Pane, amore e condivisione. La dimensione umana e teatrale di Tindaro Granata

Dic 1, 2021

Tindaro Granata sta a Situazione Drammatica come il lievito madre sta alla realizzazione di un ottimo pane. «Non esiste un rito più antico, più importante che fare il pane – dichiara Granata.  Tutte le usanze e le tradizioni sociali sono arrivate dopo perché abbiamo avuto da sempre l’esigenza di nutrirci. La trasformazione della panificazione è come la parola scritta che si trasforma in parola viva e trasforma chi l’ascolta».

All’interno di Romaeuropa Festival, nella sezione Anni Luce, due sono state le occasioni per conoscere alcuni dei più interessanti nuovi autori della drammaturgia italiana. Il primo turno, dedicato al Premio Hystrio, con il testo Amore storto di Christian Di Furia, vincitore del Premio Scritture di Scena, e con Anna, di Tommaso Fermariello, segnalato nell’ambito della stessa rassegna con una menzione speciale.  
Il secondo, invece,che ha visto in un’unica serata avvicendarsi Nicolò Sordo con il suo testo Ok Boomer, vincitore del Premio Pier Vittorio Tondelli e Pier Lorenzo Pisano con Carbonio, vincitore del Premio Riccione.

«Il format Situazione Drammatica nasce nel 2019, prima del grande cambiamento mondiale con la pandemia – afferma Tindaro Granata. È nato con l’idea che gli spettatori e le spettatrici riuscissero a far parte del momento di conoscenza del testo, del momento di creazione di passaggio che c’è tra la parola scritta e la parola viva, recitata».

Come si innesta e qual è l’influenza tra Situazione Drammatica e il tempo presente?

Ho sempre desiderato che le persone capissero quali sono i meccanismi che sono nascosti dietro l’arte teatrale. Alcuni potrebbero pensare che un po’ di fascino si perde con un’operazione così. Io credo invece che possa far acquisire maggiore consapevolezza, attenzione e cura nei confronti di un’opera da parte degli spettatori e delle spettatrici.

Trovo che Situazione Drammatica sia più che mai necessaria oggi. Innanzitutto perché si ristabilisce un rapporto molto intimo tra l’opera e gli spettatori, i quali scoprono e capiscono meglio cosa succede, che cosa c’è prima che uno spettacolo diventi concreto. 

È molto importante che il testo venga vissuto, che sia nelle mani degli spettatori, partecipi di un processo artistico non solo in modo concettuale, ma anche fisico. Avere il formato cartaceo permette non solo di staccarsi dalla quotidianità, ma anche di avere un rapporto diverso con le cose. Ultima cosa, ma non meno importante, in questo modo si prende parte al processo creativo e ognuno realizza questa esperienza in modo diverso

Durante la cosiddetta “prova a tavolino”, quella che si fa i primi giorni, quando ci si incontra con tutta la compagnia per la prima lettura di uno spettacolo, a me succede che mi si apre il cuore, osservando gli attori che cercano di arrivare alle cose, è come sentirsi parte di quella storia. Volevo che questo sentimento lo provassero tutti gli spettatori e le spettatrici.

Concludo dicendo che, in questa era Covid, in questa fase storica, ho sentito l’esigenza maggiore di utilizzare la musica dal vivo durante le letture, un forte desiderio di avere il live, il vero il qui e ora. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che l’unico modo che noi abbiamo per comunicare è scrivere. Testi, canzoni, musiche. Abbiamo avuto bisogno di esprimerci, di raccontare, di dire la nostra e questo per ogni persona è veramente importante.

Il processo di scrittura è un processo di solitudine, di ricerca interiore. Qual è il tuo rapporto con entrambe le cose?

A questa domanda rispondo non solo da attore ma anche in qualità di drammaturgo. Recitare mi porta a confrontarmi con la vita, ad avere un approccio estroflesso con il mio lavoro. Come se avessi bisogno di esercitare una parte che non sta solo dentro di me ma anche fuori. L’esposizione, mettere il proprio corpo davanti agli spettatori, alle spettatrici, vivere le proprie sensazioni, porta inevitabilmente a essere collegati con l’esterno. La scrittura, invece, è proprio l’opposto. Per scrivere c’è bisogno di chiudersi, di stare dentro, di vivere nel proprio mondo interiore. È come chiudere le finestre del corpo senza nessun affaccio verso l’esterno. 

E questa cosa è molto importante perché dà la possibilità, in un certo senso, di fare una sorta di autoanalisi, ai fatti della propria vita e del mondo. Chi scrive ha la fortuna di possedere due cose uguali e opposte: una grande analisi del mondo, di sé stesso, di ciò che ci circonda e questo permette di scendere in profondità al tema che si vuole trattare. Dall’altro lato, però, la parte faticosa è che questo ti costringe a fare i conti con sé stessi in maniera molto spietata perché nella scrittura difficilmente si può essere bugiardi con sé stessi.  

Teatro e drammaturgia: in quale direzione ci stiamo muovendo?

Quello che noto rispetto ai testi di tanti giovani che leggo è una caratteristica comune, quella di essere racconti molto indefiniti, dove non ci sono i personaggi così come li intendiamo noi, è tutto molto più confuso.  In questa parola, di cui non so quale sia l’etimologia esatta, mi piace pensare che ci sia una fusione, una “cooperativa diffusione” inventando un’origine che non è quella precisa. 

Una cosa che registro è che i ragazzi e le ragazze di oggi che scrivono fanno fatica a stare ancorati con la realtà, nel senso che hanno sempre l’esigenza di far entrare nei loro testi qualche elemento strano, assurdo. Televisori parlanti, personaggi alieni, l’acqua colorata di rosso.
Non so bene se avviene questa tendenza perché il mondo della tecnologia permette di creare realtà virtuali oppure perché non si è capaci di gestire qualcosa di molto più semplice e quindi si ha bisogno di ricreare mondi fantastici. È come se ci fosse una forma di  iperrealtà. 

Un’altra cosa che sto notando, e questo purtroppo è un problema del teatro europeo, è che la drammaturgia, in un certo senso, è asservita alle mode, alle tendenze del momento. Faccio un esempio: ultimamente non si parla d’altro che di clima, giustamente, perché è un problema centrale, importante e tocca tutti. Mi si può dire che la drammaturgia e i drammaturghi seguono le esigenze, raccontano il nostro tempo, ed è anche vero. Il problema è che viene chiesto tutto in maniera molto meccanica e quindi diventa una moda. 

Poi, però, succedono delle cose e si capisce che un testo può essere bello a prescindere, quando va oltre le mode, quando supera la richiesta che fa il mercato e buca ogni sua regola, arriva, sta lì ed è presente. Noi Italiani abbiamo la fortuna di essere così tanto diversi, sono differenti le nostre lingue, i nostri dialetti, è diverso il nostro modo di pensare e questa è la ricchezza, la risorsa più grande che abbiamo. Se comprendessimo meglio questa nostra diversità, avremmo tanti autori, tante autrici in più che parlano e scrivono usando la loro lingua vera. E di conseguenza sono unici, sono uniche.

Una panoramica globale, uno sguardo e una riflessione personale sulle due serate di Situazione Drammatica a Roma.

Innanzitutto sento di fare un grande ringraziamento al pubblico che è stato presente in quelle serate. È stato un regalo meraviglioso, momenti di festa e di scambio. Dico sempre una cosa agli artisti selezionati per fare le letture: Situazione Drammatica non è una serata di dimostrazione, nessuno deve dimostrare quanto ha scritto bene, quanto recita bene ma è una serata di condivisione. Chi ha scritto una storia porta la gioia di condividerla con le persone che vengono ad ascoltarla, la natura di questa serata è la comunione di un percorso drammaturgico. 

Ringrazio tutti gli scrittori, le attrici, gli attori che ho coinvolto nelle serate a Roma, ringrazio  Carrozzierie n.o.t. e Maura Teofili, senza la quale difficilmente saremmo stati a Romaeuropa Festival e ci ha dato ospitalità in Anni Luce. È una splendida organizzatrice, ma ha anche un occhio artistico molto sensibile, alcune scelte artistiche le abbiamo fatte insieme. 

Infine è importantissimo ricordare il ruolo di Fabrizio Grifasi, il direttore del Festival che ha fatto sì che fosse possibile realizzare queste letture, nella precedente edizione e anche quest’anno. Un direttore che gestisce fondi pubblici e decide di aprire le porte alla nuova drammaturgia è un direttore illuminato, questo bisogna dirlo, è una cosa importante. Sono state delle serate molto particolari, i testi e gli autori che abbiamo presentato sono i vincitori dei concorsi più famosi e prestigiosi.

Tommaso Fermariello ha presentato Anna, un testo che ha vinto la Menzione di Situazione Drammatica per il premio Hystrio, ispirato a un fatto realmente accaduto. Quando la protagonista di questo episodio di cronaca nera è stata rimessa in libertà, Fermariello ha notato che su Facebook c’era una miriade di insulti indirizzati verso questa ragazza. Nel mondo c’è tanta violenza e Fermariello ci racconta che i violenti non sono soltanto quelli che commettono un omicidio ma anche chi giudica sommariamente. Tommaso ha una bella qualità di scrittura, è molto moderno. 

Christian di Furia è il vincitore del premio Hystrio. Lui si è ispirato a Bianca Garufi e a Cesare Pavese, ha inventato questo incontro al bar e lo ha raccontato con delle didascalie come se ci fosse la voce di una coscienza che descrive il corpo, i movimenti, le sensazioni di questi due personaggi, con la loro difficoltà di incontrarsi, con il loro desiderio di stare uniti. Ed è molto bello anche perché ha utilizzato una modalità di scrittura letteraria, creando un mondo e un racconto alto.  

Nella serata dedicata al Premio Riccione abbiamo presentato Carbonio di Pier Lorenzo Pisano. Credo che lui sia uno degli autori più prolifici e interessanti che abbiamo perché spazia dal cinema alla drammaturgia teatrale, fa il regista, ha vinto tutti i premi più importanti e ha una scrittura molto bella. Sa utilizzare benissimo il meccanismo drammaturgico che collega gli spettatori con il ragionamento. La sua scrittura, secondo me, è scanzonata, ironica. Serve per porre lo spettatore di fronte a delle questioni che hanno a che fare con il proprio io, con l’intimo, con la propria vita. Carbonio è un incontro tra due persone, uno dei quali ha avuto un incontro con un alieno e questo ha modificato la sua percezione di vivere. Ci sono degli intermezzi con una voce off che racconta che noi siamo fatti di carbonio e al carbonio fondamentalmente interessa solo generarsi e generare vita, non interessano tutte le problematiche della mente e della coscienza.

L’ultimo, Niccolò Sordo è un ragazzo di 29 anni che ha scritto Ok boomer (Anch’io sono uno stronzo). È il vincitore del premio Pier Vittorio Tondelli e mi è piaciuto molto perché la sua forza sta nel fatto che è un autore giovane e contemporaneo; lui si descrive e ci restituisce come ragionano i ragazzi di questo tempo che stanno sui social, vivono le loro prime esperienze amorose molto spesso chattando e trascorrono molto tempo a guardare i video anziché leggere un libro. Secondo me sordo ha il dono di riuscire a scrivere a raccontare questa generazione, la sua è una scrittura molto interessante che per noi “boomer” disvela la realtà attuale. 

La sua storia parla di un ragazzo che è anche la voce narrante del testo e che va a rubare in un centro commerciale delle Nike Air. Si rende conto che in quel negozio di scarpe di un centro commerciale ogni sabato pomeriggio si riuniscono tantissimi personaggi che vanno lì per rubare. È la metafora di una società che non aspetta altro che andare a rubare in un giorno preciso, in un luogo preciso come se fosse un’attitudine naturale. Questi sono i quattro testi che abbiamo portato e ognuno di essi, a modo suo, è piccolo capolavoro perché racconta  parti diverse di questo momento storico che stiamo vivendo.

Sentirsi e far sentire a casa, a proprio agio con sé stessi e con le persone che sono con noi. E questo il senso del Teatro per te?

Un professionista, una professionista del nostro settore si deve porre sempre la domanda sul perché sta facendo questo lavoro e non un altro. Considerando il fatto che è faticoso, si lavora con le miserie degli esseri umani, non si lavora soltanto con le cose belle, si guadagnano pochi soldi non ci sono aspettative ed è a fondo perduto. Io dico a me stesso che se è questo è il prezzo che bisogna pagare, allora deve essere fatto in certo modo e deve avere un valore preciso. Io credo che questo è un lavoro come un altro, ma serve per far stare bene gli altri, per dare un servizio alla società nella quale viviamo.

Da qui nasce la mia esigenza di dover occupare le stanze della mia solitudine parlando della solitudine degli altri, le stanze del mio amore analizzando l’amore degli altri, le stanze dell’affetto guardando gli affetti degli altri, vivendo con gli altri. È un tutto che lega tutti insieme. Quando l’obiettivo principale non sono le persone a cui ci rivolgiamo, la società allora è come se noi prendessimo una piccola sbandata rispetto alla missione che ognuno di noi ha come artista. Per me, l’incontro tra gli esseri umani è come un rito ed è molto importante. Se il Teatro è lì dove ci sono una persona che racconta e una persona che ascolta, in quel preciso momento si realizza qualcosa di più grande delle singole unità. Si realizza qualcosa a cui diamo noi la vita.

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