Storie di spazi attraversabili, la situazione della Pelanda di Roma

Mar 25, 2023

“Quando niente arresta il nostro sguardo, il nostro sguardo va molto lontano. Ma, se non incontra niente, non vede niente; non vede quel che in quel che incontra: lo spazio ciò che resta lo sguardo, ciò su cui inciampa la vista” (Georges Perec – Specie di spazi)

Quando Paul Virilio commissiona a Georges Perec “Specie di spazi” per la rivista Cause Commune, Perec risponde che avrebbe realizzato “Un bestiario di spazi”, di fronte a quanto accaduto negli spazi culturali romani, la definizione di Perec ci sembra quanto mai calzante per descrivere una fenomenologia dei cambiamenti che sfugge a qualsiasi spiegazione razionale, catalogabile ma che mantiene, in maniera congenita, una componente di imprevedibilità. 

Il 27 febbraio 2023, il presidente di Azienda Speciale Palaexpo, con una dichiarazione su un articolo su Repubblica Roma conferma la fine dell’esperienza costruita negli spazi dell’ex Mattatoio, del Master in Arti performative, della programmazione pubblica e di Prender-si cura, programma di residenze di ricerca e produzione artistica, parti del Centro sulle arti performative, ideato e curato da Ilaria Mancia, che ha acceso e abitato gli spazi de La Pelanda da marzo 2019 e ottobre 2022 in cui artiste e artisti hanno avuto la possibilità di sviluppare la propria ricerca artistica spaziando con libertà e tempo nei diversi linguaggi delle arti. 

Abbiamo avuto la possibilità di parlare con Ilaria Mancia – curatrice e docente, dal 2019 a settembre 2022 curatrice e ideatrice, responsabile dei progetti formativi, delle residenze produttive e delle presentazioni al pubblico, presso Pelanda/Mattatoio di Roma – e di ascoltare la sua versione della storia, discutendo sulle possibilità e le potenzialità della la città di Roma che lei definisce, attraversabile e multiculturale, da capitale europea, nonostante a volte sembri non volersi riconoscere come tale.

Ci può raccontare il suo percorso all’interno degli spazi culturali romani? Cosa ha significato inserirsi in un ambiente come quello di Roma profondamente, influenzato dal pregiudizio sul mondo degli eventi pubblici? 

Per me è stata un’esperienza stimolante e faticosa, sicuramente un’occasione preziosa per tentare di superare pregiudizi, venendo a contatto e poi contribuendo, spero, a creare un ambiente di scambio, ricerca e sperimentazione poroso e attraversabile da diverse persone, professionalità e generazioni. La vitalità di Roma è data dalle persone che la abitano e la attraversano; è eterna e allo stesso tempo infinitamente fluida e mobile nelle dinamiche che la caratterizzano; è una città ricca di energie nascoste, artist*, ricercator* attivist*, con molti dei quali ho potuto anche attivare collaborazioni; ha una cittadinanza multiculturale, da capitale europea, nonostante a volte sembri non volersi riconoscere come tale. 

Abito a Roma da molti anni e mi ha sempre affascinato la capacità che la città ha di rigenerarsi e riattivare energie e luoghi di scambio (spesso indipendenti) che si scontrano con una mancanza di “sistema”, soprattutto rispetto alle arti contemporanee, e che rischiano di stare in una perenne altalena di apparizioni e sparizioni, arabe fenici che non si sa per quale “magia” riaffiorano ogni volta. 

Questa dinamica però ha un forte limite perché non permette la sedimentazione di progettualità e realtà sul territorio, né il consolidamento di energie propulsive che soccombono poco tempo dopo essere apparse, per la mancanza di sostegno istituzionale e politico. Questo determina una fragilità del sistema che, fra l’altro, non permette di avvicinare e convogliare risorse private. In questi giorni molt* hanno sottolineato che, da fuori, negli ultimi anni, questo fermento di Roma si è percepito ma poch* sono consapevoli del dispendio di energie e dello stremo a cui la comunità artistica romana, ciclicamente, arriva.

Non credo si debba parlare di pregiudizio ma di una situazione pregiudiziale rispetto al fatto che certi luoghi, che grazie a delle visioni progettuali diventano riconoscibili come punti di riferimento, scompaiono in tempi troppo brevi: questo non permette la creazione di una comunità e di un pubblico, né la sedimentazione di energie e possibilità e la loro trasformazione in attività stabili, riconoscibili e attraversabili. C’è bisogno di luoghi di relazione e di scambio aperti ma coerenti, attraversabili, e non di location per eventi sporadici.

Credo sia necessario prima di tutto sentire la sua versione di ciò che è accaduto alla Pelanda, cercare di tracciare una sua parabola per capire esattamente cosa sia successo. 

Posso dire innanzitutto che la mia è solo una delle versioni di ciò che è accaduto negli spazi che citi, visto che, nel portare avanti i progetti e la visione complessiva per quel luogo hanno collaborato molte persone, e in primo luogo gli e le artist* che li hanno attraversati e hanno contribuito ad allargarne la prospettiva.

Negli ultimi quattro anni l’esperienza di ideare e curare, come responsabile, una serie di progetti di formazione, produzione e presentazione al pubblico negli spazi del Mattatoio e di Pelanda per un’istituzione come Azienda Speciale Palaexpo, ha rappresentato una preziosa possibilità e una sfida che considero in gran parte riuscita, nonostante il periodo pandemico. In quello spazio-tempo è stato possibile convogliare relazioni con artist* e operator* della città, e non solo, che hanno trovato un luogo di sviluppo e crescita in rapporto con altre realtà cittadine, come il Teatro India, la Quadriennale, varie Accademie straniere e istituti di cultura, nonché spazi indipendenti, che negli scorsi anni hanno determinato una vivacità della scena contemporanea, anche a livello istituzionale, inaspettata e insperata per Roma. 

Allo scadere di alcuni contratti, fra cui il mio (a fine settembre 2022) e con il cambio di governance dell’Azienda Palaexpo, si è determinata una mancanza di continuità, una cesura. 

Molt* artist*, in tutta Italia e all’estero, riconoscevano, già dopo pochi anni, il Mattatoio come luogo di riferimento per il contemporaneo; molt*, ad esempio, aspettavano la terza edizione del Master in Arti Performative (organizzato nella sua prima edizione con L’Università Roma Tre e nella seconda con l’Accademia di Belle Arti di Roma) o i laboratori gratuiti e l’attivazione della nuova edizione delle residenze, esperienze parallele che, insieme alla programmazione pubblica, hanno rappresentato, nella loro integrazione, una novità rispetto all’idea convenzionale di istituzione museale. 

L’idea alla base del modello che abbiamo sviluppato era quella di creare una continuità di rapporti con artist* e pubblico, e uno sviluppo di relazioni che andassero a svelare possibilità di collaborazioni inter-istituzionali e continuative forme di attraversamento e uso degli spazi.
Non c’è stata da parte di Palaexpo una spiegazione per la cancellazione del progetto, non c’è stato un confronto, né proposte per salvarne qualche aspetto. Sarebbe stato auspicabile il contrario o, quanto meno, la valutazione degli aspetti positivi che potessero svilupparsi nel tempo, anche con nuove forme, piuttosto che una chiusura netta che disperde energie, risorse, rapporti, e non mette a sistema i percorsi fatti. Percorsi di formazione e produzione che rappresentano investimenti che rivelano i loro risultati secondo logiche diverse dal profitto immediato.

La parcellizzazione delle iniziative e l’ospitalità di attività esterne ed episodiche, rispetto allo sviluppo di una visione progettuale e curatoriale, ricalca un modello del passato, senza coerenza e organicità, che ha già rivelato i suoi limiti pregiudicando la possibilità che il Mattatoio fosse riconosciuto come un centro di produzione di cultura.

La mancata conferma di queste progettualità è apparsa a molt* inspiegabile e ha fatto si che molte voci abbiano deciso di porre pubblicamente delle domande attraverso una lettera aperta alle istituzioni. 

Di fronte alla chiusura di uno dei poli di maggiore contatto con le realtà internazionali Roma ha bisogno nuovamente di reinventarsi, trovare una nuova identità attraverso cui relazionarsi con le avanguardie o resistere nella possibilità di trovare soluzioni nuove per veicolare una ricerca internazionale. 

Innanzitutto c’è la speranza che un confronto si possa comunque attuare e uno scambio, anche a livello istituzionale, rimanga attivo. Questo confronto è una necessità per una comunità vasta di artist*, cittandin*, operator* culturali e se ne sente la necessità anche a livello nazionale. La ricerca e la sperimentazione artistica, devono e possono diventare un patrimonio comune, non una cosa “di nicchia”, riservata a pochi privilegiati. Basta pensare a ciò che succede in spazi e festival negli altri paesi europei, come il Matadero, il Festival d’Automne di Parigi, il Kunstenfestivaldesarts etc. Le relazioni, l’alta qualità delle creazioni e delle progettualità contemporanee, se messa a sistema ha una capacità trasformativa, crea curiosità e partecipazione di pubblici vasti e variegati.

La ricerca artistica è un fondamentale luogo di dibattito e approfondimento di tematiche cruciali del nostro presente e i ragionamenti innescati dalla comunità artistica sono imprescindibili: la centralità dei corpi, le relazioni comunitarie, i temi ecologici e ambientali, la multiculturalità, le questioni di genere e di inclusività, dal transfemminismo al decolonialismo, i rischi e le potenzialità delle tecnologie e dei linguaggi in continua evoluzione, tutti questi sono argomenti della contemporaneità e su di essi gli artisti ci chiamano a confrontarci, a prendere coscienza e parola, a non nasconderci nell’indifferenza. 

A Roma i siti pubblici dismessi e abbandonati sono oltre 190, è possibile ragionare pensando di recuperare spazi altri? Rendendoli agibili per le residenze artistiche?

Sicuramente il recupero degli spazi è un tema importante, ma vanno considerate tutte le implicazioni e le conseguenze. Uno spazio senza risorse e investimenti diventa molto difficile da gestire. Penso, soprattutto, che le ristrutturazioni debbano tenere presente le funzioni per cui certi luoghi vengono ripristinati e le attività per cui verranno utilizzati, cercando di evitare sprechi, ragionando sempre in un’ottica di ecologia produttiva. Come dicevo prima, luoghi e risorse vanno messe a sistema, senza creare doppioni inutili o identità precarie e quindi irriconoscibili. 

Non dimentichiamo poi che, oltre agli spazi fisici, ci saranno le persone che cercheranno di tenerli attivi e vitali, e questo apre al tema del lavoro, delle retribuzioni e del sostegno – in termini di tempo, cura, risorse – di cui la ricerca artistica e la comunità tutta hanno bisogno. 

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