Precarietà e salute mentale, il ricatto della vocazione

Mag 6, 2026

Una giovane cantante, dall’indubbia ingenuità sempre richiesta dalle Major ai propri burattini musicali, sostituisce “partigiano” con “essere umano” mentre canta Bella ciao sul palco del Concertone del 1° maggio di Roma.
L’opinione pubblica s’indigna, parte la lapidazione social e in un attimo la polemica da bar distrae da ogni tentativo di riflessione concreta sullo stato del lavoro in Italia.
La chiamano Festa dei Lavoratori. Chissà cosa ci sarà mai da festeggiare. 

Burnout frequenti, insonnia, ansia, sono la condizione permanente di molte e molti di noi. Ci abbiamo fatto l’abitudine, lo nascondiamo all’occorrenza, e via a lavorare. Eppure, dovrà esserci una correlazione tra la precarietà, i ritmi del supercapitalismo e l’indebolimento del benessere mentale di buona parte della popolazione.

La Presidente del Consiglio Giorgia Meloni – certamente meno trionfale e autoritaria nei modi e nei proclami dopo la mazzata referendaria – non manca di ricordare a ogni occasione buona che tra i risultati raggiunti nel corso del suo mandato c’è la crescita dell’occupazione.
Il riferimento è alla fotografia ISTAT, diffusa il 30 gennaio 2026, a proposito del IV trimestre 2025 in cui si legge:

«Nel quarto trimestre 2025, l’input di lavoro è stabile rispetto al trimestre precedente ed è aumentato dell’1,6% nei confronti del quarto trimestre 2024. […] Al netto degli effetti stagionali, il tasso di occupazione è stabile al 62,5%, quello di disoccupazione cala al 5,6% (-0,3 punti) e il tasso di inattività sale al 33,7% (+0,2 punti)».

È presto per gioire. Intanto perché, a guardare nel dettaglio e prendendo in esame i dati destagionalizzati – ovvero depurati dalle fluttuazioni attribuibili alla componente stagionale – il tasso di occupazione della fascia 15-64 anni risulta bloccato al 62,5%, cioè lo stesso valore del dicembre 2024 e meno di quello raggiunto, per esempio, a ottobre dello stesso anno, pari al 62,7%.
Inoltre perché, se il termine di riferimento è la fine del 2024, l’incremento del numero degli occupati di 62mila unità è effettivamente avvenuto ma in maniera fortemente diseguale, visto che, nella fascia dei 15-24enni, si conta una diminuzione di ben 100mila unità e in quello dei 25-34enni di 10mila.
Non si tratta solo dell’effetto del calo demografico, perché a diminuire è stata anche la proporzione tra lavoratori e popolazione che, ad esempio, nella fascia 25-34 anni ha smesso di crescere, fissandosi a dicembre 2025 al 68,4%, due decimali meno di un anno prima.

All’estremo opposto, la fascia 50-64 anni mostra un incremento di 424mila occupati in un anno, con un tasso di occupazione salito al 67%, l’1,6% in più in un anno.
Come noto, si tratta di una crescita legata in parte all’effetto delle riforme pensionistiche e in parte all’aumento demografico di questo segmento di popolazione che sarà ancora più rilevante nel breve e medio periodo, considerando che chi ha tra 35 e 49 anni ha vissuto una brusca frenata occupazionale nel 2025. Gli occupati di questa età sono scesi di 236 mila unità e il loro tasso di occupazione ha smesso di crescere, fermandosi a dicembre al 77,3%, un dato alto ma inferiore al 77,6% di 12 mesi prima.

Sarebbero ancora molti i ragionamenti deducibili da questi numeri così ostici a un primo sguardo, ma proseguiamo in ragione dell’aggiornamento, fornito di nuovo dall’ISTAT il 30 aprile 2026, dei dati provvisori su base mensile degli occupati e dei disoccupati al marzo 2026, che però non deve essere arrivato sulla scrivania della quarta carica dello Stato:

«A marzo 2026 il numero di occupati, pari a 24 milioni 124mila, è in calo rispetto al mese precedente. La diminuzione coinvolge i dipendenti a termine (2 milioni 440mila) e gli autonomi (5 milioni 270mila), mentre risultano sostanzialmente stabili i dipendenti permanenti (16 milioni 414mila). L’occupazione diminuisce rispetto a marzo 2025 (-30mila occupati in un anno), sintesi del calo dei dipendenti permanenti (-14mila) e a termine (-142mila) e della crescita degli autonomi (+125mila). Su base mensile il tasso di occupazione è stabile al 62,4%, quello di disoccupazione cala al 5,2% e il tasso di inattività sale al 34,1%».

Si dirà che i numeri restano incoraggianti ma questi dati andrebbero letti anche alla luce di un elemento a cui si lascia sempre troppo poco spazio nelle rilevazioni: la qualità del lavoro.
Se la riduzione della disoccupazione è di per sé un segnale positivo, da sola non basta a descrivere lo stato del mercato del lavoro. Al di là dell’oscillazione mensile, dietro i livelli occupazionali convivono posizioni con condizioni molto diverse: lavoro stabile, lavoro autonomo fragile, contratti a termine, part-time involontario, lavoro gratuito o irregolare, benessere, soddisfazione personale e salariale.

Stando così le cose a livello nazionale e intersettoriale, qual è la situazione nell’ambito dello spettacolo?
Tremenda, si risponderebbe d’impeto, e non si sbaglierebbe affatto. Ma bisogna tenerlo a mente sempre, ché troppo spesso si finge di dimenticarsene, storditi dalla più grande fregatura di tutti i tempi: il ricatto della vocazione, una penalizzazione salariale giustificata dal significato.

Laddove mancano tutele e diritti, si annega in un miscuglio di ambizione e magra gioia per la fortuna di fare il mestiere più bello del mondo.
Un autoconvincimento palliativo, utile solo a sopportare l’ingiustizia di un settore in cui a parlar di soldi si fa peccato, mentre di giustificare lo sfruttamento del lavoro gratuito o mal retribuito si trova sempre il modo.
Ci abbracciamo nei foyer, tra bicchieri tintinnanti e sorrisi a nascondere la fatica, per raccontare come venditori porta a porta il nuovo progetto in divenire, l’ultima urgenza creativa o giornalistica, il tempo ritagliato tra un affanno e l’altro per compilare bandi e partecipare a concorsi nella speranza di dare alla luce quell’idea che ci costerà molti più soldi e salute degli spicci che se ne ricaveranno.
E guai a lamentarsi, ché questo lavoro è per gli entusiasti, coloro che non si arrendono, quelli che nonostante tutto.
 
Ma chi viene pagato davvero? Con quali cifre? A fronte di quali contratti? Quante prestazioni restano gratuite? Quante presenze vengono compensate in visibilità, relazioni, in nome dell’occasione da non perdere, dell’esperienza da acquisire?
Sarebbe il caso di cominciare a guardare non solo gli effetti ma anche le pratiche quotidiane con cui il sistema si riproduce.
La precarietà, verso cui tutti si dichiarano solidali, non è soltanto una condizione subita. Spesso si tratta della situazione più congeniale per la nascita o il prosieguo di festival, rassegne, cartelloni, progetti che scaricano il rischio su lavoratori e lavoratrici.

È il ricatto della vocazione, la ferocia del compromesso che può essere accettato solo da chi può permetterselo, da chi ha una situazione patrimoniale che tampona quella reddituale e che consente gratitudine per tournée gloriose da quindici date, ore incalcolabili passate davanti a un pc tra mail, riunioni, telefonate, bocconi amari ingoiati, e la sostituzione della socialità con la frequentazione mai bastante di tutti i teatri e gli eventi possibili.
Colleghi e colleghe diventano partner, amici, famiglia, perché solo loro possono reggere la negazione totale della vita privata che questo lavoro impone.

Basta la vocazione per essere felici? Basta la soddisfazione di un applauso, di un riconoscimento ricevuto, dell’avanzamento professionale per dimenticare i conti in rosso e la difficoltà di immaginare il futuro?

Ma soprattutto, come stiamo?

Il documento più aggiornato e di maggior dettaglio a nostra disposizione è il “Report annuale sui lavoratori dello spettacolo e dello sport 2024”, pubblicato dall’INPS il 22 maggio 2025. È già indicativo che lo spettacolo venga raccontato dentro lo stesso osservatorio dello sport, due mondi diversi, accostati da una mera classificazione amministrativa.

Concentrandoci sui numeri che ci riguardano, il report fotografa un settore strutturalmente intermittente.
Nel 2024 i lavoratori e le lavoratrici dello spettacolo con almeno una giornata retribuita sono 342.212, con una retribuzione media annua di 11.577 euro e 96 giornate medie retribuite. Rispetto al 2023, i lavoratori diminuiscono di 25.634 unità, pari a -7,0%, mentre crescono lievemente la retribuzione media annua (+3,2%) e le giornate medie retribuite (+0,9%).
L’aumento della retribuzione media non va letto automaticamente come esito di un miglioramento generalizzato. Il dato cresce mentre il numero complessivo dei lavoratori cala. Ciò significa che la media può aumentare anche perché, dal perimetro osservato, escono lavoratori con carriere più discontinue o redditi più bassi.

Il secondo punto riguarda la discontinuità del lavoro. Una media di 96 giornate retribuite l’anno segnala una presenza retribuita inferiore a un terzo dell’anno solare. Questo dato non misura direttamente la precarietà contrattuale, ma indica una struttura occupazionale in cui il reddito annuo è condizionato soprattutto dalla quantità limitata di giornate retribuite. 

Gli attori e le attrici, con 83.435 occupati, pari al 24,4% del totale, registrano una contrazione del -13,3% rispetto al 2023. Il prospetto indica quindi che nel gruppo più numeroso tra quelli censiti, la retribuzione media annua è di 3.322 euro.

Quanto alla disparità di genere, mediamente gli uomini percepiscono una retribuzione annua di 12.571 euro, contro 10.245 euro per le donne.
A livello geografico si manifesta una situazione squilibrata con le retribuzioni annue differenziate per zone: il Nord-ovest registra 14.795 euro, il Centro 11.853 euro, il Nord-est 9.702 euro, il Sud 7.753 euro, le Isole 8.916 euro.

Un altro aspetto rilevante ha a che fare con l’eterogeneità interna del settore. I gruppi di lavoratori hanno livelli di compenso molto diversi tra loro.
Nel 2024 gli impiegati hanno percepito 26.245 euro di retribuzione media annua e 213 giornate, attori e attrici 3.322 euro e 17 giornate; il gruppo ballo, assimilato a figurazione e moda, 3.679 euro e 42 giornate. 

Sono numeri che richiedono di affiancare al tema economico anche quello – non si abbia timore a dirlo – sanitario, perché decretano le condizioni materiali, affatto neutre, entro cui un malessere psicologico può effettivamente maturare.

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nella scheda aggiornata su salute mentale e lavoro, indica tra i rischi psicosociali carichi eccessivi, orari lunghi, insicurezza occupazionale, scarso controllo sul lavoro.
Alcuni studi italiani sulla precarietà lavorativa vanno nella stessa direzione, pur non riguardando specificamente l’ambito dello spettacolo.

In The impact of precarious employment on mental health: The case of Italy, pubblicato su Social Science & Medicine nel 2016, vengono analizzati dati amministrativi relativi a oltre 2,7 milioni di lavoratori dipendenti in Italia tra il 2007 e il 2011, incrociando informazioni sui contratti di lavoro e la prescrizione di psicofarmaci.
Lo studio rileva come tra i lavoratori e le lavoratrici con contratti temporanei, che trascorrono lunghi periodi in occupazioni temporanee, o che subiscono cambi più frequenti di contratto, aumentano le probabilità di insorgenza di disturbi mentali.

Un secondo studio, Is the association between precarious employment and mental health mediated by economic difficulties in males? Results from two Italian studies, pubblicato su BMC Public Health nel 2019, utilizza due indagini italiane, PASSI e HIS, condotte rispettivamente su 31.948 e 21.894 soggetti. La ricerca mostra un rischio quasi raddoppiato di depressione o scarsa salute mentale tra i lavoratori precari rispetto a quelli con contratto permanente, e indica nelle difficoltà economiche un fattore di mediazione rilevante. 

Tali ricerche vengono fornite a sostegno del ragionamento, pur non rappresentando delle prove dirette, poiché aiutano a guardare alla precarietà e alla fragilità economica non solo in ottica morale e sindacale, ma come variabili strettamente connesse con la salute mentale. Per rispondere onestamente, una volta tanto, a quel “come stiamo?”.

Sappiamo misurare l’occupazione ma non abbiamo ancora imparato a dare un peso politico alla stanchezza, alla paura di non farcela, all’impossibilità di progettare il futuro, alla solitudine di chi baratta la propria identità con la professione per poi scoprire che quel lavoro non basta a vivere. Foss’anche il mestiere più bello del mondo.

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