Rituali di chiusura: il caso del Teatro i

Ott 19, 2022

Byung-chul Han all’interno de La scomparsa dei riti parla della chiusura come una spinta benefica al sistema, salvifica contro una proliferazione adiposa, comunicativa e produttiva. Il 10 ottobre Teatro i ha deciso di comunicare la sua chiusura con un comunicato stampa, motivando la scelta come una devozione all’esistere e non al resistere. Ne abbiamo parlato con Francesca Garolla, drammaturga e direttrice artistica del teatro, che ci ha raccontato come la chiusura del celebre spazio milanese arrivi non senza commiato: andrà infatti in scena dal 20 ottobre all’8 novembre Esequie Solenni di Antonio Tarantino, in una lezione di edilizia teatrale che combatte la sopravvivenza e si concentra sulla cura. 

Oltre alle motivazioni rese chiare dal manifesto, qual è stato il viaggio che ha portato alla chiusura di Teatro i? 

Noi abbiamo inaugurato la sala alla fine del 2004, quindi sono passati diciotto anni. Quando noi abbiamo iniziato a lavorare io ero molto giovane, perché Federica Fracassi e Renzo Martinelli hanno fondato la compagnia all’inizio degli anni 90, mentre io li ho incrociati nel 2004/2005. Quando abbiamo aperto la sala il panorama milanese era molto differente da quello che poteva esserci adesso, si evince anche dal nostro comunicato, noi eravamo una sala in cui venivano ospitate realtà che trovavano difficilmente un affaccio nella città, al contempo avevamo una capacità di intercettare delle cose che era strano che intercettassimo noi.

Quando sono arrivata io e quando era stato aperto il teatro Federica e Renzo gestivano la direzione artistica del Leoncavallo e facevano attività da compagnia di produzione, poi il comune ha voluto dare loro uno spazio che è quello dove siamo adesso, che hanno ristrutturato e che poi abbiamo aperto. Non avevamo allora dei vincoli per la programmazione o per la produzione, ci muovevamo da indipendenti, con zero economia, ma anche senza dover rispondere a una serie di cose. Nel tempo invece abbiamo avuto accesso a diversi finanziamenti e nel frattempo il panorama milanese è molto cambiato, è diventato molto più concorrenziale, perché adesso la drammaturgia giovane ha accesso a diversi palchi, in questo momento, noi non abbiamo modo di concorrere a livello economico ma anche di visibilità, essere qui diventa un altro tipo di scelta. 

Al contempo siamo diventati impresa di produzione, riconosciuta dal ministero, quindi è diventato necessario rispondere a dei parametri, il che è stata una conquista, perché quando siamo entrati noi nel ministero erano tanti anni che non entravano le compagnie di produzione, ma ovviamente ci ha obbligato a sovra-utilizzare la sala, che andava benissimo per fare delle prove, per le produzioni, per ospitare le compagnie, ma con quel ritmo serrato a cui sei obbligato è diventata sempre più stretta. Siamo cambiati noi, siamo cresciuti, siamo arrivati a chiederci se quello che stavamo facendo era il progetto che volevamo fare o stavamo correndo dietro alle cose, la chiusura è nata da lì.

Quando è iniziato il progetto di Teatro i, negli anni dei cosiddetti Teatri 90, in cui fra gli ideali c’era scavare sui motivi e le modalità dell’irrapresentabile, la crescita ipertrofica dei teatri fa pensare che ci sia stata un’inversione di rotta rispetto a questo, cosa è cambiato?

È un teatro che conosco di riflesso, ho intercettato però le persone che erano nate in quel periodo, insieme ad altre compagnie, quindi effettivamente ho avuto accesso al teatro degli anni 90 appena ho iniziato, sono le prime compagnie che ho conosciuto come i Motus e Fanny e Alexander, penso siano cambiate le cose molto, sono cambiati gli spazi di rappresentazione, non solo moltiplicati, ma siano diventati in un certo senso più omogenei, percepiti come più omogenei, anni fa uno come Rodrigo Garcia che viene Teatro i che viene da noi, che non  noi non potevamo dargli il cachet della Triennale o del Piccolo, era una scelta anche politica, appoggiando un certo tipo di teatro che è indipendente, investe sulla ricerca. Successivamente c’è stata una sorta di omologazione, non in senso negativo, sia della proposta, che dell’accesso. Infatti noi abbiamo cercato moltissimo negli anni di ripensarci in relazione a ciò che stava succedendo, siamo infatti passati da una programmazione di un teatro sperimentale performativo, allo spostati scouting, alla drammaturgia pura, alla scoperta di giovani a progetti come il progetto di Fabulamundi, è stata una scelta delicata, perché la situazione stava cambiando.

Senza la chiusura si giunge a un’addizione, a un accumulo infinito dell’uguale, a un eccesso di positività,  la decisione di chiudere, di non essere diventato una scelta coraggiosa, vorrei mi parlassi quindi del tuo rapporto con la chiusura

Credo sia un’idea condivisa dalla direzione artistica e dai miei due soci, per me non aveva senso il rimanere aperti nonostante tutto, il nonostante tutto è una cosa peggiorativa, non ti fa crescere, non ti fa pensare a un futuro più lontano delle prossime due ore.

Si tratta di un modo di intendere che non permette di progettare perché sei troppo occupato a stare lì, è come costruire una casa, ma le fondamenta continuano a non reggere. Per me era determinante, non si aderisce ai muri o a uno spettacolo, si aderisce a un progetto. Potevamo rimanere lì, fare comunque i numeri in qualche modo, tenere lo spazio, continuare a fare produzioni solo dentro Teatro i, ma penso sarebbe stato estremamente bloccante. Penso che la chiusura sia stata una scelta coraggiosa, il fatto che le cose non vadano è un pensiero condiviso nel mondo teatrale, però spesso si va avanti di sopravvivenza e si percepisce come una lotta, ma non stiamo facendo quello. 

Per quanto riguarda i progetti, hai sempre avuto un ruolo centrale e onnisciente, quello di dramaturg in una logica teatrale tradizionale come quella italiana, vorrei quindi che mi parlassi del tuo lavoro sulla drammaturgia contemporanea, in particolare su Fabulamundi e la biblioteca virtuale di Teatro i

Un’attenzione verso la drammaturgia contemporanea l’abbiamo dalle prime edizioni di Face a Face, il progetto antecedente a Fabulamundi grazie al quale avevamo fatto più di due spettacoli e grazie al quale io ero riuscita ad andare in Francia. Poi siamo entrati dentro il progetto Fabulamundi in tutte le sue edizioni e anche grazie a quello abbiamo iniziato ad approfondire questo tema, la ricerca anche di nuova drammaturgia italiana, che nel frattempo è diventata più visibile in generale. La biblioteca virtuale è nata durante le varie chiusure Covid, è nata in quel periodo ma non per quello. Perché mi sono chiesta, chi scrive, non necessariamente chi ha fatto una scuola, e finisce un testo, da chi va? Da chi li porta? Li spedisce ai teatri? Cerca di intercettare i registi? Li fa lui con i suoi amici? Spera di avere una piccola compagnia? E poi mi sono chiesta quante cose scritte ci saranno che sono completamente irraggiungibili, perché non si sanno che esistono. 

Quindi abbiamo deciso di fare una call, senza limiti di età in cui chiedevamo di mandarci testi, noi poi li abbiamo raccolti, con selezione minima, l’ottica era escludere i testi che ci sembravano troppo fragili e non avrebbe fatto servizio al teatro e all’autore metterli nella biblioteca. Da lì poi abbiamo avuto un numero immenso di risposte, poi grazie a un comitato di spettatori/lettori è nata così, questo spero venga raccolto da qualcuno. E’ un progetto che è totalmente a servizio, spero sia qualcosa che non venga perso. E’ importantissimo uscire dall’ottica che creare per qualcun’altro tolga qualcosa invece di donare. Ciò che invece un progetto del genere cerca di fare è riflettere sul testo, sulle idee sottese alle programmazioni e alle progettualità, portare avanti una ricerca nel lavoro fatto, cercare dei gradini successivi, mi occupo di drammaturgia contemporanea, allora la devo sostenere, allora la dovrei anche distribuire, noi non ne avevamo le forze, ma è così. Teatro i in questo modo ha mantenuto un’identità forte, siamo entrati in un sistema ma senza omologarci, facendo cose peculiari. 

Concluderei chiedendo i tuoi progetti nel futuro prossimo, in relazione anche al lavoro che hai fatto a Teatro i

Come Teatro i, quest’evento è anche molto traumatico, nonostante nasca da una scelta, per me è molto dura, è metà della mia vita, quindi credo che per tutti e tre noi direttori artistici, è come se il mondo finisse a fine dicembre, tutti ci auguriamo di portare avanti delle progettualità, magari in altri contesti anche insieme. Per quello che riguarda me nello specifico, credo in modo naturale, ho moltissima voglia di iniziare collaborazioni con nuclei artistici diversi, aldilà del mio percorso di scrittura. Adesso ovviamente si apre un altro capitolo, condividere con altri le esperienze acquisite nella palestra, non da poco, di teatro i.

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