Articolo a cura di Sonia Soro e Leonardo Tomasi
Anche il deserto vanta una certa spinta alla vitalità. Seppur sofferta, lenta, faticosa. Come faticoso è scalare le dune di Piscinas, in Sardegna, il più grande deserto marino d’Europa, a due passi dalle miniere di carbone ormai dismesse, sulla costa occidentale dell’isola. Non è un caso che in questa zona la spiaggia risulti più scura rispetto ad altre località isolane, quasi a ricordarci che il lungo processo di sedimentazione del passato, a volte, si può rintracciare nel colore di un paesaggio, tra i granelli di sabbia, dove persistono storie di depressione e di aridità, di sfruttamento e di povertà. Sedersi sulle dune di Piscinas è un modo per godere di quella particolare forma di quieta immobilità propria dei luoghi circondati dal mare e attraversati dai venti.
Sardegna terra di passaggio, terra di invasioni e colonialismi; isola dal mare cristallino, impenetrabile se non dal turismo sfrenato, periferia ai confini del fermento contemporaneo, chiusa in se stessa, zattera per flussi migratori: queste le inamovibili narrazioni sulla Sardegna.
Ma anche il deserto – dicevamo – vanta una certa spinta alla vitalità, e se da una parte esso è considerato il luogo disabitato per eccellenza, dall’altra vi possiamo scovare, di tanto in tanto, delle testimonianze di vita floreale aggrappate saldamente al terreno. Sono i gigli marini che germogliano tra le dune, resistenti al tumulto dei venti e alle mareggiate estreme.
Così come i petali candidi dei gigli si aprono al vento, allo stesso modo le orecchie della nostra generazione si prestano al richiamo seducente del fuori, ma le nostre radicinon si sradicano.
“Muoio dalla voglia di essere da un’altra parte e ovviamente non tollero l’idea di andarmene […]1”, scriveva Samuel Beckett in una delle sue lettere all’amico Thomas McGreevy. Non c’è espressione più calzante per descrivere il sentimento di chi, come noi, si trova nello stato di sospensione dovuto a due contingenze: essere artist3 performativ3 e vivere in Sardegna.
Il fenomeno di desertificazione esiste per l’ambiente tramite il clima, e per le persone tramite la cultura. Assettati di confronto, abbiamo deciso di creare un’oasi che potesse ospitare chi vive in questi luoghi o vi passa per caso, con il desiderio di individuare le strategie di sopravvivenza messe in atto per abitare, costruire, fare arte performativa in Sardegna. E siccome nel deserto lo spazio è vasto ma inabitabile, abbiamo ideato un cortocircuito di arredamento, portando un tavolo tra le dune.
Mesa è il nome del tavolo in sardo. In geomorfologia, un mesa è la superficie dalla forma piatta e sopraelevata di un terreno, dal quale si può osservare lo spazio circostante. Mesa, mensa, messa. Tavolo da gioco. Altare per il rito. Tavolo come zattera. Tavola come isola. O, più semplicemente, tavolo come tavolo, anche vuoto, non apparecchiato.
Abbiamo invitato persone interessate all’ambito delle arti performative in Sardegna e abbiamo chiesto loro: cosa ci deve essere su questo tavolo? Cosa fare a partire da un tavolo vuoto?
SEDERSI A TAVOLA
Per resistere in maniera ostinata allo spettro del fallimento, nel marzo 2024 Sa MESA imbandisce una tavola dentro una stanza di Sa Manifattura, a Cagliari, gentilmente ospitata da Sardegna Teatro. Come ogni banchetto sardo che si rispetti, Sa MESA promette ai suoi commensali dolcetti e birrette Ichnusa, così rispondono alla chiamata circa trenta artist3 delle arti performative provenienti dalla Sardegna o che intrattengono rapporti creativi con l’isola. Lo scopo non è solo quello di costruire un osservatorio sullo stato delle arti performative in Sardegna, ma anche quello di fare rete, conoscersi, collaborare.
Questa pratica di coabitazione mira a creare uno spazio di confronto stabile attorno al quale costruire tavole satelliti più settoriali, nello spirito della condivisione di obiettivi, strumenti e saperi diversificati. La tavola si configura come un organismo auto-organizzato e itinerante, in quanto si svolge di volta in volta all’interno di uno spazio diverso. Finora Sa MESA è stata ospite di Sardegna Teatro, Spazio T-Off, Artisti Fuori Posto, Meridiano Zero, Teatro Alkestis, Teatro TSE, Il Ridotto, CeDAC, consentendo l’incontro e il dialogo tra realtà produttive e artist3 che operano all’interno del panorama teatrale dell’isola, condividendo gli incontri anche tramite una partecipazione virtuale per le numerose persone che sono emigrate dalla Sardegna verso altre regioni d’Italia.
Durante gli incontri, la metafora del tavolo come pratica teatrale guida la discussione. Per nutrire la conversazione, i commensali sono invitati a rispondere ad alcune domande relative alla pratica dello scambio: cosa deve essere presente a tavola? Cosa porto al nostro pranzo? Cosa prendo dal tavolo?
Così, coloro che indicano il coltello cercano uno strumento per dividere le risorse, il tovagliolo simboleggia la possibilità di fare degli sbagli e ricominciare, le carte da gioco sono un mezzo per affrontare la creazione in modo ludico. L’esercizio delle metafore si sviluppa naturalmente in una discussione sulle tematiche urgenti nel proprio lavoro, e con l’atto stesso di verbalizzarle, esse trovano riscontro e sostegno dai pari.
Ma nel tempo ristretto di un incontro, oltre al riconoscimento e allo sfogo, come si può passare a pianificare e attuare una soluzione? Come creare continuità?

APPARECCHIARE UN TAVOLO
“Nella vita quotidiana è sempre più difficile trovarsi attorno a un tavolo.
Ma la forza empatica ed evocativa dello stare attorno a un tavolo in teatro mette attori e spettatori in una condizione unica e speciale.”
Scheda dello spettacolo “Attorno a un tavolo”, Teatro delle Ariette, 2018
Sa MESA nasce per necessità, non solo in risposta alle politiche culturali locali, ma anche perché, circondati dalla costante manifestazione di tavoli intorno a noi, non potevamo fare a meno di affrontare il tavolo come simbolo, iniziando un progetto che fosse al contempo ricerca artistica, dispositivo performativo, piattaforma di programmazione culturale e una scusa per bere e mangiare insieme.
Esistono numerose manifestazioni rituali attraverso cui i gruppi sociali organizzano i propri incontri.
Tra le tante, la pratica rituale del Potlach consente ai popoli nativi americani di rinforzare le relazioni tramite lo scambio di regali, e allo stesso modo, gli omofoni buffet nord-americani chiamati Potluck richiedono a ogni partecipante di portare del cibo da condividere.
Ispirati dal modello sociale del dono, collettivi e compagnie organizzano occasioni di scambio, come gli incontri tematici di Blast Theory o il progetto di crowdfunding analogico e democratico delle Interactive Soups.
Il tavolo diventa anche luogo di negoziazione politica, come quando, durante la performance The Money di Seth Honnor, viene assegnato al pubblico un budget da investire in un progetto comunitario. Nella replica cagliaritana dello spettacolo, le risorse sono state investite proprio nella creazione di un grande tavolo destinato alla cittadinanza. O ancora, per citare esempi più prossimi, la performance partecipativa Déjà Vu di Alessandro Businaro in cui si incontrano alimenti e rituali condivisi; o il banchetto imbandito su prato in Darkness Pic-Nic di DOM-. Tutti questi lavori utilizzano l’incontro a tavola come dispositivo drammaturgico per risignificare le narrazioni comunitarie.
Lo spazio scenico del tavolo nelle sue ridotte dimensioni manifesta una potenza evocativa. Dalla Sardegna ne osserviamo le molteplici possibilità nei lavori di teatro d’oggetto presentati al festival Anima If di Is Mascareddas, un esempio è il lavoro di Claudio Montagna e del suo teatro da tavolo; o ancora lo spettacolo La Grande Guerra degli Orsetti Gommosi della compagnia Batisfera.
È proprio il tavolo di questo spettacolo, scenario di narrazione epica e assurdista con caramelle gommose, a ispirare il pensiero di uno spazio scenico che rifletta sulle questioni della produzione del teatro in Sardegna. Per rispondere alle difficoltà di circuitazione, la compagnia costruisce un tavolo su misura che sia trasportabile in una valigia, riducendo lo spettacolo in scala dimensionale. Il tavolo diventa l’intero palcoscenico; esso si fa zattera, consentendo di traslocare altrove la vicenda drammaturgica dei protagonisti gommosi, e allo stesso tempo permettendo al lavoro della compagnia di arrivare al pubblico oltre il mare.
Il tavolo è quindi politico a partire dal suo contesto: la sua posizione, quante sedie ha intorno, come è apparecchiato, chi accoglie. Non a caso Sa MESA nasce nello stesso periodo della costituzione dell’assemblea sarda Su Fogu, ispirata dal movimento nazionale Vogliamo Tutt’ Altro, dove con partecipazione e attenzione, la comunità di artist3 e spettat3 si è riunita per partecipare alle riflessioni ed emergenze dello stato contemporaneo delle arti performative in Italia.
Tutti questi “apparecchiamenti” stimolano Sa MESA a riflettere sul proprio ruolo all’interno del panorama culturale sardo e italiano. Tramite otto incontri, la creazione di un gruppo Telegram, e l’ospitalità in otto spazi teatrali, abbiamo provato a imporre sul tavolo proposte politiche, sindacali, e attività sociali . Ma come nelle discussioni ai pranzi di famiglia, il risultato è principalmente quello di una valvola di sfogo sterile, seppur legittima. Abbiamo così constatato che la motivazione principale a partecipare è data dalla semplice esistenza di uno spazio alternativo. I temi e gli argomenti emergono durante gli incontri, stimolati da attività di discussione come mappature, brainstorming, e discussioni critiche, lasciando così lo spazio per far nascere collaborazioni, scambi di contatti, progetti e idee che sostituiscano la lamentela con inneschi per progetti culturali.
Sa MESA è prima di tutto un’azione performativa: apparecchiare un tavolo per gli altri.
Quello che succede dopo nasce dalla chiacchiera tra un boccone e l’altro.
PER FARE UN TAVOLO
I temi emersi dai tavoli sono comuni a tutte le assemblee teatrali dei tempi recenti: mancanza di spazi, attenzione, finanziamenti, ascolto da parte delle istituzioni.
Tanto le compagnie stabili e longeve che resistono faticosamente nel sistema dei fondi pubblici, quanto le artist3 che iniziano ad affacciarsi solitar3 in un meccanismo poco leggibile, tutte le realtà che partecipano a Sa MESA richiedono competenze, formazione, confronto.
Le criticità che emergono durante gli incontri hanno la possibilità di trovare soluzione nella costituzione di sotto-tavoli operativi: un tavolo per mappare gli spazi teatrali in Sardegna, un tavolo di baratto di competenze scenotecniche, un tavolo per stilare una proposta di reddito di base per artist3 sard3, un tavolo di contatto con le assemblee del resto d’Italia. Ogni tavolo è proposto dalle persone partecipanti e sostenuto dal loro stesso lavoro e organizzazione. Uno degli ultimi tavoli realizzati è stato un incontro intensivo di un mese per la creazione di spettacoli che avessero come punto di partenza scenico il tavolo, restituendo poi all’assemblea i risultati della ricerca.
Chiudiamo il nostro resoconto con un invito che speriamo arrivi lontano, spostandosi come i leggerissimi semi dei gigli marini che viaggiano attraverso il vento e il mare. Per svilupparsi, Sa MESA vuole espandersi nel tempo e nello spazio. Aumentare la durata degli incontri a un’intera giornata, creare occasioni di formazione, organizzare incontri con artist3 del territorio e fuori, visitare più spazi performativi e non della Sardegna.
Per fare un tavolo non basta un tavolo, servono persone, sostegno economico e cura.
Perciò invitiamo chiunque abbia interesse alle arti performative sarde a partecipare e portare qualcosa al tavolo. Ci servono spettator3, curator3, autric3, attor3, appassionat3, politic3, tutt3. Per apparecchiare insieme una tavola vuota.
- S. Beckett, Lettere 1929-1940, tr. italiana di M. Bocchiola e L. M. Pignataro, Adelphi, Milano 2017, cit., p. 49. ↩︎
















