Non-detto: “moving questions” per un dialogo del sommerso

Lug 10, 2026

di Ludovica De Angelis

«Ogni volta che un essere umano ha provato a immaginare un mondo diverso, ha prima immaginato una lingua diversa» è la frase che apre il capitolo “Intermezzo” del testo Hackerare il linguaggio di Martina Maccianti.
Se proviamo a calare questa frase all’interno del contesto sociale attuale del nostro Paese, ci si può rendere immediatamente conto di quanti universi si sfiorino tutti i giorni tra le vie e i luoghi degli spazi che attraversiamo o frequentiamo in quanto parlanti. 

Ad oggi1, si stima che almeno il 61,5% della popolazione parli una lingua diversa dall’italiano in famiglia; sul lato italo-romanzo, ossia in riferimento alle varietà dialettali romanze derivanti dal latino che convivono con la lingua italiana,  è stato calcolato che il 42% della popolazione utilizzi un dialetto – in alternanza all’italiano – in almeno un contesto relazionale. Pochi numeri come questi possono mostrare quanto sia variegato il panorama linguistico e culturale dell’Italia attuale.

Tuttavia, non ho appositamente usato termini come “commistione”, “melting pot”, “intersezione” o “transculturale”. Piuttosto, nel paragrafo precedente ho preferito utilizzare il verbo “sfiorare” perché  spesso, quando si parla di contesti linguistici, è a gruppi di persone ben definiti, che ci si riferisce; gruppi di persone che difficilmente si mescolano e si ridefiniscono sulla base di nuove intersezioni. E con loro, i loro idiomi. 

Dal punto di vista diastratico, ossia rispetto alle variazioni di una lingua sulla base della classe o dello strato sociale, un gruppo diviene quindi un’individualità e la lingua una sorta di gergo difficilmente accessibile. I dati dell’ISTAT rispecchiano anche l’aspetto di essere parlanti di e una L1 – la propria lingua materna – differente dall’italiano. Nel caso di parlanti L1 di lingue non autoctone del territorio, almeno il 39,9% non parla italiano in contesti amicali e il 18% non lo parla nemmeno con estranei; tra i parlanti dialetto , invece, solo il 2,3% parla esclusivamente una varietà dialettale in tutti gli ambiti relazionali, con solo l’11,2% che usa  dialetto in modo esclusivo in almeno un ambito relazionale (9,6% in famiglia, l’8% con gli amici e il 2,6% con gli estranei).

Seppur per ragioni legate a background diversi, dialettofoni e parlanti con L1 diversa dall’italiano possono subire il medesimo trattamento da “enclave”. Gli stessi dati numerici presentati poc’anzi possono riferirci qualcosa di interessante in merito. Nel caso di parlanti con L1 non autoctone, le percentuali possono mostrare come ci sia una possibilità concreta di esclusione dalla “piena partecipazione alla vita sociale e culturale nei contesti territoriali in cui vivono” (Istat, 2026). Spostandosi sul lato dialettologico, la progressiva limitazione dell’uso del dialetto a contesti sempre più privati ne limita la sua diffusione a livello sociale e quotidiano, fatto che è largamente favorito dall’uso diffuso dell’italiano e di altre lingue, soprattutto in contesti urbani. Specularmente, dunque, dialettofoni e parlanti di L1 non autoctone possono subire – seppur per ragioni diverse – il medesimo outcome sociolinguistico: l’esclusione in quanto gruppo sociale parlante una lingua o una varietà di minoranza.

Non è ovviamente mia intenzione mettere sullo stesso piano due tipologie di parlanti così differenti e caratterizzate da problematiche e questioni socioeconomiche che possono essere molto distanti, anche perché è un campo che non mi compete. Tuttavia, è interessante notare come, in entrambi i casi, si assista a una perdita sociolinguisticamente marcata: da una parte quella dei dialetti e della cultura ad essi collegata; dall’altra l’ibridazione e/o l’arricchimento culturale biunivoci portati dallo scambio e dal contatto linguistico. Alla base di questa perdita, tra le molte ragioni può anche esserci l’elemento dello stigma.

Che cos’è lo stigma? Lo stigma, derivante dal greco “στίζω” (‘pungere’, ‘marcare’) indica attribuzione di qualità negative a una persona o a un gruppo di persone (Treccani). Come sottolineato da Imogoen Tyler lo stigma non è solo un concetto sociologico ma soprattutto esperienziale: 

[…] people use the term ‘stigma’ today, they also tend to use it experientially, to describe the debilitating psychological effects of being stigmatised, with a particular emphasis on how the shame induced by stigma corrodes well-being and damages your sense of self. (Tyler: 2023).  

Per quanto possa sembrare ridondante, è importante tenere in considerazione che il processo di stigmatizzazione non riguarda solo le credenze e le aspettative dell’Altro verso un Sé “altro”2, ma anche la propria prospettiva interiore sul proprio Sé. Inoltre, questa dinamica può essere presente in molti ambiti, compreso quello linguistico. È molto ampia la letteratura a riguardo3: possono essere sia gli stessi parlanti, sia i non-parlanti di una varietà linguistica a possedere un pregiudizio su di essa4; il pregiudizio può riguardare più i parlanti di una lingua che la lingua stessa5; la stigmatizzazione di un accento può portare a ripercussioni in ambito lavorativo o legale6 e può esserne portatrice la medesima comunità di parlanti, soprattutto nel caso di internalizzazione di ideologie riguardanti le lingue standard; lo stigma può riguardare lingue di tutti i tipi, da quelle standard non autoctone7 a quelle non standard autoctone8, fino ad arrivare a pregiudizi su parlanti L2 da parte dei parlanti L1 di una particolare varietà9.

Il pregiudizio linguistico, così come lo è in generale un processo di stigmatizzazione10, è incorporato nella società in cui si sviluppa11. Se lo stigma e la sua percezione sono così intrecciati al contesto sociale e alle credenze degli individui, se sullo stigma si attuano processi di “embedding” individuale, si possono ideare strumenti che superino la cinta muraria della stereotipizzazione “altra” e dell’internalizzazione involontaria? E soprattutto, possono questi strumenti essere replicabili e utilizzabili dalle comunità?

Il punto è, forse, trovare un modo per pensare alla parola al di là della sua “fissità”, del resto in principio arbitraria, data la natura del rapporto tra significante e significato. Ossia, forse è necessario far cambiare stato a ciò che nel linguaggio fa “rimanere le cose”, cioè la scrittura, facendole acquisire proprietà legate al parlato e alla sua fluidità, contaminandola con tratti orali e non standard, paralinguistici ed emotivi. Pensare alla drammaturgia come supporto scritto modificabile attraverso tratti “parlati” fornisce ai drammaturghi, e ad eventuali partecipanti ai workshop, la libertà di poter creare più versioni di un medesimo testo. Ciò può dar vita a diverse narrazioni del Sé, così come differenti punti di vista12.

A questo punto, sorge spontanea una seconda domanda: qual è il medium trasformativo che potrebbe portare a questa metamorfosi della scrittura drammaturgica? Per rispondere, è necessario riflettere sulla sua natura. Adrian Heathfield, nel suo lavoro Dramaturgy without a dramaturge suggerisce la seguente descrizione:

Wherever there is a performance taking shape there are a set of dramaturgical questions being asked and dramaturgical principles being tested (Heathfield: 2011)

Al centro della drammaturgia in quanto “pratica” ci sarebbe dunque la “domanda”, da cui nascerebbero sia i processi creativi, sia performativi. In questo senso, come suggeriscono Konstantina Georgeulou, Efrosini Protopapa e Danae Theodoridou in The practice of dramaturgy, si può parlare di “drammaturgia del processo” in riferimento a quei lavori che si pongono come obiettivo la costruzione di soluzioni possibili e non quello di stabilire schemi chiari e ripetibili, proponendo la drammaturgia come una “pratica” che funga da lente per indagarne le implicazioni politiche che ci attraversano13.

Diviene centrale, dunque, il principio delle “mobilizing questions” in quanto medium di riflessione collettiva a cui non devono esserci necessariamente delle risposte ma nuove domande, sulla base del concetto di “questioning as an attitude” come strumento di problematizzazione, in cui il o la dramaturg è visto o vista come parte della creazione di un problema che porta allo studio di una metodologia di invenzione di vincoli, necessari alla creazione dell’opera in quanto condizioni di esistenza per la stessa. In questo senso, la drammaturgia emerge all’interno di uno spazio di pensiero – basato su un processo di moltiplicazione di domande fautrici dell’attivazione di una traslazione intellettuale – come strumento necessario all’attivazione di un processo di pensiero congiunto e collettivo. Così, i quesiti divengono “pratica nella pratica” che crea, inquadra e amplia le basi sulle quali può aver luogo l’azione scenica, includendo lo spettatore nel flusso di pensiero tra un’azione e l’altra14.

La domanda, dunque, può essere strumento di lavoro per il drammaturgo, per il pubblico e anche per i partecipanti di laboratori o workshop. Nell’ambito della problematizzazione dello stigma linguistico, vorrei passare a utilizzare il sintagma “moving questions”.
Sebbene il verbo “to mobilize” abbia molto in comune con il verbo “to move” (basta effettuare una rapida ricerca online per comprendere che sono considerati sinonimi), quest’ultimo si può riferire a una sfera più intima e personale, legata all’emotività e a uno stato interno.
Esistono diversi approcci, nella psicologia e nella psichiatria, che utilizzano un frame in cui le domande di un operatore o di un’operatrice facilitano la riflessione e il cambiamento di prospettiva sulla stigmatizzazione interiorizzata. È il caso della NECT, “Narrative Enhancement and Cognitive Therapy”, utilizzata in studi sperimentali sul “self-stigma” nell’ambito della psicopatologia15. Tra gli strumenti della procedura, è presente una parte composta da domande del facilitatore o della facilitatrice, a cui i partecipanti ai laboratori sono invitati a rispondere attraverso un testo che racconti la propria esperienza rispetto all’auto-percezione del Sé.

Possono le tecniche legate alle “mobilizing questions” drammaturgiche sovrapporsi alle metodologie delle “moving questions” usate nella NECT? Può la drammaturgia essere il medium attraverso cui i partecipanti ai laboratori e il pubblico possono riflettere su stigmatizzazioni introiettate e proiettate?

Nell’ambito delle arti performative, si potrebbe sperimentare un’ibridazione interdisciplinare in cui il facilitatore possa essere un o una dramaturg particolarmente attento o attenta alle dinamiche sociolinguistiche, e in cui la drammaturgia possa divenire uno strumento personale per la realizzazione di testi multiversione, in risposta alle domande poste dal o dalla dramaturg. In particolare, il frame di lavoro potrebbe vedere due sessioni di scrittura: una prima effettuata all’inizio del workshop, che porterebbe alla realizzazione di  una prima drammaturgia senza che sia stato posto alcun tipo di “moving question”; una seconda posteriore al dialogo con il facilitatore o la facilitatrice, che avrebbe il compito di porre i quesiti sulla stigmatizzazione a cui i e le partecipanti al workshop potranno rispondere. Questa seconda sessione vedrebbe la realizzazione di una seconda versione della drammaturgia precedente, con lo scopo di includere – o escludere – riflessioni effettuate durante il dialogo con il o la dramaturg. Il passaggio successivo potrebbe riguardare la creazione di un testo “bifronte” che comprenda entrambe le scritture – il “prima” e il “dopo” rispetto al momento della domanda – da unire in un testo unico, ed esperienzialmente stratificato, proponibile al pubblico in un laboratorio-performance aperta, in cui ci possa essere un confronto sullo stigma linguistico tra parlanti e spettatori. In questo senso, il fine ultimo sarebbe quello di creare un dialogo in continuum tra “interno” ed “esterno”, favorendo l’esternalizzazione della stigmatizzazione. 

La pratica  descritta non va considerata solo come il risultato di una riflessione ma anche come un primo passo per lo sviluppo di metodologie  drammaturgiche e laboratoriali, dal momento che si tratta di un prototipo da calare nella realtà: per definizione, è aperto a modifiche e miglioramenti che possano suggerire l’indagine di ulteriori temi fondamentali per lo sviluppo sociale delle arti performative.


  1. Si precisa che i dati ISTAT pubblicati nel 2026 si riferiscono al 2024. ↩︎
  2. Goffman (1963). ↩︎
  3. Si consiglia di consultare Barco (2025) per un approfondimento. ↩︎
  4.  Bauer, Trudgill (1998). ↩︎
  5. Edwards (1982); Preston (2013); Rosa, Burdick (2016). ↩︎
  6. Levon et al. (2021); Cantone et al. (2019); Zarzycki (2024). ↩︎
  7. Perta (2012). ↩︎
  8. Lambert (1967); Zahn, Hopper (1985); Jaspal, Sitaridou (2013); De Mauro (2011); Guerini (2011); Loporcaro (2009); Tosi (2004); Alfonzetti (2016); Ruffino (2006; 2017); Tamburelli (2021). ↩︎
  9. Dovchin (2020). ↩︎
  10. Goffman (1963). ↩︎
  11.  Giles, Niedzielski (1998); Irvine, Gal (2000); Woolard (1998). ↩︎
  12. È interessante notare l’esempio delle rappresentazioni rituali dell’esecuzione capitale di Atahuallpa da parte dei Conquistadores, riportato da Antonio Cornejo Polar nell’opera “Escribir en el aire”. In queste performance, di natura fluida, la rappresentazione può focalizzarsi, di volta in volta, su aspetti diversi della storia, comprendendo anche l’esclusione della decapitazione del re dal finale. In questo testo non inserirò ulteriori discussioni in merito, sia per questioni di spazio, sia per questioni tematiche, dal momento che ci porterebbe lontano dal nostro focus. ↩︎
  13. Georgelou, Protopapa, Theodoridou (2017): 12-13. ↩︎
  14. Georgelou, Protopapa, Theodoridou (2017): 42-44. ↩︎
  15. Lasalvia et alia (2025). ↩︎

Ludovica De Angelis è dottore di ricerca in Psicologia e Scienze Cognitive presso l’Università di Trento. Si occupa di linguistica e dialettologia, con particolare attenzione agli aspetti sociologici e cognitivi e al contatto linguistico. Ha collaborato con l’Università di Trento, l’Università di Urbino e con l’Università di Zurigo relativamente allo studio delle varietà dialettali lombarde ticinesi, venete, trentine e marchigiane settentrionali. Accanto alla ricerca, scrive articoli divulgativi e settimanali e partecipa a progetti teatrali universitari. Recentemente, ha avviato una collaborazione con l’Associazione Mare Culturale Urbano di Milano per la realizzazione di un progetto performativo sulla stigmatizzazione linguistica. 

Leggi tutti gli articoli del 5° numero – Corpi razzializzati e scena. Politiche della presenza

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