Come si racconta una realtà in cui la guerra sembra una partita di Risiko? Non la si racconta, la si abita. Si restringe la scala fino al condominio, al pianerottolo, al vicino di casa – parlando all’individuo e non alla folla. E se il tuo vicino fosse un pedofilo? E se avesse commesso un omicidio? E se con i tuoi soldi venisse finanziata una guerra? Raptus funziona così: per accumulazione di assurdi domestici, fino a quando l’assurdo non coincide perfettamente con il reale.
Il nuovo spettacolo della compagnia Sesti/Contini ha debuttato a Parma presso il Teatro al Parco il 17 aprile, con drammaturgia e regia di Alessandro Sesti. Il titolo non allude all’impulso violento entrato nel linguaggio giornalistico – quello che nei processi decolpevolizza il carnefice e sposta l’attenzione sulla vittima – ma allude a qualcosa di più comune e più pervasivo: una sospensione della coscienza che ci trasforma in spettatori del nostro stesso agire. Vale per chi fissa il sole all’alba per purificarsi, causando danni irreversibili solo a sé stesso. Vale per chi assiste in silenzio a deportazioni, stermini, torture. La domanda è sempre la stessa: come è possibile che tutti sappiano ma non agiscano?
La compagnia evoca un immaginario legato all’infanzia. L’esterno di un palazzo carta da zucchero, i fiori alle finestre, i vicini che chiacchierano da un poggiolo all’altro. Una colonna sonora che affianca riscritture delle musiche dei cartoni anni 2000 a canzoni originali. Ma ascoltando meglio si sente anche quello che gli inquilini dicono nell’intimità delle loro case, quando le finestre sono chiuse ma i muri sottili tradiscono chi vi abita. E da fuori senti quello che non vorresti sapere: la parte più sporca, nascosta, brutale dell’uomo e della comunità. Quella che si vuole nascondere e che alla fine si finge di non vedere.
A raccontarla sono i burattini realizzati da Mattia Ammirati – grandi teste, bocche spalancate, un braccio mobile – a metà strada tra i Muppet e la tradizione popolare. Una scelta che non è innocente: il burattino non è solo infanzia, è satira, è piazza, è salotto. Ha spesso detto quello che l’attore in carne e ossa non poteva permettersi di dire. Qui, quella tradizione viene ibridata con l’estetica dei cartoni animati, e l’effetto è straniante nel senso migliore – l’immaginario infantile viene attraversato da un linguaggio schietto, crudo, che non usa eufemismi per descrivere la violenza. La forma protegge il contenuto, il contenuto sovverte la forma. La risata del pubblico continua ad alternarsi alla consapevolezza che tutto è reale.
A sorreggere quei corpi in gommapiuma ci sono Debora Contini, Ludovico Röhl, Alessandro Sesti e Andrea Volpi, che smaniano senza farsi scoprire: con voci a tratti animalesche, versi e grugniti, un registro preciso per ogni personaggio. Non un susseguirsi di macchiette ma identità precise dell’umano, esagerate al giusto punto da far ridere, ma perfettamente concrete. Il grottesco che Sesti/Contini costruisce non è solo satira – che rischia di parlare a chi è già convinto – né solo distopia – che rischia di rimanere allegoria innocua. È qualcosa di più instabile: la struttura della fiaba, il linguaggio della satira politica più cruda, la cultura pop dei primi anni 2000, i cartoni animati alla South Park.
Viviamo in un momento in cui il reale sembra già grottesco di suo: il politico che dice l’indicibile, le immagini di guerra accanto alle pubblicità, il linguaggio dei social che mescola tutto senza gerarchia. Il grottesco nell’arte deve, allora, competere con questo rumore di fondo. Raptus trova la sua strada dichiarando esplicitamente la finzione: questo è un mondo finto, questi sono burattini, questa è una fiaba. Ed è esattamente quella cornice a rendere visibile ciò che fuori di essa non riusciamo più a vedere.
La dialettica della fiaba viene portata avanti dall’inizio alla fine. L’eroe è Mario, insegnante trentenne che eredita l’appartamento della nonna, apparentemente gettatasi dal tetto in sedia a rotelle. La nemesi è Georgia, l’amministratrice capace solo di aumentare le tasse e dare la colpa alla gestione precedente. La sua arma è il Vuoto – una nube che annebbia le coscienze e fa dimenticare ciò che conviene dimenticare.
Il condominio che Mario si trova ad abitare è uno spaccato feroce del presente: dal complottista al vecchio insegnante pedofilo, dall’influencer col crowdfunding per la mastoplastica al nazivegano-animista-guru. Tutti muoiono, uno dopo l’altro. Chi sembra sapere qualcosa sparisce prima di poter parlare. Non tutte le morti, però, servono a nascondere la verità: l’influencer viene strangolata dall’“italiano medio” che prima le finanzia il crowdfunding e poi la disprezza. Alcune morti sono solo la logica conseguenza di come siamo.
Allora perché nessuno scappa da quel posto? Georgia lo dice – immobile, guardando il pubblico, con la grande bocca spalancata – “per vivere qui dovete essere tutti stupidi o vuoti”. La platea ride, i burattini decidono di non sentire.
Anche il finale segue fino in fondo la logica della fiaba: l’eroe viene aiutato, la comunità si riunisce, i cattivi vengono sconfitti. Poi i burattini si girano verso il pubblico e svelano i corpi che li sorreggono. È ora di chiudere il libro e smettere di limitarsi a guardare. La finzione ha compiuto il suo lavoro, mentre i burattini scaricano sul pubblico una responsabilità reale. È il momento di agire, tanto questo condominio lo conosciamo già.

Nata a Rovigo nel 2002. Conseguita laurea triennale in Arti e Scienze dello spettacolo con una tesi in storia del teatro, attualmente laureanda in Scritture e Produzioni dello spettacolo e i media presso La Sapienza.
Redattrice di Theatron 2.0
















