisfazione per l’evoluzione della seconda edizione di inDivenire. Lo sguardo è proiettato verso il futuro, verso l’orizzonte che definisce la superficie di quel mare, oceano, da navigare con le sue infinite possibilità. Le compagnie di danza e teatrali, gli autori, i registi, i coreografi sono stati e si sono distinti come audaci naviganti in un viaggio durato tre settimane. Il cartellone, con un programma che ha messo insieme circa trenta spettacoli e più di duecento artisti, è come una mappa del viaggio. L’unico spettacolo ospite del Festival inDivenire è stato dedicato a Mimmo Lucano, sindaco di Riace.

Un progetto di Luigi Saravo, ideatore e regista di Exodus, che vede la collaborazione di Matemù e la presenza in scena di attori italiani e artisti africani rifugiati. In parallelo ci sono stati momenti di grande interesse come la presentazione di libri, di opere di pittura e di scultura in una collettiva caratterizzata dalla mixture di stili e culture. Su quella nave e in quel viaggio, una bussola immaginaria ha orientato ogni spostamento nello spazio esteso che guarda a nord e a sud, allungandosi verso il Tiburtino e, al suo opposto, il Casilino e che, da est a ovest, si allarga lungo tutta la Prenestina, dalla Togliatti al Pigneto. Ogni artista ha svolto anche un compito di responsabilità; le idee, la visione di quel viaggio si rivelano mediante una sorta di transubstanziazione raggiunta consacrando sul palco il lavoro concreto, lo studio, la dedizione.

Solo così l’arte, con una profusione di bellezza, salverà ancora il mondo e l’umanità da ogni aggressione fisica o verbale, da tutti i recinti, i lager e le frontiere. Non è una casualità né una coincidenza che l’apertura verso le periferie urbane vuole essere uno sconfinamento sul mondo, in un contesto micro e macro, armonizzando le differenze, il valore più intrinsecamente autentico della specie umana e della sua evoluzione.

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