Memorie di famiglia: Sonenalé presenta Lasciti, storia di un’eredità gestuale

Dic 7, 2021

Il corpo è uno scrigno in cui si inanellano memorie, trasmissioni di posture, gesti, conoscenze. I corpi raccontano storie di uomini, di donne, di famiglie, di epoche passate che riverberano nel presente, tramandate osmoticamente.
In questo solco si insedia la ricerca di Sonenalé, compagnia pugliese fondata da Riccardo Fusiello, danzatore e coreografo e Agostino Riola, performer e regista, che con Lasciti riflette sul coacervo di movenze e vocaboli che di generazione in generazione si instillano in ciascuno di noi.
Partendo dal tema universale della famiglia, Lasciti indaga relazioni, dolori, ricordi facendo affiorare un’eredità immateriale e fisica, in un intimo contrappunto tra danza e teatro.

Come molti dei lavori della compagnia, anche Lasciti prende le mosse da un testo, Lessico famigliare di Natalia Ginzburg, traendone il metodo di composizione di un vocabolario condiviso e trasformandolo in una narrazione gestuale volta a raccontare insidie e celati segreti.
Travalicando i confini nazionali, Lasciti, ultima produzione di Sonenalé, sarà presentato il 15 dicembre presso il LAC di Lugano.

Ne parliamo con il coreografo, regista e interprete Riccardo Fusiello.

Lasciti è una riflessione sulla memoria e sui rapporti famigliari nell’ambivalenza tra tra l’unitarietà dei ricordi che si tramandano attraverso parole e gesti e le fratture celate nelle relazioni da cui essi si generano. Dove si posiziona il vostro lavoro tra queste due opposte polarità?

Un’immagine che mi ha guidato è quella di un lago ghiacciato dalla superficie solida ma da cui si intravede il fondo. La riflessione parte dall’unitarietà di pensieri, gesti, parole che si tramandano inavvertitamente e che vengono assimilati dal corpo. Ci siamo allora posti una domanda: che cosa succede quando questi personaggi con il loro portato emotivo e gestuale si mettono in dialogo creando dei cortocircuiti?
Quella superficie sembra essere un appoggio concreto, eppure è scivolosa e potrebbe rompersi da un momento all’altro. Tra le crepe appare il fondo su cui si depositano le relazioni con le loro difficoltà e i loro aspetti oscuri.

La tematica di Lasciti è ispirata a Lessico famigliare di Natalia Ginzburg. Come vi siete serviti di questo testo nello sviluppo creativo di questo spettacolo?

Avevo letto questo libro tanti anni fa. Successivamente l’ho riletto e da lì è nata l’ispirazione di questo lavoro. Molti dei nostri spettacoli sono suggestionati da libri. Quando ho letto Lessico famigliare sono rimasto colpito dall’utilizzo delle parole, su cui Natalia Ginzburg si sofferma, e dalla loro ripetizione: in questo modo si viene a creare un vocabolario condiviso tra i suoi personaggi.
In questo romanzo è come se tutto fosse sotto vetro: le rotture, i disordini emotivi non emergono chiaramente, la scrittura tiene tutto sotto controllo, ma si avverte la presenza di un cuore pulsante che rimane come insabbiato lungo tutto il romanzo.
Ciò su cui ci siamo concentrati è quel che avviene al di là delle convenzioni a noi trasmesse. Non abbiamo portato in scena il romanzo, abbiamo piuttosto cercato di prendere questo lessico famigliare e trasformarlo in un lessico gestuale, di movimento anch’esso inconsapevolmente tramandato dalle persone con cui cresciamo. 

I tre fratelli, protagonisti di Lasciti, hanno una familiarità gestuale condivisa. Si incontrano dopo una crisi per occuparsi degli oggetti lasciati loro in eredità.
Nel mettere a posto questi oggetti, fanno emergere la relazione che intercorre tra di loro, tra dolori, lacerazioni, euforie, contemporaneamente costruendo gli spostamenti fisici ed emotivi su cui si impernia lo spettacolo. La narrazione del rapporto tra fratelli, di per sé estremamente delicato, è stata complessa da mettere in scena, soprattutto in un lavoro come Lasciti che non prevede l’uso cospicuo della parola.

Lasciti


Sonenalé

Attraverso la compresenza di linguaggi e di registri, che caratterizza le creazioni di Sonenalé, esplorate un paesaggio interiore personale e al contempo universale legato al tema della famiglia. Come si articola sulla scena questa molteplicità?

La nostra ricerca consiste anche nel trovare dei linguaggi che si pongano al servizio del tema che stiamo trattando, cercando di protendere verso il linguaggio del corpo senza tradire quello teatrale. In questo caso abbiamo lavorato sul concreto e sull’astratto: c’è una componente concreta, teatrale, che ci serve per catturare l’attenzione più conscia dello spettatore, creando una situazione, un mondo, una contestualizzazione; dopodiché facciamo scivolare i danzatori in una perdita del corpo quotidiano, direzionandoli verso posizioni più astratte per indagare qualcos’altro.

Credo che guardare un corpo trasfigurato, attraverso delle posture e dei movimenti non convenzionali, possa incentivare una trasformazione anche del pensiero, della coscienza nel pubblico. Rispetto al tema della famiglia abbiamo cercato di non darne una restituzione sdolcinata, abbiamo piuttosto tentato di far emergere ciò che di più oscuro esiste in ogni famiglia e con cui ciascuno deve necessariamente confrontarsi nel corso della vita.

L’eredità familiare raccontata e scardinata in Lasciti vuole essere oggetto di un “tradimento” o mezzo di rinascita? 

L’eredità famigliare o fisica è la chiave d’accesso all’eredità materiale. Quando si parla di eredità si pensa sempre a qualcosa di concreto, io ad esempio sono molto legato agli oggetti di famiglia poiché è per me un modo di non disperdere un mondo che sento minacciato dalla sparizione. Ecco perché utilizziamo mobili che sono davvero arredi di famiglia. L’eredità molto spesso diventa un peso, in scena abbiamo degli atteggiamenti morbosi con questi mobili, come volessimo succhiare via una vita che non esiste più e che in scena diventano quasi una zavorra di cui vogliamo liberarci.

Ciò con cui facciamo veramente i conti è immateriale. Quando i corpi iniziano a mettersi in relazione tra loro, scatenano delle energie che riescono a far arrivare un’emotività fisica, tangibile. L’idea è di liberarsi da questi orpelli, da cui i nostri personaggi sono ammaliati e contemporaneamente annoiati per lasciare spazio a un’eredità immateriale ed emotiva che è immanente. Al termine dello spettacolo portiamo in scena una pianta che è chiaramente il simbolo di una rinascita, di uno sradicamento e di un nuovo innesto.

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