Runa, il passato e i suoi detriti. Una riflessione collettiva

Lug 18, 2022

Futuro Festival è un contenitore di energie e possibilità che si rigenerano instancabilmente. Giunto alla sua seconda edizione, presso gli spazi dello storico Teatro Brancaccio di Roma, il festival diretto dalla coreografa Alessia Gatta, ha ospitato una rilevante rappresentanza della danza contemporanea italiana e internazionale, offrendo al pubblico due settimane di incontro con alcune delle esperienze artistiche più interessanti del panorama coreutico.

Cimentandosi con il racconto degli eventi in programma e dell’intero apparato organizzativo, il team creativo del workshop Theatertelling – Futuro Festival, a cura di Theatron 2.0, ha sperimentato le diverse tecniche di narrazione digitale, sviluppando uno storytelling transmediale.

La visione degli spettacoli e l’attraversamento di tutte le fasi del Festival è stato incrementato da una pratica di incontro con gli artisti che hanno consentito al team di assistere alle prove, intessendo un dialogo su processi artistici ed esiti scenici e avviando un confronto circa le diverse politiche culturali di area europea.

Così si origina questo lavoro di scrittura collettiva, strutturato a partire dalla visione di Runa della spagnola Lali Ayguadé Company, in cui, a ciascun partecipante è stato affidato il compito di raccontare, in un percorso a tappe, i diversi piani dello spettacolo e l’incontro con gli artisti Lali Ayguadé e Lisard Tranis.

Seguendo le specificità dei loro sguardi, i partecipanti hanno preso in esame la composizione delle immagini, l’organizzazione della scena, il tema delle relazioni umane – fulcro creativo della performance –, la struttura coreografica e le dinamiche di sistema in cui Runa è stato creato.

Impressioni

Runa è un libro aperto nel quale identificarsi. 
Ripercorrendo uno spazio intimo e ordinario, lo spettacolo indaga il processo della memoria. Una caparbia volontà di andare lontano, oltre la linea del tempo, di ricostruire un passato, attraverso ritagli di memoria, come nuova base per un futuro migliore.
Un disperato tentativo del corpo di aggrapparsi a qualcosa di vivo: flashback emotivi, foto di macerie, cadono, si disfano come un domino senza controllo.

La scena è uno spazio intimo, personale, riempito di oggetti quotidiani e familiari; la superficie diventa uno spartito, orchestrata da un corpo che assume il ruolo di strumento.
Come in una complessa partitura musicale gli elementi convergono, si intrecciano, creando una musica nuova, senza tempo.
Le luci, come un cuore pulsante, scandiscono il ritmo della pièce. Disegnano, dipingono, si intrecciano e si snodano, donando alla rappresentazione una drammaturgia astratta e a sé stante.
Uno spettacolo dal grande impatto visivo ed emozionale. Un specchio nel quale riflettersi. Un archetipo nel quale riconoscersi. Una casa dove entrare, perdersi e ritrovarsi.  

Alessio Rizzitiello

Rovine, il passato e i suoi detriti

Un’indagine sulla relazione che non lascia scampo, che chiede di schierarsi ora con l’uno, ora con l’altro danzatore, che scava nell’intimo solchi di domande. 
Il passato che intacca il presente, che torna a ricordarci chi siamo stati. 
Una scena ingombra di oggetti, claustrofobica, mutata dagli interpreti. 
Lo spazio domestico, non realistico, non contemporaneo, si fa testimone delle evoluzioni della coppia. Momenti di dolcissima armonia passano sui volti degli interpreti, una linfa vitale che irradia il corpo e unisce indissolubilmente, per poi separare con ferocia.

La tensione del conflitto è sottopelle, eppure sempre palpabile.
Il sapiente gioco di luci isola momenti di contatto intimo con gli oggetti di scena, che diventano personaggi significanti, aprono dialoghi sul possibile, restituiscono l’idea del tempo. Ed è sul tempo, sul suo scorrere, alterarsi, dilatarsi, che ruota la riflessione insita nello spettacolo. Quale ricordo diventa indelebile e perché? Quali orpelli inutili la nostra mente cancella? Come si dilata il momento presente, fondendosi con il passato? L’eccezionale lavoro di composizione scenica, che lascia intravedere una drammaturgia potente, è un montaggio di frammenti, che ci parlano come pagine di un diario intimo, qui generosamente condiviso. 
La solitudine del danzatore nel momento finale, quando tutto sembra essere precipitato nel buio, lascia senza fiato, il suo sguardo smarrito penetra lo spettatore e non si farà dimenticare. 

Angela Giassi

Ricostruire

Sulla scena si dipana la relazione di due interpreti. Il costante movimento di entrambi i corpi che si corrispondono, si cercano e si integrano esprime la ricerca di una continua reciprocità relazionale.
La coreografia si articola in due dimensioni differenti, una iniziale dove il muoversi verso il basso evoca l’immagine di una continua caduta, in cui entrambi i corpi sembrano vivere insieme ma soli, comunicando un disagio profondo individuale e relazionale. 

Il movimento incessante verso il basso sembra descrivere il tentativo, continuo e disperato, di recuperare le macerie del passato, fondamenta di ogni costruzione futura. I due danzatori compiono ripetuti movimenti a spirale, che sembrano suggerire l’immagine di un vortice di emozioni e ricordi che travolge e stordisce.
Nella seconda metà dello spettacolo il piano narrativo sembra spostarsi nella dimensione del ricordo: come un disco rotto, il danzatore si getta nella ripetizione delle stesse sequenze di movimento, quasi a voler trovare un finale alternativo alla loro storia, il senso del suo abbandono.

Sofia Antonucci

Ph Stefania Valletta

La compagnia (non) si racconta

Nella cornice del Teatro Brancaccio, in una pausa dalle prove, il team creativo del workshop Theatertelling – Futuro Festival ha intervistato la Compagnia spagnola Lali Ayguadé.
Nel dialogo intercorso, uno dei punti salienti che si è cercato di sfiorare è stato il rapporto con lo spazio scenico, inteso come luogo carico di senso, occupato da oggetti scenici, percorso da musiche e movimenti significativi. Il lavoro drammaturgico di questo spettacolo è emerso nel rapporto tra la coppia di performers e gli oggetti di scena. Sono stati proprio questi elementi, pieni di crepe, di stranezze e deterioramenti a motivare e dare pregnanza alle scelte drammaturgiche della compagnia. 

L’atmosfera intima, a tratti distopica, ha fatto subito intravedere un collegamento con le crisi recenti, che, come conferma la coreografa Lali Ayguadé, interprete della performance insieme a Lisard Tranis, hanno accompagnato le riflessioni degli artisti durante tutto il processo creativo, pervadendo inconsapevolmente la loro immaginazione. 
Ma nulla dello spettacolo è smaccatamente didascalico: il loro obiettivo programmatico è stato suscitare immagini in grado di fare fiorire associazioni di senso di riflesso. Perciò alle domande è stata sempre data una risposta che rispettasse l’indeterminatezza della rivelazione scenica; poiché è lo spettatore a dover raccontare a se stesso lo spettacolo a cui ha assistito.

La struttura della performance, organizzata in scene dal taglio cinematografiche, ha visto il corpo dei danzatori venire a contatto con vari livelli del perimetro della scena: con la base, con le altezze, con zone chiuse o con momenti di apertura, in lotta con il corpo dell’altro.
Superando la disamina del lavoro prettamente spettacolare, durante l’incontro è stato posto l’accento sulle pratiche di dialogo tra artisti e pubblico. 
Lali Ayguadé si è formata tra Spagna e Olanda e ha lavorato in tutta Europa, avendo modo di testimoniare come nei paesi in cui ci sia una consuetudine nel dialogo tra spettatori ed artisti, il processo creativo venga rafforzato, nonché la consapevolezza di chi assiste venga in tal modo ampliata e approfondita. 
L’augurio è che anche in Italia si possa stabilire una pratica di scambio proficuo che sia humus generativo per la comunità intera.

Eleonora Cardei

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