People of theatre di Giuliano Levato: raccontare il teatro tra presenza e distanza

Apr 11, 2022

Giuliano Levato ha 36 anni e l’energia di un vulcano attivo. Da Catanzaro a Roma, da Pechino a Londra, quella del fondatore di People of Theatrepiattaforma online dedicata all’informazione teatrale e ai processi creativi legati al mondo delle arti performative – è una storia fatta di occasioni sapientemente colte e tanta determinazione.

Dopo essersi laureato in Lingua e Letteratura Cinese presso l’Università La Sapienza di Roma, Giuliano è volato a Londra per frequentare un master in International Journalism alla City University con il desiderio di acquisire competenze legate anche e soprattutto alla produzione televisiva. Grazie ai suoi studi trova lavoro come TV Producer per CGTN a Pechino, dove resta fino al 2017, quando decide di rientrare a Londra per iniziare la sua più grande avventura.

Hai un passato nel giornalismo e nella televisione. Come sei arrivato al teatro?

Quando vivevo in Cina e lavoravo per la CGTN, ho avuto modo lavorare a un documentario che aveva per protagonista una compagnia teatrale italiana che si trovava in tournée a Pechino. Ero l’unico italiano a lavorare per la CGTN e così mi è stato chiesto di seguire la co-direzione della produzione, anche e soprattutto per superare la barriera linguistica che ci separava. Ho trascorso un’intera settimana a contatto con la compagnia, aiutandoli con il cinese e accompagnandoli alla scoperta del paese durante il tempo libero. In questo periodo mi sono reso conto che volevo fare teatro, è iniziata così una collaborazione occasionale con il Teatro Nazionale di Pechino come interprete e assistente alla programmazione internazionale.

Come sei passato da Pechino a Londra?

Volevo lasciare la Cina. A Londra avevo frequentato un master che mi aveva dato la possibilità, in passato, di collaborare con la BBC, con la quale avevo mantenuto dei contatti. Nel 2017 sono riuscito ad ottenere un contratto a BBC Radio 2 e sono tornato nel Regno Unito. Mi sono reso conto che faticavo a trovare lo spazio per parlare di quello mi interessava realmente, ovvero esplorare la marginalizzazione, la migrazione, le tematiche legate al sociale attraverso il teatro e la danza.

Ho così iniziato a pensare a come potevo utilizzare le mie skills comunicative a servizio di questa urgenza. Ecco come nasce People of Theatre: dal desiderio di avere uno spazio mio. Londra è il posto perfetto, mi ha dato enormi possibilità per esplorare il settore anche a livello internazionale, come forse nessun altro luogo mi avrebbe permesso di fare.

C’è sempre molta difficoltà, da parte del fruitore medio, a riconoscere che dietro al palcoscenico c’è un intero mondo di forze che collaborano per rendere possibile la realizzazione di uno spettacolo. Credo che in realtà in Italia manchi anche un vero e proprio percorso di istruzione per chi vuole intraprendere le professioni dietro le quinte, non c’è una specializzazione delle qualifiche così come non c’è una vera e propria carta delle professioni.

Non posso parlare dell’Italia perché manco ormai da troppi anni, ma posso dirti che in UK ci sono sicuramente percorsi di studio più radicati per quanto riguarda le diverse figure professionali che lavorano nel theatre making. C’è un evento, Theatre Craft, che nasce proprio con l’idea di dare alle nuove generazioni alcuni punti di riferimento per reperire informazioni e opportunità per intraprendere percorsi di studio e professionali nel settore dell’industria teatrale.
Quello che credo che manchi qui nel Regno Unito è la conoscenza di queste figure da parte dell’audience. Nonostante il pubblico britannico sia molto raffinato – un pubblico che ama, conosce, paga, sostiene il teatro e vuole che il teatro sia sostenuto – c’è una mancanza di educazione sulle figure che il teatro lo fanno.

Persiste un po’ la favola per cui chi è on stage è il fautore unico dello spettacolo. Quello che cerco di fare io con People of Theatre è proprio di dare spazio a tutte quelle altre figure che stanno attorno ai performer perché dietro di loro c’è un mondo creativo di sostegno che talvolta è molto più grosso ed interessante di quello che si vede poi sul palco.

Nelle tue conversazioni parli anche molto di minoranze e integrazione, tematiche nelle quali sei fortemente impegnato. Anche attraverso il tuo sguardo da italiano che vive all’estero, com’è cambiato secondo te questo tema dopo Brexit?

È una domanda molto difficile e delicata. Da italiani si pensa sempre che l’estero sia meglio, che la Gran Bretagna sia meglio. Si cresce con il mito della lingua inglese, del Regno Unito come un luogo meritocratico in cui i sogni si possono realizzare, l’andare a vivere in Inghilterra è il sogno nel cassetto di molti. In realtà, è un paese con grosse difficoltà sociali, pieno di contraddizioni. Scherzando, dico sempre che sono bravissimi a fare marketing, sono eccellenti nel coprire l’inefficienza che esiste nel paese su più livelli. È tutto molto contrattuale, a partire dalle relazioni.

Sul lavoro, per esempio, esiste il duty of care, un documento che sancisce il dovere ad essere caring nella nostra relazione. Perché abbiamo bisogno di questa formula per un’azione che nasce dalla consapevolezza di essere umani? Se non credi autenticamente a una situazione, come puoi pensare di cambiarla? È qualcosa che vedi accadere anche in teatro, sai. Non tanto sul palco, ma all’interno delle istituzioni. Se guardi alla programmazione, la proposta è molto varia e attenta alle tematiche più calde, ma non sempre questi valori si riflettono anche all’interno delle venues o delle produzioni stesse. Se scorri l’organico di alcuni dei teatri principali ti accorgerai che un’altissima percentuale di lavoratori è british, white, middle class, eterosessuale.

Con Brexit è cambiata molto la consapevolezza di noi europei che viviamo nel Regno Unito: abbiamo preso consapevolezza della nostra identità in maniera molto più forte, perché ora siamo in una situazione in cui ci siamo noi e ci sono loro. Un po’ di tempo fa mi sono ritrovato a pensare che non ho mai sentito un accento straniero in una play a Londra. In una città global come Londra, non ho mai sentito un accento straniero sul palcoscenico. Pensa. La situazione cambia un po’ se ti sposti nel mondo della danza perché è maggiormente aperto all’internazionalizzazione, hanno anche bisogno di danzatori stranieri.

Nel Regno Unito solo il 3% dei testi rappresentati non è anglofono. E comunque, tendenzialmente, quando lo è si tratta di classici. A Londra c’è molto new writing, ma sono quasi sempre le loro storie o la loro prospettiva. Noi abbiamo una storia di migrazione molto forte, i britannici no, non hanno esperienza di prospettive altre rispetto alla loro. In un paese in cui vivo e lavoro e di cui sono parte perché appartengo a quella dimensione multiculturale che ne caratterizza la comunità, anch’io meriterei di essere rappresentato sul palcoscenico.

Ci sono sotto tracce, realtà più inclusive che si muovono in questa direzione in maniera più o meno underground?

Sì, certo. Ad esempio, il Voilà Festival è gestito da creativi europei che vivono nel Regno Unito e che portano voci europee sulla scena londinese proprio a partire da questa mancanza. Il pubblico che vi partecipa è molto europeo, poco britannico. Ci sono piccole finestre, ma faticano a trovare spazio.

A proposito delle infrastrutture, abbiamo visto la solidità dei teatri britannici durante la pandemia, a partire da un utilizzo consapevole del digitale per incrementare la propria presenza in un momento di assenza. Lo streaming era già ben radicato nella quotidianità in tempi non straordinari. In Italia si è sentita la mancanza di strumentazioni adeguate e di una conoscenza evolutiva della materia digitale, sia per quanto riguarda i contenuti che la loro forma.

Mi ha molto emozionato vedere il settore dimostrare una forza creativa senza pari. Penso che questo si basi su un assunto fondamentale: coloro che lavorano nell’arte e nella cultura vivono la condizione creativa come una passione viscerale a cui non si può rinunciare. Il teatro è un’urgenza, e si è rivelato come tale anche durante la pandemia.Il settore ha sentito la responsabilità di fare qualcosa per poter ispirare e coccolare una popolazione che stava vivendo un’esperienza nuova e totalmente al di fuori dell’immaginario più assoluto.

Con il digitale sono riusciti a fare cose molto belle, e si tratta di una rivoluzione che rimarrà. Come dici tu, credo fosse già nei piani, almeno delle main venues, perché hanno molti più strumenti. La rivoluzione digitale si è comunque avvantaggiata di almeno un decennio anche per le venues più piccole, che ora hanno un digital stage, un live streaming che porta il teatro di Londra in tutto il paese. Con il digitale si riesce a riempire anche quest’altra debolezza, quella della diffusione su scala nazionale.

Com’è cambiato People of Theatre con la pandemia?

È cambiato moltissimo, soprattutto perché è venuto meno l’elemento chiave su cui si reggeva il format del mio blog: l’incontro. L’idea dietro le couchersations sessioni di conversazione con i creativi del settore comodamente seduti su un divano – era proprio quella di dialogare con i miei ospiti entrando nel loro mondo, andando nelle loro case. Quando la pandemia non mi ha più permesso di incontrare gli artisti e ha portato alla chiusura dei teatri, mi sono trovato a riflettere su cosa fare con il blog, a chiedermi come avrei fatto a mantenere vivo il progetto in una situazione così complessa e difficile. Mi sono ovviamente dovuto reinventare, a partire dai contenuti. Dovevo cercare di capire come analizzare la situazione in maniera differente, indagare e capire le storie dietro la pandemia, soprattutto quelle di successo.

Sembra paradossale, sai, ma per alcuni la pandemia è stata un trampolino di lancio grazie all’utilizzo del digitale, che ha portato con sé una maggiore accessibilità. L’ho visto anch’io con People of Theatre, che è cresciuto molto proprio durante la pandemia perché c’è stata un’attenzione ancora più affettiva da parte di chi mi segue. Ci si è uniti nel desiderio di voler conoscere meglio il settore, di ascoltare le voci di chi partecipa al processo di creazione, di supportarlo in un momento di difficoltà.

Ho infatti creato uno shop online con lo scopo di donare il ricavato delle vendite dei miei prodotti – felpe, t-shirt, tazze con alcune tra le mie citazioni teatrali preferite – al Theatre Artist Fund, un fondo creato dal SOLT (Society of London Theatres) per sostenere i freelancer del settore, messi in ginocchio dalla pandemia. Sono riuscito a donare più di 1500£. La risposta che ho ottenuto dalla community è stata incredibile, una vera e propria dimostrazione di amore verso il progetto che mi ha permesso di capire la magia della connessione: le persone che mi seguono hanno sentito il mio stesso bisogno, o forse lo hanno sentito attraverso di me, non lo so, ma siamo stati tutti uniti nel desiderare lo stesso risultato.

Con la tua community hai un rapporto molto forte e diretto, determinato sicuramente anche dalla tua capacità di creare contenuti di qualità con un linguaggio accessibile. Non parli infatti ai soli addetti al settore, ma ti rivolgi anche ai semplici curiosi e per portare a casa questo risultato dialoghi con i tuoi ospiti sullo stesso piano, in una conversazione naturale e confidenziale.

Il mio progetto è genuino. È passione, rispetto e venerazione per una forma d’arte che mi dà moltissimo. Credo che le persone mi seguono e gli artisti con cui dialogo lo riconoscano e si connettano a questo livello. Il mio motto è theatre is people, ecco da dove deriva il nome del mio blog. People è la prima parola perché per me, il teatro, sono le persone: chi lo fa, chi lo guarda, chi lo respira, chi lo vive. Parlo di chi e a chi è ispirato e vede il mondo attraverso il teatro. Per questo mi rivolgo a tutti nello stesso modo: se crediamo tutti che il teatro possa cambiare la società, non ci sono barriere, non ci sono diversità di livello. Io ho studiato giornalismo perché volevo avere un impatto sulla comunità, volevo a mio modo cambiare il mondo e lo voglio tutt’ora – solo che ho scoperto che riesco a farlo meglio tramite il teatro. Non c’è rivoluzione senza le arti, ecco in cosa credo.

Il tuo futuro è a Londra? O meglio, pensi che il progetto continuerà a realizzarsi nel luogo in cui ti trovi o pensi che potrà essere un seme da piantare anche altrove?

Io vivrei solo a Londra, perché è una città così ricca di sfumature… ti reinventi sempre, ti ritrovi sempre in un te stesso diverso. Londra mi dà questa opportunità ed è una cosa che non potrò mai lasciare. Il progetto respira di Londra e in futuro vorrà avere anche un respiro più internazionale, ma credo sempre che Londra sia la piattaforma ideale da cui partire per poter viaggiare. C’è una parte del progetto che voglio dedicare proprio a questa trasversalità di esperienze per scoprire altre realtà. Adesso, per esempio, sto organizzando un viaggio in Africa per incontrare alcune compagnie di teatro e danza che operano sul territorio, così da poter offrire al mio pubblico prospettive molto diverse sulla loro identità.

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