Quando il gioco del mondo diventa lo strumento per leggerlo: La Stanza di Julio Cortázar

Feb 16, 2026

Il discorso attorno all’Intelligenza Artificiale si sta facendo sempre più necessario. Se da un lato già in molti hanno dovuto fare i conti con la possibilità di essere sostituiti, per quanto riguarda l’arte il problema si fa sempre più evidente: è innegabile che le potenzialità di elaborazione di contenuti artistici siano illimitate e, apparentemente, senza un vero e proprio controllo riguardo la tutela della proprietà intellettuale e artistica.

Mi viene in mente un post che lessi tempo fa, in cui un utente diceva che avrebbe preferito che l’Intelligenza Artificiale si occupasse delle faccende di casa e della burocrazia per avere più tempo da dedicare alla creatività e alla produzione artistica, e non il contrario.

Con La stanza di Julio Cortázar, una prova che ha la forma di un happening, di una performance reiterata ogni mezz’ora, il Gruppo della Creta dimostra ancora una volta di essere in grado di leggere e interpretare il mondo che ci circonda, offrendo un’analisi che non si pone mai come esaustiva, definita o chiusa, ma che spinge lo spettatore ad accogliere gli spunti grazie a un linguaggio teatrale ben architettato, leggero, mai didascalico.

In questo caso la lettura è doppia: dall’idea di Alessandro Di Murro di trovare un punto di incontro tra lo scrittore argentino e l’IA nasce questo ambiente, la stanza di Julio Cortázar, uno spazio liminale di cui gli spettatori percepiscono i confini già prima di mettere piede in sala. La doppiezza delle interpretazioni è riferita all’argomento trattato, che si biforca in due binari da non perdere di vista: da un lato lo spirito arguto di un Cortázar resuscitato, con l’intenzione di recuperare la leggerezza del gioco, del salto da una parte all’altra dell’argomento; dall’altro, invece, il desiderio di capire e di far capire il modo sottile in cui inconsapevolmente facciamo spazio all’IA nelle nostre vite.
Dal romanzo di Cortazar Rayuela. Il gioco del mondo (1963): “Il gioco consisteva nel recuperare soltanto ciò che era insignificante, non in mostra, consumato.”

In fondo – è doveroso rimarcarlo – il gioco implica la capacità di assumere come soggetto qualcosa di piccolo ma di significativo, e strutturarlo dentro a una griglia serissima, dentro regole che è obbligatorio rispettare, altrimenti non funziona.
All’ingresso, a ognuno viene consegnato un calice di vino che poi dovrà essere portato in sala, e si consiglia la visione di un video che spiega le dinamiche del gioco. Gli spettatori si accomodano lungo una fila di sei sedie disposte proprio sul palco, a un palmo di distanza dall’habitat dove si sviluppa la performance. Bruna Sdao, elegante e posata in un tailleur scuro, impeccabile nel suo ruolo di mistress of ceremonies, spiega le regole con il carisma dei CEO e la spigliatezza di chi sa di star vendendo un ottimo prodotto. Il pubblico è vario, giovani e adulti avanzati. È una spaccatura che offre retrospettivamente un’interpretazione abbastanza calzante riguardo lo svolgimento del gioco, le sue regole, il suo esito. La frattura generazionale di chi è nato con un certo tipo di tecnologia è evidente.

Nella lettura del Gruppodellacreta l’insignificanza, l’imperfezione di cui si diceva è incarnata dal “nostro povero Jack” (Jacopo Cinque), un attore seduto di spalle al pubblico, di fronte a due specchi concavi: in quel riflesso vediamo la sua impressione apparentemente imperturbabile, come una lavagna pulita che attenda il prompt adatto, ma vediamo anche i nostri visi, le nostre impressioni incuriosite e in attesa di capire come si svolgerà il gioco.

Veniamo alle regole: ognuno a turno ha la possibilità di fare una domanda cui risponderanno sia “l’amato Jack” (interpretato da ChatGPT) sia “il povero Jack”, e alla fine bisognerà indovinare quale delle due risposte lette sia stata data dall’IA e quale dall’uomo.
Con i modi sottili che disvelano la capacità di Di Murro nel suggerire le cose con piccoli gesti accennati, nel dare la possibilità allo spettatore di ragionare su ciò che vede e farsi una propria opinione, il gioco incomincia. L’interazione con il pubblico non è mai forzata, ogni domanda emerge con una spontaneità dovuta anche all’ambientazione nebulosa della Stanza, che crea un contesto intimo ma misterioso, in cui le luci soffuse e fredde danno l’idea di un antro primitivo, di un luogo antitetico rispetto alla contemporaneità dei temi trattati.

Non esistono assoluti che possano dare risposte etiche definitive circa l’uso dell’IA, semplicemente perché è troppo presto: ci siamo dentro fino alle orecchie, non sappiamo ancora prendere le distanze e osservare criticamente questo nuovo, portentoso giocattolo. Così, nonostante forse molti di noi siano coscienti dei rischi, dell’impatto ambientale o della sua effettiva utilità, l’IA resta una presenza inamovibile nella nostra vita con cui dobbiamo fare i conti. Per questo, La stanza di Julio Cortázar non si arrovella nella pretesa di trovare delle risposte o dare conforto, ma espone tutte le facce di cui è composto il poliedro della faccenda.

La scelta non può essere dialettica, ce lo dice anche Cortázar: non possiamo, a questa altezza storica, con questa consapevolezza parziale di quello che abbiamo tra le mani, fare un confronto serrato e inequivocabile per cercare una verità assoluta. Davanti a una tale entità di progresso tecnologico, è davvero la verità quello di cui abbiamo bisogno per tranquillizzarci?
“La nostra verità possibile deve essere invenzione, ossia scrittura, letteratura, pittura, scultura, agricoltura, pescicultura, tutte le tue di questo mondo.”
E a questo punto, ragionare se l’invenzione di cui sopra non sia la risposta stessa, se il percorso non sia la destinazione, se il punto più importante non sia proprio la messa in discussione, il dibattito e il confronto, piuttosto che l’adesione alla fede più cieca.

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