Nella quiete delle colline della Valsamoggia, a pochi passi da Bologna, è stato inauguro The Globe Performing Space, una cupola geodetica immersa nei boschi, pensata non solo come teatro, ma come “rifugio” artistico. L’idea nasce da una perdita: quella dello spazio che Instabili Vaganti abitava da quindici anni, che ha costretto la compagnia a reinventarsi. Da questa necessità si è sviluppata una visione che guarda al futuro con creatività, sostenibilità e apertura digitale.
Abbiamo intervistato i direttori artistici Nicola Pianzola e Anna Dora Dorno per approfondire la nascita di The Globe Performing Space, le sfide che hanno portato alla sua creazione e la visione che guida Instabili Vaganti tra sostenibilità, innovazione digitale e radicamento nel territorio.
The Globe Performing Space è stata inaugurata il 30 agosto come nuova “casa” per le arti performative: come nasce l’idea di creare una cupola geodetica immersa nella natura e quale immaginario desidera evocare?
L’idea di creare una cupola geodetica per The Globe Performing Space nasce da una combinazione di necessità e visione artistica. La spinta iniziale è arrivata dalla perdita del nostro precedente spazio, il LIV Performing Space, che avevamo abitato e di cui avevamo curato la programmazione per 15 anni nel Comune di Bologna. Quando nel 2024 abbiamo dovuto lasciarlo, quasi senza preavviso e senza motivazioni da parte del Comune, ci siamo trovati di fronte a una grande sfida: reinventarci nuovamente dopo tanti anni. Per una compagnia che lavora quotidianamente su un processo di sperimentazione, rimanere senza un luogo di lavoro significa perdere parte della propria ricerca e dover fare scelte artistiche differenti. Tuttavia, come spesso ci è accaduto, siamo riusciti a trasformare un evento negativo in un’opportunità per creare qualcosa di completamente nostro, un luogo che riflettesse appieno la nostra identità e i nostri valori. Così abbiamo scelto di stabilirci a due passi da casa, nel cuore delle colline della Valsamoggia, creando il nostro “rifugio”.
La scelta della cupola geodetica non è stata casuale, ma profondamente simbolica. La sua struttura, che unisce solidità e leggerezza, si integra perfettamente con l’ambiente naturale circostante, stabilendo un dialogo tra architettura e paesaggio. Il nostro obiettivo è creare un “teatro della natura”, dove ogni performance non solo accade in un luogo naturale, ma si fonde con esso, con il paesaggio, la stagione e lo spazio temporale. All’interno di The Globe l’arte e la natura si incontrano, creando un’esperienza immersiva e unica per il pubblico. Questo approccio riflette la nostra visione, che pone l’accento sulla sostenibilità e il rispetto per l’ambiente. The Globe Performing Space è infatti concepito come punto di riferimento per la comunità artistica e per chiunque cerchi un’esperienza culturale in armonia con il mondo naturale.
Avete definito The Globe uno spazio “eco-digitale”: quali pratiche sostenibili e quali strumenti tecnologici immaginate come centrali per il futuro di questo luogo?
Sul fronte “eco”, il nostro impegno si traduce in pratiche concrete che mirano a minimizzare l’impatto ambientale. La cupola geodetica è stata progettata per integrarsi perfettamente nel paesaggio naturale delle colline della Valsamoggia. L’intero spazio è concepito come un anfiteatro naturale che include elementi unici come una dotazione tecnica a LED, quindi a basso impatto, ed elementi modulari in legno per la scenografia, facili da trasportare e riutilizzare in altri contesti. È inoltre prevista in futuro la realizzazione di un bosco eco-digitale, pensato per compensare le emissioni prodotte dai nostri tour, e ci piacerebbe attrezzarci con pannelli solari per la produzione di energia. Le produzioni artistiche che ospiteremo seguiranno la stessa filosofia a basso impatto, privilegiando la luce naturale quando possibile.
L’anima “digital” di The Globe è altrettanto fondamentale per superare i confini fisici e raggiungere un pubblico internazionale. I social media rappresenteranno il fulcro di questa strategia, permettendoci di connettere artisti e appassionati da ogni parte del mondo e di creare una community globale. Abbiamo già inaugurato i profili di “The Globe” sulle principali piattaforme online e ci piacerebbe utilizzare dirette live per trasmettere in tempo reale quello che accade in questo luogo unico, permettendo a chiunque di partecipare e sentirsi parte del nostro progetto. L’interazione social diventerà così un canale primario per la formazione, la collaborazione e la condivisione di contenuti creativi. Inoltre, la cupola è dotata di tutta la tecnica necessaria a produzioni che integrano il digitale nell’opera stessa.

PerformAzioni Festival mette lo spettatore al centro come protagonista attivo. In che modo questo approccio si tradurrà nei progetti ospitati a The Globe e negli altri luoghi del festival?
L’approccio del Festival PerformAzioni, che pone lo spettatore al centro come protagonista attivo, non è solo una filosofia ma una pratica concreta che si manifesta in ogni aspetto dei progetti ospitati a The Globe e negli altri luoghi del festival. L’obiettivo è trasformare l’esperienza di fruizione artistica in un processo di co-creazione e scoperta.
La natura stessa dei luoghi del festival, in particolare The Globe, favorisce un coinvolgimento fisico e sensoriale. Molti spettacoli sono concepiti come percorsi site-specific, in cui il pubblico è invitato a muoversi, esplorare e interagire con l’ambiente circostante. L’esperienza non si limita a uno spettacolo frontale, ma diventa un’esplorazione del territorio, un cammino che conduce lo spettatore in un paesaggio naturale, ad esempio, oppure lo integra nelle produzioni stesse attraverso laboratori e residenze artistiche aperte.
Gli spettatori quindi non sono solo testimoni, ma possono diventare co-creatori. Gli artisti condividono i propri processi di lavoro e invitano la comunità a contribuire. Il pubblico può inoltre prendere parte a discussioni che influenzano lo sviluppo di nuove opere, fornendo feedback e assistendo agli esiti di residenza e alle prove aperte, ma anche entrare a far parte come volontari del team organizzativo del festival. Questo approccio rompe la barriera tra chi “fa” arte e chi la “riceve”, creando una vera e propria comunità di artisti e appassionati che collaborano per dare vita ai progetti.
Il festival abita non solo Bologna ma anche abbazie, castelli, grotte e borghi dell’Appennino. Quanto è importante, per voi, intrecciare le arti con il territorio e le comunità che lo abitano?
Per il Festival PerformAzioni, intrecciare le arti con il territorio e le comunità che lo abitano non è solo un aspetto della programmazione, ma la sua stessa ragion d’essere. È un principio fondante che trasforma ogni evento da un semplice spettacolo a un’esperienza di profonda interazione e valorizzazione del luogo, creando un’osmosi unica tra l’espressione artistica, la storia e il paesaggio circostante.
L’essenza del festival risiede nella scelta di abitare luoghi non convenzionali: abbazie, castelli, grotte, borghi e sentieri dell’Appennino. L’arte esce dalla sua sede tradizionale e si integra con la storia e la natura, dando vita a performance site-specific che non potrebbero esistere altrove. Ad esempio, nella nostra ultima produzione LUCE, che si è svolta alla Rocca dei Bentivoglio di Bazzano, lo spettacolo non viene semplicemente “messo in scena” alla rocca, ma la rocca stessa, con le sue mura antiche e le sue storie, diventa parte integrante della narrazione attraverso il video mapping. Questo approccio non solo valorizza il patrimonio storico e naturale, ma lo trasforma in un palcoscenico vivo e pulsante, che invita il pubblico a riscoprire il proprio territorio con occhi nuovi, vedendo storia e natura come elementi attivi e narrativi.
Un esempio di questo approccio è stata la camminata performativa Follow the Angel, dove il pubblico è stato guidato lungo sentieri naturali all’interno dei calanchi. L’atto di camminare insieme, in silenzio, permette di riscoprire la dimensione contemplativa del viaggio e rafforza il senso di appartenenza al luogo. Questo scambio profondo trasforma l’arte in uno strumento di connessione sociale, che rafforza il legame tra le persone e il loro ambiente, stimolando un senso di identità e valorizzando il patrimonio culturale e naturale in maniera innovativa e sostenibile.
Il Ministero della Cultura ha riconosciuto per la prima volta il festival: quale significato assume questo traguardo per Instabili Vaganti e, più in generale, per chi lavora nell’ambito della ricerca performativa contemporanea?
Per Instabili Vaganti, la nostra compagnia teatrale che da anni si dedica alla ricerca artistica e alla sperimentazione, questo riconoscimento ministeriale è molto importante: non è solo un sostegno economico, ma un segnale che il nostro percorso, focalizzato sul rapporto tra arte, territorio e comunità, è considerato rilevante a livello nazionale. Dimostra che il teatro contemporaneo può essere un volano anche per il turismo e le comunità, non solo delle grandi città ma anche dei luoghi più periferici e isolati. Molte delle nostre location, infatti, si trovano già in Appennino e sono considerate a tutti gli effetti “montane”.
Questo traguardo, dopo così tanti anni di svolgimento del festival, apre inoltre la strada a maggiori opportunità di finanziamento, collaborazioni e visibilità, garantendo una maggiore stabilità per i nostri futuri progetti e per la crescita del festival stesso.
È anche un segnale molto positivo per tutto l’ambito della ricerca performativa contemporanea, spesso considerato di nicchia o meno accessibile rispetto alle forme artistiche più tradizionali. Quando abbiamo ricevuto la notizia eravamo increduli, ma poi abbiamo realizzato che un festival che si svolge in luoghi non convenzionali — come siti storici, parchi naturali, piccoli centri — e che sperimenta linguaggi innovativi come il digitale e la partecipazione attiva del pubblico, dimostra una nuova consapevolezza del ruolo che queste pratiche possono avere.
Crediamo che questo traguardo possa fungere da precedente e incoraggiare altre compagnie e festival a perseguire percorsi di ricerca audaci, sapendo che il loro lavoro, se di alta qualità, può ricevere sostegno da parte delle istituzioni. Dimostra che il futuro delle arti performative può essere un connubio tra innovazione, sostenibilità e valorizzazione del patrimonio culturale e naturale del Paese: un modello che unisce radici profonde e una visione proiettata verso il futuro.

La webzine di Theatron 2.0 è registrata al Tribunale di Roma. Dal 2017, anno della sua fondazione, si è specializzata nella produzione di contenuti editoriali relativi alle arti performative. Proponendo percorsi di inchiesta e di ricerca rivolti a fenomeni, realtà e contesti artistici del contemporaneo, la webzine si pone come un organismo di analisi che intende offrire nuove chiavi di decodifica e plurimi punti di osservazione dell’arte scenica e dei suoi protagonisti.















