Risonanze ai margini sociali con Battuage e Immacolata Concezione di Vuccirìa Teatro

Gen 23, 2026

Dopo un lungo intervallo che separa gli esordi di Battuage e Immacolata Concezione dal presente, la compagnia teatrale Vuccirìa torna sulla scena con una doppia proposta presentata allo Spazio Diamante di Roma. Due spettacoli distinti ma profondamente comunicanti, che restituiscono il senso di un percorso ormai maturo, consapevole e tutt’altro che conciliatorio, capace di riaffermare l’identità della compagnia all’interno di un teatro che può essere politico e che è certamente sociale, senza rinunciare all’ironia come strumento di scavo.

Il tratto che accomuna le due opere risiede in una tensione costante tra registro macchiettistico e direzione drammatica, priva di possibilità evasive. È una cifra stilistica che Vuccirìa governa con lucidità, eludendo tanto il compiacimento grottesco quanto la retorica della denuncia, grazie a una mordacia che agisce come dispositivo critico e che prepara — e spesso acuisce — l’approdo finale, quando lo spaccato collettivo si manifesta nella sua dimensione più lacerante. Consumismo e capitalismo, potere e geografia sociale, sentimenti e vizi cessano così di essere astrazioni e operano concretamente sui corpi, sulle relazioni, sulle possibilità di configurazione dei personaggi, fino a occupare essi stessi, nella loro evidenza materica, i binari lungo cui scorrono le linee di lettura di questo teatro.

Elemento trasversale e fortemente identitario della compagnia è il regionalismo, presente in entrambe le performance pur assumendo funzioni divergenti. In Immacolata Concezione il dialetto  siciliano e l’appartenenza territoriale radicano la scena in un contesto preciso, riconoscibile e asfittico, che sa tenere a bada la morale del pubblico; in Battuage la geografia di provenienza dei diversi personaggi diventa invece strumento d’indagine di una circostanza comune di eventi, di un destino condiviso che prescinde dai luoghi. Qui il dialetto si offre spesso come grimaldello ironico per il pubblico, prima di ribaltarsi in una percezione di disagio ben più profonda.

Immacolata Concezione si articola lungo una traiettoria narrativa definita, quasi iniziatica. Fin dai primi passi sulle scale — elemento scenico che si carica di valenze metaforiche, tra ascesa, caduta e immobilità sociale — i personaggi appaiono inscritti in un destino già confezionato. Al centro si staglia la figura di Concetta (Federica Carruba Toscano), nuda, ingenua e vulnerabile, portatrice di una purezza priva delle connotazioni religiose che le saranno poi attribuite, progressivamente erosa da un sistema che divora ciò che non riesce a mercificare. La struttura narrativa procede in parallelo con una dimensione mitica e quasi epica, evocando la leggenda di Colapesce: si crea così un tramezzo disincantato ma contiguo tra l’arido contesto provinciale, tessuto di interessi e prevaricazioni, e quello più intimo e sentimentale di cui Concetta si fa emblema. Ogni gesto accumula un debito che l’atto finale riscuote con implacabile rigore, tra corpi nudi e caprini e l’odore pungente di mandarini sbucciati.

Sul piano attoriale, le interpretazioni non conoscono risparmio fin dall’inizio. Immacolata Concezione si apre con il drammatico monologo di un personaggio annichilito nella sua responsabilità di padre, affidato a Joele Anastasi, che viene poi vestito, letteralmente, dei panni di Donna Anna, figura contraddetta e costantemente palleggiata tra Padre Gioacchino (Ivano Picciallo) e Don Sauro (Enrico Sortino), in una dialettica di forze che riflette dinamiche di controllo e colpa, culminando infine nella figura liminale di Turi (Alessandro Lui), l’amante, l’eroe, l’inetto.

Battuage opta per una forma frammentata e dichiaratamente critica, rinunciando alla linearità narrativa per immergere lo spettatore in una realtà scomposta, attraversata da traiettorie spezzate e tensioni morali irrisolte. La scena, una piazza scandita da orinatoi e luci al neon, concorre in modo determinante a questa percezione: spazio pubblico degradato e artificiale, luogo di transito, esposizione e consumo, che struttura lo spettacolo per quadri e brandelli di diversa intensità. Ogni personaggio vi entra per calcarne l’azione — a volte subendola, altre volte agendola — restituendo un panorama interiore che risulta tuttavia organico e completo rispetto al tema di fondo. I ruoli, magistralmente vestiti dai quattro attori, compongono una coralità instabile, in cui la sofferenza si impone come denominatore comune.

In questo contesto Vuccirìa lavora con precisione chirurgica sullo sguardo, anche presupponendo una relazione con la platea che non tarda a reagire; lo sguardo di chi giudica, quello che consuma, quello che subisce. La prostituzione eccede la dimensione tematica e si configura come luogo simbolico in cui si addensano stigma, desiderio, potere economico, rimozione collettiva e trappola relazionale. Emergono con particolare forza i monologhi che dischiudono una difficoltà sociale più profonda: sia il siciliano Salvatore (Joele Anastasi), sia il giovane cliente ninfomane (Enrico Sortino) si aprono a confessioni durissime, attraversate da afflizione e avvilimento, espressioni dell’impossibilità di collocarsi in uno spazio sottratto alla morale e al biasimo. Una frattura che conduce l’essere umano verso una spietata indifferenza nei confronti di se stesso, prima ancora che degli altri. I monologhi di Salvatore risultano tra i più densi sul piano emotivo, pur mostrando una minore efficacia rispetto a quelli affidati alle due prostitute trans (Enrico Sortino e Ivan Castiglione) che si dividono la piazza così come si scambiano etichette: nel loro continuo slittamento tra ironia e autocommiserazione si individua il vero nucleo pulsante dello spettacolo e della drammaturgia coreografata da Joele Anastasi.

Nel dialogo tra i due lavori emerge con chiarezza la maturazione della compagnia. Vuccirìa costruisce un teatro dell’attrito, in cui il riso assume la funzione di paracadute necessario per sopravvivere a una caduta che investe tutti, imbarazzandone i pensieri. Colpisce come due testi — di cui uno ambientato a quasi un secolo fa — continuino a risuonare con sorprendente nitidezza nel presente, indice di una scrittura capace di attraversare il tempo senza perdere incisività. Tornare a vedere Vuccirìa significa oggi fare la tappa obbligatoria di un percorso che, fin dagli esordi, ha eletto margini e  corpi esposti a materia scenica primaria e contraddetta. Immacolata Concezione e Battuage si inscrivono così in una continuità coerente, in cui il teatro resta spazio di frizione e di resistenza all’addomesticamento.

Segui Theatron 2.0

Pubblicità

Bandi  e opportunità

Ultimi articoli