Pluto, o dell’inevitabile trionfo del denaro. Il Gruppo della Creta rilegge Aristofane

Gen 19, 2026

All’angolo destro del ring, Povertà si prepara a colpire l’avversario. È sicura di sé, lo sguardo severo, avvolta in un lungo vestito nero. Dal lato opposto Pluto, il dio del denaro, è cieco e barcolla, assesta qualche pugno all’aria, sembra già sconfitto in partenza. Eppure, alla fine, sarà sua la vittoria, in quel ring che, a guardarlo meglio, è fatto di persone in carne e ossa. Uomini e donne in eleganti completi grigi dalle spalline imbottite formano i pilastri del quadrato, mentre le corde non sono altro che lunghi guinzagli per cani, che tengono legati i servi ai rispettivi padroni. 

È uno scontro fisico e retorico, in cui Povertà si dimostra tanto lungimirante quanto avvilente. Chi lavorerebbe ancora nelle fabbriche, nei campi, nelle miniere, se fossimo tutti ricchi? Meglio ancora: chi lavorerebbe più, se non esistesse il bisogno di guadagnare denaro? E che cosa ne sarebbe dell’umanità?
Non sembra giusto che ci sia chi possiede più del necessario e chi muore di fame. Così, quegli stessi uomini che disegnano il ring finiscono per interrogarsi e schierarsi, oscillando da un lato all’altro. La domanda viene rivolta anche al pubblico, con cui gli attori dialogano fin dall’inizio dello spettacolo, a partire dall’apertura del regista Alessandro Di Murro che rifiuta di alzare pareti e ricorda come, in teatro, tutto sia sempre reale.

Pluto, l’ultima commedia di Aristofane, viene scritta in un periodo buio della storia ateniese, quando la satira contro i singoli cittadini lascia spazio a riflessioni più ampie, attraversate da un’inquietudine nuova. Il Gruppo della Creta, con Pluto. O il dono della fine del mondo, cerca invece un continuo appiglio alla realtà politica contemporanea. Il lavoro di Anton Giulio Calenda e Valeria Chimenti non si limita a svecchiare una commedia antica, ma intercetta quell’ironia triviale e al tempo stesso sottile del tardo Aristofane, attualizzandola.

Ecco che il finale viene modificato: Cremilo (Matteo Baronchelli) e il suo servo Carione (Alessio Esposito) incontrano ancora Pluto (Alessandro di Murro), dopo aver interrogato l’oracolo e lo convincono a riacquistare la vista che Zeus gli aveva tolto, nella speranza di giungere a una «giustizia redistributiva». Torna anche la gara dialettica con Povertà (Laura Pannia) qui tradotta in un incontro di pugilato. 
Ma se in Aristofane la commedia si chiude su una società grottesca e assurda – in cui le matrone non sanno più con chi intrattenersi e tutti, persino alcuni dèi, hanno perso il lavoro – nella versione del Gruppo della Creta gli uomini, ormai ricchi e profondamente annoiati, scelgono l’autoeliminazione. La mancanza di stimoli spinge i protagonisti, e con loro l’intera umanità, verso azioni sempre più estreme e truculente, disturbanti perché possibili, immaginabili, in alcuni casi già accadute.

pluto

In questa riedizione, che ha aperto la stagione del Teatro Basilica e replicato il 19 e 20 dicembre, fa la sua comparsa il coro. Prima incarnato dal solo Amedeo Monda nel ruolo di Ermes-corifeo, in occasione del laboratorio Aristofane nostro contemporaneo si amplia fino a includere otto elementi: caricature di Cremilo e Carione, organizzate in coppie servo-padrone, modernizzate nei completi giacca e cravatta dalle spalline imbottite. Una scelta efficace, che non solo dona dinamismo alla scena, ma la sovraffolla, rendendola più intensa, più caotica, più umana.

La commedia, qui appesantita rispetto agli intenti originari, punta su un’ironia immediata. Ermes è caricaturale, la Povertà stessa assume tratti grotteschi. Le battute sono popolari, talvolta forzate: evocano situazioni attuali restando però in una zona intermedia, senza affondare davvero né nel black humor né nella satira più feroce, come se il semplice nominarle bastasse a generare la risata. Ma non sempre ciò che fa ridere induce a riflettere.

La profondità dello spettacolo va cercata altrove: nella partecipazione continuamente richiesta al pubblico, ad esempio, che, pur invitato a rispondere – e la platea lo fa – resta sostanzialmente impotente. Non importa quale sia la sua opinione: essa non può competere con quella dell’intera umanità. Non sono gli dèi a decidere per gli uomini, ma gli uomini stessi a essere causa dei propri mali. Oggi non esiste più un Olimpo, ma è facile riconoscere quelle divinità che giocano a dadi con il destino umano in una cerchia ristretta della nostra stessa specie, che grazie al denaro posseduto detiene un potere reale sulle nostre vite. Ecco perché nemmeno il “Dio contemporaneo” ha più autorità in tal senso. La povertà e l’umiltà predicate dalla Chiesa non trovano riscontro nella natura umana. Non a caso l’allegoria di Gesù compare una sola volta: entra nel ring, colpisce Pluto con una sedia e se ne va, come se nulla fosse. Non è una questione di morale o di buon senso – altrimenti non saremmo arrivati fin qui – ma di individualismo: un’ingordigia che ci spinge a divorare tutto ciò che abbiamo intorno, senza preoccuparci di ciò che resterà domani.

La commedia, infatti, colpisce notevolmente sul sentimento del tragico. È un colpo assestato alle coscienze quando Povertà ipotizza un equilibrio possibile con Pluto: un mondo in cui nessuno sia così povero da temere per la propria vita e nessuno così ricco da poter vivere senza fare nulla. Ma ancora una volta l’individualismo prevale, e la logica dell’uomo convince gli altri a mettere Povertà al rogo, ponendo una domanda tanto semplice quanto devastante: chi non ha mai desiderato essere così ricco da non avere preoccupazioni e potersi godere la vita? Ma è proprio in questa tendenza dell’uomo all’eccesso, nel desiderare oltre quello che realmente necessita, che risiedono i germi della distruzione dell’umanità.

Sulla linea di una morale, solo apparentemente sospesa, che attraversa il lavoro della compagnia, il finale resta aperto: l’amaro viene alleviato – o forse ancora più acuito – dalla consapevolezza che le cose non cambieranno, che l’uomo tende a nascondere il marcio sotto il tappeto. Non a caso, la distruzione dell’umanità si chiuderà con un ultimo lunghissimo, ma privo di sentimento, bacio.

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