Sconfinare oltre gli orizzonti, ripensare i margini di giustizia

Dic 3, 2025

In un pamphlet intitolato Confini di classe. Disuguaglianze, migrazione e cittadinanza nello Stato Capitalista (Feltrinelli, 2025), la docente e ricercatrice Lea Ypi fa esplodere i capisaldi del dibattito pubblico sulla migrazione e sulle narrazioni identitarie con un ribaltamento di prospettiva: in uno Stato capitalista, le politiche migratorie rafforzano la divisione tra classi sociali ma la vera distinzione non dovrebbe essere tra nativi e stranieri bensì tra chi ha diritti e risorse e chi ne è privato.
Le politiche migratorie, che mai dovrebbero rappresentare mere misure di controllo demografico o securitario, agiscono come dispositivi di stratificazione sociale che alimentano un serbatoio di manodopera precaria e ricattabile, abbassando il tenore di vita e le tutele per l’intera classe lavoratrice. La cittadinanza stessa, in un simile contesto, si trasforma in uno strumento di esclusione e controllo, una sorta di “patente di accesso” ai beni sociali fondamentali che restano ancora sbarrati a molti.
Prima che quelli geografici, occorre ripensare i confini di giustizia in cui si muovono le vite degli altri, le nostre vite.

A ben guardare, la promessa dell’ideale della solidarietà democratica verso cui le società liberali dicono – o credono – di protendere è in crisi. E non per l’inasprimento dei conflitti identitari ma a causa di politiche che hanno progressivamente eroso lo stato sociale e impedito alle lavoratrici e ai lavoratori poveri un adeguato accesso ai beni sociali di base. Ecco che, nell’inquadramento di Ypi, si delinea una fonte di oppressione comune che ricade su una categoria di persone ben più ampia dei migranti: i cittadini e le cittadine vulnerabili.

Vulnerabile, soggetto a ferita, è l’aggettivo con cui più frequentemente ci si riferisce al settore dello spettacolo dal vivo.
Se la possibilità di usufruire dei beni fondamentali diventa il discrimine per eleggere a buono o cattivo un disegno di politica sociale, è necessario interrogarsi su quali siano le condizioni in cui le lavoratrici e i lavoratori di uno dei settori più fragili del Paese si trovano a operare e, di conseguenza, a vivere.
Quanti operatori e operatrici culturali, maestranze, artisti, artiste, pur essendo cittadine e cittadini italiani o residenti di lungo periodo, vivono l’ansia di non poter accedere a una casa stabile, a cure mediche tempestive o a un futuro previdenziale certo, a causa della natura intrinsecamente fragile e discontinua del loro lavoro?
Occorre chiedersi, cioè, se vi siano, tra le celle di questo alveare chiamato arti della scena, dei cittadini e delle cittadine vulnerabili.
Quando, dall’alto del privilegio di chi ne usufruisce, parliamo del mancato accesso ai beni sociali di base pensiamo immediatamente a chi si trova in condizioni di estrema indigenza, di marginalità. Stiamo invece parlando dei beni primari, quelli essenziali per la sopravvivenza e il benessere di base e che vanno dal cibo, alle cure, alla casa.
Senza alcuna volontà catastrofista, in un Paese in cui l’inflazione corre inarrestabile e gli stipendi restano immobili, in cui la responsabilità politica è sostituita dalla privatizzazione, e dunque da logiche di mercato, il rischio che una grossa fetta della popolazione resti esclusa dai beni primari è quanto mai tangibile.

Allora ce ne dobbiamo occupare, quale sia la distanza che ci separa dal problema, proprio come abbiamo fatto scendendo in piazza accanto al popolo palestinese, prima a centinaia, poi a migliaia, finendo per essere milioni. Un contagio di coscienze per difendere un bene violato: il diritto alla vita.
Ed è una violazione del diritto alla vita pure togliere dignità, autonomia alle persone, costringendole a una precarietà che pervade anche il più remoto angolo dell’esistenza. 
Contagio sia, allora. Per reimparare a far parte di unnoi che non sia definito da confini etnici o nazionali, ma da un comune destino di classe. Per reimparare a guardarci negli occhi, sceglierci, dirci cosa ci affatica, cosa vorremmo. Immaginare, costruire.

Verso questo tentativo muove l’intero percorso di C.Re.S.Co., Coordinamento nazionale nato con funzione di rappresentanza e mediazione tra le realtà della scena contemporanea e le istituzioni nazionali e regionali. La raccolta e la divulgazione di istanze collettive, l’interlocuzione, le pratiche di analisi e monitoraggio dei contesti e dei fenomeni socio-politici con una ricaduta sul comparto culturale, hanno fatto di C.Re.S.Co. un osservatorio e un incubatore di azioni che, negli anni, ha inciso sulla fisionomia del sistema. Un lavoro portato avanti dalle promotrici e dai promotori del Coordinamento che si srotola su due piani principali: l’azione concreta e la creazione di nuovi immaginari. In questo dittico progettuale, la natura dialogica è imprescindibile. Come imprescindibili sono stati la prossimità, il confronto aperto, il tempo lento dell’inabissamento, che hanno condotto a dei momenti assembleari di riflessione. 

I nostri giorni felici, titolo di beckettiana memoria dell’Assemblea Nazionale di C.Re.S.Co. tenutasi nell’ottobre 2024 al Teatro Metastasio di Prato, va inteso come una sollecitazione, uno stimolo a ripensare, a creare condizioni di lavoro eque, dignitose per le generazioni odierne e future. A ridisegnareinsieme i confini di giustizia – e, solo allora, i margini di felicità.
Un invito, dunque, che non si esaurisce ma si rinnova trovando eco in un Secondo movimento, organizzato da C.Re.S.Co a Napoli l’1 e il 2 dicembre 2025, presso il Teatro Bellini e il Teatro San Ferdinando.
A testimonianza del processo, è stata presentata la rivista«I nostri giorni felici» – con la curatela editoriale di Theatron 2.0 –che porta nel nome l’eredità del brulichio, la gaiezza della moltitudine. È possibile visionare la rivista a questo link.

Tre sono le sezioni che la compongono: Trasmissioni, a fare da inquadramento, che ospita un editoriale di Alessandro Toppi – in cui il giornalista e critico immagina i giorni felici indossare «il volto dei più giovani e delle più giovani, hanno preso finora meno parola ma sono a un istante dall’alzare la mano» – e una conversazione tra la Presidente di C.Re.S.Co Francesca D’Ippolito ed Edoardo Donatini, Direttore Artistico del Festival Contemporanea e promotore – incentrata sulle tappe di confronto tra i membri dell’assemblea, che trova sintesi in un «vademecum collettivo che contribuisca sia a rimettere al centro i processi creativi e artistici sia a ridare un senso profondo alla dignità di chi opera in ambito culturale».
Il vademecum ne è cuore e presupposto, perciò abita il torace di questa rivista con una sezione dedicata, intitolata Una buona politica culturale ci rende felici se… –dall’interrogativo intorno al quale le persone aderenti al Coordinamento sono state invitate a riflettere. Nove punti a sintetizzare ore di dubbi, scambi, desideri, per ribadire ancora l’invito a sconfinare oltre gli orizzonti.
Chiude Arrabbiarsi è avere cura di sé che, per nominarsi, prende in prestito le parole dell’autore Franco Palazzi, facendo dialogare alcuni estratti del suo La politica della rabbia. Per una balistica filosofica con un approfondimento sulla politica del desiderio firmato dalla ricercatrice Sandra Burchi. 
Se è nel nucleo incandescente della rabbia che occorreva ritrovarsi, ci si ricordi adesso di trasformare quel calore in presa di coscienza, in solidarietà e di farlo insieme. Ché i giorni sono felici solo quando sono i nostri.

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