#FocusOn: Orientheatre, teatro urbano a Torpignattara

#FocusOn: Orientheatre, teatro urbano a Torpignattara

In programmazione all’interno del Festival Labirinto II presso il Teatro Studio Uno il 21 e 28 maggio 2017 abbiamo partecipato alla prima assoluta di Orientheatre: giro di vite, ispirato al romanzo “Il giro di vite” di Henry James. Prendendo spunto dalla disciplina dell’orienteering, o orientamento, che consiste nell’effettuare un percorso caratterizzato da punti di controllo chiamati “lanterne” e con l’aiuto esclusivo di una cartina topografica, gli attori del Gruppo della Creta hanno ideato l’evento urbano Orientheatre. Sostituendo le “lanterne” con attori, gli spettatori sono invitati ad orientarsi nel quartiere di Torpignattara, come dentro ad una drammaturgia spaziale. Seguendo le più moderne correnti di “riappropriazione territoriale”, che consistono nella valorizzazione delle zone depresse urbane ed extraurbane, messe in moto in più parti del mondo dai più svariati gruppi di ricerca teatrale e artistica, il Gruppo propone una possibilità esperienziale di spettacolarizzazione dell’impianto urbanistico, che diventa scenografia e set delle narrazioni degli attori disseminati nella zona.

Con queste premesse artistiche ha inizio il viaggio attraverso Torpignattara, periferia a sud-est di Roma; in una stanza oscura del Teatro Studio Uno una donna dal sembiante diabolico accoglie i viaggiatori impartendo loro le direttive della missione all’interno del labirinto urbano e fornendo alcuni oggetti che dovranno essere restituiti ai rispettivi proprietari – attori da raggiungere durante l’esplorazione della città. Una volta fornite le necessarie indicazioni per recarsi al primo punto di incontro, può cominciare l’iter attraverso le strade di una città oscura, avvolta nel caos calmo di un mistero che vive fra la realtà quotidiana e l’illusione drammatica.

Un percorso itinerante, ideato dall’estro registico di Alessandro Di Murro, che ci conduce attraverso le vie affollate di Torpignattara per conoscere i luoghi, le storie e le persone che compongono l’eterogenea realtà periferica di Roma. Così camminando accanto ai palazzi decadenti che fiancheggiano la strada, per quei marciapiedi multietnici dove si respirano altri profumi e si ascoltano nuove lingue, si può vivere una strana ed eccezionale sensazione di disorientamento. Attraversando gli archi dell’acquedotto Alessandrino si giunge al parco, luogo nevralgico di aggregazione sociale della zona in cui famiglie con bambini in festa colorano il verde inaridito e oppresso dall’incuria e del degrado depositatisi in cumuli di immondizia e di barbarie. Qui viene a costituirsi la scenografia naturale dell’incontro con il primo attore della performance di Orientheatre. Alla vista di uno degli oggetti della nostra refurtiva teatrale balenano in lui i ricordi di una giovinezza perduta, storie di amicizie ormai compromesse dall’avvento di nuove persone e nuovi interessi, di una nostalgia insostenibile a cui è condannata la memoria, la paura estrema di chi è costretto ad avventurarsi in solitaria per la propria strada.

Con la morte nel cuore salutiamo e continuiamo il tragitto arrivando davanti al Mausoleo di Sant’Elena, monumento funerario in cui furono deposte in un sarcofago le spoglie di Sant’Elena madre dell’imperatore Costantino. Un nuovo incontro segna la seconda tappa di questa avventura: una giovane ragazza dalle dolci ed esili forme ci invita a restituirgli ciò che le appartiene – alla vista dell’oggetto riemerge un passato lontano eppure così vivido nei suoi occhi color ebano in cui vivono i ricordi rimasti offesi dall’oblio del tempo come quelle anfore o pignatte – da qui il nome Torpignattara – inserite per alleggerire il peso della cupola del Mausoleo, oggi ben visibili a causa del crollo della volta.

Non c’è tempo per fermarsi a pensare e senza far domande saliamo su una macchina lì vicino parcheggiata, subito in moto sulla Casilina in direzione ostinata e contraria: il conducente, fermandosi in una via stretta ci ordina di entrare al civico 17. Ad aspettarci una giovane fanciulla dai capelli d’ambra che ci fa accomodare sulla terrazza di casa; incanta gli ospiti con un monologo di grande tensione drammatica, incarna la parabola esistenziale di chi non ha smesso di sognare, di chi ha avuto il coraggio di riprovare, a vivere, a sbagliare, ad amare, a ricercare il bene nonostante tutto il male del mondo. Accende il giradischi e la musica di Jimmy Fontana fa vibrare l’aria, la ragazza in un attimo scompare – al posto suo ne appare un’altra che ci conduce fuori dall’uscio di casa nella meraviglia di una scena surreale.

Non si ha nemmeno il tempo di realizzare ciò che accade che con un telefono in mano siamo pronti a seguire altre indicazioni per giungere al nostro prossimo obiettivo. Dopo un lungo peregrinaggio per le strade di Torpignattara, arriviamo a destinazione. Sotto i portici di un palazzo con una chitarra in mano un musicista di strada intona una lirica d’amore, struggente nella sua passione crepuscolare; mentre ci lasciamo ammaliare dalle note arriva d’improvviso una ragazza invasata dalla paura di essere sfrattata dal garage in cui abita. Ci racconta la sua vita travagliata, le promesse e le speranze affidate alle parole vacue di un promesso sposo ormai scappato altrove. Nella disperazione ci rivela la maestosa pittura murale di Nicola Verlato dedicata a Pier Paolo Pasolini al lato di un palazzo della borgata; consegnandoci una chiave, si congeda con l’invito a riportare i nostri umili resti in teatro dove il viaggio era iniziato, lì dove un altro viaggio presto ricomincerà.

 

 

ORIENTHEATRE

giro di vite

TEATRO STUDIO UNO

21 e 28 Maggio 2017

drammaturgia: Tommaso Cardelli, Alessandro Di Murro

regia: Alessandro Di Murro

aiuto regia: Francesco Ippolito

con

Jacopo Cinque, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao

DURATA PERFORMANCE: 50 minuti.

Il primo turno ha inizio alle ore 17.00, l’ultimo alle ore 20.00 ed è prevista una partenza ogni 20 minuti. La prenotazione è obbligatoria.

Teatro Studio Uno

Via Carlo della Rocca, 6 00177 Roma

tel  +39 349/4356219 – +39 329/8027943 – email info.teatrostudiouno@gmail.com

Orari evento: primo turno ore 17.00 – ultimo turno ore 20.00 (partenza ogni 20 minuti)

Prezzo biglietti: intero €10,00 (prenotazione obbligatoria)

 

[Orientheatre non è solo un ibridazione ben ingegnata fra uno spettacolo teatrale e una performance urbana ma soprattutto un tentativo di conoscenza dello spazio che ci circonda attraverso la connessione della propria persona con il circostante: è una possibilità unica per smarrirsi nelle strade di Roma in un artificio drammatico realizzato ad hoc come se fosse un tentativo necessario per perdersi e ritrovare sé stessi attraverso la scoperta della bellezza di nuovi spazi sconosciuti ai nostri occhi, di altri colori, di altri volti che questa Roma meticcia ha da offrirci. ]

Bianca – Un omaggio a Moby Dick. Intervista all’autore Gianni Guardigli

Bianca – Un omaggio a Moby Dick. Intervista all’autore Gianni Guardigli

Giovedì 1 agosto, alle 21.30, all’interno della XXVI edizione del festival I Solisti Del Teatro, andrà in scena Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville con Daniela Giovannetti e Norina Angelini. Lo spettacolo, diretto da Alessandro Di Murro, con la drammaturgia musicale di Enea Chisci, si nutre dei versi sciolti che compongono l’adattamento teatrale del romanzo di Melville a cura del drammaturgo Gianni Guardigli. Con l’autore forlivese navighiamo attraverso i mari infiniti che collegano la letteratura allo spettacolo dal vivo, dove la sfida fra il capitano Achab e la Balena Bianca può essere un punto di partenza per l’ennesima riflessione, ma con la consapevolezza che è assolutamente necessario collaborare alla creazione di un futuro a cui ognuno di noi “deve” regalare una tessera del mosaico.

Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville di Gianni Guardigli con Daniela Giovannetti e Norina Angelini.  Regia di Alessandro Di Murro
Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville
Foto di Mattia Mura

Dopo tanti anni di attività, in cui ha lavorato su romanzi di grandi autori della letteratura mondiale come Goethe, Bernhard, Tabucchi, Zola, Fest – solo per citarne alcuni – si è trovato ad affrontare il romanzo più celebre di Herman Melville, Moby Dick: come – e se – è cambiato, nel corso del tempo, il suo modo di interpretare le diverse opere letterarie e di tradurle in testi per la scena? 

Ogni volta ho affrontato i vari lavori con spirito diverso, ho cercato di individuare le  caratteristiche peculiari dei vari romanzi trovando i punti che reputavo più efficaci per essere portati su un palcoscenico.

Moby Dick, fra letteratura e teatro: qual è stato l’iter creativo di adattamento teatrale del romanzo? 

In questo caso ho cercato di “assorbire” al massimo le infinite striature di questo imponente romanzo, un vero trattato sulla vita, sul fronteggiarsi di bene e male, sul cercare di capire una parte dei segreti sul nostro viaggio terreno e poi ho immaginato tre menti pensanti, tre personaggi, e, cercando di entrare nelle loro sensibilità, li ho scritti.

Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville di Gianni Guardigli con Daniela Giovannetti e Norina Angelini.  Regia di Alessandro Di Murro.  Foto di Mattia Mura
Bianca – Un Omaggio a Moby Dick di Herman Melville
Foto di Mattia Mura

In che modo i temi e i personaggi di Moby Dick possono, a quasi due secoli dalla pubblicazione del romanzo di Melville, riuscire a rappresentare il nostro presente e a definire l’orizzonte esistenziale in cui l’umanità si muove?

La profondità e la precisione con cui Melville sa descrivere le infinite sfaccettature dell’animo umano non possono non essere centrati per rappresentare la nostra esatta posizione nella scacchiera scivolosa di questo mondo. Mi riferisco alle paure che ci perseguitano in questo triste momento. Inoltre la speranza è che lo stesso Melville ci aiuti appunto fornendoci qualche strumento per guidarci a leggere dentro noi stessi e per riuscire, perché no, ad attrezzarci nelle nostre vite quotidiane.

Quali sono le impressioni scaturite dalla visione dello spettacolo del regista Alessandro Di Murro con Daniela Giovanetti e Norina Angelini?

Impressioni di potente adesione emotiva. La regia di Alessandro Di Murro ha saputo con grande intelligenza  interpretare  molto bene le parole che ho scritto. Daniela Giovanetti ha costruito le tre anime dei personaggi andando a scovare una verità fra testo e sottotesto.  Norina Angelini, con il canto e la musica del compositore Enea Chisci, ha reso rituale uno spettacolo di prosa arricchendolo con note di spiritualità.

Un estratto del testo di Bianca di Gianni Guardigli

Se la Natura, la longa manus di Dio su questo pianeta 
tanto piccolo nei confronti dell’Universo infinito, 
e tanto grande per la nostra percezione mortale 
ci ha regalato la possibilità di interpretare dei segnali d’allarme, 
noi, tutti noi, dovremmo essere tenuti a considerarli, 
questi segnali d’allarme, se vogliamo essere in sintonia. 
Essere in sintonia vuol dire non essere “dissonanti”, 
vuol dire non opporsi con la forza di un ramoscello sottile 
alla potenza crudele e devastante di un tifone. 
Se la Natura ci ha regalato dei “campanelli di allarme”, 
dobbiamo… dovremmo saperli ascoltare… 
aprire orecchie, cuore, anima e metterci in ascolto, cercare di capire. 
L’albatro è un uccello bianco, padrone dell’azzurro, 
una creatura che è capace di rapportarsi 
più alle preghiere del cielo e alle parole degli Angeli 
che agli avvenimenti terreni e tangibili di questa terra. 
E’ lui stesso, forse, un principe immacolato, 
o un valletto di un re, un servitore dotato 
di due ali immense e di un corpo candido e quasi sgraziato, 
che sa cavalcare la vastità dell’aria con la precisione 
e la velocità di un sogno, che sa collocarsi al centro del cielo 
con la sicurezza di un regnante, 
mentre è goffo, quasi menomato, inadeguato 
nel muoversi in terra, o in superfici ferme, 
come il ponte di una nave. 
Si narra che un albatro ucciso perseguitasse 
con sventure e poteri soprannaturali 
la nave che scivolava sotto il suo volo. 
Ma qualcuno è certo che proprio quel regale uccello 
dalle piume accecanti per la bianchezza 
sia il messaggero più scrupoloso, adatto ad andare 
a sussurrare brevi frasi nelle piccole orecchie degli Angeli, 
lassù, dove nessuno è mai riuscito ad arrivare, 
dove nessuno ha mai potuto andare a curiosare. 
Se la Natura, la longa manus di Dio su questo pianeta, 
è una madre attenta a collocare i frammenti, 
le pennellate del disegno, nel punto esatto 
in cui devono stare… è meglio chiudere gli occhi e ascoltare, 
perché, a occhi chiusi, si capiscono meglio, 
i significati delle frasi portate dal vento. 
 

Generazione XX: Apoteosi Pop. Intervista ad Anton Giulio Calenda, tutti i colori di un teatro che brulica di vita

Generazione XX: Apoteosi Pop. Intervista ad Anton Giulio Calenda, tutti i colori di un teatro che brulica di vita

Torna in scena a Roma, il 29 Maggio al Teatro Vittoria, per la rassegna “Salviamo i talenti”, Generazione XX, uno spettacolo volutamente “sgrammaticato e colorato”, come lo definisce Anton Giulio Calenda, l’autore del testo. I vari personaggi, molti dei quali hanno i nomi dei colori, sono interpretati dagli attori del Gruppo della Creta. Alessandro Di Murro ha firmato la regia di quello che è uno spettacolo ricco di contenuti e suggestioni, tanto da non sembrare un’opera prima. Ogni cosa si muove alla perfezione, con i tempi giusti, con un ritmo e una narrazione incalzante ed è evidente l’amalgama tra le attrici e gli attori del cast.

La compagnia è formata da giovani attori che si sono formati presso la Nuova Accademia Internazionale di Arte Drammatica del Teatro Quirinetta di Roma. Amano definire il loro Teatro indipendente e collaborativo. Visione e concretezza in parti uguali: la scelta che rivendicano con dignità Jacopo Cinque, Cristiano Demurtas, Alessandro Di Murro, Alessio Esposito, Pamela Massi, Giulia Modica, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao vuole posizionarsi fuori dagli schemi del teatro ufficiale. Ed è sicuramente un bene ritrovare un sussulto di emancipazione e di libertà ancora oggi, in tempi di omologazione e di crisi d’identità. Il Festival Labirinto è la creatura e la punta dell’iceberg del Gruppo della Creta, un luogo concepito nel 2016 dove albergano cultura e creatività, la caratteristica più manifesta di cooperativa di artisti, materia umana malleabile come la creta appunto.

Un vortice di storie quello di Generazione XX dove gravitano due strane coppie Linda e Giacomo, da una parte, la vecchia paralitica e il figlio obeso dall’altra. Interagiscono più o meno direttamente con due presenze ingombranti quella della politica rappresentata dagli onorevoli Romo e Meringuer e quella della televisione con Bianco “tutti i diritti riservati”. Unico canale e show televisivo, il Talent of Nation. Bianco come uno spettro costante, rumore bianco o white noise. Nero come una voce narrante che cerca di definire e misurare i segmenti di non-vita. Un grande vuoto, pesante come una zavorra, un non-luogo che è la nostra società con il suo delirio bulimico di hashtag, slogan di pubblicità, lavori part-time, ragion di stato, discoteche e cocktails, soldi e altro ancora. Una non dimensione dove i concetti di tempo e vita scorrono veloci, dove la moralità e l’immoralità si esplicitano con i paradossi. C’è sempre qualcuno che rischia di morire e qualcuno che muore sacrificandosi, ma quello che sembra un margine di libertà appare come una tecnica di persuasione occulta e ingannevole. Il resto lo spiega Anton Giulio Calenda che abbiamo raggiunto e intervistato.

Quali sono state le circostanze in cui si sono manifestate e sviluppate l’inclinazione alla scrittura e la dimensione di autore teatrale?

La mia è una famiglia di artisti, più precisamente di teatro. Mio padre è un regista, mia madre è un’attrice. Quando ero piccolo, vivevo con mia nonna perché i miei genitori lavoravano in giro per l’Italia, quando poi ritornavano mi portavano con loro. Diciamo che questa dimensione artistica è sempre stata presente nella mia vita. La cosa strana è che, a differenza di molti altri, non ho esordito fin da giovanissimo. Ho avuto un’educazione borghese, nel senso più bello, tranquilla. C’è stata una sorta di dicotomia, da una parte l’educazione e dall’altra il teatro che mi facevano vedere e conoscere i miei. Diventato grande, sono venuto a Roma da Riccione, dove sono nato, e da quel momento in poi ho iniziato a fare l’attore, prima negli spettacoli con mio padre.

Parallelamente portavo avanti gli studi, mi sono laureato in Scienze Politiche, e ho unito ciò che sentivo nelle lezioni universitarie con la scrittura per il teatro che è sorta, è sgorgata da sé . Avevo cominciato a comporre delle poesie, piccole cose. Volevo scrivere un romanzo, ma era troppo grande come impresa. Il tutto è confluito nel teatro. Diciamo che questi due binari alla fine si sono uniti e Generazione XX per me rappresenta questa unità: collegare il teatro con delle cose che non sono prettamente teatrali,che provengono dall’esterno. Esperienze vissute attraverso un mio percorso che è un po’ meno di quello canonico e di formazione teatrale tradizionale. Pur essendo figlio di artisti, non ho frequentato scuole o accademie. Ho voluto portare all’ennesima potenza l’essere un po’ “sgrammaticato”. Ciò credo raggiunga la sua apoteosi in questo spettacolo pop, un po’ irregolare, molto colorato e che va a picchiare sui temi a me più cari.

E le esperienze più significative?

Le esperienze più significative che mi fanno arrivare fino a Generazione XX sono state sicuramente l’ambiente della mia famiglia, i miei studi e anche il mio essere sempre tanto interno e molto esterno al Teatro. Ovviamente si tende ad odiare le assenze dei propri genitori e ad amare la vicinanza, le loro presenze. Da questa sorta di scissione è nata una cosa che è molto teatrale e al tempo stesso è anche l’antitesi stessa del Teatro. Paradossalmente è la prima cosa con cui sono riuscito ad esordire, ma è venuto fuori come un riassunto di quelle che sono state tutte queste tappe.

Quello che emerge da Generazione XX è un disagio generazionale, una proiezione verso il futuro compromessa dal peso ingombrante del passato, ma non si tratta forse di vivere in una sorta di eterno presente?

Sì è un ritratto esatto quello che stai evidenziando. Sento che in Italia soprattutto la crisi generazionale sia diventata più acuta oggi. Ho avuto modo di conoscere e visitare altri paesi che noi ignoriamo, come le Filippine, l’Indonesia, posti che noi ancora reputiamo “Terzo Mondo”. In realtà lì i giovani sono ottimisti, il tasso di disoccupazione è basso, sanno fare tante cose e sono imprenditori, anche nel piccolo. Ho voluto parlare degli anni ’70 perché secondo me se non si elaborano certe ferite, che sono diventate zavorre, il sistema politico e il dibattito in seno alla popolazione civile rimangono stagnanti, così come la cultura e l’arte.

Di conseguenza, se non ci riappacifichiamo, il futuro diventerà ancora più difficile. Vero è che l’Italia nasce da ferite, siamo stati gli ultimi in Europa a raggiungere l’unità, l’indipendenza ancora oggi è messa in dubbio, ci sono tante fratture tra Nord e Sud, tra Chiesa e Stato laico, abbiamo avuto un Partito Comunista e un Partito della Chiesa entrambi fortissimi, siamo uno dei paesi più peculiari in Europa però se questi argomenti continuano a rimanere slogan televisivi, se non c’è una discussione, un approfondimento è difficile guardare al futuro, è difficile crearsi un’identità. La crisi giovanile è infatti una crisi d’identità.

Il futuro rielaborato in termini di sviluppo tecnologico ha sacrificato l’estensione dell’umanità della cultura dell’arte?

In teatro c’è una specie di sfasatura da quando si scrive a quando si va in scena. Ho cominciato a scrivere Generazione XX circa tre anni fa, quando ero più piccolo. Avevo 23- 24 anni adesso vado per i 27. Un po’ la mia visione è cambiata, al tempo ero molto più nichilista, Adesso sono riuscito ad adeguare e ad avvicinare il concetto della tecnologia a un mio benessere più che a un malessere ideologico. Certamente siamo di fronte a degli scenari che da una parte sono inquietanti, ma dall’altra sono curiosissimi e vanno molto più avanti di quanto può fare il mio testo teatrale. Quando scrivevo non pensavo che le elezioni si sarebbero giocare, di lì a breve, solamente su Facebook. In questi giorni, in Cina hanno presentato il primo telegiornale con un anchorman robot, con l’aiuto dell’intelligenza artificiale e lì sono più avanti di noi. Al tempo ero molto pessimista e questo si vede tanto in Generazione XX.

Oggi serve una forte identità personale, come anche della società e della politica. Per governare certe cose e far sì che vadano a favore di tutti. Ogni grande innovazione ha causato benefici e problemi, a volte tragedie. La gente si lamentava dei treni, delle macchine e in entrambi i casi ci sono stati dei vantaggi per tutti. Pensiamo anche a quanto possa far discutere il nucleare. Che l’umanità sia un po’ schiacciata è vero. Le prime cose che noi conosciamo possono sembrare negative, in realtà ci sono anche molti aspetti positive, tutto sta a come vengono gestite. Quello che si vede nel nostro spettacolo è l’uso negativo, gli slogan, il rumore bianco che si sostituiscono al dibattito politico, al guardarsi negli occhi, al parlare.

É un tema di grande attualità quello sull’identità: individuale e personale da una parte, di gruppo e collettiva dall’altra. Quali sono le tue riflessioni a riguardo?

In Generazione XX è assolutamente presente questo, le due cose credo siano come un cerchio che si autoalimenta al suo interno. Noi formiamo la nostra identità in un gruppo e il gruppo è fatto di singole identità.. Oggi viviamo un momento dove, secondo me, si parla di identità in una maniera assolutamente sbagliata perché la si intende come una barriera, come un confine. Io trovo che l’uso che si fa dell’identità è paralitico, vuole rispolverare il vecchio sotto la maschera finta del nuovo. L’identità è fondamentale ma non dobbiamo aver paura di modificarla in qualsiasi momento, non deve essere intesa come un limite.

Anche perché in Italia spesso ci vantiamo di essere il paese più bello del mondo ed in effetti è vero perché abbiamo una penisola bellissima. Sarebbe giusto però assumersi, come dicono i politici di Generazione XX, non solo gli onori ma anche gli oneri. Quello che arriva al di là del mare non deve alimentare una paura. Credo che potremmo essere ancora molto più forti, più avanti, più vivi e anche più ottimisti se riuscissimo a capire che superare le nostre fobie significa cogliere un’opportunità. L’identità non viene Lesa, semmai accresciuta.

Quel cerchio di cui parlavo può trovarsi all’interno di noi stessi, all’interno della nostra società, di un continente. I problemi a cui noi facciamo riferimento non possono essere considerati come vediamo le cose in TV, come spettacoli, diventerebbero piccoli e parziali. Se la gente si sposta è perché innanzitutto sono esseri umani e in tutti i secoli è avvenuto così,ma succede anche perché noi abbiamo inquinato la Terra da molto prima di altri paesi e facciamo parte di alleanze – giustissime, non voglio fare quello che dice “No USA”- che hanno portato guerre, distrutto patrimoni giganteschi. Per il nostro benessere, abbiamo spesso sfruttato certi territori, certi paesi, la conseguenza di ciò è che oggi ci sono dei flussi migratori che sono diventati un fenomeno dalle vaste proporzioni.

Ovviamente, in un paese dove tutto funziona, questi esodi non spaventerebbero così tanto. Il nostro Paese, purtroppo, è molto complicato e la gente vede difficoltà dappertutto. Bisognerebbe con grande fatica, con grande calma, far capire alle persone che questo circolo può diventare da vizioso a virtuoso. Stare bene noi è fare stare bene gli altri. Ci sono degli esempi, Riace è un caso d’identità totale, accresciuta e non lesa, ma anche un esempio di buona politica. Uno sguardo al futuro, fatto sul campo, sul territorio, che fa star bene tutti e che non è fatto come uno slogan.

Quali sono state e sono le sinergie, lo scambio di esperienze e di contatti umani con la compagnia Gruppo della Creta e con il regista Alessandro Di Murro?

Ho conosciuto il Gruppo della Creta attraverso due esperienze. La prima è stata una sorta di antipasto, ci siamo trovati nel 2015 io e Alessandro Di Murro a lavorare nello stesso spettacolo. Era La Passione, con la regia di mio padre, già messo in scena varie volte. In quella occasione l’aveva ripreso, io facevo la parte di San Giovanni e lui San Pietro. Successivamente ci siamo un po’ persi di vista, io mi dovevo laureare e avevo scritto un testo di 200 pagine. La Compagnia mi invitava a vedere i loro spettacoli come nel caso di “Cassandra” o come con il Festival Labirinto grazie al quale sono diventati un po’ più conosciuti, soprattutto a Roma. Piano piano il nostro dialogo si è intensificato.

A un certo punto, ho proposto ad Alessandro di leggere il mio testo e lui, dopo una settimana, mi ha chiesto di incontrarci poiché aveva riscontrato un grosso potenziale. Mi aveva invitato però a tagliare alcune parti. Ho risposto di sì anche perché sono un tipo che è disponibile alla collaborazione e ai suggerimenti del regista.Ci siamo messi a lavorare facendolo diventare un testo più snello e teatrale, parliamo di un anno fa più o meno. Successivamente il gruppo della Creta si è riunito ed io ho saputo successivamente che al gruppo era piaciuto molto il copione di Generazione XX ed erano disposti a lavorare.

È stato molto gratificante, abbiamo cominciato a fare dapprima un laboratorio, successivamente sono iniziate le prove dello spettacolo. C’è stato anche il grande aiuto di Domenico Franchi che è un maestro riconosciuto, ma per noi è stato veramente un angelo. Lui ha costruito questa scenografia importantissima che risolve tutte le varie dinamiche del testo e, infine, abbiamo beneficiato dell’apporto di due attori esterni Giulia Fiume e Federico Le Pera che ha fatto le prime edizioni di Generazione XX e che è stato successivamente sostituito da Federico Galante. Sono stati molto bene con noi, si sono inseriti alla grande, abbiamo fatto una anteprima allo Spazio, la prima nazionale è stata al Festival di Todi , adesso siamo a Roma. É stato come una palla di neve che piano piano è diventata sempre più grande e speriamo cresca ancora di più. Uno spettacolo così, per la sua vastità, merita di stare fisso in un luogo. Questa è una cosa che accomuna non solo noi, ma anche tante altre compagnie, trovare cioè i luoghi adatti ad essere teatro.

Come proseguiranno a breve termine le tue attività di storytelling e il legame con il Teatro?

Per quanto riguarda l’attività teatrale, io sono un po’ atipico, nel senso che voglio fare tante cose, talmente tante che un giorno dovrebbe essere di 72 ore. Abbiamo in progetto con Alessandro un altro testo che è l’opposto di quello che è attualmente in scena, vogliamo concentrarci su una cosa più piccola, ovviamente folle anche questa, altrimenti noi ci potremmo annoiare, scritta sempre da me con Alessandro alla regia.Non sappiamo ancora quanti e se ci saranno degli attori, perché non prevede personaggi. Vogliamo fare qualcosa molto vicino a una performance, una mise en espace. Se tutto va bene dovrebbe vedere la luce tra febbraio e marzo, siamo proiettati verso quel periodo.

Ho scritto anche altri testi che prima di iniziare a Generazione XX pensavo fossero più facilmente spendibili. Poi, però, diciamo che il tempo e i fatti mi hanno smentito. Quello che è venuto alla luce prima è stato talmente grande che ha assorbito tutte le mie, le nostre energie. Per fare un mese di prove bisognava essere pronti un mese prima. Nel frattempo spero di conoscere tante più cose possibili, lavoro nei musei, per Zètema Progetto Cultura (ente strumentale di Roma Capitale NdR) al Foro di Cesare. Mi piacerebbe fare tanto altro a teatro, non mi vedo soltanto come autore. Non mi vedo ancora come regista forse perchè ho ancora l’ombra di papà che è ingombrante, mi piacerebbe portare avanti l’attività di attore.

GENERAZIONE XX, al Teatro Sala Uno di Roma dall’8 novembre

GENERAZIONE XX, al Teatro Sala Uno di Roma dall’8 novembre

Al Teatro Sala Uno di Roma giovedì 8 novembre alle ore 21 il debutto romano di GENERAZIONE XX, di Anton Giulio Calenda. Con un cast di giovanissimi composto da Stefano Bramini, Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Giulia Fiume, Federico Galante, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao, regia di Alessandro Di Murro.

Lo spettacolo è una ricerca sulla comprensione delle dinamiche post-moderne di produzione di immagini e stereotipi comportamentali che plasmano l’esistenza delle nuove generazioni. GENERAZIONE XX è il risultato della riflessione fatta da una giovane compagnia teatrale che intende indagare e comprendere la propria identità storica e il proprio essere nel mondo contemporaneo. Il tutto con uno sguardo stupito e attento sulla società, dal privilegiato punto di vista della gioventù.

GENERAZIONE XX è la storia d’amore di Linda e Giacomo, “due giovani fidanzati gravati dal peso della vita”. Le crudeltà che a questi due personaggi verranno inflitte e che loro stessi si troveranno obbligati a infliggersi reciprocamente non costituiscono altro che una lente di ingrandimento volta ad analizzare il paesaggio distopico ove la trama si svolge: la “Nazione”. “Con la N maiuscola”: ci terrà a precisare Nero con cinico e beffardo scrupolo (perché commettere errori in questo carosello surreale e ipertecnologizzato non è consentito, benché la sorte di ognuno sia già scritta in maniera grottescamente prevedibile al pari dei canovacci televisivi su cui da anni si assiste incessantemente al sorgere di personaggi privi di qualsiasi sfumatura di talento). La Nazione, territorio immaginario dove l’azione si svolge, è un evidente non-luogo, eppure un altrettanto chiaro rimando alla storia politica e sociale dell’Italia degli anni settanta, quando la classe politica, in nome della salvaguardia della Democrazia, si trovò a risolvere urgenti dilemmi morali attraverso decisioni di cui ancora oggi sentiamo l’effetto ma che già allora rischiavano di risultare un mezzo così pesante da giustificare a stento il fine.

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GENERAZIONE XX

Teatro Sala Uno l’8, 9, 10, 11, 16, 17 novembre alle ore 21.00 e il 18 novembre alle ore 18.00.
Scritto da: Anton Giulio Calend
Regia: Alessandro Di Murro
Con: Stefano Bramini, Jacopo Cinque, Alessio Esposito, Giulia Fiume, Federico Galante, Laura Pannia, Lida Ricci e Bruna Sdao
Musiche: Enea Chisci 
Scene: Domenico Franchi 
Costumi: Laura Giannisi
Luci: Marco Macrini
Direttore di produzione: Pino Le Pera
Una produzione: Gruppo della Creta | Fattore K | Golden Show srl – Impresa sociale, in collaborazione con Todi Festival