A cura di Noemi De Luca e Luca Russo – Collettivo OKURIBITO
200c – SS272, km 45, località Cassano
Il mercoledì arrivava la mandria dei maiali. Scendevano dalla collina e si spargevano ovunque, infilando musi e corpi in ogni anfratto, lungo i tratturi, tra i campi e dentro le masserie, lasciando una scia rosa e grugnente che ridisegnava il paesaggio. Li governava un certo Viavia che li teneva all’inizio di Bosco Quarto e poi, con gesto largo e irresponsabile, li spediva giù come pacchi mal confezionati a razzolare nelle terre altrui. Il nostro cane non li sopportava. Si ergeva a difesa della proprietà, abbaiava, scattava, attaccava. Un mercoledì i maiali gli staccarono un orecchio. Decisi di vendicarlo: inseguii la mandria con i petardi spingendola fino alla statale. Lì, a bordo strada, c’era un uomo con una mandria di pecore. Mi guardò: aveva gli occhi giallastri, da lupo. Alle sue spalle una masseria bianco calce con un grande rosario nero affisso al muro. Temevo un rimprovero, ma lui mi offrì latte e pane. Mangiammo seduti sul porticato, in silenzio.
La me bambina non sapeva che quello era Don Ciccillo Libergolis, figura apicale della mafia garganica. Nel 2009 fu ucciso nella sua masseria: un colpo di lupara alla schiena, sei alla testa. Si dice che il corpo sia stato smembrato e dato in pasto ai maiali.
202c, Giorno 1 – Di nuovo sulla SS272, km 45
La Strada Statale 272 produce suoni senza origine visibile: voci di uomini che spingono animali, ferri tagliati con il flex. Colpi secchi, ripetuti, ma non vedo mai nessuno. A forza di ascoltarli iniziano a perdere funzione. Non sembrano più legati a un’azione reale, è come se fossero gesti performativi: un’esibizione di controllo, di fatica, di presenza maschile nello spazio. Mi viene il dubbio che stiano facendo girare le stesse bestie in tondo, che il ferro che tagliano sia sempre lo stesso ferro.
Ecco la masseria. La facciata bianca mi sembra la stessa. Al posto del rosario nero è stata fissata una grande stampa plastificata: una mappa del territorio attraversata da frecce colorate e punti rossi. Sembra qualcosa di militare, o un piano di evacuazione. Nel recinto ci sono solo asinelli. Sono tornata qui perché mi hanno chiesto di scrivere un articolo sull’impatto dei progetti culturali nelle aree interne, ma davanti a questo paesaggio la formula sembra improvvisamente opaca. Impatto su chi, esattamente? Sono ore che non incontro nessuno.
Mentre scrivo arriva una camionetta. Ne scende un signore sulla cinquantina, sorride, mi guarda fisso negli occhi e dice: «Kartoffen». Stringe in mano una patata. Apre il retro della camionetta e appaiono sei cassoni di plastica colmi fino all’orlo di tuberi polverosi.
«Contenta della sorpresa? Sono sei tonnellate. Dillo ai ragazzi che non mi devono niente, è un regalo» Non so per chi mi abbia scambiata, ma annuisco e sorrido. Mi sembra una buona cosa. L’uomo scarica i cassoni con calma metodica, poi la camionetta riparte e scompare. Si fa buio mentre guardo le patate torreggiare su di me, sugli asini, sulla masseria.
Giorno 2 – Via Francigena del Sud (tratto garganico interno)
Mi raggiunge Ludo, dottorando in un programma interdisciplinare alla London Metropolitan University. La rivista me lo appioppa: «Ti serve qualcuno che tenga il piano teorico». Ludo è curioso della storia delle patate, vuole vedere i cassoni, ma abbiamo un itinerario. La Francigena scorre accanto a noi come una linea paziente. Ogni tanto un pellegrino, uno zaino, una conchiglia. «Il pellegrino è un dispositivo di attraversamento» dice Ludo, poi si volta di scatto a sinistra. Freno, pensando che qualcuno stia per attraversare. Ludo scende prima ancora che la macchina si fermi.
Tra due terreni c’è una montagna di paglia, urea e feci di capra. Un uomo su una pala meccanica la riorganizza in verticale. Ludo corre verso di lui. L’uomo spegne la macchina.
«Si può?» chiede Ludo, già dentro.
«Hai problemi ai polmoni?» chiede l’uomo. «Respira forte, che te li apre».
Ludo inspira a fondo, due, tre volte. «Senti?» dice, voltandosi verso di me. «È una soglia. Qui non c’è più distinzione tra scarto e risorsa. Il compost è già narrazione» mi dice sulla montagna. «È un archivio vivente, è merda, è relazione», corregge. «Donna Haraway lo chiama kin-making. Fare parentela con ciò che decompone. Capisci?» «No» dico. «Non c’è un sopra e un sotto. Non c’è umano e non umano. C’è solo –» si interrompe. Barcolla.
L’uomo lo guarda senza intervenire. «All’inizio gira la testa» dice «Poi passa». Ludo non risponde. Fa un altro respiro, più lungo. «Le comunità del compost –» prova a dire. Poi cade. Sparisce per metà dentro il mucchio di letame. Il mio compagno di viaggio è svenuto. Lo portiamo in braccio in auto. «A me non è mai successo niente», dice l’uomo, risalendo sulla pala meccanica. Riaccende. Riprende a riorganizzare. La montagna cresce in verticale, ordinata.
Irritazione acuta da ammoniaca, metano e idrogeno solforato: Ludo viene ricoverato alla Casa Sollievo della Sofferenza. Resterò sola per il resto del viaggio. Ripasso di fronte alle sei tonnellate di patate: il caldo le ha gonfiate e in alcuni punti le bucce si sono aperte.
Accanto ai cassoni sono comparsi secchi numerati e sotto il portico c’è una fila di stivali di gomma; una prolunga arancione attraversa il cortile e finisce in una mangiatoia; in un magazzino ci sono una decina di materassi arrotolati in verticale, legati con cinghie da trasporto. Sul muro della stalla intravedo delle macchie fluorescenti: giallo, fucsia, azzurro, arancione, forse dei post-it.
Giorno 3 – Ex area estrattiva, località Cassano, fioglio 37, particella 4c.
Decido di percorrere la Francigena a piedi. Nel pomeriggio, al lato sinistro della strada si spalanca una cava gigantesca. Sembra quasi viva: i detriti luccicano all’ultimo sole.
Entrando mi rendo conto che sono specchi, tappeti, lampadari, stoviglie. Un televisore, una lavatrice, un frigorifero, un divano. Mi chiedo chi possa aver buttato una casa intera. I cani arrivano prima di qualunque risposta.
CANE 1: È qui
CANE 2: È passato di qui CANE 3: Non è più qui
Si muovono scoordinati.
CANE 1: C’è stato
CANE 2: C’è stato CANE 3: Il morto
«Un morto?»
La parola esce tecnica.
CANE 1: Assassinato
CANE 3: Sicuro
Registro mentalmente: primo omicidio diretto nella mia esperienza sul campo. Una variazione nella linea editoriale.
«Dove?»
CANE 2: Lì
CANE 1: Lì no
CANE 3: Lì dopo
Un furgone nero su cui campeggia Okuribito – Cura e Preparazione del Defunto compare nel punto sbagliato della strada e alla velocità sbagliata. La conseguenza è lineare: frenata, ghiaia, volo nella cava. Un tonfo, poi fumo.
Che impatto sul territorio.
Per qualche secondo non succede niente. Poi uno sportello cede. L’autista emerge con gli occhiali rotti e i capelli pieni di polvere. Corre immediatamente ai fanali: li osserva, li tocca, tenta una verifica empirica che non porta a risultati.
Dal portellone esce un tanatoesteta alto, calvo, occhi azzurri. Si aggiusta appena la giacca, individua la direzione della Francigena e la segue. La sua uscita è definitiva.
Il terzo quasi cade scendendo: corporatura molto magra, baffetto nero, postura deviata. Si rende conto di avere il naso sanguinante. L’evento lo assorbe completamente, interrompendo ogni altra funzione.
Poi scende lei: capelli rossi, occhi chiari, fascia etnica, un’aria da campi e da festival. Si avvicina a un arbusto scorticato dall’impatto e si cimenta a riattaccarci la corteccia.
Un individuo giace all’interno del veicolo, immobile.
I cani saltano sulla lamiera, infilano il muso dentro il furgone. Individuano il corpo riverso sui sedili. Si sente un suono lungo, profondo. I cani si bloccano. Il morto russa. È solo un quinto tanatoesteta addormentato.
CANE 1: Troppi morti
CANE 2: Nessun morto
CANE 3: Confusione
Si fa sera lentamente. Il furgone dell’Okuribito è rimasto inclinato contro il fianco della cava, una ruota ancora sospesa nel vuoto. Il cofano fuma a intermittenza. I fari, miracolosamente intatti, continuano a sparare luce dal basso verso l’alto. Le parabole satellitari riflettono lampi lattiginosi, i frigoriferi sembrano lapidi, la mia diaria è quasi finita e questo servizio non sta andando da nessuna parte.
Non ho avuto nessuna rivelazione né incontrato Elio Germano in un tratturo. Forse il Gargano interno è davvero finito, il suo spopolamento è irreversibile, ed è giusto che finisca così. Mi risuonano in mente le parole di un cinico Autore Radiotelevisivo.
AR: È che purtroppo ha fatto più danni l’Arcadia che lo Sturm und Drang. Pensate a quantaretoricaversatasulla“robagenuinadelcontadino”.Provenientedalla campagna numero uno per tradizione e cultura, quella toscana, l’ultimo contadino che ha dato notizia di sé è stato il bucolico Pacciani.
Il mio piede urta qualcosa di vetro. Rimbalza appena contro la punta dello scarpone. Mi chino. Mezzo affondato nella sabbia c’è un grosso boccaccio, spesso e opaco, col collo sigillato da strati di nastro isolante. Lo tiro fuori con entrambe le mani. È pesante. Dentro c’è un liquido scuro, quasi nero, che si muove lento. Ruoto il boccaccio e vedo galleggiare qualcosa che ha la forma precisa di un orecchio.
AR: Chi la vuole la sua roba genuina?
«Noi!»
Mi hanno letto nella mente tre persone in tutine colorate. Non li avevo sentiti arrivare. Uno di loro mi sfila il boccaccio dalle mani con estrema delicatezza.
«Il problema è smettere di pensare il territorio come organismo integro»
Infila due dita nel liquido. Tira fuori una costola minuscola. La osserva controluce.
«Bisogna lavorare sulla frammentazione»
Passa la costola all’altro, che annuisce seriamente.
«Sulle comunità disarticolate»
Dentro il boccaccio un occhio si apre per effetto del movimento.
«Noi proviamo a costruire pratiche di ricucitura»
Il terzo pesca un pezzo di pelle sottile, trasparente.
«Però senza rimuovere il trauma» La pelle resta appesa tra le dita.
«Il trauma è un dispositivo narrativo potentissimo» Uno dei cani guaisce.
«Specie se territorializzato»
Dal fondo emerge lentamente una mano. Minuscola. Le dita ancora chiuse.
«Ecco, questo è un gesto»
Prende la mano. La apre piano col pollice.
«Qui c’è ancora agency comunitaria»
Nel palmo annerito qualcosa brilla. Un dentino.
«Noi lavoriamo molto sui processi di emersione» Stacca il dentino con l’unghia.
«Sul far parlare ciò che era sommerso»
«Sul dare voce ai margini»
«Proprio oggi abbiamo fatto un laboratorio sul tubero come archivio emotivo della filiera»
«Molto trasformativo»
Infila la mano più a fondo nel boccaccio. Quando la tira fuori ha in mano una testolina. Piccola. Morbida. Senza palpebre.
«Ecco»
«Questo è patrimonio immateriale»
Per un istante penso a un neonato, poi la faccia scivola fuori da quell’idea. La fronte è troppo ampia e liscia. Gli occhi, enormi, stanno ai lati del volto più di quanto dovrebbero. La pelle ha una trasparenza da animale marino. Sotto la membrana sottile si vedono vene nerastre.
«Interessante», dice quello con la costola. «Questa componente non-umana era emersa anche nei tavoli parteci–» «HI-OOOOOooooo…..»
Gli asini interrompono la restituzione. Uno raglia da qualche parte sopra di noi, lungo il bordo della cava. Poi un secondo gli risponde dall’altro lato, più lontano. Il suono gira nella conca vuota e torna indietro più grosso. Sulle pareti di pietra non c’è più niente di fermo. Corrono le volpi. Scendono oblique lungo la ghiaia senza farla franare. Dietro di loro arrivano cani da masseria, spelati, con le catene ancora attaccate al collo. Una donnola attraversa di corsa il fondo della cava e sparisce sotto una ruspa arrugginita. Più in alto, immobili, stanno i maiali. Grossi. Rosa-grigi nella polvere bianca. Continuano ad arrivare. Tassi. Civette basse.
Falchi che girano lenti. E infine il lupo. Compare sul ciglio più alto, controluce. Magro. Gli occhi gialli fissi verso il centro della cava. Uno degli asini raglia ancora. Questa volta gli risponde un coro di cani. I versi si sovrappongono fino a diventare un applauso. Il lupo mostra i denti e scende lentamente. Le volpi attraversano continuamente gli spazi tra un gruppo e l’altro come maschere di scena. Il lupo ora si muove lungo il bordo interno della cava. Nel mezzo siamo rimasti noi: io, i tre delle pratiche trasformative e i tanatoesteti, illuminati dai fanali del furgone. Il faro destro si spegne per un istante, poi si riaccende. Le pecore si comprimono una contro l’altra. Anche il faro sinistro comincia a pulsare. La cava intera si accende e si spegne a intervalli irregolari: zanne, musi, occhi, ferraglia. Il lupo si mette in posizione. Poi i fari cedono insieme. Nel buio restano soltanto gli occhi degli animali. Sono centinaia.
OKURIBITO è un collettivo artistico con sede nel Parco Nazionale del Gargano che intreccia architettura, computazione, sound design, visual design e teatro. Il nome del collettivo, un termine giapponese legato alla pratica della tanatoestetica, nasce in relazione alla retorica istituzionale che descrive parte delle aree interne come territori inermi, destinati a un processo irreversibile di spopolamento, per i quali si auspica unicamente un accompagnamento dignitoso alla fine. Il collettivo assume questa immagine come gesto simbolico e critico per interrogare cosa significhi prendersi cura di ciò che viene dichiarato morto.

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