Nel prendere in esame le azioni culturali svolte in aree decentrate e periferiche, ci si scontra di frequente con l’idea che la cultura debba essere diffusa e calata dall’alto per contrastare un vuoto, più che essere costruita mediante un rafforzamento tra le pratiche, i saperi e le relazioni che certi territori producono di per sé.
L’organizzazione di attività culturali in contesti periferici chiama perciò in causa il modo in cui la cultura sceglie di stare nei territori. Un’azione che non può esaurirsi esclusivamente nell’ampliare l’accesso e decentrare la programmazione, ma che deve sottendere la messa in crisi di quel paradigma di unilateralità che spesso muove dal centro alla periferia, dall’istituzione verso chi abita i luoghi.
È una questione particolarmente significativa anche per il Quarticciolo, quartiere dell’area est di Roma spesso ricondotto, nella narrazione pubblica, alle difficoltà che lo attraversano. Il Quarticciolo però è anche un luogo in cui si condensa una forte energia sociale che ha visto fiorire importanti esperienze di mutualismo, formazione, attivismo.
Su questa trama si innesta Reverse, concetto che propone un ribaltamento, un cambio di direzione dello sguardo, e che dà il titolo alla rassegna a cura del Centro Nazionale di Produzione della Danza di Roma Orbita|Spellbound, in programma dal 14 settembre al 25 ottobre 2026. Un cartellone di spettacoli, laboratori, residenze, incontri e momenti di condivisione tra il Teatro Biblioteca Quarticciolo, la Palestra Popolare, gli spazi pubblici e altri presìdi della zona.
A partire da questa inversione di prospettiva, abbiamo discusso con Valentina Marini, direttrice artistica di Orbita e di Reverse, sul rapporto tra centro e periferia, sul coinvolgimento delle comunità, sulla scelta delle pratiche artistiche e sulle funzioni ricoperte da un centro di produzione quando estende la propria azione oltre la produzione e la programmazione di spettacoli.
Il titolo Reverse richiama il “reverse mentoring”, un modello che mette in discussione la distinzione tradizionale tra chi insegna e chi apprende. Come avete tradotto su un piano culturale, territoriale e comunitario l’idea di “invertire” lo sguardo?
Invertire lo sguardo significa innanzitutto sottrarsi a un approccio verticistico, persino colonialista, mettendo in discussione l’idea che qualcuno abbia qualcosa di migliore, di più avanzato da trasferire all’altro, qualcosa che giustifichi una verticalità dello sguardo e dell’azione.
È una pratica che, in generale, sarebbe utile applicare alla scena contemporanea. Anche nella programmazione, se si scelgono progetti che hanno un senso, bisogna predisporsi a imparare da ciò che si mette in scena. Altrimenti si rischia di osservare senza assorbire alcun messaggio.
Nel caso di Reverse abbiamo cercato di tematizzare il progetto e di renderlo coerente rispetto ad alcune traiettorie. Siamo partiti dall’assunto che il bando che sostiene il progetto, Lo spettacolo dal vivo fuori dal Centro, promosso da Roma Capitale, avesse come fulcro geografico le periferie e abbiamo cercato di scardinare l’idea di proporre semplicemente degli spettacoli, immaginando invece una programmazione che abitasse il quartiere, non solo gli spazi del Teatro-Biblioteca Quarticciolo, intrecciando le esperienze delle associazioni del territorio.
Abbiamo immaginato segmenti di permanenza più lunghi, come residenze e laboratori, facendo sedimentare nei luoghi delle pratiche condivise. Penso alle diverse realtà del territorio: dal coinvolgimento di bambine e bambini del Doposcuola Quarticciolo, agli spazi messi a disposizione dalla Palestra Popolare, fino alle associazioni che si occupano del beverage e della produzione artigianale locale che intervengono nella festa di quartiere. Abbiamo messo in relazione in maniera orizzontale competenze e possibilità, accogliendo pubblico e partecipanti in una dimensione di reciproco scambio.
Reverse è stato costruito anche intorno a delle tematiche di grande urgenza. L’incontro con il coreografo e attivista Arkadi Zaides, per esempio, ha avuto una densità di contenuto particolarmente alta; allo stesso modo, i laboratori hanno intrecciato altre forme e altri sguardi, mantenendo sempre un’attenzione verso ciò che è periferico non solo geograficamente, ma anche dal punto di vista sociale.
Lo stesso accade con le performance programmate. Fortuna. Naufragio all’inverso di Piergiorgio Milano, individua fin dal sottotitolo un’altra declinazione del concetto di reverse. In questo caso la narrazione drammaturgica e registica procede dalla fine verso un inizio. C’è sempre una tendenza a spostare l’orizzonte.
Abbiamo inoltre lavorato sull’accessibilità di questo spettacolo elaborando un’audiodescrizione, assolvendo alle diverse funzioni del progetto. A maglie molto larghe, questa è stata la tessitura di Reverse.
La rassegna coinvolge realtà come la Palestra Popolare, il Doposcuola Quarticciolo, il Comitato Quarticciolo Ribelle e le esperienze di economia e socialità nate nel territorio. In che modo avete lavorato con queste comunità nella costruzione di Reverse? Come si incentiva la partecipazione degli abitanti e come si rafforza la possibilità di incidere concretamente sui processi culturali di un territorio?
Tra le associazioni del territorio, il Doposcuola Quarticciolo è sicuramente una delle realtà che ha avuto un ruolo importante, come per L’occhio selvaggio, ad esempio, il progetto di apertura affidato al collettivo DOM-.
Siamo partiti dall’infanzia, rovesciando lo sguardo e affrontando il gioco in una forma libera ma guidata. I bambini sono stati invitati a organizzare insieme un picnic, e sono stati offerti loro lo spazio e il tempo per liberare la creatività e l’inventiva nella preparazione di un pasto, senza imporre un modello di relazione.
Le torte che sono state realizzate sono state poi offerte al pubblico e alle famiglie, una forma di dono collettivo dal basso. Una commistione di ingredienti non soltanto alimentari, ma anche umani, che lasciava intravedere una dimensione partecipata e orizzontale, un germe della matrice della rassegna.
Un altro partner fondamentale è stato il Quarticciolo Ribelle, realtà militante che opera nel quartiere, allargandone inoltre la narrazione su scala nazionale.
Nel segmento del programma intitolato Dialoghi, abbiamo previsto alcuni momenti di confronto pubblico guidati dalla giornalista Lucrezia Ercolani. Il 20 settembre è stato presentato SARKHA. A Palestinian Video Art Short Film, il docufilm della regista palestinese Jumana Dabis, a seguito del quale abbiamo lasciato spazio a un’intervista a più voci, coinvolgendo anche una rappresentante di Quarticciolo Ribelle.
Nel docufilm di Dabis vi sono molte donne che praticano la boxe femminile a Gaza e durante l’incontro sono emersi dei punti di contatto tra le attività svolte da alcune associazioni a Gaza e quelle della Palestra Popolare che, attraverso la boxe, propone una forma di riscatto sociale per gli abitanti del Quarticciolo.
Un altro polo fondamentale è stato proprio la Palestra Popolare, luogo di alcune attività di Reverse: il laboratorio di acrobatica a cura di Viviane Miehe e Boxing the beat, il laboratorio di musica e boxe condotto da Joss Turnbull, che culminerà in una performance. Un’altra forma di connessione, nella quale il codice corporeo della boxe si mescola con le pratiche musicali e performative.
Abbiamo previsto una festa che si terrà il 7 ottobre, che vedrà tra gli elementi centrali la ristorazione di quartiere, insieme alla produzione artigianale del birrificio Quarticciolo. Una maniera gioiosa e giocosa di coinvolgere il pubblico.
La rassegna ha dei finali molteplici. C’è un finale territoriale, performativo, ludico che coincide con il concerto di Joss Turnbull e la festa di quartiere; e poi c’è un finale di approfondimento che si terrà il 25 ottobre alla Cantina di Dante, un appuntamento dedicato al progetto Omissis e all’autorialità, durante il quale sarà presentata la Fanzine cartacea di racconto di Reverse, curata dalla redazione under 35 di Theatron 2.0.
Il programma sembra tradurre il concetto di “reverse” anche nelle singole pratiche artistiche: L’occhio selvaggio di DOM- mette in discussione lo sguardo adulto sull’infanzia; Audio Drive ribalta la centralità dello sguardo attraverso l’audiodescrizione; Fortuna e Boxing the Beat portano invece la ricerca artistica negli spazi pubblici e nella Palestra Popolare. Quale relazione intercorre tra le diverse forme di ribaltamento che attraversano il programma?
Nel panorama culturale odierno le diverse pratiche sono molto ibridate per cui vi è sempre una relazione che le sottende.
In merito alla programmazione artistica, abbiamo individuato esperienze che fossero portatrici di senso rispetto all’impianto tematico della rassegna, privilegiando l’incontro tra linguaggi differenti e cercando di uscire dal binario tradizionale danza, teatro, musica. Penso al mix tra boxe e musica, o alla programmazione di un docufilm, pur essendo solite lavorare nell’ambito della performance dal vivo.
Reverse sembra però allargare il campo d’azione di Orbita|Spellbound ben oltre la produzione e la programmazione di spettacoli, intrecciando formazione, accessibilità, residenze, pratiche sociali e processi di comunità. Che responsabilità ha un centro di produzione nei confronti del territorio nel riformulare il rapporto tra istituzione culturale, artisti e cittadinanza?
Nell’azione generale di Orbita, questo tipo di attività è limitato perché la grande linea di finanziamento che ci sostiene risponde a una visione di produzione e di programmazione pure. Tutto ciò che non rientra in questi due macrosistemi non può che rivolgersi all’autoproduzione del soggetto proponente oppure, come in questo caso, ad altre linee di finanziamento, come quelle territoriali.
Sono linee che escludono una visione binaria di produzione e programmazione pura e lasciano invece spazio a quello che, per noi, dovrebbe essere il tessuto connettivo: il rafforzamento di una serie di proposte volte a rinsaldare il rapporto con le comunità e con i territori.
Ornella Rosato è giornalista, autrice e progettista. Direttrice editoriale della testata giornalistica Theatron 2.0. È co-fondatrice del progetto Omissis – Osservatorio drammaturgico. Ha pubblicato per Bulzoni Editore il volume «Altrimenti il carcere resta carcere. Teatro Oltre i limiti, Compagnia Teatrale Petra». Conduce laboratori di giornalismo presso università, accademie, istituti scolastici e festival. Si occupa dell’ideazione e realizzazione di progetti volti alla promozione della cultura teatrale.

















