Di Elaine Adorno
Per tredici anni il teatro è stato il mio posto naturale. Sono cresciuta dentro una compagnia teatrale e credevo che quel bagaglio mi avrebbe accompagnata ovunque avessi deciso di andare. Quando sono arrivata in Italia, però, la mia identità di attrice ha cominciato a sgretolarsi in silenzio, erosa da un’assenza precisa: non vedevo persone che mi somigliassero. Non a teatro, non in televisione, non all’università, spesso nemmeno per strada. Non è che non esistessero: di riferimenti sparsi, sull’internet di allora, ne avevo trovati. Ma i percorsi sembravano non incrociarsi mai. Ci sono voluti sei anni. Solo nel 2019 ho visto per la prima volta una persona nera su un palco. Sei anni. Ricordo di essere rimasta in estasi davanti a quell’immagine, non perché fosse straordinaria in sé, ma perché mi restituiva qualcosa che non sapevo di aver perso. È da lì che ho cominciato a capire cosa fa un’immagine quando manca.
Le immagini sono tra i generatori di significato più potenti che abbiamo: producono, comunicano e trasformano la percezione che abbiamo del mondo e di noi stessi. Il loro potere simbolico è così radicato che, come ricorda Stuart Hall1, finiscono per non riflettere la realtà ma per costruirla. Vuol dire che le assenze, se si ripetono abbastanza a lungo, smettono di sembrare assenze e iniziano a sembrare normalità. È qui l’intuizione che sta al centro del pensiero sulla rappresentazione: vedere persone che ci somigliano non è solo una questione estetica, è una questione di possibilità. E come ricorda bell hooks2, nessuno sguardo è neutro: guardare, decidere chi guarda chi e in che modo, è già una relazione di potere. L’immagine fa da specchio, allarga ciò che crediamo di poter essere, autorizza la presenza. È la differenza tra sentire che certi spazi ci appartengono e sentirsi per sempre ospiti in casa d’altri.
Man mano che la rappresentatività diventava la risposta cruciale per restituire ai corpi razzializzati la possibilità di vedersi e di essere visti, ho iniziato a scontrarmi anche con i suoi limiti. Quando i pochi che riescono a rappresentare finiscono per ripetersi, sempre gli stessi ruoli, le stesse storie, la stessa immagine autorizzata, la rappresentatività rischia di chiudersi in un monolite: non una pluralità di voci, storie e traiettorie, ma una sola figura riconoscibile che il sistema decide come incorniciare e quando far apparire. La potenza dei pochi volti in cui cominciavo a riconoscermi veniva così ricondotta a una stereotipizzazione costante: figure marginali, bidimensionali, ipersessualizzate, costruite attorno a un’aspettativa che aveva poco a che fare con la pluralità della nerezza che di lì a poco avrei finalmente incontrato in Italia.
È il processo descritto da Frantz Fanon3: il corpo razzializzato viene letto e classificato ancora prima di avere voce, caricato di simboli e narrazioni che non gli appartengono, definito prima di potersi definire da sé. Ma se Fanon racconta il corpo immobilizzato in quella lettura, Fred Moten4 ricorda che l’oggetto, per quanto ridotto a tale, non smette di resistere e di sottrarsi alle cornici che pretendono di contenerlo. È in quello scarto, tra l’essere fissati e il continuare a sfuggire, che ho cercato la mia strada. Per superare il limite della rappresentatività simbolica non basta concedere un volto, né costruire un branding della diversità che lascia intatte le strutture. Servono corpi, case e storie: una presenza che si produce invece di essere concessa.
Con questa convinzione mi sono rimessa a cercare chi stesse già provando a oltrepassare quei limiti. Nel 2023, dopo più di un anno di passaparola, riunioni e domande collettive (come organizziamo ciò che già esiste? come diamo struttura e visibilità a una pluralità di presenze e narrazioni già radicate nel territorio?), è nato Black History Month Milano (BHMM). Un’associazione senza scopo di lucro fondata dalla convergenza di artisti, ricercatori, professionisti e creativi con competenze diverse: fotografia, musica, recitazione, psicologia, comunicazione, produzione culturale. L’idea era mettere insieme risorse, visioni e saperi per costruire uno spazio di promozione e diffusione delle culture afro, afrodiscendenti, nere e africane, gestito da chi quelle culture le abita. Far convergere competenze attorno a un desiderio comune e, da lì, costruire qualcosa che non avesse bisogno dell’autorizzazione di nessuno per esistere.
Volevamo andare oltre la rappresentatività simbolica e lavorare sulla produzione di presenza, perché il problema non è soltanto la mancanza di volti. Lo osserva la scrittrice brasiliana Ana Maria Gonçalves5: «La rappresentatività è stata importante per un certo periodo, proprio per permetterci di entrare in luoghi in cui non eravamo mai entrati. Ma dal momento in cui abbiamo cominciato a entrare, dobbiamo parlare di produzione di presenza. […] Oggi voglio produrre presenza, ed essere insieme ai miei pari».
Produzione di presenza, dunque, e non soltanto rappresentatività. Ovvero come affrontare l’assenza strutturale, e non solo quella simbolica.
Per mettere al centro queste tensioni tra visibilità e potere, e insieme per raccontare la pluralità della nostra cultura, nell’ottobre 2025 abbiamo realizzato a Milano un festival intitolato Costellazioni. Il nome non è casuale. Le costellazioni sono sempre esistite nella volta celeste: la loro visibilità è una questione di prospettiva, di riconoscimento, di saper leggere i segni. Le nostre narrazioni sono state troppo spesso percepite come meteore isolate, presenze effimere destinate a dissolversi. Ma le stelle non sono corpi fugaci: brillano, e continuano a farlo anche dopo il loro collasso. Il festival nasce per connettere queste luci in reti, per proporre nuove mappe culturali e nuove geometrie relazionali. Non una geografia statica, ma un campo in cui queste esperienze emergono come un sistema di segni, traiettorie e connessioni in continua espansione. La pluralità non come dato da sottolineare, ma come principio di movimento.

È in questo che riconosco il risultato più solido del nostro lavoro. Costellazioni ha messo nella stessa stanza figure consacrate e artisti emergenti, attraverso le arti visive, la pittura, l’installazione, il teatro, la musica e il pensiero critico. Avere in dialogo un curatore di lungo corso come Simon Njami, una masterclass con Leo Asemota, gli interventi musicali e il lavoro di artisti più giovani come Mohammed El Hajoui non è stato un semplice cartellone. È stato un modo per rendere evidente una cosa precisa: la nostra presenza culturale non è recente, non è un fenomeno appena affacciato. Produce effetti, ha una storia, ed è già visibile a chi la abita. Mettere in relazione generazioni diverse significa sradicare l’idea che la produzione artistica afrodiscendente sia un’eccezione contemporanea e, allo stesso tempo, sostenere chi è più giovane nella costanza del lavoro. È lo stesso sostegno che, personalmente, mi ha spinta a non lasciare che la parte artistica della mia traiettoria venisse cancellata.
Una delle conversazioni del festival ha affrontato proprio il modo in cui queste dinamiche si riverberano nel sistema teatrale italiano. A partire da tre parole, rappresentazione, narrazione e identità, l’attore Alberto Malanchino, il regista Lapo Gresleri e la giornalista e critica culturale Veronica Costanza Ward hanno esplorato cosa significhi incarnare un ruolo quando così pochi sono stati scritti pensando alle persone afrodiscendenti, e come la narrazione plasmi le possibilità identitarie dentro e fuori dal palco. La domanda al centro era tanto semplice quanto radicale: chi ha il potere di narrare? È la domanda che Djamila Ribeiro6 racchiude nell’idea di luogo della parola: non solo chi può parlare, ma da quale posizione una voce viene socialmente autorizzata, ascoltata, riconosciuta come legittima.
Le logiche con cui operano le istituzioni culturali, i criteri con cui si valuta il talento, i modelli narrativi considerati universali sono stati costruiti a partire da una prospettiva eurocentrata che ha finito per presentarsi come neutrale. Come se certi modi di raccontare, certi corpi, certe estetiche fossero semplicemente lo standard, e tutto il resto andasse giustificato, reso più accessibile, più masticabile. Il lavoro da fare non è solo aggiungere nuove voci a un sistema che resta invariato. È imparare a vedere davvero ciò che si sta guardando, senza sovrapporre le categorie rigide con cui siamo stati abituati a leggere il mondo.
Non basta essere sul palco. Perché continui a essere uno strumento efficace, la rappresentatività deve entrare nelle stanze delle decisioni, della produzione, della programmazione: i luoghi in cui si stabilisce cosa viene raccontato e come. È necessario riposizionarsi, sul piano individuale e su quello collettivo. Riposizionarsi non significa abbandonare. Significa continuare a camminare anche quando i percorsi formali non sono percorribili. Come scrive Audre Lorde7, sopravvivere e agire a partire dai propri margini non è un ripiego, è una forma reale di potere. Nel mio caso ha voluto dire usare le arti performative come spazio in cui tenere il corpo in azione e la narrazione nelle proprie mani, senza attendere un’autorizzazione esterna. Sul piano collettivo ha voluto dire costruire comunità e scegliere la cultura come territorio d’azione.
Occuparsi di cultura non è una scelta neutrale. La creazione culturale è anche un modo di definire un’identità propria e di posizionarsi in autonomia rispetto alle narrazioni dominanti. Non aspettare di essere scoperti o riconosciuti, ma costruire strumenti capaci di esistere e di parlare da soli.8 Organizzarsi, costruire strutture, creare continuità è qualcosa di diverso dal semplice produrre: significa lavorare a una rappresentatività che non sia effimera, che non dipenda dall’autorizzazione di nessuno, che lasci qualcosa dietro di sé. Una presenza che mette radici e costruisce eredità.
La comunità di BHMM si muove in questa direzione. È una scelta precisa, dentro un sistema in cui la cultura è spesso il primo territorio a essere colpito quando si vuole cancellare una presenza. L’obiettivo non è creare un centro unico attorno a cui tutto gravita, ma moltiplicare i nodi, le voci, le iniziative. Nessuno di noi può rappresentare il tutto. Proprio per questo non vogliamo che la risposta venga da un’unica forma di comunità o da un solo tema cardine, ma che possa allargarsi in rete.
Le alleanze che cerchiamo non seguono un modello unico. Ci sono realtà che lavorano sulla formazione, altre sulla produzione, altre ancora sulla ricerca o sull’attivismo culturale. Ci sono tempi brevi e tempi lunghi, azioni visibili e lavoro silenzioso che prepara il terreno. Tra questi modi di agire non esiste una gerarchia, esiste complementarità: ciò che una realtà non riesce a fare, può farlo un’altra; ciò che non si costruisce da soli, si costruisce insieme.
Quando si lavora dentro un sistema che non è stato pensato per includerti, può capitare di voler rispondere a tutto: coprire ogni fronte, essere presenti ovunque, sentirsi responsabili di un cambiamento troppo grande per una sola voce. È una pressione reale, e può diventare paralizzante. La risposta non è fare di più, ma fare insieme: riconoscere i fronti su cui ciascuno può agire con più forza e fidarsi che altri stiano facendo lo stesso là dove noi non arriviamo. Per questo non vogliamo assumere la posizione di gatekeeper. Non vogliamo essere il filtro attraverso cui passa la cultura afrodiscendente a Milano, né il modello che altri dovrebbero seguire. Vogliamo essere uno spazio aperto, di circolazione di idee e di possibilità, di incontro tra chi lavora con valori simili in forme diverse.
Restare soltanto nel campo del simbolico significa rischiare di essere cancellati di continuo: presenti oggi, invisibili domani, eccezionali sempre. E l’eccezione non costruisce nulla di permanente. Un’immagine che incontra sostegno non è soltanto un volto su un palco. È un volto che ha dietro di sé una comunità, una struttura, una continuità. È questo che trasforma la presenza in paesaggio: qualcosa che non si nota più come straordinario, perché è semplicemente parte di ciò che esiste.
Per questo continuiamo a costruire. Per popolare i palchi, gli immaginari, gli spazi culturali con una presenza che non chiede permesso e non si giustifica. Perché chi arriva con un bagaglio che sembra non trovare casa possa scoprire più in fretta che il collettivo esiste già, che ci sono mille modi di agire, mille fronti su cui muoversi, mille voci che non aspettano di essere autorizzate per parlare. Una costellazione in movimento.
Elaine Adorno, nata e cresciuta a Salvador de Bahia, è attrice e performer. Per tredici anni ha recitato in diverse produzioni della compagnia Novos Novos e in altri progetti del Teatro Vila Velha di Salvador; in Italia si è formata al corso propedeutico della Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi e ha conseguito una laurea magistrale in Economia e Gestione dei Beni Culturali e dello Spettacolo all’Università Cattolica di Milano. La sua pratica attraversa performance, immagine e suono come forme di ricerca incarnata, esplorando come l’identità si frammenta e si riorienta nelle condizioni di displacement. Con il duo di ricerca performativa Collective Relax sviluppa ORI: A Ritual Cartography of Belonging, performance e installazione sonora. È co-fondatrice e co-direttrice di Black History Month Milano. Vive e lavora a Milano.
Black History Month Milano (BHMM) è un’associazione culturale fondata nel 2023 e dedicata allo studio, alla ricerca, alla promozione e alla produzione delle culture afro, afrodiscendenti, nere e africane. La sua missione è creare un ambiente in cui la Blackness non sia soltanto un’identità o un’etichetta, ma una forza creativa e culturale fondamentale, costruendo reti di collaborazione e dialogo tra le diaspore nere e africane in Italia e nel mondo. Tra i progetti realizzati: la partecipazione al panel Africans Everywhere nell’ambito di The All African People’s Consulate di Dread Scott alla 60ª Biennale di Venezia (2024); la residenza artistica e mostra Milano. Paradossi e Opportunità nell’ambito della 24ª Esposizione Internazionale di Triennale Milano Inequalities (2025); il festival Costellazioni (Milano, 2025); la curatela dell’opening del Padiglione del Camerun NZENDA — The Path Home alla 61ª Biennale di Venezia (2026).
- Stuart Hall, Jessica Evans, Sean Nixon (a cura di), Representation: Cultural Representations and Signifying Practices, 2ª ed., Sage, Londra 2013. ↩︎
- bell hooks, Sguardi neri. Black Looks. Nerezza e rappresentazione, trad. di feminoska, Meltemi, Milano 2024. ↩︎
- Frantz Fanon, Black Skin, White Masks, Penguin Classics (ed. orig. Peau noire, masques blancs, 1952). ↩︎
- Fred Moten, In the Break: The Aesthetics of the Black Radical Tradition, University of Minnesota Press, Minneapolis 2003. ↩︎
- Ana Maria Gonçalves, intervento al MIAC 2025, in Brasil de Fato, 21 ottobre 2025, https://www.brasildefato.com.br/2025/10/21/o-tempo-espiralar-e-o-unico-capaz-de-conter-os-que-ja-foram-os-que-estao-e-os-que-virao-reflete-ana-maria-goncalves/ (traduzione dell’autrice). ↩︎
- Djamila Ribeiro, Il luogo della parola, trad. di Monica Paes, Capovolte, Alessandria 2020. ↩︎
- Audre Lorde, Sister Outsider: Essays and Speeches (1984), ed. Kindle, Crossing Press, 2012. ↩︎
- Cfr. Simon Njami, «Esploratori fuori tempo massimo», il manifesto, 2017, https://ilmanifesto.it/esploratori-fuori-tempo-massimo. ↩︎
Leggi tutti gli articoli del 5° numero – Corpi razzializzati e scena. Politiche della presenza

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