Noi e il mondo. La poesia, il dialogo, il carattere della danza. Intervista a Fabrizio Favale

Set 7, 2020

Fabrizio Favale
Fabrizio Favale – Ph Ilaria Scarpa

Costante nella sua evoluzione è l’impronta che contraddistingue la ricerca e le creazioni del coreografo Fabrizio Favale. Un processo ciclico e coerente che ha origine nel 1999, anno di nascita della sua compagnia Le Supplici.

Parafrasando e prendendo in prestito alcuni tra i titoli delle sue opere emerge forte la sensazione di una connessione impalpabile tra Kauma (dal greco, stato di calma), Un ricamo fatto sul nulla, Orbita, Le stagioni invisibiliCiclo coreografico infinito.

Quello di Favale – Premio della Critica nel 1996 come miglior ballerino italiano dell’anno e Medaglia del Presidente della Repubblica al talento coreografico italiano nel 2011 – è un approccio possibile alla coreografia dove si instaurano relazioni tra immaginari lontani.

L’antica Grecia è la casa d’origine, il  luogo della memoria insito nel nome scelto per la compagnia, le cinquanta figlie di Danao, re di Libia e di Argo. Dal mito delle Danaidi Eschilo ha tratto ispirazione per Le Supplici, una tragedia che da millenni parla di temi attuali come l’esilio, la potenza e la prepotenza del patriarcato. L’odio tra i sessi e un messaggio universale: è necessario ribellarsi per preservare le idee, i valori, la virtù.

« Lasciammo la terra di Zeus | che con la Siria confina e fuggimmo esuli | non perchè condannate da pubblico voto | per colpa di sangue | ma perché ripudiamo uomini della nostra stirpe | e ripugniamo il connubio e l’empio progetto | dei figli di Egitto ».

Le Supplici, rifiutando la Legge di Afrodite, sono antesignane di una rivoluzione del corpo ante litteram. Capitane coraggiose, che ben conoscono i supplizi e le suppliche che il loro nome evoca e contiene:

« […] accogliete questa schiera di donne che supplicano e mite sia per loro il respiro di questa terra»

Favale ha realizzato e realizza l’obiettivo di recuperare le atmosfere mitologiche e la grammatica del corpo, il primo e fondamentale filtro di lettura e comprensione del mondo. Un’indagine, la sua, che porta a scoprire in che modo cambia il movimento sviluppando la capacità di ascolto. Qualcosa che, muovendo dall’interno verso l’esterno, trasforma il fisico dei danzatori.

Come un disegno astratto, il corpo può essere mappa, fonte e medium. Ogni elemento che scaturisce dall’improvvisazione, mediante il ricordo, tende alla costruzione di un linguaggio non verbale. L’esperienza è funzionale per innestare qualcosa di nuovo e di ibrido. La memoria, invece, è necessaria per codificare un dizionario. Utile per la comunicazione, per catalogare e trasmettere agli altri  i risultati di una ricerca infinita.

La ricerca coreografica, artistica, è un esercizio solitario o collettivo?

Penso possa essere l’uno o l’altro, o tutti e due contemporaneamente. Dipende forse dal lavoro che si intraprende. Io ad esempio lavoro molto in solitaria in fase di ideazione e studio. Dopo riporto le mie idee al gruppo e lascio che si modifichino in base alle diverse sensibilità dei danzatori.

Qual è il tuo rapporto con la solitudine?

Mi piace. Mi piacciono il silenzio e la contemplazione. Non amo la confusione e i posti affollati. Nonostante faccio un lavoro pubblico, quando sono in pubblico sono sempre a disagio e non vedo l’ora di andare via. Però mi piace anche sapere che c’è qualcuno al mio fianco che mi spalleggia.

La voglia di raccontare, attraverso il linguaggio del corpo, il processo intimo e misterioso che sta alla base dell’atto creativo, è venuta meno con l’invasione tecnologica?

Penso che la tecnologia sia un’estensione di linguaggio del nostro stesso corpo. Ma è un’estensione che si perde nel caos di altri miliardi di estensioni (tanti quanti sono i miliardi di persone sulla Terra), e quindi è come se fosse un canto stonato e corale, che non è raccolto da nessuno in particolare. Il processo intimo e misterioso di cui parli è un’altra cosa, perché una buona idea può venire sia in mezzo alla confusione sia nella propria intimità.

Un elemento presente in molte tue opere è il sogno. È la scintilla, la forza centrifuga che spinge l’uomo verso la scoperta, l’avventura, l’ingegno?

Per come lavoro direi di sì. L’esplorazione del paesaggio per me è anche sempre la questione dell’incertezza, perché quando guardo là fuori non so mai bene quello che sto vedendo e quello che sto sognando.

La Danza abbraccia l’immaterialità del sogno, della realtà virtuale, ma anche la materia, la concretezza. Sarebbe auspicabile che ci fossero fondi maggiori per implementare i centri di produzione e, forse, una trasformazione sul modello francese in teatri nazionali per la danza?

Totalmente d’accordo con te. Se l’Italia si dotasse di teatri nazionali per la danza sarebbe una cosa meravigliosa. Quale pensiero è più avanguardistico ed ecosostenibile dell’investimento su qualcosa di immateriale ed evanescente? Ma prima bisogna guardare bene in faccia il pensiero di fondo che ne blocca la realizzazione. È davvero difficile riuscire a capire che l’immaterialità del sogno di cui la danza si nutre, mescolandosi per qualche istante alla materia del corpo, abbia anche un valore economico. Il movimento stesso, qualcosa che si muove, come la danza, che la rende così effimera e sfuggente, che compare per il tempo che compare e poi non ne resta nulla, se non un ricordo, sembra essere un insormontabile deterrente per l’investimento economico. Forse è per questo che la danza ha sempre meno risorse delle altre arti. Allora forse il pensiero di fondo da smascherare potrebbe essere questo: perché devo investire in qualcosa che dopo un’ora non c’è più?

Il momento che stiamo attraversando ha influito sulla tua drammaturgia? Se sì, come?

Sono rimasto impressionato dall’arrivo degli animali. Una sera, guidando di notte in scooter su per le montagne del bolognese, ma in mezzo a un centro abitato, ho visto un tasso. Un tasso! Già da qualche anno mi sentivo attratto dai linguaggi di altre forme di vita. Quale occasione migliore di questa vicinanza con quelle meravigliose creature?

Uno dei tuoi ultimi lavori è Le stagioni invisibili – ciclo coreografico infinito. Come è nato e come si è evoluto questo progetto? Disegna nuovi orizzonti o percorsi praticabili per lo spettacolo dal vivo?

Nel mio percorso certamente sì. Per me è una continua esplorazione che ormai non ha quasi più nulla a che vedere con la creazione di coreografie per il teatro. È come se mi fossi messo lo zaino in spalla. Lo appoggerò solo quando farò ritorno a casa.

Umano, alieno/straniero, ultraterreno tendono a confondersi sempre di più o ad avere spazi separati all’interno della tua drammaturgia e della tua ricerca coreografica?

L’incontro con altri esseri ci mette in una condizione che per me è irresistibile. È il desiderio di stabilire una qualche comprensione reciproca, e lo sforzo che entrambi (io e il cane, io e lo straniero, io e l’alieno) dobbiamo fare per trovare un linguaggio intermedio che non è né il mio né il suo.

The wilderness – niente di tutto ciò è reale. Puoi raccontarci qualcosa su questo progetto?

È la descrizione di un paesaggio irreale che appare dentro un ambiente reale (il teatro). E questo paesaggio è vagamente psichedelico, optical. Le 11 danze che lo compongono a tratti mi ricordano dei frattali che sbocciano. O una macchina dagli ingranaggi che si allineano in sincronie casuali. Tuttavia, quello che sfugge da questo senso geometrico e ripetitivo che abbiamo costruito è un umore selvaggio che si percepisce come qualcosa di incontrollato che avanza e rigoglia dentro una cosa ordinata. Per me è la terra selvaggia, the wilderness.

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