Performare la rete. Voci e pensieri da Feminist Futures

Lug 7, 2021

Trovare la grammatica, le parole, le modalità per un confronto aperto e profondo tra teatri, luoghi di creazione, festival, artisti e artiste. Dall’1 al 3 luglio si è svolto il primo incontro del nuovo corso di apap_advancing performing art project, a cui ha fatto da corollario un festival aperto al pubblico con una programmazione internazionale curata da Barbara Boninsegna e Filippo Andreatta

Qui a Centrale Fies lo sanno bene: essere decentrati rispetto ai grandi centri di attenzione regala la possibilità di riflettere, studiare, approfondire e stringere legami, attività molto più complesse se trasportate in contesti sovraesposti, dove alla semplicità dello scambio si frappongono fin troppi schermi, concreti e metaforici.
Gli interrogativi sollevati dalla rete in questo confronto interno durato tre giorni sono, peraltro, non di poco conto e potrebbero riassumersi nella seguente domanda: come può un’istituzione artistica essere realmente inclusiva, senza eludere le difficoltà e le contraddizioni? 

Una questione non semplice alla quale apap proverà a rispondere nel corso di quattro anni nel progetto chiamato Feminist Futures — un nome che sta ad indicare la prospettiva adottata dalla rete, che corre forse il rischio di essere un po’ specifico rispetto alla varietà dei temi in gioco — con appuntamenti che si svolgeranno in modalità itinerante tra i diversi centri partner, che vale la pena elencare: BIT Teatergarasjen (Bergen, Norvegia), InSzPer Performing Arts Institute (Varsavia, Polonia), Maison de la Culture Amiens (Francia), Reykjavík Dance Festival (Islanda), SZENE Salzburg (Austria), Tanzfabrik Berlin (Germania), Station (Serbia), Teatro Nacional D. Maria II (Lisbona, Portogallo), Theaterfestival Boulevard (Hertogenbosch, Olanda), Kunstencentrum BUDA (Belgio), oltre, naturalmente, a Centrale Fies.

Nelle tre mattinate si sono dunque svolti incontri, workshop e lectures raggruppati sotto il nome di Feminist School, con il coordinamento della ricercatrice universitaria Mariella Popolla che ragiona sul lavoro svolto: «Bisogna tenere presente che questa non è una scuola di teorici, ma di un network che mette insieme istituzioni e artist_. La grande sfida è fare propri i temi di cui si è parlato in questi giorni, ognuno nei propri contesti organizzativi e nelle pratiche lavorative. Di sicuro tutti i partecipanti, in sintonia con un approccio tipico del femminismo, sono partiti da sé: hanno portato la propria esperienza singolare e situata e l’hanno condivisa con tutto il gruppo». 

Secondo Popolla inoltre il travaso con la pratica artistica è una grande opportunità: «Nel momento in cui un’organizzazione rende i suoi processi produttivi e le sue pratiche lavorative eque, inclusive, intersezionali, gli immaginari che verranno veicolati emergeranno in modo quasi naturale. Adottare questa prospettiva dal punto di vista artistico permette poi di uscire dalla dinamica della didascalia».

Restando proprio sul versante artistico, sono tanti i gruppi che si sono esibiti in questi giorni a Centrale Fies. I Sotterraneo hanno portato il nuovo lavoro, Atlante linguistico della Pangea, un’interessante riflessione sul tema delle parole intraducibili che si muove tra la malinconia dei mondi che si perdono irrimediabilmente e lo spiccato senso del comico insito nel linguaggio. Chiara Bersani con The Whale Song / Il Canto delle Balene propone la fruizione di due universi paralleli, uno quotidiano ed uno lontanissimo per noi seppur co-esistente, con la figura di Matteo Ramponi che fluttua in maniera indecidibile tra le due dimensioni. 

Harun Morrison presenta un toccante lavoro di scrittura, Nothing Special, dove vengono elencati 365 piccole increspature che ci capita di vivere tutti i giorni, ed interessante era notare quando ci si impersonava in pieno in quella piccola gioia o in quel banale fastidio e quando ciò non accadeva. Il coreografo giapponese Michikazu Matsune ha portato sul palco una delicata e ben strutturata performance chiamata All together sulle persone conosciute nel passato e nel presente, assenti e non. E ancora si sono esibite Kate Mcintosh, Anne Lise Le Gac, OHT, Tatiana Julien

Eva Geatti, performer del gruppo Cosmesi, ha curato la regia e presentato per la prima volta L’uomo che accarezzava i pensieri contropelo ispirato a Renè Daumal, che introduce così: «Ho letto Il Monte Analogo molti anni fa, è un romanzo bellissimo, pieno di stranezze. Daumal è un autore eclettico che si è sempre occupato dell’ambito spirituale: è una figura marginale che ha toccato tutti quei margini che a me interessano, era vicino al surrealismo e alle avanguardie ma non le ha mai abbracciate in pieno. Il romanzo è l’unico che termina con una virgola, la leggenda racconta che mentre stava scrivendo si alzò per andare ad accogliere un ospite alla porta e poi non è mai più tornato a quel foglio, perché è morto poco dopo. 

Il primo capitolo, la parte su cui mi sono concentrata, è l’incontro di persone completamente differenti che credono però che esista questo Monte Analogo. Così si uniscono per la missione di scalarlo. Il lavoro consiste proprio in questo accordo: i performer lavorano ognuno per sé fino a trovarne uno. Non hanno una partitura scritta e anche la durata della composizione è variabile. Hanno uno standard su cui si muovono ma poi c’è un costante lavoro di invenzione, molto legato al situarsi nello spazio». 

Anche la musica, eseguita live, è una parte importante della performance e si intreccia con il percorso di Geatti in più modi: proprio in questi giorni è uscito Donna Circo, «un disco femminista che è stato scritto e inciso nel ’74 ma poi non è mai stato distribuito, quindi caduto nell’oblio. I testi sono stati composti da Paola Pallottino, una paroliera di Bologna molto importante, lo abbiamo arrangiato nuovamente e cantato in quindici artiste del territorio. Paragona la condizione della donna a quella di un circo: la banda, gli elefanti, la trapezista, ognuno ha un ruolo con delle dinamiche ancora molto attuali». Un modo per chiudere il cerchio di queste giornate: tra il circo del passato e del presente, invochiamo le performance del futuro.

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