Reazione poetica, la Stand-up poetry secondo Lorenzo Maragoni

Mag 2, 2024

È dai tempi degli aedi, i mitici cantori delle corti dei re greci, che la performatività orale ci affascina. La capacità di un artista di improvvisare, lui solo contro un pubblico esigente, contro l’horror vacui dell’ispirazione, ha qualcosa di titanico.

La stand up poetry raccoglie il testimone di una tradizione millenaria di poeti improvvisatori, funamboli del verso sciolto, proponendo un format che tiene l’uditorio attento, incollato. Senza necessariamente lo scoglio della risata come nella stand up comedy, ancora, dopo secoli, è il rapporto privilegiato e il dialogo che si crea tra poeta e pubblico quello che rende le performance uniche e preziose. Sono serate in cui l’artista, solo con il suo microfono, crea una profonda condivisione emotiva.
Di questi momenti irripetibili Lorenzo Maragoni è un punto di riferimento a livello internazionale e, regista e poeta, vincitore nel 2022 dei campionati del mondo di Poetry Slam.   

Gli abbiamo fatto qualche domanda per la rubrica Open Mic, sulla situazione della poesia performativa in Italia, in rapporto anche alla crescente scena comica, con i loro punti di incontro e invece le peculiarità di un’arte in divenire, di cui lo stesso Maragoni è maestro e al contempo entusiasta “scopritore”.

Qual è la differenza tra stand up comedy e stand up poetry? 

Partiamo da cosa hanno in comune: una persona che è in piedi sul palco, che parla di fronte a un pubblico. Hanno in comune anche un rapporto con la verità, perché, a differenza del teatro tradizionale, i performer portano sé stessi e sé stesse sul palco, dicono cose che pensano, che cosa hanno vissuto, naturalmente con il beneficio della rielaborazione artistica. 

Rispetto alla comedy, la stand up poetry come genere sta esistendo adesso e ciò è reso possibile dalla slam poetry su cui si innesta anche l’aspetto comico. L’obiettivo della stand up comedy poi è far ridere, quello della stand up poetry è fare poesia, perciò non necessariamente far ridere, anche se c’è un rimando al “nome” stand up che indica che ci sarà ironia, leggerezza e comicità. 

Da un punto di vista tecnico, in questo momento della mia vita, avere a che fare con la poesia vuol dire: la scelta delle parole, il ritmo e una componente ludica per cui l’accostamento delle immagini, delle parole e del ritmo con cui vengono dette creino un livello ulteriore nello spettatore che prescinde dal significato. Si potrebbe dire lo stesso del teatro e della stand up comedy, ma il livello di suono e di senso della poesia “attacca” lo spettatore da più parti. Una parte cognitiva e una emotiva.

Come cambia anche il pubblico? 

Nei locali, nei teatri e nei club per la stand up comedy il pubblico è molto giovane, quello della slam poetry è ancora più giovane, sui 20-30 anni e tematicamente slam poetry e stand up comedy si muovono in direzioni diverse come orizzonti di aspettative del pubblico. 

Chi sono i tuoi artisti di riferimento? 

In questo momento per la stand up comedy direi Taylor Tomlinson e Bo Burnham: penso che siano molto bravi e brave a parlare di sé ampliando verso temi sociali in un modo divertentissimo. Ma “facendo male”. Sono più giovani di me, ma credo che per fare un percorso in questo tipo di linguaggi di mondi artistici il contatto con persone più giovani sia fondamentale. 

Nel mondo della poesia ho dei riferimenti magari un po’ più datati che però spingono ancora, ovvero Gianni Rodari, il mio poeta preferito, soprattutto nelle sue poesie per adulti, raccolte in un libro che si chiama “Il cavallo saggio” e che contiene dei componimenti dolorosissimi e bellissimi. Fra i contemporanei direi Vivian Lamarque che è un’autrice straordinaria. Scrive delle poesie che hanno molto a che fare con l’infanzia e che invitano a non dimenticarci che da qualche parte dentro di noi c’è un piccolo essere umano che ha voglia di divertirsi, di essere coccolato, di non essere trattato male, di crescere. Penso che quando un poeta o una poeta stia in contatto con quella parte, faccia un bel servizio.

E la poesia davanti a un pubblico cosa rappresenta, oggi?

La poesia resta un’esperienza di godimento per chi la fa, ma, mi piace pensare, anche per chi la riceve. Sentire una poesia fatta bene è libertà e condivisione, sentire un pubblico che ride è proprio un’esperienza stupenda. Per questo è importante anche l’immagine del poeta non tradizionale, non più legato solo all’area del dolore e della mancanza, ma anche all’area della gioia, del godimento. 
Altro aspetto poetico fondamentale è quello dell’invettiva spesso contro quella parte della società che non gli va bene, o invettiva contro sé stessi. Quando poi l’invettiva trova l’autoironia lì veramente si vola perchè metti il tuo corpo in sacrificio per il pubblico.

Quali argomenti, secondo te, sono ancora tabù in Italia? Ce ne sono, anzitutto?

Non credo. Ed è bene che non ce ne siano. C’è una nuova questione che secondo me è parte del discorso pubblico su questo: si parla molto di libertà di espressione e a volte la si confonde con l’intenzione. Posso commentare un caso di femminicidio con una poesia o con un pezzo di stand up? Certo. E però qual è il punto di vista che assumo? Perché ne parlo in quel modo? Su cosa scherzo? So che il tema può toccare le persone? Sono sereno all’idea che quelle persone possano essere ferite? Penso che quella ferita possa essere loro utile? Non mi importa di quella ferita?

Questo tipo di domande, secondo me, non creano tabù, ma consapevolezza sociale di quello che uno sta portando anche in forma artistica. L’obiettivo non è essere innocui. Tutt’altro, non è non fare del male, ma è dire: “io che punto di vista prendo su questi temi?” 

Come ti alleni per una competizione di poetry slam? Fai allenamenti alla Karate kid? 

I pezzi che porto, che a volte inserisco negli spettacoli, arrivano di solito lentamente. Ne scrivo uno, a volte viene subito qualcosa di buono, altre volte recuperi un pezzo scritto anni prima. Le prime volte che porto i pezzi a una serata li leggo. Già nel leggerli hai i primi riscontri del pubblico.

 Il pubblico ti fa la regia: capisci il ritmo, parole di troppo, inizi ad avere la geografia del pezzo grazie al confronto col pubblico. Poi ci rilavoro in scrittura e poi arriva la parte dell’impararlo a memoria, una parte strana: cerco di imparare il pezzo un po’ a memoria, ma non del tutto, e cerco di imparare a dirlo mentre cammino o guido. E lì, il corpo, memore dell’esperienza del palco e libero dal vincolo di cercare di imparare a memoria, ricorda quello che bisogna di ricordare. 
Fa del lavoro per te anche il tuo corpo. La memoria del corpo aiuta a volte ad asciugare il pezzo. Ma non esiste una fase in cui si finisce di scrivere. È un processo.

Hai una tua routine di scrittura?

Il panico.(ride) A volte però senti una forte emozione o il forte notare qualcosa, e ti accorgi che “questo è un pezzo”. Bisogna allora annotarlo subito perché le poesie ti passano in fretta. Ma mentre per me scrivere è faticosissimo e non piacevole, andare sul palco mi fa stare sempre bene.
Non ho una routine, perché se guardo troppo dritto un pezzo mi intimorisce. Devo auto-sorprendermi e auto-convincermi che non sto scrivendo. Non funziono con un metodo. Cerco di imparare ad abbracciare questo mio funzionamento. Quando ci riesco è liberatorio. 

L’aspetto migliore e il peggiore del tuo lavoro?

L’aspetto migliore è la libertà, il fatto che si possano guadagnare dei soldi e vedere le persone contente, però la stessa risposta potrebbe darla anche una persona che fa l’ingegnere o il barista.
Un altro aspetto molto bello è che è un percorso di crescita di vita, almeno per come lo affronto io. È un processo che accompagna proprio il tuo crescere.
A 25 anni scrivi cose di un certo tipo, a 30 di un altro, a 35 di un altro, quaranta di un altro ancora e poter vivere la vita e raccontarla contemporaneamente è bellissimo.

Ma gli aspetti negativi… Non mi vengono in mente. Mi chiedo anche perché non mi vengano in mente. Ecco, forse mi piacerebbe che la poesia avesse un ruolo più popolare, sicuramente. Mi piacerebbe che le persone reagissero alla parola “poesia” come fanno davanti alla parola musica o comicità.
È una cosa su cui bisogna lavorare ancora, soprattutto su un pubblico giovane. Poi quando i giovani vengono alle serate, so che sono contentissimi, però devi portarli lì e quindi anche giocare su tante piattaforme, giocare sul palco, giocare sulla scrittura e giocare sui social, giocare sulla TV se ci si riesce. 
Per far capire alle persone che cosa stai facendo, questo sì. Però è più appassionante per me che faticoso. 

In un mondo in cui “abbiamo già visto tutto”, cosa stupisce ancora secondo te? 

La maestria, la padronanza, l’abilità tecnica, da un lato. Come quella di uno sportivo, di una sportiva, di un’artista che eccelle nel lancio dei coltelli, nel calcio, nel poetry Slam, già quello è incredibile.
Secondo me poi, ciò che stupisce è la vera vulnerabilità. Chi riesce a scendere lì dentro e a portarti con sé mi stupisce. Succede rarissimamente, ma questo ha un impatto più profondo su di me, quando sento che qualcuno è stato disponibile con sé stesso, con sé stessa, a scendere fin là dove c’è qualcosa di autentico e vero e a mettere in comune quella cosa lì che non ti volevi sentire dire o che avevi proprio bisogno di sentirti dire e non te lo stavi dicendo, o non avevi le parole per dirtelo. 

E mi stupisce la creatività, nel senso, ancora, di godimento. Nel senso di chi riesce a farti ridere in diversi modi. Dalla poesia, al circo, a TikTok. C’è l’estemporaneo, ovvero ciò che capita in quel momento lì, una magia irripetibile che non tornerà più.
Poi c’è la costruzione di un’identità capace di rinnovare questa magia in qualche modo, parlo di un’identità artistica, personale. Come in certi gruppi teatrali; penso ai Sotterraneo, a Babilonia teatri o Giuliana Musso, Antonio Rezza, cioè artiste e artisti che vai e rivai a vedere perché sai che il momento magico arriverà. Paradossalmente non sei sorpreso del fatto che sarai sorpreso, ma non sai mai come. 

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