Sul lungomare di Beirut. When I Saw the Sea di Alì Chahrour

Mar 26, 2026

Nel contesto della nona edizione di FOG Performing Arts Festival, debutta per la prima volta in Italia presso i locali di Triennale Milano lo spettacolo When I Saw the Sea del coreografo e danzatore libanese Alì Chahrour, con Zena MoussaTenei Ahmad e Rania Jamal. Al centro, il dramma delle lavoratrici domestiche migranti in Libano, raccontato da stralci di vita delle tre donne in scena durante i bombardamenti perpetrati da Israele.

La narrazione di un conflitto porta con sé limiti precisi. Si espongono i fatti, gli ordigni detonati e le case distrutte, si aggiorna il conteggio delle vittime e la tridimensionalità dei singoli vissuti sfuma impalpabile, lasciando spazio ad una forma di empatia vaga, stordita dai grandi numeri. Il motivo drammaturgico di When I Saw the Sea conosce bene questi limiti e attraverso i corpi e le voci di tre donne propone l’operazione inversa.  

Veniamo così traghettati nella vita di una giovane donna migrante. Per entrare appieno nelle pieghe del racconto, occorre prima soffermarsi su cosa sia il sistema della Kafala. Con kafala (sponsorizzazione) in Libano e in Giordania si intende l’istituto giuridico che disciplina il rapporto tra il datore di lavoro (kafil) e la persona migrante, tradotto in pratiche di sfruttamento, controllo totale dei permessi di soggiorno, discriminazione e violenza sessuale. Di fatto le lavoratrici migranti sono costrette ad abitare nella casa del kafil sottoponendosi ad abusi e violenze, considerate ree ai sensi della legge in caso di tentativo di fuga, pena la reclusione o l’espulsione. Ad oggi la kafala è denunciata come una forma contemporanea di schiavitù.

Nell’autunno del 2024, all’indomani dell’intensificarsi dei bombardamenti da parte del governo di Israele sul Sud del Libano, molti kafil sono fuggiti dalla regione, abbandonando le lavoratrici e negando qualsiasi richiesta di soccorso, lasciandole nella maggior parte senza documenti o risorse per cercare riparo altrove. Lo stesso Ministero dell’Istruzione ha negato loro l’accesso ai rifugi per libanesi sfollati, in quanto migranti. 

Nei disperati tentativi di trovare riparo, alcune di loro hanno raggiunto il nord del Libano vedendo il mare per la prima volta e trovando nel lungomare di Beirut un orizzonte di speranza. È proprio la rotta verso il mare ad accomunare le tre protagoniste in scena, che si fanno carico di raccontare le barbarie subite, le sorelle rimaste tra le macerie, i volti incrociati, la vista della distesa immensa del mare. 

Vero tramite di queste storie è il canto, scolpito con precisione come «una ninna nanna di fuoco, amore e giustizia». Di fatto l’elemento canoro rappresenta inequivocabilmente un quarto personaggio, non solo per la presenza sul palco dei musicisti e cantanti Lynn Adib e Abed Kobeissy, autori dello straordinario disegno sonoro del progetto, ma per il significato che lo stesso assume nella vita delle donne migranti. 

Il canto si dipana in scena come un filo che collega i paesi di origine di queste donne all’acqua salata del lungomare di Beirut, permette loro di restare in contatto con un’identità, di trovare una direzione, sostituisce la parola perché riesce ad evocare le compagne di viaggio rimaste indietro, assumendo, in altre parole, la valenza di un rito collettivo. È grazie alla forza di questo rituale che le tre donne sfidano il limite della narrazione di massa, restituendo voce ai singoli vissuti delle innumerevoli lavoratrici domestiche migranti del Libano.

Segui Theatron 2.0

Pubblicità

Bandi  e opportunità

Ultimi articoli