Esposto all’erosione, preda di un turismo di massa che romanticizza l’immagine della “città che muore”, Civita di Bagnoregio è un luogo che si confronta, in questa narrazione, con una contraddizione permanente, esistendo come spazio, certamente fragile, ma abitato. Una condizione geologica e simbolica che riflette l’intervento di Spaccature Festival, rassegna diffusa di arti performative, che si terrà dal 28 al 31 luglio, diretta da Sofia Russotto e Pietro Gambacorta.
Il nome stesso del festival nasce dalle fenditure del territorio, rifiutando l’idea della fragilità come destino inarrestabile. Le spaccature diventano piuttosto aperture in cui insinuare e far emergere, possibilità, relazioni, pratiche artistiche. Anche il titolo dell’edizione 2026, “Dall’abisso, in superficie”, indica un movimento di risalita che informa tanto il territorio quanto la scena contemporanea, descrivendo la volontà di portare alla luce ciò che resta nascosto, attraversando zone instabili, interrogando le forme del potere, della comunità, della cura.
In questa prospettiva, Spaccature affianca alla visibilità di compagnie e gruppi emergenti, un accompagnamento e un’azione curatoriale costruiti in dialogo con la comunità locale e con le specificità di Civita e Bagnoregio.
Ce lo raccontano, in questa intervista, Sofia Russotto e Pietro Gambacorta.
Spaccature Festival nasce e si sviluppa a Civita di Bagnoregio, un luogo segnato dalla fragilità geologica, esposto all’erosione, al rischio della scomparsa. Il titolo-manifesto di questa edizione, “Dall’abisso, in superficie”, sembra indicare la volontà di portare alla luce ciò che resta nascosto, rimosso, sepolto. In che modo questa condizione fisica del territorio ha influenzato l’identità del festival e quali traiettorie curatoriali apre l’idea della risalita in superficie?
La condizione di fragilità su cui si fonda la narrazione di questo luogo è stata sin dalla nascita del festival un’ispirazione importante. Il nome stesso “Spaccature” evoca le crepe e le fenditure da cui è caratterizzato il territorio. Con questo titolo intendevamo rimarcare la possibilità di insinuarsi dentro queste aperture, non di occultarle o nasconderle.
Quest’anno, emergendo dall’abisso in superficie, esploriamo l’importanza di mettere le mani nelle fragilità per poter permettere a ciò che è visibile di fiorire.
Un po’ come quando si pianta un albero: bisogna scavare, comprendere e preparare la terra per le radici, poi piantare e veder fiorire.
La fragilità di Civita può essere letta anche come metafora della condizione di molte realtà artistiche emergenti, instabili, esposte, alla ricerca di spazi di legittimazione. Che relazione riscontrate tra la vulnerabilità del luogo e quella del lavoro artistico contemporaneo?
Da subito abbiamo deciso di costruire una narrazione che fosse libera da vittimismo e autocommiserazione.
Civita è preda, ormai da anni, di un turismo di massa che vive l’esistenza di questo luogo solo come una rarità destinata a scomparire senza considerare il fatto che nel frattempo è ancora vivo, pulsante, abitato.
Allo stesso modo, le realtà emergenti vengono strumentalizzate e raccontate come una specie in via d’estinzione da proteggere e accompagnare. Questa finta cura sta in realtà negando alle nuove compagnie di affermarsi poiché continua a relegarle a una dimensione di “rarità” e non di normalità.
Rompendo questa mentalità, Spaccature restituisce possibilità di debutto e scambio agli emergenti e alla città di un attraversamento diverso da quello del turismo.
Da quali necessità è nato il festival e come avete strutturato l’edizione 2026?
Il festival nasce proprio da questo desiderio di rottura con una certa egemonia della cultura fatta di “nomi”, “scambi”, “chi conta e chi non conta”. Crediamo che spesso chi propone opportunità per realtà emergenti lo faccia dall’alto, dalla comodità della sua posizione, senza sporcarsi realmente le mani. Essendo due direttori artistici under 30, ci troviamo nella stessa posizione delle compagnie che tentiamo di valorizzare, da parte nostra non c’è alcun interesse altro ma un reale desiderio di dare voce a chi fatica a farsi sentire e di ricreare un luogo protetto dove poter sperimentare.
Quest’anno la domanda portante è stata proprio “Esiste un potere che non sia abusante?”. Ogni spettacolo sfiora questa riflessione, mostrandoci una prospettiva diversa sull’argomento.
Una risposta reale non c’è ma ciò che ci piace suggerire con quest’edizione è l’esistenza di una dimensione di comunità, di cooperazione e festa.
I soggetti che abbiamo scelto per rappresentare l’edizione 2026 sono stati ideati e realizzati dagli Art Directors Aureliano Capri e Flavia Softa e dall’illustratrice Valeria Michetti che hanno animato delle figure animalesche, antropomorfe, ispirate alla fauna locale, che accennano a una sorta di danza rituale intorno a un grande fuoco vivo.
Spaccature è un festival diffuso che attraversa piazze, strade, luoghi storici. Come state attivando la relazione con la comunità locale?
Il festival sin dall’inizio è stato molto connesso con gli abitanti del paese essendo Pietro autoctono di Bagnoregio. Pietro conosce tutti e i genitori sono proprietari di una ferramenta molto frequentata in paese.
Questo ci ha permesso di costruire da subito un dialogo aperto con la comunità e di sapere in anticipo quali sarebbero state le cose desiderate e quali quelle indesiderate. Cerchiamo di esistere con rispetto ma sempre con l’intento di stimolare.
Il festival ha una natura particolare perché si sviluppa tra due paesini, Bagnoregio che sta ai piedi del ponte ed è più grande e abitato, e Civita che si trova oltre quel ponte, il quale è percorribile solo a piedi, abitato da pochissime persone e preso d’assalto dai turisti. La nostra sfida è tenere insieme queste due anime.
Tra le cose che facciamo per coinvolgere gli abitanti c’è ad esempio il caffè sospeso: durante il giorno giriamo per i diversi bar del paese e offriamo a chi vuole un caffè mentre gli porgiamo il “biglietto da visita” degli eventi che si terranno quel giorno.
L’anno scorso abbiamo sperimentato una tavola rotonda aperta agli abitanti del paese. Ci siamo seduti intorno a un tavolo e abbiamo chiesto loro cosa gli piacesse e cosa gli mancasse dal festival. Sono state scritte le loro frasi su dei post-it colorati che hanno riempito la tavola. Quest’anno siamo ripartiti da quegli assunti.
Altre attività previste per coinvolgere la comunità sono un concerto organizzato in un bar molto frequentato e un party in un posto appena fuori dal paese, in campagna.
Guardando al futuro, come intendete sviluppare l’identità e l’azione curatoriale di Spaccature?
Per il futuro ci sono diverse cose che ci auguriamo: ci piacerebbe riuscire a offrire più periodi di residenza per le compagnie, attraversare Bagnoregio e Civita anche in altri periodi dell’anno con eventi mirati o attività laboratoriali aperte alla comunità.
L’identità del festival finora si è fondata fortemente sulla comprensione delle logiche del luogo in cui ci trovavamo. Siamo convinti che continuerà a essere questa la nostra bussola, sperando in un fermento e in una partecipazione sempre maggiori anche per chi arriva da fuori.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.














