Scusate se non siamo morti in mare: apologia del migrante occidentale

Mar 9, 2026

Un’enorme parete arancione si staglia in proscenio mentre si entra in sala: le luci sono soffuse e l’atmosfera fa pensare subito a un ambiente in prossimità del mare. L’incertezza e il dubbio di chi ha preso una scelta importante aleggiano già dai primi scambi tra i personaggi, ed è subito chiaro che si tratta di una scelta da cui non si può tornare indietro.

È un periodo storico, il nostro, in cui al centro di qualsiasi dibattito politico è necessario parlare di privilegio. Se siamo d’accordo che non siamo tutti uguali, e che proprio per questa ragione bisogna lottare perché tutti abbiano pari giustizia e dignità, è doveroso da parte di noi europei rendersi conto che abbiamo la fortuna di non vivere in un paese in guerra, con dittature, carestie, bombardamenti o addirittura genocidi in corso. Noi occidentali abbiamo, quindi, un vissuto che, per forza di cose, sposta questioni come quelle migratorie su un piano ben diverso da quelle di chi, per esempio, proviene da un paese dilaniato dalla povertà e dai conflitti. È una questione sistemica ed è inevitabile che ognuno si scontri con strutture sociali producendo esiti differenti, difficoltà e discriminazioni specifiche.

Scusate se non siamo morti in mare di Emanuele Aldrovandi, racconta delle ragioni fumose che hanno portato i tre personaggi a imbarcarsi clandestinamente in un container, diretti verso una destinazione sconosciuta. Il cinico traghettatore (Debora Zuin) riscatta subito il salatissimo pagamento richiesto per effettuare la traversata, rimanendo in scena come una sorta di divinità ieratica e onnipresente che trova uno svago nelle sfortune degli altri, fino ad arrivare a torturarli per noia. 

I tre, confinati per lungo tempo in uno spazio che diventa sempre più claustrofobico, iniziano a conoscersi, a cercare di scoprire i rispettivi segreti, le origini, le motivazioni che hanno spinto ognuno di loro a intraprendere quel viaggio: c’è chi scappa dalla rovina economica, chi da un passato traumatico e fatto di solitudine, e chi invece ha bisogno di esperienza vera perché vuole scriverci un libro. Tutto sommato, sono motivazioni che rispecchiano perfettamente le preoccupazioni che il nostro mondo occidentale ha: ma quali sono le circostanze che hanno portato i tre personaggi a doversi imbarcare in un viaggio così pericoloso, incerto e disperato? 

È un percorso narrativo claustrofobico dal punto di vista dello spazio, prima di tutto: vorrei vedere chi riuscirebbe a resistere alla curiosità di conoscere le persone con cui si trova confinato in mezzo all’oceano. Sia che si parli di curiosità che di diffidenza, però, dentro le persone esistono barriere di difesa, trincee dell’anima a tutela di segreti, colpe, menzogne, e anche se questi non si rivelano mai interamente, personaggi come quello interpretato da Sara Manzoni hanno la sensibilità adatta al percepirli, e di conseguenza mettersi in guardia. E man mano che i nodi vengono al pettine, che si intravede uno spicchio di personalità o un angolo di insicurezze, le relazioni tra i personaggi prendono forme sempre più soffocanti, fino al naufragio: il container si stacca dall’imbarcazione e trascina i protagonisti alla deriva, senza acqua né cibo, fino alle azioni estreme che la fame e la disperazione portano qualsiasi essere umano a dover prendere in considerazione. 

In un’intervista per Graziano Graziani, Aldrovandi racconta che, quando ricopre contemporaneamente i ruoli di autore e regista, ama far convergere il processo di scrittura con quello registico. Questo gli consente di lavorare con precisione quasi maniacale su ogni parola dello spettacolo, costruendo insieme agli attori i diversi stadi emotivi attraversati dai personaggi. A questo punto sorge una domanda: se il riflettore è puntato sulla storia, siamo sicuri che la strada migliore sia assimilare l’esperienza di migrazione degli occidentali a quella dei migranti che conosciamo dai giornali?

L’impianto registico privilegia un’impostazione realistica, che tuttavia a volte scade in piattezza e superficialità dell’argomento, che non riesce ad essere risollevata dall’empatia con i personaggi, con i loro traumi e con quei punti del racconto che dovrebbero scatenare una reazione emotiva forte. In generale emerge il grado di privilegio che è stato attribuito alla parola detta, e così facendo la ricezione del contenuto è affidata perlopiù alle intenzioni della recitazione, forse a scapito di un’esplorazione di mezzi espressivi per parlare di situazioni tanto scottanti.

Senza contare, inoltre, che lo spettacolo prende avvio da un contesto di distopia, e da un capovolgimento dei ruoli: ad oggi, se pensiamo a migranti clandestini non immaginiamo automaticamente una persona occidentale. Per rafforzare questo punto di vista sarebbe stato opportuno mostrare allo spettatore quanto potrebbe effettivamente cambiare il mondo occidentale affinché gente come noi si trovi nella situazione che solitamente attribuiamo a un immaginario migratorio ben specifico. Quest’insufficiente immedesimazione è dovuta anche ai tentativi di sdrammatizzare che purtroppo non riescono a pieno a far cadere i tabù sull’argomento, perché non si riesce quasi mai a entrare nella storia. C’è sempre una distanza, un allontanamento.

L’idea di costruire un mondo distopico, in cui gli europei si trovano nella difficile posizione di dover abbandonare il proprio Paese per cercare una vita migliore altrove, è sicuramente interessante: da sempre il dispositivo letterario della distopia serve da lente per indagare le problematiche dell’attualità. Dal momento che si tratta di costruire un mondo diverso da quello reale, è importante non darne per scontate le coordinate, le specificità e le differenze. In questo caso il testo, seppur ben scritto a livello formale, non riesce a mettere il pubblico al corrente delle regole di questo nuovo mondo.

L’impostazione registica dello spettacolo è arricchita dalla scena mobile di Francesco Fassone, una struttura a parallelepipedo che consente di essere aperta come una scatola e manipolata, in una felice simbiosi con le luci di Antonio Merola. Lo spazio scenico, in questo modo, diventa un luogo dell’anima umana suggestivo e struggente, che non solo segue le vicende narrate: le amplifica, dà respiro al fittissimo dialogo e problematizza lo scorrere del tempo drammatico – che sarebbe altrimenti difficile da quantificare. 

Scusate se non siamo morti in mare è un titolo che trasmette un certo sapore di apologia, di giustificazione. Come se con questo progetto Emanuele Aldrovandi volesse mettere in chiaro fin da subito che un occidentale, al pari di un migrante proveniente da un altro emisfero, subisca bene o male le stesse dinamiche. Come se la migrazione fosse uguale per tutti. E davanti al nuovo spettacolo di Aldrovandi mi sorge spontaneo domandare se metterci tutti sullo stesso piano sia il modo più efficace o più giusto per sensibilizzare sul tema della migrazione. 

Nell’intervista che ho citato Aldrovandi dice che l’arte non deve mai fare niente, ma può fare delle cose; e spesso può anche fare il loro esatto contrario. E ha ragione, sotto una certa luce: la libertà della creazione artistica consiste proprio nel suo non dover rispondere a nessuno, forse nemmeno all’artista. Ma una cosa è certa: a volte i punti di vista adottati ci dicono molto più delle parole.

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