Nel 2025 il Teatro Supercinema di Castellammare di Stabia celebra i suoi novant’anni inaugurando una nuova stagione produttiva, segnata da un rinnovato dialogo con la drammaturgia contemporanea. In questo contesto, In Alto Mare di Sławomir Mrożek — con la regia di Gianfelice Imparato — apre un percorso di rinascita che affonda le radici nella storia del luogo ma guarda al futuro con coraggio.
In occasione della conferenza stampa di presentazione, è stato presentato anche Trittico – Sulla innocenza umana, ultimo volume di Cristian Izzo, attore, autore e fondatore de Il Luogo in Buio, collettivo cross-mediale impegnato nella ricerca di nuovi linguaggi per il teatro e le arti performative.
Lo abbiamo intervistato per parlare di innocenza, di coraggio e di ciò che significa fare teatro oggi, in provincia, partendo da un luogo che torna a essere centro di produzione e visione.
Cristian, nel tuo volume Trittico – Sulla innocenza umana scegli di affrontare il tema dell’innocenza come condizione fragile e minacciata. Cosa ti ha spinto a lavorare su questo concetto e in che modo pensi che possa risuonare con la storia e la missione del Teatro Supercinema?
In sostanza, Trittico è una riflessione nata da un mio studio sui romanzi distopici di Karin Boyle, Huxley e Orwell, ovviamente, e dalla condizione vissuta nei lunghi periodi di lockdown durante la crisi pandemica: diventammo, sostanzialmente, tutti colpevoli fino a prova contraria, poiché le condizioni lo imponevano.
La mia ossessione drammaturgica è perorare l’incondivisibile – come la negazione dell’amore materno ne L’Antivergine, o, in questo caso, l’affermazione che ogni criminale, anche omicida, è in fondo, davanti alla disumanizzazione della vita e del cosmo, innocente, se si rifiuta il concetto cristiano che la vita è un dono.
Abbiamo colto l’occasione di presentarlo, alla conferenza stampa di In Alto Mare, prima storica produzione del Teatro Supercinema di Castellammare, perché il volume si pregia di una breve introduzione di Gianfelice Imparato, che di questa produzione cura la regia.
In fondo ogni iniziativa è un crimine contro la quiete e contro il nulla – ogni iniziativa è lotta, violenza, guerra. Il Supercinema, il suo patron Natale Montillo, che vuole principiare una nuova vita produttiva, deve inevitabilmente violare uno status quo presente. Un’altra quiete, anche quella innocente.
Il Supercinema ha quasi un secolo di vita e ha cambiato pelle più volte, da sala cinematografica a centro di produzione teatrale. Che effetto ti fa portare il tuo lavoro in un luogo così carico di memoria, e come immagini il dialogo tra il tuo testo, la città di Castellammare e il pubblico che la abita?
In questa prima produzione io agisco soltanto in qualità di attore, artisticamente, insieme a colleghi magnifici come Giuseppe Borrelli e Luigi Credendino, coadiuvati dai giovanissimi e talentuosissimi Renato Marrazzo e Arturo Ruggiero, sostenuti dalle due aiuto regia Maria D’Amora e Maria Giovanna Danise.
Non direi che sia proprio un “mio” lavoro, in quanto tutti noi, com’è ovvio che sia, ci siamo messi al lavoro seguendo scrupolosamente le direttive che Gianfelice Imparato, alla regia, ha offerto con sapienza e rigore.
È un lavoro attoriale essenziale: il gusto di Gianfelice bandisce ogni ammiccamento e ogni orpello, in favore di una naturalezza che, data l’assurdità del testo di Mrożek — un testo quantomai attuale e tagliente nella sua ironia, delizioso nella sua brutalità — va a creare un cortocircuito, almeno per noi, interessantissimo.
Sono curioso di vedere il pubblico di Castellammare confrontarsi con un testo contemporaneo, meno noto magari, una drammaturgia meno frequentata nelle città di provincia del Sud Italia.
Ruccello, a suo tempo, fece lo stesso con un testo di Ionesco alla Festa dell’Unità, alla fine degli anni ’70. O almeno così mi si raccontò.
Mi emoziona molto che, per festeggiare i suoi 90 anni, un luogo storico come il Supercinema abbia inteso proporre un’operazione di teatro contemporaneo, una di quelle che io, da ragazzo che voleva lavorare in teatro, avrei voluto trovare nella mia città, per non trovarmi poi a soffrire del gap culturale che esiste tra i giovani di un capoluogo e quelli della provincia.
Penso a un ragazzo di Napoli, che può ovviamente godere di un’offerta incredibilmente superiore, e ciò può essere normale. Ciò che non è normale è che in provincia esista solo un tipo di offerta teatrale, che non fa nessun lavoro sui linguaggi contemporanei, fossilizzato in schemi e linguaggi del secolo scorso, ignorando totalmente la scena europea e le sue innovazioni.
È un tipo di teatro che si rivolge prettamente alla fascia di pubblico over sessanta, legato principalmente a personaggi popolari dei media e della tv: a una fascia di pubblico benestante che paga per un intrattenimento che viene però offerto e considerato evento culturale. Ed è per questo che, come Il Luogo in Buio, ensemble cross-mediale con cui da dieci anni produciamo e studiamo nuovi linguaggi per il teatro, il cinema, la musica e la poesia, abbiamo accolto la proposta del Supercinema e messo a disposizione un team di professionisti e i nostri contatti per poter realizzare questo lavoro.
Il nostro intento era quello di creare un ponte e tessere una rete: questa rete ha condotto a Barbara Veloce alle scene, a tutte le persone che hanno collaborato, e anche a Gianfelice, con cui volevamo da anni tornare a collaborare e, in seguito, alla terza produzione di questo progetto, I due della Città del Sole; ha condotto a Sala Ferrari, dove lo spettacolo sarà in scena il 22 e 23 novembre, dopo la prima nazionale al Supercinema del 1º novembre
Quali pensi siano oggi le sfide più urgenti per uno spazio come il Supercinema, e in che modo il tuo lavoro prova a rispondervi o a provocarle
Questo dipenderà dalla proprietà del Supercinema e dalle sue scelte. Il Luogo in Buio ed io, in prima persona, siamo stati coinvolti per questa operazione e abbiamo proposto un progetto che sposa la nostra identità estetica ed etica, il nostro gusto, la nostra filosofia.
Il nostro lavoro è stato devoto, perché crediamo fermamente che non ci sia futuro nel teatro che oggi viene proposto in provincia in maniera massiccia — ma, a guardare bene, dovunque.
Crediamo fermamente che non si possa più concepire un teatro come uno spazio contenitore da riempire: bisogna invece dare ad esso una vita. Ne è esempio virtuoso, tra gli altri in Italia, il Bellini di Napoli.
Crediamo fortemente nell’intelligenza del pubblico, a differenza di chi lo vuole stupido e incapace di ricevere proposte “difformi”.
Crediamo nella necessità di un teatro internazionale, perché siamo a contatto con la realtà, in tutta Europa, di città piccolissime come Jurbarkas, in Lituania, che non possiede bar né centri scommesse, ma ha un centro culturale con due sale teatrali, una di 800 posti, frequentate da giovanissimi.
Siamo a contatto con giovani che sanno parlare inglese quasi quanto la loro lingua madre, dovunque. E sappiamo, abbiamo visto, quanto il teatro sia ancora affascinante per ragazzi giovanissimi, se si ha il coraggio di sfidarli e stupirli. Il coraggio, ecco, è fondamentale. Il Supercinema lo ha avuto, in questo caso – e noi abbiamo risposto.
Se vorrà averlo anche in futuro, dovrà deciderlo ancora e ancora. E non è necessario che sia con noi. Potrà collaborare con altre realtà che riterrà più interessanti da coinvolgere.
Il Luogo in Buio è un ponte, non una patria: è una nuvola, non un albero. È un rizoma, alla Deleuze.
Ci siamo incontrati, abbiamo agito. Bisogna sempre muovere oltre. “Non si può tornare a casa”, direbbe Bergonzoni.
Guardando avanti, che tipo di rapporto vorresti costruire con il pubblico e con la scena teatrale del territorio? Pensi che questo progetto possa diventare un punto di partenza per nuove collaborazioni o per una comunità teatrale più viva attorno al Supercinema
Sarebbe bello che tutto ciò accadesse, ma questo dipende dalla volontà del Supercinema e del territorio di accogliere una trasformazione sostanziale, ma necessaria. Con il pubblico di Castellammare ho un ottimo rapporto, anche se non sono molto presente sulla piazza per i miei impegni all’estero.
Hanno sempre preso parte ai miei lavori, quando presentati in città, e hanno accolto con entusiasmo e senso critico le proposte sempre diverse che ho portato: dai monologhi ai lavori collettivi, dai più filosofici — dedicati a Nietzsche o a Böll — a quelli più popolari, come Teatranti o Pulcinella Felice.
Io accolgo tutto. Anche le inutili eterne polemiche della provincia su chi sia tra noi “il più bravo del reame”. inevitabile che, se vi è del professionismo, non si possa rimanere ancorati alla città.
Penso alla Compagnia degli Sbuffi, che gira il mondo da trent’anni, pur essendo originaria di Castellammare.
Penso ai tanti professionisti nati qui — citerei Anna Spagnuolo, il compianto e troppo presto scomparso Gaspare Nasuto, Giuseppe De Rosa — che hanno costruito la loro carriera sui palcoscenici mondiali.
Queste persone hanno sicuramente giovato al prestigio della città, rendendole onore con il proprio lavoro e la propria professionalità dovunque si siano esibite.
Sarebbe troppo facile citare anche Gianfelice, ovviamente. Che questa operazione possa offrire lo spiraglio, la possibilità di una produzione teatrale professionale che parta dal territorio e lo colleghi con altre piazze italiane, dando al Supercinema prestigio e offrendo lavoro e visibilità su scala nazionale, è auspicabile.
Che sia anche luogo di tirocinio per chi, giovanissimo, non ha idea — non essendo nato in una grande capitale — di come si possa cominciare a fare questo complicatissimo mestiere, sarebbe veramente utile.
Noi, in questa operazione, abbiamo lavorato in tal senso. Il futuro è nelle mani della proprietà e di chi, dopo di noi, vorrà operare nella stessa direzione, se lo si vorrà.
Dico “dopo di noi” perché Il Luogo in Buio non è in cerca di una dimora fissa: abbiamo solo aperto una strada, laddove vi era la possibilità. Ci auguriamo che qualcuno ne giovi.
Pavese, in Dialoghi con Leucò, fa dire a Dioniso: “Sarà sempre un racconto.”

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