Rohtko di Twarkowski: tra l’opera d’arte e la sua riproducibilità

Giu 3, 2024

Il Festival di teatro internazionale Presente Indicativo promosso dal Piccolo Teatro di Milano giunge quest’anno alla sua seconda edizione. A concludere la rassegna, inaugurata lo scorso 4 Maggio, è Rohtko, l’attesissima opera del regista polacco Łukasz Twarkowski, per la drammaturgia di Anka Herbut e un cast composto da Juris Bartkevičs, Kaspars Dumburs, Toms Veličko, Ērika Eglija-Grāvele, Yan Huang, Andrzej Jakubczyk, Rēzija Kalniņa, Katarzyna Osipuk, Artūrs Skrastiņš, Mārtiņš Upenieks, Vita Vārpiņa, Xiaochen Wang.

La pièce prende le mosse da un fatto di cronaca realmente accaduto. Nel 2011 un dipinto di Mark Rothko, acquistato sette anni prima per la cifra di 8 milioni di dollari dal collezionista Domenico De Sole, presso la Knoedler Gallery di New York, è risultato essere un falso. Nel buio di un garage del Queens, Pei-Shen Qian, un professore di matematica dal tratto particolarmente educato, trasferitosi a New York dalla seconda metà degli anni ’80, dipinge e replica alla perfezione le opere di grandi artisti come Basquiat, Pollock, Rothko. Prova a rivendere i suoi quadri all’angolo delle strade, finché a notare il potenziale dei suoi lavori è l’art-dealer Josè Bergantinos Diaz, compagno della stimatissima mercante d’arte Glafira Rosales. È grazie alla sua reputazione infatti, che, fino al suo arresto nel 2014, vengono venduti circa sessanta falsi, raffiguranti non copie esatte di dipinti originali ma leggere variazioni, in quanto tali sconosciute al mercato dell’arte.

Per anni Domenico De Sole e sua moglie, così come gli altri compratori truffati, avevano esposto l’opera organizzando mostre. I due confessano di aver pianto di gioia all’acquisto, nel privilegio di poterne godere, di poter entrare in una dimensione talmente intima con l’opera da commuoversi ad ogni sguardo.
È esattamente nel seno di questo legame affettivo con l’opera che si innestano le riflessioni che guidano l’operazione portata in scena da Twarkowski e Herbut. Può un’opera falsa suscitare emozioni vere? La scoperta della non-originalità dell’opera rende false le emozioni provate in precedenza? Qual è lo statuto di valore di un’opera d’arte? Che valore intrattiene l’opera con il mercato in cui è inscritta?

Rohtko
© Artūrs Pavlovs

La sensazione che fa da filo rosso alla trasposizione in scena di questo materiale è quella di star assistendo a un’esperienza assolutamente singolare nelle modalità e nel livello di immersione che propone al pubblico. Per le quasi quattro ore della pièce, si muove tra le poltrone la percezione di venire risucchiati dalla dimensione totalizzante delle sonorità di Lubomir Grzelak, delle luci e degli schermi di Eugenijus Sabaliauskas, della scenografia mobile di Fabien Lédé, del cast incessantemente in movimento.

Lo spettatore, appreso il fatto di cronaca da alcune scritte che si susseguono su un grosso schermo, osserva la scena popolarsi di veri e propri set cinematografici montati su pedane mobili. Questi set altro non sono che blocchi prefabbricati – al cui interno sono stati allestiti gli interni di un ristorante cinese – che per tutta la durata dello spettacolo verranno assemblati, rotati e rimodellati in modo tale da offrire una varietà significativa di scenografie. Tra le pareti di questi blocchi si muovono il cast (integralmente in scena praticamente per l’intero spettacolo) e quattro macchinisti che, filmando in presa diretta con cinepresa alla mano, restituiscono al pubblico, con il supporto di due imponenti schermi, ogni dettaglio, ogni micro-azione agita dagli attori, in un’atmosfera che ha del teatrale tanto quanto ha del cinematografico.

Per buona parte dello spettacolo, le quinte sono divise verticalmente in due. Entrambe le metà ospitano la stessa scena, lo stesso ristorante cinese, rispettivamente, a sinistra nel 1954 e, a destra nel 2024. Anche i tipi umani che siedono ai tavoli sono, in buona sostanza, gli stessi a distanza di settant’anni: si fanno affari, si ordina da bere, si baratta sesso e lavoro, si fanno e disfano progetti e soprattutto ci si perde nella vuota banalità delle chiacchiere su cosa l’arte sia. C’è lo stesso Rothko con sua moglie, i truffati coniugi De Sole, ci sono collezionisti, mercanti d’arte, aspiranti attori e giovani cantanti; ma non è tra le sedute del ristornate che la pièce restituisce il senso e le intenzioni profonde che la animano.

L’equilibrio statico delle due scene parallele s’interrompe bruscamente. Si rompe la quarta parete e parte del cast, venendo fuori dai blocchi, si rivolge direttamente agli spettatori che sembrano adesso assumere le sembianze di un pubblico da congresso di economia più che di una sala teatrale. Due speaker-conferenzieri sommergono la platea di dati, analisi e nuove strategie sul mercato dell’arte contemporanea, domandano che rapporto esista tra l’opera d’arte e una sua riproduzione alla luce del concetto di NFT. Con Non-Fungible Token (“gettone non copiabile”) si intende un certificato d’autenticità basato su tecnologia blockchain che rende un file digitale unico, e in quanto tale, in grado di salvaguardare il proprietario dal rischio di eventuali copie – un dettaglio inserito in scena, come a metafora dell’intero spettacolo. Ma ecco che d’improvviso ruotano e si riassemblano i blocchi, e ci ritroviamo tra le luci rosse del ristorante cinese, nella stessa quotidiana discronia di alcuni minuti prima.

Rohtko
© Artūrs Pavlovs

Come ha ribadito il regista, il fulcro teorico per analizzare lo spettacolo è il testo Deconstruction in Chinese del filosofo cinese Byung-Chul Han. Tra le pagine di questo lavoro, Han esplora l’irriducibile scarto tra cultura orientale e cultura occidentale in riferimento ai concetti di “originale” (zhen ji), “copia” (fuzhi), “falso” (shanzhai). Se per noi l’originalità di un’opera dipende unicamente dalla sua paternità, dunque dall’atto unico e irripetibile della sua creazione, le cose stanno molto diversamente nel mondo orientale.
Basti pensare al caso del Santuario di Ise in Giappone, rimosso dall’Unesco dalla lista dei siti Patrimonio dell’Umanità. Il tempio venne edificato per la prima volta circa 1300 anni fa, ma ogni 20 anni viene ricostruito interamente, comprese le collezioni interne. Un occidentale farebbe presto a dire che il santuario è antico al massimo 20 anni, ma qui entra in gioco il concetto di fuzhipin (copia identica all’originale, dunque di eguale valore). In altre parole, una copia è, paradossalmente, più originale dell’originale, dal momento che ricostruendola da zero esattamente com’era un tempo, risulta essere più simile all’originale di quanto non sia dopo secoli di degrado.

Questo discorso investe da vicino anche il mondo dell’arte: molti dei contenuti del libro sono sapientemente parcellizzati e distribuiti nel corso dello spettacolo, interrogano lo spettatore e lasciano questioni aperte sul futuro dell’arte contemporanea. Sarà possibile parlare di originalità nell’epoca dell’AI? Come riformulare il concetto di creatività? Perché un’opera materiale dovrebbe valere di più di un’opera digitale protetta da NFT? Stordisce e riempie il Rohtko di Twarkowski, e così lasciare la sala assume il valore d’un’esperienza autentica.

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