Out of Love di Elinor Cook: intervista a Niccolò Matcovich

Dic 12, 2019

Il 14 e 15 dicembre andrà in scena al Teatro Belli di Roma, in prima nazionale, Out of Love testo di Elinor Cook – inedito in Italia – portato sulla scena dalla Compagnia Habitas per la rassegna TREND – Nuove frontiere della scena britannica, giunta alla sua diciottesima edizione. Come ogni anno, la rassegna curata da Rodolfo di Giammarco pone al centro la drammaturgia contemporanea britannica, offrendo al pubblico romano lavori di traduzione e di messinscena a cura di numerosi artisti. Come nel caso di Out of Love, un’opera che verrà proposta per la prima volta in Italia: un testo frammentato con continui salti temporali, che sono riverberi drammaturgici sulla vita e sull’amicizia tra due donne, Grace e Lorna, in un arco di trent’anni, dall’infanzia all’età adulta, senza una linearità cronologica. Una sfida accettata dalla Compagnia Habitas che, seppur giovane, ha già ottenuto molti riconoscimenti sul territorio nazionale. Abbiamo intervistato il regista Niccolò Matcovich per raccontare questa nuova produzione.

Out of Love, di Elinor Cook: come è stato trovato questo testo e come è stato pensato per la scena?

Ci è stato commissionato direttamente da TREND, che me lo ha inviato con la traduzione di Maurizio Pepe, prima dell’estate. Da fine agosto ho iniziato a lavorare con il dramaturg, Rocco Placidi, sullo studio e la comprensione della drammaturgia: Out of love è la storia di un’amicizia, ambientata  in Inghilterra dal 1984 al 2014. L’autrice lo propone in una scomposizione temporale che alterna ogni singola scena con salti anche fino a cinque, dieci, quindici anni. Noi abbiamo individuato tre blocchi principali: l’infanzia, l’adolescenza e l’età adulta di queste due ragazze, ricombinando i quadri in maniera organica ma che, allo stesso tempo, rispettasse la natura del testo. La nostra sequenza vedrà quindi prima l’adolescenza, poi il ritorno all’infanzia e infine il salto all’età adulta. Con una sorpresa finale.

Nel tuo ruolo di regista, come ti sei relazionato al testo?

Le scene sono tutte piuttosto brevi e includono tantissimi personaggi: oltre le due protagoniste – qui interpretate da Livia Antonelli e Dacia D’Acunto –, c’è un terzo attore, previsto dall’autrice, un che interpreta dieci ruoli maschili diversi – per noi, Livio Remuzzi. Per capire tutti i collegamenti temporali, le relazioni familiari, le amicizie, gli amori, i drammi…. abbiamo dovuto scavare a fondo nel testo; a tratti ci sembrava di avere tra le mani un thriller. Una volta fatto questo, ho individuato il mio focus di interesse per la messa in scena e cioè quello di raccontare la relazione tra le protagoniste. Il testo – a livello di linguaggio e non di struttura – è realistico, ma abbiamo deciso di mettere in scena, mantenendo le parole per come sono, quelle che sono le dinamiche che stanno al di sotto del testo stesso. È un’esplorazione piuttosto nuova per noi, che si concretizza nel sostenere la lingua con l’azione fisica che rafforzi la dinamica alla base delle parole.

Come è nata questa esigenza di agire nel sottotesto?

È stata la chiave per andare a rafforzare il linguaggio realistico. Noi non lavoriamo mai sul realismo scenico e ci interessava capire come spezzarlo per esaltare il racconto. Vedremo se il tentativo sarà riuscito…

Suppongo che questa scelta ti abbia condotto a un particolare confronto con gli attori.

Molte delle dinamiche alla base delle scene le abbiamo scoperte in prova, insieme. Siamo andati per gradi: ci siamo prima chiesti cosa fosse una dinamica e poi come declinarla nelle varie scene e nei tre blocchi temporali. Dopo averle rintracciate tutte le abbiamo esplorate nella pratica, attraverso improvvisazioni, suggestioni, riferimenti, stimoli nati dal testo; infine, poco alla volta, le abbiamo confermate e fatte confluire nel vero e proprio montaggio scenico.

E di questa ricerca, cosa si propone al pubblico?

Il pubblico vedrà esattamente le dinamiche che abbiamo trovato, esplorato, sperimentato durante le prove. Nei dialoghi nulla è fuori posto: sono poi le azioni fisiche a contro-bilanciare le scene rompendo il realismo, in profonda sinergia con le parole da cui scaturiscono.

Un misto tra sperimentale e tradizionale.

Abbiamo cercato di esaltare il testo senza assecondarlo pedissequamente, di farlo esplodere con questa modalità.

Tu sei diplomato come drammaturgo alla Paolo Grassi, poi nel tempo hai integrato il lavoro come regista. Come cambia il tuo approccio quando sei autore e regista del tuo spettacolo e quando, invece, sei il regista ma non l’autore, come in questo caso?

Habitas nasce nel 2016 e in questi anni abbiamo lavorato principalmente su miei testi. Una posizione fin troppo comoda, per me, tanto che a un certo punto mi sono stancato di “auto-rappresentarmi” e questa è stata un’occasione d’oro per potermi approcciare a un meccanismo molto più interessante: lo studio, la ricerca, la comprensione, anche il confronto da drammaturgo a drammaturgo. Perché, in primis, il lavoro che ho fatto con Out of Love è stato quello di confrontarmi da autore con un’autrice, Elinor Cook, che è più grande di me, più esperta di me, più brava di me. Subito dopo è scattato il pensiero registico, quindi andare a capire, una volta messa da parte la visione drammaturgica, come interpretare quella drammaturgia. Lo scoglio più grande all’inizio è stato, come ho già detto, scardinare il realismo mantenendo intatto il testo.

Hai anche avuto occasione di avere un confronto diretto con Elinor Cook?

No, ma mi sarebbe piaciuto. Soprattutto nella prima fase di lavoro, in cui avevo molti dubbi che avrei voluto sbrogliare contattandola. Ma ho resistito e, quando abbiamo trovato la nostra strada per la messa in scena, non ne ho più sentito il bisogno. Chissà se vedendolo ne sarebbe contenta?

Articolo a cura di Davide Notarantonio

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