Raptus. Burattini e società nel nuovo spettacolo di Sesti/Contini

Apr 13, 2026

La Compagnia Sesti/Contini, ensemble umbro attivo a livello nazionale, prosegue la propria indagine su tematiche sociali e civili con una trilogia del Fallimento: un progetto che denuncia un fallimento prima di tutto collettivo e comunitario. Per farlo, sceglie il linguaggio del teatro di figura e lo piega a uno sguardo crudo e disincantato sulla contemporaneità, sottraendo la realtà alla patina costruita dalla narrazione mediatica dominante.

Raptus sfrutta il meccanismo di sospensione dell’incredulità proprio del teatro di figura per edificare una realtà parossistica eppure concreta, in cui riconoscersi è inevitabile. Lo spettacolo prende le mosse da un’immagine distopica – una nuvola nera, «Il Vuoto», che priva gli esseri umani di volontà e autonomia, riducendoli a pupazzi – per costruire un microcosmo condominiale in cui si condensano alcune tra le derive più riconoscibili del presente: il fanatismo, la credulità, l’ipocrisia, la sopraffazione. Raptus debutta il 17 aprile a Parma presso il Teatro al Parco (maggiori informazioni).

Abbiamo intervistato Alessandro Sesti, performer, regista e direttore artistico del Festival Strabismi.

Nell’ultima intervista ci hai anticipato che Raptus è il primo passo di una Trilogia del fallimento, perché credi sia necessario parlare del fallimento oggi? In che termini è utile parlarne?

Alessandro Sesti: Negli anni in cui studiavo e mi avvicinavo al teatro, ho avuto la fortuna di incontrare Claudio Morganti e ricordo che, durante i suoi laboratori, ci diceva sempre che il teatro deve passare per il fallimento. Fallire, o cadere, per rialzarsi e migliorarsi è anche un refrain che ci viene ripetuto in modi differenti da quando siamo piccoli. Qualcosa però negli anni è cambiato. Probabilmente abbiamo superato la società dello spettacolo immaginata da Debord e stiamo vivendo in quella del successo o della performance. In questa, il fallimento è un concetto non contemplato. Non è un passaggio, ma è un arrivo, un termine definitivo. E questo si declina su più aspetti, per questo credo sia utile parlarne in tutti i modi possibili, proprio perché non se ne parla abbastanza. Questo può farci ritrovare nell’altro. Quotidianamente siamo bombardati da eventi sensazionali, da esempi di eccellenza, e veniamo indirizzati a seguire solo quelli che “ce l’hanno fatta”. Ecco, diventa importante più che mai ritrovarci nell’imperfezione, nella ricerca della semplicità e del reale peso delle cose. 

Come è nata l’idea di Raptus e come si inserisce all’interno della trilogia? 

A.S.: La genesi di Raptus è un po’ romantica. Scrissi l’idea, la storia, quando andavo al liceo. Ero una capra in matematica e durante i compiti in classe di solito scrivevo storie, racconti, poesie. La cosa che amo ricordare è che, quel professore, non mi fece mai sentire sbagliato, anzi, mi aiutò ad accettare che non tutti sono predisposti per tutte le materie. 
Fu in uno di quei momenti che nacque l’idea di Raptus. Poi i primi anni di lavoro nel mondo del teatro li passai con il Tieffeu di Perugia, sotto la guida dell’immenso Mario Mirabassi (purtroppo da poco scomparso) e scoprii il mondo del teatro di figura, dei burattini e delle marionette. Nella mia testa c’era tutto, ma non ho mai potuto realizzarlo banalmente per mancanza di fondi. È una produzione complessa e richiede degli investimenti difficili da trovare quando ancora ti stai facendo strada nel panorama teatrale italiano. Raptus si inserisce come il primo di tre lavori perché apre a una riflessione sulla società attuale e il suo fallimento in maniera macroscopica. Nei prossimi lavori ci occuperemo di fallimenti più specifici. 

“Raptus” è un vocabolo latino che ha diverse accezioni: da «impulso improvviso e incontrollato che spinge a comportamenti parossistici, per lo più violenti» a «momento di ispirazione intensa e improvvisa, di fervore creativo». Quale dei due aspetti – se non entrambi – pensi incarni meglio il vostro spettacolo?

A.S.: Entrambi. Infatti, giochiamo su ciò che questa parola evoca, anche ampliandone un po’ il concetto. Raptus è uno stato di sospensione della coscienza in cui, per istinto, l’essere umano si rifugia di fronte all’incontrollabile. La mente rapisce la coscienza e diventiamo spettatori del nostro stesso agire

Il “raptus” nei processi penali viene spesso invocato per spiegare – e a volte giustificare – gesti estremi: “il colpevole era fuori di sé, non padrone delle proprie azioni”. È una logica che alleggerisce la responsabilità individuale. Lo spettacolo prende posizione rispetto a questo meccanismo, o preferisce lasciarlo aperto allo sguardo del pubblico?

A.S.: Quando i giornalai (i giornalisti sono altra cosa) associano il “raptus” ad un crimine, il più delle volte al femminicidio, ci troviamo di fronte a persone che dicono di “non ricordare” o “non essere coscienti di ciò che facevano”. In questo ambito il raptus non esiste. È solo un tentativo di proteggere il carnefice, una strategia di difesa processuale insomma. Lo spettacolo non si sofferma tanto su questo aspetto, ma su un’altra declinazione della parola. Perché il raptus esiste nella quotidianità, nelle persone che fanno cose senza sapere il perché. 

Penso alle social challenge che hanno portato alla morte di alcune persone – a volte anche di bambini – o a compiere azioni altrettanto assurde. Ad esempio, ci sono persone che praticano il sungazing, ossia, ogni giorno, guardano il sole al suo sorgere e al tramonto, per nutrire la propria anima. Questa azione danneggia la vista, ma loro lo fanno lo stesso. Ma si potrebbero fare altri esempi di simili “sospensioni della coscienza”, come chi fa sunburn, ovvero chi si scotta di proposito, creando danni devastanti alla propria salute (se cercate su google assicuratevi di non essere deboli di stomaco). Chi fa l’influencer ma ha solo tre follower, e lo fa perché “deve” farlo, ritrovandosi a parlare con un telefono ad un pubblico che non esiste per recensire un ristorante. Chi si iscrive in palestra per gli altri, non per sé.

Ancora, chi direziona l’attenzione su come era vestita la vittima di una violenza, invece che sul carnefice. Ecco, questo è un raptus di ampie proporzioni, poiché c’è uno Stato alla deriva, che non si cura dei suoi cittadini – sempre più pover – ma svia l’attenzione sulle amanti dei ministri o sulle teorie del gender. Sono proprio questi i raptus di cui aver paura. Il pensiero critico si spegne e accettiamo tutto così, senza un vero perché, lo facciamo e basta. 

Viviamo in un’epoca di sovraesposizione mediatica al dolore: immagini di guerra e violenza che si susseguono senza sosta. Come vi ponete rispetto a questo meccanismo con Raptus – dove uno dei temi è l’indifferenza delle persone anche davanti alle azioni più crude e violente? Il teatro può fare qualcosa che i media non riescono a fare?

A.S.: Credo di aver già in parte risposto. Raptus si pone in maniera cruda e oserei dire quasi violenta rispetto a queste tematiche. Sento che la misura è colma: dall’ipocrisia della finta educazione di fronte a chi erode i nostri diritti giorno dopo giorno, alla rinuncia della propria dignità, per accettare che tanto, ormai, la vita che ci spetta è questa e non si può fare nulla. Per questo ho deciso di seguire, in un certo senso, il linguaggio di quelle serie che negli anni ‘90 e inizio 2000, si lanciavano contro le storture della società senza bisogno mezzi termini. Penso a South Park, opera dei grandi Trey Parker e Matt Stone, una serie che ha portato sullo schermo, mettendoli alla berlina, tanti taboo della nostra società. Raptus dice quello che tutti sappiamo, ma che non si può dire. E credo sia il caso di ricominciare a dirlo – sempre attenendosi ai fatti, perché questo è l’importante.

Se un regista di un teatro italiano (Le Moli del Teatro Due) ha agito violenza innumerevoli volte e viene condannato, questo è un fatto, non è calunnia e soprattutto non è interpretabile. Quindi è bene parlarne anche a teatro, dove rispetto ai media mainstream, non c’è censura. Anche essere attualmente sotto censura non è una considerazione, ma un fatto. Qualcuno ha sentito trasmettere dalla Rai la notizia del nostro ministro colluso in affari con il clan senese della Camorra? O del fatto che stiamo aiutando Israele a sterminare il popolo palestinese? No. Queste informazioni arrivano dai social, nel ginepraio della post verità, dove tutto diventa il contrario di tutto e dove si creano praterie per i mistificatori. 

I burattini sono una forma espressiva che porta con sé un immaginario preciso. Come mai avete scelto questo linguaggio per raccontare temi come la violenza e il fallimento? La forma lavora in contrasto con il contenuto, o lo amplifica?

A.S.: Amplifica moltissimo il contenuto che affrontiamo. Abbiamo scelto i burattini perché nell’immaginario collettivo sono innocui, divertenti, creati per intrattenere i bambini. Diciamo che li vedo più creati per assolverci che per farci rispecchiare completamente in ciò che osserviamo. In fondo, non sono altro che nostre proiezioni. I personaggi che prendono vita in Raptus rappresentano gli stereotipi della società in cui viviamo, figure vacue mosse da una forza invisibile, spinte a compiere azioni inspiegabili, proprio come accade ai burattini. C’è anche l’aspetto che riguarda il linguaggio del burattino in sé – che, nella maggior parte dei casi, viene relegato allo spettacolo per bambini. Non credo debba essere necessariamente così. Avevamo, quindi, anche il desiderio di restituire il burattino all’adulto permettendogli di parlare con un linguaggio diretto, spietato.

Raptus si rivolge sia agli adulti che ai giovani. Come è costruito lo spettacolo per parlare a entrambi? Ci sono livelli di lettura distinti?

A.S.: Raptus non è adatto ai bambini. Può essere visto dai giovani adulti – e per tali intendo ragazze e ragazzi dai 16 anni. Probabilmente oggi i giovanissimi raggiungono prima la maturità di quanto non abbia fatto la mia generazione, ma se privi della consapevolezza delle questioni politiche e sociali in atto, rischiano di non cogliere a pieno il senso del lavoro. Quindi, lo spettacolo vuol parlare agli adulti e giovani adulti per metterli davanti ai meccanismi marci ed ipocriti del contemporaneo: dove si vuol far apparire più importante il declino della Nazionale di calcio italiana o le vicende di una famiglia nel bosco, del genocidio palestinese o la diffusione degli Epstein Files. Ecco che ci viene consegnato un mondo quasi impossibile da metabolizzare, dove – solo per citare la punta dell’iceberg – un pedofilo è, oggi, presidente degli Stati Uniti. 
Il teatro di figura ci permette di raccontare tutto questo, attraverso ironia nera e sarcasmo. 

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