Un biliardino illuminato da quattro faretti al centro della scena, come uno stadio in scala per piccoli uomini di plastica. Due panche ai lati, come panchine di un campo da calcio, pronte a ospitare i giocatori reali. È l’immagine d’apertura di Special K., scritto, diretto e interpretato da Michele Eburnea, vincitore del Premio Silvio d’Amico alla Regia. Presentato all’interno di ULTRA REF, il segmento di RomaEuropa Festival dedicato alle nuove generazioni di artisti e spettatori, che anima le sale del Mattatoio di Roma dal 20 settembre al 16 novembre.
Eburnea, classe ’97, presenta un’indagine ironica e intelligente sugli effetti del patriarcato sugli uomini di oggi, partendo da un biliardino. «Questo è un oggetto comune», dichiara la prima frase proiettata sul fondo della scena. Ma la scritta potrebbe riferirsi sia al gioco che allo stesso Eburnea, in piedi con un taccuino mentre osserva il pubblico. «Chi ha mai pensato che il biliardino fosse un gioco machista?», domanda poco dopo, perché è proprio dietro la consuetudine che si nascondono i codici del patriarcato: il cameratismo, la competizione, un’identità costruita sulla rivalità.
Che cosa si può fare, allora, quando anche le azioni e gli oggetti più innocui rivelano i germi di un sistema di potere radicato? La risposta di Eburnea è decostruire: se stesso in primis, le proprie convinzioni, il linguaggio, persino gli oggetti di scena. Si parte da un’indagine collettiva. L’attore interroga il pubblico con una serie di domande sulla percezione del patriarcato, raccogliendo le risposte per alzata di mano, e prende appunti come un antropologo sul campo. L’ultima domanda invita quattro volontari a sfidarsi a biliardino, ponendo termine al primo di cinque frammenti che compongono la drammaturgia.
I primi due volontari impersonano Franz e Hermann Kafka, padre e figlio in un duello senza comunicazione possibile. Eburnea diventa arbitro e voce interiore, incarnando la distanza fra sensibilità e autorità, fra vulnerabilità e potere. È un confronto che si fa allegoria della trasmissione patriarcale: quell’eredità invisibile che impone di essere forti, performanti, inaccessibili. Lo spettacolo, spiega Eburnea, nasce proprio dalla Lettera al padre di Franz Kafka: 103 pagine scritte a mano da un uomo che si sente inadeguato, rivolte a un padre che rappresenta la misura della virilità borghese. È un attacco a quella mentalità patriarcale che si tramanda di padre in figlio innescando un meccanismo che si imprime dalla nascita e va necessariamente messo in discussione. Alla fine, è il padre a vincere, e quell’imprevedibilità del qui e ora del teatro dà un tocco d’amara ironia alla sorte della partita.
Nel terzo episodio, entrano in scena gli altri due volontari per una sfida che vede schierati il Mister, prototipo dell’uomo d’acciaio, e lo Spettatore di teatro, volubile e riflessivo. Il primo ha solo risposte, il secondo solo domande. Eburnea, che da qui in avanti si fa chiamare “Michele”, si colloca nel mezzo, oscillando tra ammirazione e timore, rivelando la propria fragilità attraverso i video registrati fuori scena. Si crea un doppio effetto: il Michele sulla scena non coincide con quello nello schermo, che raccoglie le voci interiori e i pensieri ossessivi di chi vive in costante autovalutazione.

È proprio questo timore di disattendere le aspettative degli altri a renderci complici del patriarcato. Eburnea allora torna a scomporsi, a mettersi a nudo, in un racconto autobiografico in cui sfida a biliardino l’amico di scuola che misura il proprio valore in base ai racconti di conquiste sessuali. Perché non sono solo i padri a formarci, ma anche gli amici, i coetanei, il branco. L’identità maschile si costruisce nello sguardo altrui, nel bisogno di appartenenza, nell’incapacità di riconoscere la vulnerabilità come forma di forza.
Il passaggio tra un frammento e l’altro non avviene per semplice giustapposizione, ma per accumulo: ogni partita aggiunge un tassello alla riflessione sull’identità maschile, trasformando il gioco in una metafora esistenziale. Ma Eburnea lavora anche per sottrazione: smonta il linguaggio, quelle parole che plasmano il modo in cui percepiamo il mondo. Si mette a nudo, oscillando tra confessione e ironia, senza mai scivolare nell’autocompiacimento. Svela i meccanismi della propria messa in scena, costringendo lo spettatore a interrogarsi, più che a giudicare. È teatro e quindi anche un processo di consapevolezza condivisa.
Nell’ultimo segmento, l’autore rovescia l’immaginario collettivo: il Mister diventa un allenatore di uomini di plastica, simbolo di un potere svuotato. L’azione si conclude con un video che mostra i soldatini del biliardino discutere tra loro, divisi in fazioni solo dal colore della maglia. Una guerra sterile e quotidiana che ironizza sugli atteggiamenti da ultrà, sulle polarizzazioni, ma anche – più in generale – sulla condizione umana.
E allora, che cos’è Special K.? Non è chiaro. Forse una colazione, una ciotola di cereali che galleggiano nel latte, un ricordo d’infanzia innocente. Ma anche K come Kafka: un “episodio speciale” sulla fragilità dell’essere uomo. In scena, i cereali compaiono solo una volta, come una bustina consegnata a padre e figlio dopo la partita, simbolo di una riconciliazione mancata, o forse solo immaginata.
La drammaturgia si muove con intelligenza e freschezza, ma resta scomposta. I frammenti non sempre si intrecciano con naturalezza, e alcuni passaggi risultano bruschi, come se la ricerca concettuale fosse più avanti della forma scenica. La proiezione in diretta delle partite di biliardino giocate durante lo spettacolo rischia di distrarre dalla narrazione. L’interazione con il pubblico, efficace nella prima parte, si indebolisce verso il finale, lasciando emergere più il dispositivo concettuale che l’emozione. Tuttavia, la ricerca è coerente e necessaria: Special K è un laboratorio di pensiero, un tentativo riuscito di coniugare autobiografia e analisi sociale senza cadere nel retorico. Eburnea riesce a cambiare registro con naturalezza, passando da se stesso a una voce narrante più neutra, e mantenendo sempre una presenza scenica sincera. La sua scrittura è ironica, precisa, capace di trasformare un oggetto comune in un detonatore simbolico.
Decostruire, per Eburnea, non significa demolire ma svelare: il linguaggio, l’immaginario, la propria identità. Guardare nelle crepe del maschile, per capire cosa resta quando le regole del gioco – anche quelle di un semplice biliardino – si spezzano. E la domanda resta volutamente aperta: «Il biliardino è davvero un gioco machista?».

Nata a Rovigo nel 2002. Conseguita laurea triennale in Arti e Scienze dello spettacolo con una tesi in storia del teatro, attualmente laureanda in Scritture e Produzioni dello spettacolo e i media presso La Sapienza.
Redattrice di Theatron 2.0













