A Poggi San Siro non c’è una piazza. C’è la chiesa, e accanto la pista da bocce. Ci sono le case, alcune abitate tutto l’anno, altre aperte soltanto in estate, e poi la campagna.
Ai Poggi non esistono spazi pubblici. Ogni muro, slargo, centimetro verde o cementificato appartiene a qualcuno e le persone si conoscono per nome. Secondo i dati Istat del 2024, ai Poggi abitano 87 persone. Ci sono quelli che vivono e lavorano qui, quelli che sono tornati dopo la pensione, quelli che hanno conservato la casa dei genitori e tornano ogni anno per San Rocco, il 16 agosto.
Il nostro centro è piazza Odetto, ovvero il cortile interno tra la casa dei genitori di Giulia, abitata solo in alcuni periodi dell’anno, e quella degli zii, dove invece c’è sempre qualcuno. È qui che nasce cuginə, la residenza di Collettivo Effe arrivata alla sua seconda edizione. Giulia Odetto e Antonio Careddu hanno invitato nove artisti e ricercatori a interrogarsi sui propri processi creativi e su come renderli accessibili a un pubblico popolare, non abituato al teatro. Undici giorni di lavoro, fino alla restituzione di Ferragosto e alla festa patronale di San Rocco.
Io sono rimasta per i primi cinque giorni, prima che la ricerca cominciasse a convergere verso la restituzione. Quello che segue non prova a ricostruire tutto. Tiene insieme alcuni momenti, quelli che hanno continuato a risuonare dopo: appunti a margine di un lavoro fatto insieme, provando, smontando, ricominciando.
Sotto il fico, sotto la quercia, sotto il melo
Giovedì 6 agosto, alle 15, siamo seduti sull’erba sotto un albero di fichi. Una lamiera sbatte a intervalli irregolari a causa del vento. Naomi Oke ha steso sul prato una tovaglia bianca. Sopra, sparsi, ci sono peperoncini secchi, un sonaglio, il campanello di una bicicletta, sassi, conchiglie, tessuti, due grappoli d’uva, spago, gioielli, ghiande, rametti. Per la sua pratica si ispira all’àrokò, un antico sistema di comunicazione non verbale della cultura yoruba, secondo la quale gli oggetti, se accostati in un certo modo, possono trasmettere messaggi per chi li riceve. Chiede al gruppo di costruire dei nuovi oggetti a partire da quei materiali e di appenderli ai rami dell’albero di fichi. «Dedichiamoli a noi e al luogo».
Alle 17, quando il caldo comincia ad attenuarsi, Siro Pedrozzi propone un training per creare un personaggio. Anche qui si parte dal luogo. Prima si prova a capire come il corpo reagisce all’ambiente, alla fatica, alla presenza degli altri. Gli sguardi cambiano. Diventano più aperti, più recettivi. È un training fisico in cui si sperimentano tutte le possibilità di movimento del corpo. «Mi fermo all’improvviso. Nel pieno dell’energia. Come mi sento ora?». Siro sussurra a ognuno una parola all’orecchio – parole raccolte durante l’esplorazione mattutina del paese – e chiede di associarle un gesto.
Intanto Teresio, lo zio di Giulia, arrostisce i pelati dietro l’angolo della casa. L’odore pungente riempie l’aria. Siro chiede al gruppo di cercare un punto in cui nascondersi e iniziare a immaginare un personaggio che poteva nascere da quei movimenti. Dove si nascondono? Dentro la macchina di Teresio, lasciata aperta nel garage. In cima a una scala. Dietro l’angolo di una casa. Dietro Teresio stesso, che continua ad arrostire i pelati e intanto racconta della vita ai Poggi. Alla fine Siro chiede di scrivere del personaggio emerso da quei gesti e da quelle parole. Le scritture sono molto diverse. Dentro ci sono le persone incontrate, il luogo, quello che è successo durante la giornata.
Venerdì 7 agosto, alle 10, siamo di nuovo sull’erba. Flore Maille propone una pratica di dance contact. È molto fisica, ma le sembra adatta al momento: il gruppo si è unito nei giorni precedenti e il training di Siro ha già creato una possibilità di ascolto. In questa pratica si gioca con il peso dell’altro, si rompe un equilibrio per costruirne uno nuovo. Poi un altro ancora. Non si è più in due: l’equilibrio riguarda tutto il gruppo, ognuno si aggiunge dove serve. Alla fine, qualcuno dice: «È stato bello, ora mi sento più vicino agli altri».
Alle 11.30 Ludovica De Angelis ci chiede di sederci intorno a un tavolo. Sta cercando di capire come i suoi studi sul linguaggio possano entrare nelle pratiche teatrali. Chiede di scegliere un’emozione primaria e di associarle un odore, un colore, un sapore, un suono, un gesto. Poi di riscrivere tutto in un’altra lingua: un dialetto, la propria lingua madre, una lingua conosciuta appena. «Esiste una parola in un’altra lingua che ti sembra più adatta a descrivere quello che hai scritto?».
La risposta non dipende soltanto dal significato delle parole. Qualcuno racconta di non essersi mai arrabbiato in francese e di non sapere quindi come scrivere della rabbia in quella lingua. Qualcun altro vorrebbe parlare della gioia in dialetto, ma si accorge che è la lingua che ha imparato dalla nonna, e sua nonna non era felice.
Penso a quanto sia facile fraintendersi quando si parla di teatro, a quanto ognuno porti con sé un vocabolario diverso, costruito sulle proprie esperienze. In questo momento coabitano ricerca, drammaturgia, arti visive, recitazione, danza, circo e capisco che le pratiche non sono utili solo per mostrare un modo di lavorare ma permettono di trovare un nuovo linguaggio per capirsi.
Alle 16 Marco Bertani ci invita ad andare sotto la quercia, nel prato ai piedi della casa. Il temporale si sente nell’aria. Marco guida il gruppo attraverso diverse esplorazioni: prima il rilassamento del corpo, poi la sua attivazione con un movimento elastico che trattiene e rilascia la tensione. Inizia a piovere più forte. Ci spostiamo dalla quercia, ma restiamo sotto la pioggia. Marco propone un gioco: voglio toccare la pancia degli altri, ma nessuno deve riuscire a toccare la mia. La musica si mescola alla pioggia. Inizia a grandinare. Il gioco viene progressivamente interrotto da delle indicazioni date da Marco, che creano dei piccoli momenti di coreografia, sempre più frenetici e articolati. È necessario essere sempre recettivi e capire come occupare lo spazio nel modo giusto.
Alla fine, Marco finge di avere davanti una compagnia affermata, insieme da anni e chiede al gruppo di rifare per lui lo spettacolo di punta, quello che li ha resi celebri. Si fa aiutare a ricostruirlo: che cosa succedeva, chi faceva cosa, quali erano le scene. Poi, con quelle poche indicazioni, viene rimesso in scena. L’esercizio ritorna più volte, ogni volta con combinazioni diverse. Sono quasi le 19 quando la pratica finisce e il sole è uscito di nuovo.

Alle 19.30 Edoardo Mozzanega e Nalini Vidoolah Mootoosamy, che quella sera si occupa della cena, mettono a bollire le patate. Nel tempo necessario per cuocerle, Edoardo propone una pratica di social dreaming. Siamo stesi in cucina. La pentola sul fuoco borbotta. «In che luogo non ti senti a casa, anche se vorresti sentirtici?». Edoardo chiede di appuntarsi questi luoghi su un foglio, poi chi vuole, può iniziare raccontando un sogno. Da quel primo racconto, chiunque può aggiungere qualcosa che gli è venuto in mente. Si parla sempre al presente.
Quello che viene raccontato non appartiene più al singolo, ma al gruppo. Il flusso passa dalle immagini oniriche ai ricordi, poi torna al luogo in cui siamo. Ricompare Teresio che cuoce i pelati. Edoardo chiede quali immagini abbiano risuonato maggiormente. Noto che molte si ripetono.
Suona il timer. Le patate sono pronte. Insieme prepariamo gli gnocchi. Si apparecchia. «C’era un secondo esercizio che avrei voluto fare. Quelle immagini che vi ho chiesto di appuntare funzionano come delle icone. Avrei voluto che le ricollegaste ai luoghi che vi avevo chiesto di scrivere prima di iniziare la pratica. Lo faremo un altro giorno. Ora mangiamo gli gnocchi».
Sono le 10 di sabato 8 agosto. L’erba è ancora umida dal temporale della notte. Isaac Ace Munn propone una pratica di parkour. Vuole lavorare sulla fiducia del gruppo. Ma vuole anche tornare all’inizio del proprio percorso, quando quello che faceva era «improduttivo», nel senso che non era monetizzabile. «Ho iniziato con il parkour ma non facevo gli esercizi per poi costruire e vendere un prodotto. Lo facevo per necessità, per il puro piacere del movimento». E poi c’è il luogo: il parkour, dice Isaac, è per sua stessa origine un modo di radicarsi nello spazio.
Alle 11.30 siamo seduti intorno a un tavolo. Giulia Cermelli guida una pratica di slam poetry, non competitiva. Quando li vedo performare i propri versi, mi accorgo che quasi tutti partono da qualcosa che è successo qui. Alcuni raccontano direttamente un’esperienza, altri la usano come spunto, altri ancora attraversano l’esercizio per scoprire qualcosa in più della propria ricerca.
Dopo pranzo, alle 15.30, ci spostiamo sotto la quercia. Nalini mi racconta che nel suo lavoro di drammaturga parte dal concreto per arrivare alla scrittura. Anche questa volta vuole fare lo stesso. «Sono l’ultima e vorrei che la mia pratica ripercorresse questi primi giorni». Prende spunto da Una cosa divertente che non farò mai più di David Foster Wallace: «non ho mai capito cosa ci fosse di divertente nelle attività organizzate dalle crociere, eppure tutti sembravano divertirsi moltissimo».
Da qui parte il gioco. Ci si veste da vacanzieri e si diventa prima ospiti, poi il personale dell’all inclusive resort Poggi San Siro. C’è la limonata fresca, c’è un programma da rispettare, il divertimento deve rimanere sempre al massimo. Non devono esserci tempi morti. Si alternano esercizi pratici, tesi a creare situazioni, a esercizi di scrittura che partono proprio da quei momenti. Alla fine, Nalini chiede di ripensare ai tre giorni trascorsi insieme. «C’è una cosa divertente che non fareste mai più?».
Davanti la chiesa
Il primo vero incontro con gli abitanti dei Poggi avviene sabato 8 agosto. Vestiti a lutto con fiori raccolti lungo la strada, portiamo delle panche davanti all’ingresso della chiesa. Mesi prima, durante un’assemblea pubblica, gli abitanti dei Poggi hanno scelto Funerale all’italiana di Benedetta Parisi per quella serata. Non voglio restituire qui, in poche righe, uno spettacolo che meriterebbe più spazio. Mi interessa raccontare tre momenti.
Il primo è una questione di posti.
Seduti sulle panche, siamo per il novanta per cento non autoctoni. Gli abitanti dei Poggi sono dall’altra parte della stretta strada, ognuno con la propria sedia appoggiata al muro, fuori dall’uscio di casa. Non si spostano nemmeno quando il sole comincia a tramontare e smette di dare fastidio agli occhi. Siamo noi da una parte e loro dall’altra, come si fa le sere d’estate nei paesi, tra vicini di casa. Al centro c’è Benedetta, che conosce praticamente per nome le persone a cui sta parlando. Il suo palco, in quel momento, non può che allargarsi. Non è più soltanto lo spazio delimitato dalle panche: comprende la strada, le sedie contro i muri, le persone che ascoltano dall’altra parte.
Il secondo è un silenzio.
Benedetta può interagire molto con il pubblico e le signore dei Poggi rispondono alle sue domande, raccontano qualcosa. Poi arriva un momento lungo in cui lei rimane immobile, gli occhi lucidi, mentre evoca un ricordo doloroso. In lontananza giocano dei bambini. Le loro voci potrebbero distrarre, sovrapporsi a quel momento. Invece nessuno si muove. Nessuno stacca gli occhi da Benedetta finché lei non cambia azione.
Il terzo arriva alla fine.
Alice Strazzi e Francesca Lombardi mediano una discussione sullo spettacolo. Si parte da ciò che è rimasto a ciascuno: l’amore per tutta la vita, avere figli, la precarietà del lavoro, la sensazione di essere sempre in ritardo. A poco a poco la discussione diventa un dibattito generazionale.

Una prima forma
Domenica 9 agosto incontriamo la comunità gestita dalla cooperativa Proteo. Si trascorre la mattina a preparare le attività. Si torna a quello che è successo nei giorni precedenti. Si cercano un tema, un punto da cui partire, qualcosa che possa parlare tanto a noi quanto agli ospiti della comunità. Una delle prime decisioni è di non chiedere subito di presentarsi. Si comincia con dei giochi teatrali. Ognuno può inventarsi un’identità, un nuovo nome, un nuovo lavoro, una nuova età. La realtà e la finzione cominciano a stare nello stesso spazio senza che sia necessario decidere subito dove finisca una e cominci l’altra.
Mi interessa soprattutto la modalità di lavoro. Siamo seduti intorno a un tavolo. Qualcuno propone. Un altro prende la proposta e la sposta. Un’idea viene stravolta, poi ripresa. Una cosa che sembrava funzionare sulla carta viene provata. «Bene, ora proviamo a farlo noi. Vediamo che cosa funziona». Non passano mai troppi minuti prima che qualcuno senta il bisogno di alzarsi dal tavolo e mettere in pratica quello di cui si sta parlando. È qui che mi sembra di vedere più chiaramente la natura artigianale di questo processo. Il lavoro teatrale è estremamente pratico: si prova, si guarda, si modifica, si riprova.
Nel pomeriggio – quando arrivano gli ospiti – piove, ma tutti partecipano. Le nuove identità cominciano a incontrarsi. Inventano storie, relazioni, piccoli conflitti. Alcune cose che erano state pensate intorno al tavolo prendono una direzione diversa ma comunque funzionale.
Poi arriva la cena e, dopo, lo spettacolo di Amalia Franco, Esercizi per scomparire, preceduto dalla mediazione di Alice e Francesca. Parlano con gli ospiti delle loro aspettative e del linguaggio di Amalia. Per arrivare al luogo dello spettacolo attraversiamo il giardino dietro casa di Giulia. È buio. Entriamo tra gli alberi.
Dello spettacolo voglio riportare due frasi dette dagli ospiti della comunità.
«Gli alberi sembravano messi lì apposta».
E: «In un teatro non avrebbe scaturito la stessa emozione e intensità».
Amalia non aveva progettato il lavoro per quel luogo, eppure il luogo dialoga nel modo giusto con la performance.
Dove mi sono fermata
Io mi sono fermata in questo punto, prima che il gruppo iniziasse a pensare a come dare una forma a tutto quello che era successo nei giorni precedenti per la restituzione finale. Anche se, a dire il vero, una prima formalizzazione era già cominciata nell’incontro con gli ospiti della comunità. Prima che partissi, si è parlato di quello che aveva funzionato, di quello che si aveva imparato, di cosa era emerso in quei giorni. Quello che avevo visto fino a quel momento erano persone capaci di spostarsi continuamente: provare una cosa, accorgersi che non funzionava, cambiarla; prendere la pratica di qualcun altro e adattarla; lasciare che un esercizio venisse modificato da chi lo stava facendo. Quelle esperienze cominciavano a diventare qualcosa a cui attingere.
A un certo punto si è parlato di cosa succede tra questo primo momento e quello che diventerà una fase produttiva. È una domanda che contiene una certa ansia. Cosa succede quando la fase di ricerca diventa richiesta di formalizzazione?
È parso spontaneo rispondere con un gioco che, in forme diverse, era già comparso altre volte. In cerchio, ognuno a turno guarda la persona alla propria sinistra e le dice che cosa avrebbe fatto nella restituzione finale. Basta un’immagine, uno spunto, un’azione anche semplice. Pronunciata al futuro indicativo. Non è una consegna. Non c’è l’obbligo di farlo. È un modo per dire: io, dopo averti visto lavorare per cinque giorni, riesco a immaginarti lì.

Nata a Rovigo nel 2002. Conseguita laurea triennale in Arti e Scienze dello spettacolo con una tesi in storia del teatro, attualmente laureanda in Scritture e Produzioni dello spettacolo e i media presso La Sapienza.
Redattrice di Theatron 2.0
















